VOLGATA. - Versione ufficiale della Bibbia nella Chiesa latina, chiamata Vulgata editio librorum sa-
cronum dal Concilio di Trento (1545-63) in poi. Gli antichi esegiti, in particolare s. Girolamo, adoperavano il vocabolo SETTIMANA SANTA (v.), diffusissima sia nel suo testo greco che nella versione latina.
I. STORIA DEL TESTO
La V. è strettamente legata al nome di s. Girolamo, che applicò tutta la sua energia e la rara competenza scritturistica per offrire alla Chiesa latina una versione corretta della Bibbia in sostituzione delle varie traduzioni scadenti circolanti ormai con non pochi errori. La necessità di un testo criticamente sicuro era avvertita da persone colte, come s. Agostino (De doctrina christiana, II, 16: PL 34, 43) ed il papa Damaso. E difatti s. Girolamo iniziò l'opera proprio per consiglio del papa Damaso a Roma nel 383-84; essa fu completa solo oltre un ventennio dopo, nel 405-406.La V. è detta versione geronimiana. L'affermazione è giusta solo approssimativamente. Taluni libri, infatti (Baruc, Ecclesiastico, Sapienza, I e II Maccabei, le parti deuterocanoniche di Ester), non devono nulla allo Stridonense, che trascurò questi libri non compresi nel canon ebraico (v. BIBBIA). Dei libri del Nuovo Testamento nessuno fu tradotto da Girolamo, il quale si limitò a rivedere sui migliori codici greci i quattro Vangeli (cf. la lettera dedicatoria al Papa: PL 29, 557-62) e meno accuratamente gli altri libri. La revisione degli Atti e delle Lettere degli Apostoli è negata ancora da alcuni studiosi moderni, sebbene con argomenti non apodittici. Riguardo al resto del Vecchio Testamento, il Salterio è una versione di Girolamo, ma dal testo greco dei Settanta, compiuta a Betlemme verso il 390; gli altri libri protocanonici furono tradotti dal testo originale fra il 391 ed il 406; mentre i libretti di Giuditta e di Tobia furono resi in latino, usando un testo aramaico, che probabilmente non era l'originale, ma solo una traduzione dell'ebraico.
Come si vede, la V. non è un'opera organica, compiuta secondo principi ben determinati. Perciò non è facile darne un giudizio complessivo. La parte non attribuibile a s. Girolamo va giudicata come le antiche versioni (v. LATINE, VERSIONI della BIBBIA). Per qualche libro, come per i Maccabei, si può dimostrare che non sempre la scelta fra le varie versioni in circolazione sia stata la più felice. Il Nuovo Testamento si presenta con un testo molto stimato dai critici, che lo utilizzano volentieri nelle loro edizioni greche; ma il fatto stesso che Girolamo non era volle corregge nei suoi commenti paolini la lezione della V. è segno che egli solo per non offendere l'eccitabilita dei contemporanei con una novità non assolutamente necessaria si accontentò di una revisione piuttosto superficiale. Per il Vecchio Testamento, il testo del Salterio è senza dubbio inferiore, dal punto di vista della critica testuale e per chiarezza, a quello del geronimiano Psalterium ex Hebraeo, che è una traduzione diretta del testo originale, la quale non ottenne mai l'ammissione nella V.
Il valore critico della versione degli altri libri, pur essendo complessivamente molto soddisfacente, è vario. Ciò dipende dal lungo periodo di tempo in cui si prostrasse il lavoro, da difficoltà intrinseche e da fattori esterni, come dalla rapidità (il Cantico dei Cantici, i Proverbi e l'Ecclesiastico furono tradotti in tre soli giorni) o dall'opinione personale circa l'ispirazione di qualche libro (Giuditta fu tradotto di malavoglia in una notte, Tobia in un giorno).
Rispetto alla antiche versioni, l'opera di Girolamo h

a il vantaggio prezioso di provenire direttamente dai testi originali, non da una traduzione, la quale già si discosta assai dall'ebraico, suscitando problemi difficili. I disastri di critica testuale. La competenza linguistica e l'aiuto di dotti rabbini, in taluni casi, eliminarono o ridussero possibili incomprensioni e quindi inesattezze nel tradurre. Il compito era inoltre agevolato dalle versioni greche e latine preesistenti, tenute sempre d'occhio. Come spiega spesso nelle prefazioni e nell'Ep. 106, Girolamo si propose una fedeltà accurata, ma non pedante, ed una certa eleganza stilistica per riparare alla lingua ed allo stile di carattere plebeo delle antiche versioni. Per ottenere quest'ultimo scopo e per rispettare talune leggende rabbiniche (cf. Los. 14, 15; Neh. 9,7), qualche volta egli trascurò alquanto l'esattezza: ma in genere anche i critici più prevenuti contro il grande biblista oggi sono concordi nel rilevare la perfezione dell'opera. Sono pochi i casi in cui s. Girolamo fraintese il testo (cf. Gen. 49,2; Ier. 31,15, ecc.); più spesso suppone (cf. Is. 16,1) od accentuata (cf. Is. 11,10; 12,3; 51,5) il senso messianico.
Il contemporanei accolsero con poco entusiasmo la nuova versione. Rufino raccolse tutte le accuse più clamorose, cui l'autore rispose sia in alcune prefazioni che nell'apologia (cf. Contra Rufinum, 11, 24-35; PL 23, 468-78) con la sua inconfondibile foga polemica. Anche s. Agostino, che pure lamentava lo stato delle antiche versioni, apparve alquanto sconcertato per la novità audace (cf. Epp. 71, 4-5; 82,35; PL 33, 242-43; 291; nell'epistolario geronimiano, Epp. 104, 4-5; 116,35; CSEL, LV, pp. 240-41; 421). Solo lentamente egli modificò il suo atteggiamento (cf. De doctrina christiana, IV, 15; PL 34, 96; De civitate Dei, XVIII, 43; CSEL, XL, 336). Per questo la versione incontrò una diffusione piuttosto lenta e contrastata. Il suo trionfo sulle antiche tradizioni fu dovuto innanzi tutto a s. MAGOG (v.), a s. CLARIO, ISIDORO (v.) di Siviglia ed a s. BIEDA (v.). Durante il periodo di incertezza circa la preferenza da accordarsi all'una o all'altra delle traduzioni avvennero non poche alterazioni testuali. Oltre agli errori, che fatalmente si introducevano in un libro ricopiatopessissimo, si ebbero contaminazioni reciproche; per cui una lezione di una versione antica penetrò nella nuova oppure il contrario. Il fenomeno fu già avvertito nell'antichità; si corse al riparo uniformando il testo con revisioni più o meno accurate. Siccome vi furono molti tentativi in questo senso, si ebbero i vari tipi di manoscritti, che per comodità pratica e seguendo anche buoni criteri ogget
tivi ora si raggruppano in codici «italiani», «spagnoli» ed «insulari» od «irlandesi».
Il tipo migliore è l’italiano, che proviene dalla revisione di Cassiodoro (sec. vi) nel suo monastero di Vivario e dalla recensione di Alcuino. Taluni codici spagnoli risentono l’influsso della recensione di Teodulo (sec. ix), mentre quelli insulari riportano di solito un testo molto diffuso anche in Francia con influssi della recensione di Alcuino (sec. viii), che compì il suo lavoro per incarico di Carlo Magno. La catalogazione dei manoscritti, però, spesso è fatta più per una necessità pratica, seguendo la tendenza predominante, che per perspicui motivi oggettivi. Non poche volte, infatti, i vari tipi di testo risultano coesistenti in un medesimo manoscritto. Il fenomeno fu notato dai teologi, che nei secoli XII-XIII si affaticarono per pubblicare un testo uniforme e sicuro. È correttori biblici (v.), che furono già preceduti in un certo senso dalle revisioni di S. DAMIANITI (v.), di S. Lanfranco (v.), di S. Stefano Harding (v.) MANIACORIA, NICOLA (v.). Il testo più diffuso, sia attraverso manoscritti che per mezzo della stampa subito dopo la sua invenzione, purtroppo fu uno dei meno perfetti, ossia quello in uso nell’Università di Parigi, e perciò detto «parigino» o Biblia Parisiensi.
II. AUTENTICITÀ DELLA V
Il Concilio di Trento nella sessione IV (8 apr. 1546), oltre a fissare il canone biblico (v. BIBBIA), definì l’autenticità della V. ed espresse il voto che presto si stampasse un’edizione corretta, la quale rivestisse un carattere ufficiale. Nello stesso tempo consacrò l’appellativo di V. Come è detto nel decreto (cf. Denz-U, 785), i Padri conciliari pensarono che «sarebbe stato vantaggioso per la Chiesa di Dio dichiarare quale fra le versioni latine dei Libri Sacri si dovesse ritenere per autentica»; perciò si stabilì e si dichiarò «che questa antica e vulgata versione, la quale fu approvata nella Chiesa attraverso l’uso di tanti secoli, nelle pubbliche letture, dispute, predicazioni e spiegazioni si ritenga per autentica e che nessuno arriscia o presume di rigettarla per qualsiasi pretesto».Si è molto discusso sul valore e sul significato di tale decreto, che talvolta fu interpretato in maniera piuttosto ridicola quasi che il Concilio abbia sostituito ai testi originali tale versione, che alcuni giunsero perfino a proclamare ispirata. Ora tutti ammettono – ed è stato dichiarato anche ufficialmente – che il decreto non ha valore dogmatico, ma disciplinare, e che esso nulla deroga al primato dei testi originali, né all’importanza delle antiche versioni in altre lingue, anzi neppure a quelle latine pregerò. Alla V. si conferisce solo un riconoscimento ufficiale estrinseco, che ne garantisce l’autenticità e ne prescrive l’uso pratico (cf. lettura dalla Pont. Comm. Biblica ai vescovi d’Italia del 20 a. 1541, § 2: AAS, 33 [1941], pp. 468-69).
Siccome il termine «autentico» trova il suo impegno nel campo giuridico ed in quello letterario, si pone la questione circa il significato da attribuirgli nella presente decisione conciliare. Dal contesto, però, appare chiaramente che non si intende definire una difficoltà di critica letteraria, p. es., circa l’autore della V., ma solo attribuire ad essa la forza di dirimere una controversia, ossia di far testo in una disputa ecc., e di essere fonte genuina della Rivelazione. Si tratta dell’autenticità giuridica, con cui la versione viene riconosciuta documento degno di fede. Naturalmente, perché un documento goda di un simile privilegio, deve possedere un’indiscutibile bontà intrinseca. L’autenticità giuridica presuppone, in altre parole, l’autenticità letteraria. Poiché il Concilio si riferisce espressamente (Denz-U, 784) a questioni di dogmatica e di morale, bisogna ammettere che, almeno nei brani riguardanti tali argomenti, la V. PECCATO ORIGINALE. Anche in ciò non si esige dalla versione una fedeltà perfetta, assoluta fin nei minimi particolari, bastando l’identità del pensiero o una somiglianza sostanziale. Gli esegni ammettono che un testo dogmatico possa presentarsi sotto una forma più perspicua nella traduzione rispetto all’originale oppure sotto un’espressione alquanto diversa. Per sé non ripugna che un brano di valore dottrinale sia alterato o manchi del tutto nella versione, poiché la medesima verità potrebbe essere tramandata in un altro testo o attraverso la traduzione. Se si prova che una lezione della V. (cf. Io. 8, 25; I Io. 5, 7) non ha riscontro nell’originale, il testo non può essere presentato come un argomento scritturistico, pur conservando il suo valore dottrinale perché espressione di una traduzione costante. La V., infatti, fu dichiarata autentica proprio per il suo uso plurisecolare nella Chiesa. Infine va notato che il Concilio intese approvare un testo perfetto che si proponeva di far preparare, non un’edizione qualsiasi della versione attribuita a S. Girolamo.
III. EDIZIONE UFFICIALE
La preparazione di quest’edizione tipica si rilevò molto più ardua di quanto prevedessero i Padri conciliari. Difatti l’opera apparve solo nel 1592, e senza dubbio non così perfetta come sarebbe stato possibile e come si desiderava.Soltanto nel 1561 Pio IV nominò una commissione in proposito sotto la presidenza di quattro cardinali e con la collaborazione dottora e paziente di G. Sirleto (v.). Prendendo per base l’edizione di Lovanio del 1540, curata da Giovanni Henten, con la collazione di alcuni manoscritti, la commissione preparò un testo discreto, ma per la morte del Papa e per altri motivi l’edizione non fu pubblicata. Nel 1569 s. Pio V convocò una nuova commissione, di cui era l’anima sempre il card. Sirleto, che con l’aiuto di molti dotti perfezionò l’opera precedente. Ma anche allora non si venne all’auspicata edizione. Perciò Sisto V nel 1586 affidò l’incarico al card. Carafa (v.) e ad un’altra commissione; dopo solo due mesi fu presentato al Papa un testo ottimo (codex Carafianus), che si può chiamare frutto di tutti i lavori precedenti. Sisto V rimase sorpreso per alcune lezioni nuove e per l’abolizione di numerose aggiunte, che figuravano nelle edizioni poco accurate allora circolanti. Per questo non approvò il testo. Egli stesso eseguì una cerimonia dei vari emendamenti proposti, ritornando in pratica al testo della Bibbia di Lovanio con talune correzioni piuttosto arbitrarie e mantenendo molte interpolazioni. Nel 1590 pubblicò l’opera accompagnata dalla cost. Aeternus ille del 1° marzo, su cui spesso si è discusso, anche a sproposito, credendo di trovarvi un inesistente argomento contro l’infallibilità pontificia. Naturalmente coloro, che con tanta diligenza avevano cercato di preparare un testo corretto, videro con rammarico la pubblicazione che mi-sconosceva il frutto delle loro fatiche. Dopo la morte di Sisto V (27 ag. 1590) essi chiesero l’abolizione della costituzione apostolica e la proibizione della vendita degli esemplari stampati. Per salvare la memoria del Pontefice, il card. Bellarmino propose che si curasse subito una nuova edizione corretta da divulgarsi con il nome di Sisto V. Il nuovo papa Gregorio XIV approvò l’iniziativa, nominando una commissione di 7 cardinali e di 11 consultori sotto la presidenza del card. Marcantonio Colonna. Le norme direttive supponevano in pratica il ritorno al Codice carafiano, ma con la raccomandazione di non eseguire cambiamenti se non richiesti da una vera necessità (ne fieret mutatio, nisi cogeret necessitas). La commissione fu istituita il 7 febbr. 1591 e dopo alcuni mesi consegnò il testo al Papa, che però morì il 15 ott. di quell’anno. Il successore, Clemente VIII, ordinò gli ultimi ritocchi. Finalmente il 9 nov. del 1592 uscì la Bibbia Sacra Vulgatae editionis Sixti Quinti Pont. Max. iussu recognita atque edita, mentre si raccoglievano gli esemplari usciti nel 1590 per distruggerli. Solo nell’edizione di Lione del 1604 al nome di Sisto V si aggiunse quello di Clemente VIII. Per questo si parla di edizione sito-clementina, quantunque vi sia rimasto ben poco del lavoro del primo di questi due Papi. E, se si deve fare un addebito ai revisori di Clemente VIII, è proprio quello di non aver ripudiato del tutto il testo della precedente edizione per tornare all’ottimo codice carafiano. In modo particolare essi ritennero troppe lezioni già eliminate dalla commissione del 1586.
Nci secoli successivi taluni studiosi (Francesco Luca di Bruges, Carlo Vercellone) raccolsero un buon numero di varianti per emendare il testo; ma si trattava di suggerimenti privati che non ricevettero mai un'approvazione ufficiale. Per il Nuovo Testamento fu pubblicata un'ottima edizione critica dagli anglicani John Wordsworth e Henry Julian White. L'opera, iniziata con il primo fascicolo nel 1889 e continuata da altri studiosi, non è ancora terminata (l'ultimo fascicolo con le lettere cattoliche è uscito nel 1949), mancando dell'Apocalisse: ma già nel 1911, dopo la morte di Wordsworth, H. J. White ne diede una edizione manuale completa.
Solo nel 1907 Pio X affidò all'Ordine benedettino il compito di preparare un'edizione critica; più tardi Pio XI costruì per i monaci di Clairvaux, che assumevano l'onore, l'abbazia di S. Girolamo dell'Urbe. Scopo di tale iniziativa non è di offrire una nuova versione autentica della Scrittura né di correggere il testo latino per renderlo più conforme agli originali, ma solo di dare un'edizione, per quanto è possibile, identica a quella che uscì dalla penna di S. Girolamo e degli altri autori dell'antichissima versione. Nell'opera preparatoria i pazienti studiosi hanno seguito un accurato esame di varie centinaia di manoscritti della V. per determinare i testi «tipici» che costituiscono la base dell'edizione critica. Dopo un periodo di preparazione sotto la guida di A. Gasquet e A. Amelli, la pubblicazione fu iniziata (1926) da H. Quentin e proseguita da P. Salmon. A causa della difficoltà del lavoro e dell'avversità dei tempi finora sono stati pubblicati solo dieci volumi, che comprendono i libri Genesi-Salmi. L'opera ha riscosso il plauso dei critici: ma non sono mancate alcune osservazioni e dissensi circa il valore attribuito a taluni codici, specialmente riguardo ai primi libri del Pentateuco.
IV. Codici
I manoscritti e le edizioni o ri-stampe della V. non si contano. Se si considerano anche i testi liturgici ed i codici contenenti solo una minima parte, complessivamente si hanno ca. 30.000 manoscritti. Ma un esame superficiale già ne elimina molti perché di nessun valore per la critica testuale, essendo di data troppo recente o riproduzioni di un unico tipo di testo.Fra i codici «italiani» occupa un posto di onore l'Amiatino (sigla A), così detto dal Monte Amiata, ove fu conservato lungamente. È il manoscritto più apprezzato di solito, ma la sua bontà varia secondo i libri. Il testo deriva dalla revisione di Cassiodoro, ma fu scritto in Inghilterra nel sec. VII-VIII per ordine dell'abate Ceolfrido, che l'inviò a Roma per farne un dono al Pontefice. Essendo morto durante il viaggio il suo latore, il manoscritto andò a finire nel monastero cistercense di Monte Amiata; ora si trova nella Laurenziana di Firenze. Esso fu già collazionato dalla commissione di Pio IV ed è stato oggetto di studio, specialmente da parte del critico C. Tischendorf. I monaci benedettini gli assegnarono un posto di primo ordine come rappresentante della grande famiglia dei codici «italiani»; per il libro di Tobia, però, è stato posposto ad altri manoscritti. Il codice Fuldensis (sigla F), ora a Fulda in Germania, si deve al vescovo Vittore di Capua (IV. m. nel 554). Contiene il Nuovo Testamento con in più la lettera apocrifa di s. Paolo ai Laodicensi. I quattro Vangeli Diatessaron (v.). Il codice Foroiulensis (sigla F) dei secc. VI-VIII contiene i Vangeli con qualche lacuna in quello di s. Giovanni. In gran parte è conservato nella Biblioteca comunale di Cividale del Friuli, mentre alcuni fogli sono a Praga ed altri a Venezia. Il Lindisfarnensis (sigla Y) dei secc. VII-VIII, custodito nel Museo Britannico, reca solo i quattro Vangeli con la versione anglosassone. È forse il testo più simile a quello dell'Amiatino. Il Paulinus (sigla P) del sec. IX è uno dei codici più eleganti della Biblioteca di S. Paolo in Roma. Ed è uno dei più sicuri testimoni della recensione di Alcuino. Le medesime caratteristiche, eccettuata la bellezza artistica, presenta il Vallicelliianus (sigla V) del sec. IX della Biblioteca Vallicelliana in Roma.
Fra i più notevoli codici «spagnoli» è il Cavensis (sigla C) del sec. VIII-IX, conservato nella badia di Cava dei Tirreni. Il suo testo con le sue molte lezioni dell'antica versione latina è un documento perspicuo della facile contaminazione reciproca fra le varie traduzioni. Il Turonensis (sigla G), ora nella Biblioteca nazionale di Parigi, del sec. VI-VII, contiene parte del Pentateuco (Genesi-Numeri). Si può considerare l'archetipo dei codici spagnoli: ciò spiega l'uso fattore dagli editori benedetti. Il Vaticano-Guelferytanus (sigla V) è un palinsesto del sec. V, contenente solo gran parte del libro dei Giulini e frammenti di Ruth e di Giobbe. Il Theodulphianus (sigla O), detto anche Mesimanus dalla famiglia che lo possedette, rappresenta la recensione di Teodolfo, come indica il suo nome. Contiene tutta la Bibbia ed è del sec. IX.
Dei codici «insulari» vanno ricordati: il Lichfeldensis (sigla L), in Lichfield in Inghilterra, del sec. VII-VIII, contenente solo Mt. I, I, Lc. 3,9; il Dublinensis (sigla D), detto anche Book of Armath, dell'812; il Kenanensis (sigla Q) o Book of Kells, conservato parimenti a Dublino, del sec. VII-VIII; l'Ottobonianus (sigla O), considerato come rappresentante tipico dagli editori benedetti. Esso contiene l'Epitaeuco con alcune lezioni originali oppure della Vetus latina. Probabilmente fu scritto a Bobbio nel sec. VIII-VIII. - Vedi tav. CLIV.
