PAOLO di SAMOSATA. - Eretico del sec. III, vescovo di Antiochia dal 260 al 268.
I. VITA
P. appare nella storia soltanto dalla sua assunzione alla sede di Antiochia, nel 260. N. a Samosata da famiglia povera, si acquistò una fortuna considerevole, accresciuta poi come ricevitore delle finanze (ducenario) del re di Palma, Odenato II, divenuto signore di Antiochia dopo la sconfitta di Valeriano da parte dei Persiani (260), e sostituito alla sua morte, nel 267, dalla vedova Zenobia. Il nuovo prelato assunse subito un comportamento da gran signore. La lettera del Concilio d'Antiochia del 268, che lo condannò, gli attribuisce modi da trafficante, l'accusa di orgoglio e di arroganza, gli rimprovera un fasto mondano, la ricerca di applausi in chiesa, in particolare la soppressione degli inni in onore di Gesù Cristo.Soprattutto quest'ultimo punto era grave. Il rumore di questa predicazione eretica si diffuse presto fra i cristiani delle province vicine ad Antiochia. Fin dal 264, alcuni vescovi di queste regioni, tra cui Eleno di Tarso e Firmiliano di Cesarea di Cappadocia, si riunirono ad Antiochia per fare un'inchiesta sulla condotta e la dottrina di P. Dionigi d'Alessandria, che era stato invitato, si scusò, adducendo la sua cattiva salute e la sua vecchiaia, ma scrisse alla Chiesa d'Antiochia sulla questione. Quello che avvenne in quest'assemblea è poco noto; si sa soltanto che P., il quale vi compare come accusato, si adoperò in modo da evitare ogni condanna. Spirito sottile e abile dialettico, riuscì a dissimulare il suo errore e promise di emendarsi nella maniera di parlare come nella condotta, ma in realtà continuò ad agire e a insegnare come prima. Pertanto sei dei vescovi che avevano preso parte al Concilio compilarono una formula di fede (la cui autenticità è sufficientemente stabilita) e ordinarono a P. di sottoscriverla (cf. la formula, che è del più alto interesse dogmatico, in G. Bardy [V. BIBLICA.], pp. 13-19). Il vescovo d'Antiochia fu sordo a questo ammonimento e continuò a scandalizzare i fedeli tanto per il suo insegnamento che per la sua condotta. S'imponeva un nuovo concilio, che si riunì ad Antiochia nel 268. I vescovi, in numero di 70 o 80, esaminarono accuratamente i retori contro il Samosatese. Si trattava soprattutto di mettere in chiaro la sua dottrina e di convincerlo di errore; vi riuscirono, grazie alla insigne cultura del prete Malchione. S'impegnò fra i due una lunga discussione teologica, che fu stenografata. Se ne conservò per molto tempo il testo. I frammenti che restano sono stati riuniti dal Bardy (op. cit., pp. 34-79). P., condannato e deposto, fu sostituito da Donno, figlio del precedente vescovo, Demetriano. Il Concilio fece conoscere la sua decisione per mezzo di una lettera enciclica indirizzata a Dionigi di Roma, a Massimo d'Alessandria e a tutti i vescovi e al clero della cristianità.
P., forte della protezione di Zenobia, rifiutò di lasciare l'episcopio e poté ancora fare la figura di vescovo per coloro, abbastanza numerosi, che aveva guadagnati alla sua causa. Solo nel 272, al tempo del passaggio dell'imperatore Aureliano ad Antiochia, gli ortodossi potranno rientrare in possesso della casa della Chiesa, e seguito a ricorso all'Imperatore. Questi «ordino che la casa fosse attribuita a coloro a cui i vescovi d'Italia e della città di Roma l'avrebbero aggiudicata». E così P. fu ignominiosamente cacciato dalla chiesa dal braccio secolare (Eusebio, Hist. eccl., VII, 30, 19). Dopo questa espulsione, P. sopravvisse per qualche tempo, difeso da discipoli fedeli alla sua teologia che si organizzarono ad Antiochia in comunità separata. Nel 19° canone il Concilio di Nicea confermò l'uso di ribattezzarli, quando ritornavano alla Chiesa cattolica. Erano chiamati paulani, posti a paulianizzanti; verso la fine del sec. IV, la setta scomparve.
II. DOTTRINA
Se ci si attiene alle grandi linee, è facile dare un'idea chiara della dottrina eretica di P. Fu insieme monarchiano e adozionista; negò il dogma della Trinità e quello dell'Incarnazione; per lui non esiste che un solo Dio, il Padre,PAOLO DI SEMASOTA - PAOLO DI TEBE
ricevette la visita di s. Antonio, allora nonagenario, che aveva saputo per rivelazione la sua dimora. Morì poco dopo questa visita, verso il 341, e fu s. Antonio che venne a seppellirlo avvolgendolo nel mantello avuto in dono da s. Atanasio, mentre si appropriò della tunica di P. che indossava poi nelle solennità di Pasqua e Pentecoste.
Questa la sostanza della Vita Pauli scritta da s. Girolamo, la quale, se è un gioiello letterario, mostra che l'autore sapeva molto poco del suo protagonista e al di fuori di qualche nota caratteristica - P. eremita, ignoto al mondo, più santo di Antonio - vi ha profuso elementi fantastici e comuni, così che già a quel tempo si dubitò della personalità storica di P. L'esistenza di P. non deve però ritenersi una pura invenzione letteraria di s. Girolamo.
Rimane incerta la questione se il P. che compose lo scisma di Ossirinco, di cui si parla nella supplica rivolta nel 383-84 agli imperatori Valentiniano, Teodosio ed Arcadio dai due preti luciferiani romani Marcellino e Faustino, si debba identificare col nostro P. o si debba ammettere un altro Paolo eremita di Ossirinco. La prima ipotesi avrebbe il vantaggio di mostrare che P. non sarebbe stato poi così ignoto come lo descrive s. Girolamo, ma avrebbe condotto una vita eremitica molto simile a quella di Antonio, ricevendo qualche visita di discepoli e di ammiratori e occupandosi talvolta degli affari della Chiesa. La cronologia invece e la topografia sembrano piuttosto suffragare la distinzione.

mentre il Verbo e lo Spirito Santo non sono ivi ripostati eterne come quella del Padre. Tutt'al più accordò al Verbo una sussistenza transitoria e mal definita. «Riguardo all'Incarnazione egli diceva che il Cristo era un uomo comune» (anon., De sectis, 3, 3: PG 86, 1213-16). Insisteva sulla superiorità di Cristo su Mosè e i profeti; la saggezza divina abitò in lui come in un tempio in grado eccezionale, ma egli non è Dio.
Volendo entrare nei particolari del sistema si deve ricorrere a congetture, poiché mancano fonti sicure. P. non scrisse niente, la sua teologia è nota soltanto attraverso frammenti, che provengono dai resoconti stenografici della discussione tra lui e il prete Malchione e dalla lettera sinodale del 268. Si ha inoltre, come testimonianza diretta, la lettera dei sei vescovi, scritta dopo il Concilio del 264. Le testimonianze indirette abbondano a partire dal sec. IV, ma forniscono poche indicazioni precise e s'indugiano quasi sempre sul paragone tra la dottrina di P. e quella di altri eretici, come Artemone e soprattutto Teodoro di Mopsuestia e Nestorio.