CURCI, CARLO MARIA

CURCI, CARLO MARIA. - Gesuita, oratore e polemista, n. a Napoli il 4 sett. 1809, m. a Careggi (Firenze) il 19 giugno 1891. Il suo nome è legato alla strenua difesa del suo Ordine, in momenti assai difficili e pericolosi, contro le calunnie, sparse a piene mani, nelle opere di V. Gioberti, e al doloroso episodio della sua lotta contro il Vaticano e la sovranità temporale della S. Sede.

Favorevole da principio al Gioberti (ne fece stampare a Benevento un'edizione del Primato), gli si oppose poi fieramente, in seguito, con: Fatti ed argomenti in risposta alle molte parole di V. Gioberti intorno ai Gesuiti (Napoli 1845) a proposito dei Prolegomeni del Primato. La sferata fece rumore; l'abate replicò e il C. oppose: Una divisione sopra le tre ultime opere di V. Gioberti: «I prolegomeni», «Il Gesuita moderno» e «L'Apologia» (2 voll., Parigi 1849). Convinto allora della necessità del potere temporale per la S. Sede, la difese in La demagogia italiana e il Papa Re. Pensieri di un retrogrado (Parigi 1849). Poco dopo, nel 1850, Civiltà Cattolica (v.) con il concorso di altri padri, e ne assunse la direzione, che non durò a lungo, perché già nel 1853 tornava alla predicazione a Roma e dal 1872 a Firenze.

CURCI, CARLO MARIA - Ritratto - Roma, Casa degli scrittori de La Civiltà Cattolica.

Le sue idee, intanto, andavano mutando, e da difensore del potere temporale passò alla parte opposta, sostenendo che la perdita di esso doveva considerarsi una fortuna e che la Chiesa doveva tentare una conciliazione con la nuova Italia, anche a prezzo di una piena rinuncia (cf. la Ragione dell'opera, premessa alle sue Lezioni eseguite e morali sopra i quattro Evangelii [5 vol., Firenze 1874-76], che costituiscono il suo lavoro migliore e dove espresse in pubblico per la prima volta le sue idee, ribadite in un memoriale al Papa). Non avendo voluto ritrattarsi, fu dimesso dall'Ordine (1877) e continuò a scrivere, ora più liberamente, contro il Papa e i gesuiti con: «Il moderno dissidio tra la Chiesa e l'Italia per occasione di un fatto particolare (Firenze 1878); La nuova Italia ed i vecchi zelanti (ivi 1880); Il Vaticano regio, tarlo superstite della Chiesa cattolica (ivi 1883); Lo scandalo del «Vaticano regio», due la Provvidenza, buono a qualchocosa (ivi 1884). Le tre ultime opere furono messe all'Indice (1881 e 1884), l'autore fu sospeso, e da Leone XIII (lettera del 28 ag. 1884) all'arcivescovo di Firenze, in P. Galletti, Memorie storiche del p. Luigi Riccardi, Prato 1901, pp. 609-10) di nuovo deplorato e condannato. Il C. fece una ritrattazione dei suoi errori, assoggettandosi al giudizio della Chiesa (1884), e d'allora in poi visse privatamente e oscuramente. Dieci giorni prima della morte, fu riammesso nella Compagnia di Gesù.

Oltre alle opere accennate, altre ne scrisse, degne di essere ricordate: Il paganesimo antico e moderno (Roma 1862); Il cristianesimo antico e moderno (ivi 1862); La natura e la Grazia (ivi 1865); Lezioni sui due libri dei Macabee (Roma 1872); Memorie utili di una vita distilate (Firenze 1881).

Bibl.: Sommervogel, II, coll. 1735-40; E. Polidori, Necrologio, in Civ. Catt., 14a serie, 11 (1891, 111), pp. 102-105. Celestino Testore