PAULICIANI

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PAULICIANI. - Eresia di carattere dualistico-gnostico, nell'Impero bizantino. Il nome p. è stato dato alla setta dagli avversari, o per un loro supposto nesso con le dottrine di Paolo di Samosata (come tende a dimostrare il Conybeare), o secondo uno dei loro primi capi, un armeno di nome Paolo, o poiché la setta ostentò un particolare entusiasmo per l'apostolo Paolo, mentre vennero da essa respinti gli scritti di Pietro.

Furono chiamati anche neo-manichei poiché il loro dualismo rigoroso doveva ricordare le analogie concezioni manichee (e marcionite); i p. stessi protestarono vivamente contro l'asservizio di una tale dipendenza e furono sempre pronti ad anatematizzare Mani. Occorre però tenere presente che la setta, Messaliani (v.), non esitò a dis-simulare e a rinnegare le proprie dottrine nei tempi della

persecuzione. Essi stessi si chiamarono semplicemente «cristiani», mentre «servarono il nome di «romani» ai cattolici.

L'origine della scelta è oscura. Come suo fondatore viene considerato un certo Costantino (chiamato Silvano, secondo l'uso dei p. di dare ai propri capi i nomi di collaboratori dell'apostolo Paolo), oriundo delle vicinanze di Samosata e che propagò le sue idee verso la metà del sec. VII a Kibossa, nelle regioni dell'Armenia, mentre altri capi agivano nella Licaonia e nella Friglia. Dopo la morte di Costantino (lapidato dopo 37 anni di governo) gravi discorde interne agitarono la seta per parecchi decenni. L'atteggiamento dell'autorità imperiale verso la seta fu oscillante. Qualche imperatore, particolarmente Niceforo I (802-11), si era mostrato non sfavorevole ai p., che si erano rivelati buoni soldati e che perciò furono arruolati nell'esercito imperiale e trasferiti nelle regioni minacciate dalla pressione bulgara, nella capitale o nella Tracia. Ma sotto l'imperatore Michele (811-13) riprese la decisa repressione della seta, continuata da Leone V (813-20) e con particolare severità eseguita sotto Teodora (842-56). Una grande parte dei p. si rifugiò allora in territorio persiano, donde commiserò ogni sorte di vessazioni contro le province limitrofe bizantine finché furono definitivamente sconfitti dall'imperatore Basilio I (871). Fazio si gloria, nella sua enciclica dell'a. 866, di aver ricondotto molti p. della capitale all'ortodossia. Nella Tracia i p. sembrano avere sopravvissuto nei borgomili (v.), nell'Armenia nel movimento dei thondraci (prima metà del sec. IX). I p. ritenevano di formare la vera chiesa cattolica; la loro dottrina fondamentale sta nella netta distinzione tra il Creatore e Signore di questo mondo ed il Dio celeste, autore degli spiriti. Essi negano, conseguentemente, la Incarnazione; Cristo è, secondo essi, un angelo da Dio chiamato Figlio e mandato al genere umano; pertanto respingono il Vecchio Testamento, i Sacramenti (il vero Battesimo si dovrebbe trovare nelle parole di Cristo, ed esse sole sarebbero anche la vera cena preparata dal Signore), come respingono anche la gerarchia ecclesiastica e il monachismo; invece della Croce e delle immagini sacre si deve venerare il Vangelo poiché contiene le parole di Cristo; i p. pretesero, insomma, di rappresentare un cristianesimo più puro e più spirituale. Simili movimenti si sono manifestati nell'Armenia fino ai tempi recenti.

Bibl.: Petrus Siculus, Hist. haereses Manichaeorum qui et Pauliciani: PG 104, 1239-1304; id., Sermones contra Paulic., ibid., coll. 1305-49; Euthymius Zigabenus, Panoplia dogmatica, tit. 24: PG 130, 1189-1243; Karapet Ter-Mkrtchian, Die Pauliciner im byzantinischen Kaiserreich u. verwandte letzterische Erscheinungen in Armenien, Lipsia 1893 (ivi anche le fonti armene); Fr. Conybeare, The Key of Truth. Manual of the Paulician Church of Armenia, Oxford 1898; V. N. Sharenkoff, A study of Manichaeism in Bulgaria, Nuova York 1927; G. Cront, La lutte contre l'hérésie en Orient jusqu'au IXe siècle, Parigi 1933; V. Grumel, Les regrets des actes du patriarcat de Constantinople, I. fasc. II, Les regrets de 715 à 1043, Kadi-Köy (Calcedonia) 1936; E. Grégoire, Les Pauliciens et l'iconoclasme, in Mélanges Cumont, Bruxelles 1936, pp. 723-30.