LATINE VERSIONI DELLA BIBBIA

LATINE VERSIONI DELLA BIBBIA. - Volgata (v.) geronimiana, erano in uso V. l., parzialmente conservate, nelle comunità cristiane di Africa e d’Europa occidentale. Fin dai primordi del cristianesimo in questi paesi latini si sentì il bisogno di una traduzione latina della Bibbia. S. Cipriano (m. nel 258) usa nei suoi scritti un testo biblico già tradotto; lo stesso si può affermare, con probabilità, di Tertulliano (m. dopo il 222). Un martire numida di Scillium (ca. il 180) si doveva riferire a testi latini, quando affermava di avere con sé «i libri e le lettere di Paolo uomo giusto» (Acta dei martiri scillitani). Per la Chiesa Romana si ha la testimonianza di Novaziano (m. nel 257-258). Quindi verso la fine del sec. II la Bibbia, o almeno parte di essa, era già stata tradotta in latino: era la Vetus Latina (v. ITALIA). Dal confronto, poi, tra i testi citati da Cipriano e quelli di Novaziano, risulta che i due scrittori usavano traduzioni differenti. Perciò, esistevano almeno due versioni, probabilmente solo parziali. La medesima conclusione suggeriscono i manoscritti biblici giunti a noi. Anzi per qualche libro, come per il Levitico, si possono individuare ben quattro versioni (cf. codd. Lugdunensis, Monacensis, Wircbergensis e testo usato da s. Agostino nelle Locutiones et quaestiones in Heptateuchum).

Tale fatto giustifica alquanto l’affermazione di s. Agostino, secondo cui i traduttori della Bibbia in latino erano stati innumerevoli (De doctrina christiana, II, 11, 16; PL 34, 43); il che sembra, però, dall’insieme, riferirsi al numero di autori diversi che avevano tradotto i singoli libri. S. Girolamo parla sempre di una versione al singolare, senza dubbio di quella in uso nella Chiesa Romana, mentre lamenta spesso la grande varietà di lezioni nei diversi esemplari. Difatti, per alcuni libri, come per l’Ecclesiastico e la Sapienza, finora non sono state addotte prove sicure di una pluralità di versioni. Da ciò risulta che, mentre taluni libri circolavano in due, tre o quattro versioni distinte, altri furono tradotti una sola volta.

Dalle date riferite si deduce solo che il lavoro cominciò verso la metà del sec. II e si estese forse sino alla fine del III. Pari incertezza regna circa le località in cui sorsero queste versioni anonime. Per motivi seri, basati su pretesi provincialismi linguistici e sull’uso degli autori africani, si pensa che la prima versione avesse origine nell’Africa settentrionale. Ma la necessità di una traduzione esisteva anche in altre regioni, ove il greco era compreso poco o nulla, come l’Italia settentrionale, la Gallia, la Spagna. Qualunque fosse la patria di origine della traduzione, oggi, per ragioni pratiche e per rispettare antiche testimonianze (del cartaginese Cipriano e del romano Novaziano) si preferisce parlare del testo «africano» e di testo «europeo». Tuttavia va notato che i due testi sono interdipendenti fra di loro, in quanto uno servì di aiuto per l’estensione dell’altro. L’individualizzazione di essi nei singoli casi è molto difficile anche nei libri che evidentemente li contengono, perché spesso i due testi si contaminarono nella loro trasmissione sia a vicenda sia con il testo della Volgata quando (sec. V. VI) questa prese il sopravvento.

Lo studio delle antiche V. I. è molto utile dal punto di vista linguistico, perché esse spesso riproducono forme grammaticali e vocaboli estranei alla lingua letteraria. Queste particolarità, specialmente di lessico, tanto interessanti per la storia del latino, costituirono uno dei motivi per la revisione di s. Girolamo, il quale – almeno per il Salterio – si propose di rendere «meno plebea» la dizione (Epist., 106, 54-56), riprovando quali «mostri verbali» taluni termini, come andullare o mollificare, coniugati dagli antichi traduttori oppure presi da dialetti (Epist., 106, 57). L’esame delle prime V. I. è proficuo anche per la critica testuale, a causa della loro fedeltà, sovente servile, al testo greco dei Settanta (solo il libro di Daniele fu tradotto dalla versione greca di Teodozione). Per lo studio critico dell’autorevolissima traduzione greca le antiche V. I. offrono il vantaggio di riprodurre un testo preesalpare (v. ESAPLE), perciò talvolta la loro testimonianza è da preferirsi a quella di taluni manoscritti greci. Nel Nuovo Testamento esse riproducono un buon testo del tipo occidentale. Tuttavia l’utilità, grande in teoria, di tali versioni spesso è resa dubbia in pratica, perché i loro manoscritti furono ritoccati sovente secondo altre recensioni greche o uniformati al testo della Volgata. Cinque libri, non tradotti da Girolamo, sono ancora letti dalla Chiesa nella loro antica V. I. (Baruch, Ecclesia-stico, Sapienza, I e II Maccabei).

Difettano manoscritti dell’intera Bibbia nelle versioni pregeronimiane. Il codice Sessorianus (a S. Croce in Roma) del sec. VIII-IX comprende quasi tutto il Nuovo Testamento, ma solo in brani frammentari.

Si tratta del diffuso Speculum scritturistico, attribuito falsamente a s. Agostino. Abbastanza numerosi sono i codici evangelici, designati con le lettere minuscole dell’alfabeto latino. I più notevoli sono: cod. a, Vercellensis (sec. IV), attribuito a s. EUGENIO (v.), contenente ampi frammenti dei quattro Vangeli; cod. b, Veronensis (sec. V), famoso per la sua bellezza, contenente tutti e quattro Vangeli; cod. d, Bezae o Cantabrigiensis (sec. VI), ossia la parte latina del bilingue D. Esso contiene i quattro Vangeli e quasi tutti gli Atti degli Apostoli; cod. f, Bri-anus (sec. VI), scritto molto elegantemente, con i quattro Vangeli interi; cod. ff, Corbeiensis (ora a Parigi nella Bibliothèque nationale) del sec. V. VI; i cod. g, e g, tutti e due Sangermanenses (ora entrambi a Parigi), dei sec. IX e X, sono misti perché in molti punti riportano il testo della Volgata geronimiana.

I codici elencati, con diversi altri, rappresentano il cosiddetto testo «europeo». L’africano è offerto dal cod. e, Palatinus del sec. v (ora nel Museo di Trento; un foglio a Dublino) con i quattro Vangeli mutili, e dal

cod. k, Bobiensis del sec. IV-V (ora a Torino), che contiene solo Mc. 8, S; Mt. 15, 36.

Per gli Atti degli Apostoli, oltre al menzionato codice Bezae Cantabrigiensis, basta ricordare il cod. e, Laudianus bilingue del sec. VI, scritto in Sardegna ed ora alla Bologna di Oxford. Il cod. d, Bobiensis palinsesto (ora nella Biblioteca nazionale di Napoli), oltre a frammenti degli Atti, contiene anche brani notevoli della Lettera s. Giacomo e della II di Pietro. Per le lettere paoline sono da segnalare, oltre ai pochi codici bilingui, i frammenti di Frisinga (r, Frisingensis, ora a Monaco) del sec. VI-VII.
Del Vecchio Testamento si ha l'Epitaeuco, in genere in stato frammentario, oppure in unione ad alcuni libri con il testo della Volgata, nei cod. : Lugdunensis del sec. VI-VII; Wirchergensis del sec. V-VI; Monacensis ed Ottobonianus (Biblioteca Vaticana) del sec. VII-VIII. I libri storici si possono ricostituire quasi interamente da vari codici, dei quali i principali sono : il Vindobonensis (ora nella Biblioteca nazionale di Napoli) del sec. VI; il Complutensis (ora a Madrid) del sec. IX; il Vaticanus del sec. IX ed il Monacensis del sec. IX. Il Salterio è contenuto in una decina di codici, dei quali basta ricordare il Veronensis del sec. VI, il Sangermanensis del sec. VI, il Mediolanensis del sec. IX ed il Psalterius monzabaticum. I libri sapienziali non inclusi nella Volgata si possono leggere nei cod. : Vindobonensis, del sec. V-VII; Tolosanus, del sec. VIII-IX; Veronensis, del sec. VII, e nel Monacensis. I libri profetici sono rappresentati dai cod. Wirchergensis, Constantinianus-Weingartenensis del sec. V-VI, disperso in varie biblioteche, Sangermanensis del sec. V-VI, Gothicus Legionensis del sec. X e dal Veronensis del sec. VIII.
Gran parte di questi e di altri manoscritti è stata già pubblicata in edizioni particolari. Una ricostruzione del Vecchio Testamento con testimonianze raccolte nei vari codici e desunte dalle opere dei Padri fu tentata nel sec. XVI da Flaminio Nobili (v.). Molto più perfetta e completa risultò l'opera di P. Sabatier, Bibliorum Sacrorum latinae versionis antiquae seu vetus Italica et ceterae quaecumque in codicibus mss. et antiquorum libris reperiri potuerunt, 3 voll. (Reims 1739-43; 2a ed., ivi 1751). In questi anni i monaci benedettini di Beuron preparano un nuovo Sabatier (v. DENK), che corrisponde alle esigenze ed alle condizioni della scienza attuale. Finora è uscito il fascicolo introduttivo con un foglio di saggio (cf. Biblica, 31 [1950], pp. 116-18) dal titolo : Vetus latina, Die Reste der altlateinischen Bibel nach Petrus Sabatier neu gesammelt und herausgegeben von der Erzabtei Beuron. I. Verzeichnis der Sigel für Handschriften und Kirchenschriftsteller, Friburgo in Br. 1949. L'Accademia di Berlino ha pubblicato i Vangeli di Matteo (1938) e di Marco (1940), curati da A. Jülicher. Molti testi si possono leggere in Old-Latin biblici texts (I-VII, Oxford 1883-1923), ed in Collectanea biblica latina (I-V, VIII, Roma 1912-21, 1915). - Vedi tav. LVII.

Bibl.: P. Corssen, Bericht über die lateinische Bibelübersetzung, in Jahresbericht klassisch. Altertumswissenschaft, 101 (1890), pp. 1-83; L. Mèchineau, Versions latines, in DB, IV, coll. 07-123; W. Drum, The old Latin text, in Ecclesiastic review, 59 (1918), pp. 89-99; Morica, I, pp. 32-48; Fr. Stummer, Einführung in die lateinische Bibel, Paderborn 1928, pp. 4-76; K. Schäfer, Untersuchungen zur Geschichte der lateinischen Übersetzung des Hebräerbriefes, Friburgo in Br. 1929; id., Die Überlieferung des altlateinischen Galaterbriefes, Braunschg 1939. - Per la lingua delle versioni pregeroniniane : C. Cavedoni, Saggio della latinità biblica dell'antica volgata Italia, in Opuscoli religiosi, letterari e morali, VII, Modena 1860, pp. 161-80, 321-46; H. Rönsch, Italia und Vulgata, Marburg 1869; 2a ed., ivi 1875; W. Süss, Studien zur lateinischen Bibel, Tartu 1932; id., Das Problem der lateinischen Bibelsprache, in Historische Vierteljahrschrift, 27 (1933), pp. 1-39; G. Devoto, Storia della lingua di Roma, Bologna 1940, pp. 309-14; P. Numminen, Qua ratione in versione afra vocabula collocata sint (Annales Academiae scientiarum, Finnicae, B 60, 1), Helsinki 1947.