NATALI, MARTINO. - Scolopio e giansenista, n. a Bussana (Imperia) il 21 dic. 1730, m. a Pavia il 28 giugno 1791. Discepolo di G. B. Curlo, a Roma contrasse amicizie con i più tenaci avversari dei Gesuiti e i più caldi favoreggiatori del giansenismo ed ebbe modo di esprimere le sue idee. Ammonito, non cedette, ma crebbe con singolare violenza il suo carattere polemico, si da attirare sul suo nome il sospetto dello stesso S. Uffizio.
Ne fu motivo un corso di 500 tesi De summo Pontifice deque S. Romanae Ecclesiae cardinalibus e la stampa di queste e di altre tesi (presso l'editore romano Zempel), nelle quali sotto l'apparenza di difendere verità cattoliche insinuava teorie gianseniste. Ripreso dal p. Mamachi e sottoposto a un esame del S. Uffizio, non ne uscì condannato, però gli fu proibito di continuare l'insegnamento teologico nel Collegio Calasanzio (1763). Trasferito a Urbino, nell'anno successivo, con il favore di amici, rientrò in Roma, dove con tono aggressivo scrisse: Lettera d'un chierico delle Scuole Pie scolare del p. M. N., al p. maestro Mamachi di Scio, teologo casanatense a giustificazione di sé. Fu dal 1766 al 1769 prefetto delle scuole del Collegio Calasanzio, anno in cui ebbe l'ordine di trasferirsi a Milano per una cattedra di teologia dogmatica nell'Università di Pavia. Del corso pavese sono le opere: S. Augustini doctrina de Gratia Dei (Pavia 1786); Scriptura et Patrum doctrina de Deo eiusque attribuitis seu praelectionum theologicarum ad usum auditorum (ivi 1787-1788). Inoltre: Lettera contro il Tournely (ivi 1770); Lettera sopra la morte di Gesù e la sua discesa all'Inferno (ivi 1776), dove si rigetta la comune dottrina sul Limbo e si difende la libera discussione contro l'insegnamento comune in materia teologica; a quest'opera due anni dopo aggiunse un Sermone di s. Agostino in cui tratta della pena de' fanciulli morti senza Battesimo. Riuscirono particolarmente popolari i Sentimenti di un cattolico sulla predestinazione dei santi (ivi 1782), le Preghiere della Chiesa per ottenere da Dio la sua santa Grazia (ivi 1783) e un'Epitome all'opera di Francesco Veronico (ivi 1785). Fu pure collaboratore assiduo della raccolta pistoiese di Opuscoli interessanti la religione curata dal De' Ricci, traduttore di varia letteratura degli appellanti francesi, apologista della Chiesa scismatica di Utrecht, contro la storia di quella Chiesa, scritta dal Mozzi (v.), in un'operetta che lasciò incompiuta, concludendo infine con un lavoro davvero temerario: Dubbio sul centro dell'unità cattolica della Chiesa (ivi 1790); oscura visione della Chiesa da parte di un credente avvelenato e rivoluzionario ad oltranza. Il Codignola giustamente la considera il suo testamento letterario, teologico e polemico. Molti suoi amici la respinsero. Esplicò giansenisticamente il suo ufficio di censore regio, soprattutto nel caso del catechismo del Bellarmino, ricercando, come diceva, contro le «lolistiche dottrine» la «sana verità e dottrina», devoto sempre e umile al governo imperiale, quanto ostile e acido verso la Curia romana. Ebbe relazione costante con i principali giansenisti italiani ed esteri, ma non riuscendo ad elevarsi al di sopra della polemica, anche per la non geniale complessità della sua opera e del suo ingegno, restò solo un esponente audace e temerario del giansenismo ligure e del portico teologico pavese.