NOVAZIANO E NOVAZIANISMO

NOVAZIANO e NOVAZIANISMO. - N. fu presbitero romano del III sec., fondatore della Chiesa scimatica dei novaziani.

La forma esatta del nome è senza dubbio Novazianus, e non Novatus (Novato) come lo chiamano Eusebio (Hist. eccl., VI, 43) e posteriore letteratura greca (accanto alle forme Novato, Novato). I novaziani si designarono come «i puri» (καθαροί = mundi), in opposizione ai membri della Chiesa cattolica macchiata dalla comunione con i peccatori.

I. FONTI

Quanto si possiede non è privo di una certa passione; particolarmente le lettere di Cornelio non vedono in lui che «un mostro di astuzia e malvagità» (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 6). Le notizie contemporanee sono: 1) la collezione delle lettere cipriane, (Ep., 44-55; 59-61; 68; 69; 73) con lettere di Cipriano, di Cornelio e dei confessori romani. 2) La narrazione di Eusebio, proveniente da una raccolta di lettere romane, con estratti cospicui di una lettera di Cornelio a Fabio d'Antiochia (Hist. eccl., VI, 43, 4-22). 3) Le lettere di Dionigi d'Alessandria, tra cui una allo stesso N. (Eusebio, ibid., 45). 4) Il trattato pseudocipriane Ad Novatianum (ed. G. Hartel, CSEL, III, 3, pp. 52-69), composto da un vescovo africano (v. B. Capelle, in Bull. d'ancien littér. chrét. lat., 1924, n. 236). Le relazioni posteriori sono più importanti per la conoscenza del novazianismo, che non per quella di N. (s. Ambrogio, De paenientia [PL 16, 465-524]; Paciano di Barcellona nelle 3 lettere al diacono novaziano Semproniano [PL 13, 1051-82]). In Oriente scrisero contro il novazianismo Eusebio di Emesa, s. Basilio, s. Gregorio di Nazianzo, il Crisostomo. La storia delle comunità novaziane viene descritta con una certa simpatia nella Historia ecclesiastica di Socrate (PG 67).

II. VITA DI N

N. era originario di Roma o, almeno, d'Italia. Filostorgio (Hist. eccl., VIII, 15) lo dice nativo della Frigia, per la tendenza a stabilire un legame

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NovaEiano, cimitero detto di - Iscrizione dedicatoria al martire N.

guito ai lavori stradali. Il secondo invece, messo in luce nel 1929, e non ancora completamente esplorato, è conservato assai bene. L'area cimiteriale è stata scavata in modo molto regolare. Dall'ingresso primitivo, situato ad ove

tra la dottrina di N. ed il rigorismo della profezia frigia (v. MONTANO E MONTANISMO). La sua conversione avvenne in età matura, fu uomo di grande ingegno, verosimile nelle lettere sacre e profane, dotato soprattutto di una perfetta arte oratoria, facendo (Cipriano [Ep., 55, 24; 60, 3]: «facundiae venenata iacula contorquens»; Girolamo [Ep., 36, 1]: «eloquentissimus vir»). Anche le espressioni ironiche con cui Cornelio presenta N. a Fabio d'Antiochia (ὁ δαμάσιος, ὁ λαμπρότατος, ὁ δαμάσιος [Eusebio, loc. cit.]). Attestato la stima goduta da N. nella comunità romana. N. era anche consapevole della propria superiorità culturale (Cipriano, Ep., 55, 24), ambizioso, di carattere austero e poco socievole. Il Battesimo gli era stato conferito durante una grave malattia, per aspersione, senza la Confermazione (σφραγίς) da parte del vescovo. Nella Chiesa antica si diffidò alquanto del Battesimo dei «clinici», tuttavia, per le sue qualità eccezionali, N. fu ordinato «presbitero» da un vescovo romano (probabilmente s. Fabiano), superando l'opposizione del clero e di alcuni laici. Nella storia N. appare, la prima volta, al tempo della persecuzione di Decio. Durante la lunga vacanza della Sede Apostolica dalla morte di Fabiano (genn. 250) all'elezione di Cornelio (marzo 251) egli occupava una posizione di primo grado tra il clero romano. Fu N. a scrivere due delle lettere inviate dai presbiteri romani a Cartagine, intorno alla questione delicata dei «lapisi» (Ep., 30, 36 nella raccolta cipriane). N. allora manifestò il suo pieno accordo con le idee del primate d'Africa (v. LAPS). Ma quando nel marzo 251 una grande maggioranza elesse Cornelio alla sede di Roma, N., spinto anche dall'agitatore africano Novato, si pose alla testa di un partito rigorista di alcuni presbiteri e confessori e si fece consacrare vescovo da tre ingenui vescovi campagnoli che, secondo Cornelio, mezzo ubriachi, lo avrebbero ordinato alla ora decima (Eusebio, op. cit., VI, 43, 8-9). Lo scisma si manifestò subito molto violento. N. si diede ad una propaganda attivissima; respinto da s. Cipriano, cercò di guadagnare particolarmente le Chiese d'Oriente. Non ebbe successo presso Dionigi d'Alessandria che lo invitò insistentemente a ritornare all'unità: «Bisogna sopportare tutto piuttosto che lacerare la Chiesa di Dio» (v. Ch. L. Feltoe, The letters and other remains of Dionysius of Alexandria, Cambridge 1904, p. 62); ma Fabio d'Antiochia, a un certo momento, deve aver inclinato verso lo scisma (Eusebio, op. cit., VI, 44, 1). Dionigi, nella forma di una consultazione, tentò di ricondurlo ad una pratica più mite verso i lapisi e, dopo la morte di Fabio, intervenne personalmente ad un concilio convocato ad Antiochia, in cui venne ristabilita la pace tra le Chiese d'Asia, gravemente turbata dal rigorismo novaziano (Eusebio, op. cit., VII, 5, 1). CORNELLO (v.) riunì, nell'autunno del 251, una sessantina di vescovi e molti preti e diaconi in un concilio romano, in cui N. fu solennemente scomunicato, mentre venne assicurata la riconciliazione a tutti i libellatici e, almeno in pericolo di morte, anche ai sacrificati.

Sulle vicende degli ultimi anni e sulla morte di N. mancano notizie precise. Secondo la testimonianza di Socrate (Hist. ecc., IV, 28; PG 67, 540), N. morì martire sotto Valeriano (257-58). Concorda l'asserenza del diacono novaziano Semproniano secondo cui Cipriano, in una sua lettera, alludendo a N. scrisse: «praecressit me adversarius meus» (Paciano, Ep. II ad Sympionianum; PL 13, 1062). Dal primo capitolo del De cibis Iudaicis risulta che N. visse qualche tempo lontano dalla sua comunità, probabilmente in esilio; tale morte potrebbe essere stata considerata come martirio.

III. IMPORTANZA DOGMATICA DELLO SCISMA DI N

Si è voluto vedere nella riconciliazione dei lapisi da parte di s. Cipriano e s. Cornelio una rottura con l'antica concizione della Chiesa («Chiesa di santi» che esclude definitiivamente i gravi peccatori), e N. rappresenterebbe la protesta della primitiva Chiesa della salvezza contro la Chiesa dei Sacramenti e dei sacerdoti (H. Koch). Certo, come al tempo di Tertulliano, anche alla metà del III sec. vi furono dei vescovi rigoristi che chiusero del tutto la Chiesa ai lapisi. Ma che queste tendenze rigoriste non rappresentassero la tradizione antica, risulta dal fatto indiscutibile che s. Cipriano e i confessori romani, del resto

incilini alla severità, e lo stesso N., all'inizio, ammiserò la possibilità della riconciliazione degli apostati. La questione che preoccupò tanto s. Cipriano, non fu, se si dovesse concedere ai lapisi la «venia» ecclesiastica, ma quando essa doveva essere data. Valeva cioè a Cartagine come a Roma il principio della «pazientia plena et iusta»; la pace sarebbe stata data, ma il frutto della riconciliazione non poteva venire preso «crudo tempore» (Cipriano, Ep., 16, 2 e nota la identica affermazione di N. in Ep., 36, 1). Non sono dunque Cipriano e Cornelio gli autori di un cambiamento rivoluzionario della prassi penitenziale, e N. non è l'avvocato della tradizione antica: fu N. a cambiare. Al tempo della persecuzione egli non respinse che la riconciliazione prematura dei lapisi e considerò il loro desiderio della pace ecclesiastica come l'adempimento di un dovere evidente (Ep., 30, 7); consentì alla stessa riconciliazione dei moribondi che non avevano ancora prestato la piena penitenza, anzi, in questo punto, egli, con il clero romano, mostrò la via a s. Cipriano. Il suo scisma non ha dunque la radice nella questione penitenziale. Questa doveva giustificare la sua ribellione contro s. Cornelio dovuta ad ambizione e rivalità personale. Come N. non esitò di allearsi, contro Cornelio, con l'intrigante africano Novato, capo dei lasisti a Cartagine, così rinnegò la propria posizione inizialmente moderata, negando poi alla Chiesa il diritto di

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N. (da E. Jasi, in Riv. d'arc. crist., II [RHI]) Novaziano, CIMITERO detto di «Pianta del 2° piano del cimitero. La pianta è stata aggiornata.

condonare l'apostasia, persino al momento della morte (Ep., 55, 28). S. Cipriano non manca di notare l'incoerenza di N.; che mentre crudelmente respinge i lapsi, tollerata nella sua comunione i fraudatores et moechi (Ep., 55, 26). I novazioni posteriori, più logici, escludono difatti dalla riconciliazione anche gli altri re di peccati gravi.

IV. LE OPERE E LA DOTTRINA

Della eredità letteraria di N., secondo S. Girolamo (De viris illu-stribus, 70) assai cospicua, sono certamente autentici: due trattati, che nella tradizione manoscritta vanno sotto il nome di Tertulliano: De Trinitate (composto probabilmente prima dell'a. 250) e De cibis iudacis (scritto dopo lo scisma); due trattati, De spectaculis e De bono pudicitiae, che avevano trovato posto tra le opere di S. Cipriano; finalmente le due lettere a S. Cipriano (Ep., 30, 36).

Il De spectaculis inculca il divieto di assistere alle rappresentazioni teatrali pagane, nel De bono pudicitiae N. esalta i diversi gradi della castità (verginità, continenza nel Matrimonio, fede coniugale); il De cibis iudacis è una lettera pastorale inviata dall'esilio alla comunità novaziana di Roma, per dimostrare che il tempo dell'antica legge è finito, che i cristiani sono liberi da ogni divieto relativo ai cibi, fatta eccezione della carne sacrificata agli idoli. Una notevole influenza sulla teologia occidentale esercitò il trattato dedicato al dogma trinitario. N. vi si dimostra debitore di Teofilo di Antiochia, di Irenoe, Ippolito e particolarmente di Tertulliano (Adversus Praxeam); si nota perfetta identità tra il Verbum di Tertulliano e il Sermone di N. Pur conservando qualche traccia della distinzione tra Logos endidhetos e Logos prophorikós, N. supera il maestro con l'affermazione della nascita eterna del Figlio; non è più la «processione» dal Padre, alla creazione del mondo, a dare al Figlio lo stato di ipostasi distinta. N. respinge ugualmente il modalismo (Sa-bellio) come l'adozianismo. Non manca in N. la nota subordinazione dei suoi predecessori. Solo il Padre è invisibile, il Figlio si è mostrato nelle teofanie, è subordinato e inferiore al Padre. La teologia dello Spirito Santo presso N. è più rudimentale. I Macedoniani invocano la sua autorità. Occorre però notare che la sua asserita inferiorità, per rapporto al Figlio, sembra essere dello stesso ordine che la subordinazione del Figlio al Padre. Questi, sorgente della vita divina, la comunica al Figlio, che la trasmette allo Spirito Santo.

V. LA CHIESA NOVAZIANA

Il novazianismo si propagò come 80 anni prima il montanismo: anche i postulati di N. apparirono a molti come un movimento di rinnovamento spirituale nel seno della stessa Chiesa, la questione penitenziale poteva sembrare cosa puramente disciplinare. Si aggiunse l'attività propagandistica di N. «Egli manda in moltissime città nuovi apostoli scelti dal lui», dice S. Cipriano già nel 252 (Ep., 55, 24). Presto ci furono chiese novaziane in quasi tutto l'Impero, dando allo scisma un carattere ecumenico. Il rigorismo, nello sviluppo posteriore, fu ancora accentuato, la riconciliazione negata a tutti i peccatori gravi. Così visse per secoli accanto alla Chiesa cattolica una Chiesa scismatica, che sostenne con i cattolici la lotta e le persecuzioni della controversia ariana e macedoniana. L'attaccamento sincero dei novaziani alla omosia procurò loro il favore degli imperatori cattolici. Costantino I nell'a. 326 permise loro di possedere chiese e cimiteri. Se l'Imperatore abbia 10 anni più tardi veramente revocato questo editto di tolleranza, non è certo (cf. I. Daniele, I documenti costantiniani della Vita Constantini di Eusebio di Cesarea, Roma 1938). Il Concilio di Nicea (can. 8) si mostrò molto conciliante con i novaziani; tornando alla Chiesa, le loro Ordinazioni sarebbero state considerate valide e i loro vescovi autorizzati a ricevere gli onori del loro titolo. Teodosio I riconfermò ai novaziani l'uso delle loro chiese, a causa della loro ortodossia trinitaria, provata nella disputa religiosa (383) in cui il vescovo novaziano Agelio ed il suo lettore Sisini avevano preso una parte importante (Socrate, Hist. eccl., V, 10: PG 67, 584-93). Ma gli imperatori Onorio (a. 412; Cod. Theod. de haer., 52) e Teodosio II (ibid., 59) compresero i novaziani nella legislazione antieretica. A Roma Innocenzo I (401-17) e Celestino I (422-32) tolsero loro le chiese (Socrate, Hist. eccl., VII, 9 e 11), ad Alessandria furono chiuse da Cirillo (Socrate, ibid., VII, 7). Ma la setta sembra stata forte nella Chiesa orientale ancora per parecchio tempo, perché alla fine del vi sec. il patriarca Eulogio d'Alessandria compose contro i novaziani un'opera in 6 libri di cui Fozio ha conservato degli estratti.
BIBL.: A. D'Alc, Novatien, Parigi 1924; Moricea, I, pp. 502-505, 543-58; H. Koch, Cyprianische Untersuchungen, Bonn 1926; id., N., römischer Priester u. Gegenbischof, in Pauly-Wissowa, XXXIII, coll. 1138-56; E. Amann, 8. V. in DTHC, XI, coll. 816-49; M. Kriebel, Studien zur älteren Entwicklung der abendländischen Trinitätslehre bei Tertullian u. Novatian, Ohlau 1932; W. Keilbach, Divinitas Filii eiusque Patri subordinatio in Novatiani libro de Trinitate, Zagabria 1933; B. Poschmann, Paenitentia secunda, Bonn 1940, pp. 370-97; A. Ferrara, Novatiano bautentia secunda, Bonn 1940, pp. 370-97