ISPIRAZIONE. - Dal latino in-spirare = spirar dentro, infondere lo spirito.
I. L'ì. BIBLICA.
Influsso divino carismatico, soprannaturale, concesso agli scrittori per comporre i libri canonici del Vecchio e del Nuovo Testamento in modo che Dio ne risulti l'autore principale. L'ì. biblica è un dogma definito nel Concilio Vaticano (Const. de fide catholica [24 apr. 1870], cap. 2: De revelatione (Denz-U, 1787) e can. 4° [ibid., n. 1809]).
Il nome è derivato da δεόπνευστος (II Tim. 3, 16), che la Volgata giustamente traduce divinitus inspirata. I Greci adoperano δεόπνευστος ο ἐπὶνυσ.
I. ESISTENZA
Le prove del fatto dell'ì. dei libri canonici del Vecchio e del Nuovo Testamento sono dedotte dalla tradizione ebraica e cristiana e dalla S. Scrittura.1. La tradizione ebraica
La tradizione ebraica non ha lasciato un sistema dottrinale sull'ì. biblica, però ha professato sempre la fede nell'origine divina dei libri canonici del Vecchio Testamento. L'ì. del Pentateuco è un dogma fondamentale per gli Ebrei: «Chiunque dice che la Tòràh non viene dal cielo, non avrà parte nel secolo futuro» (Sanhedrin, 10, 1).Sebbene in un piano inferiore, gli Ebrei ritengono ispirati anche i Nébhî'îm ed i Kéthûbîm (cf. A. Cohen, Le Talmud, Parigi 1933, p. 1713 ssq.; J. Bonsirven, Le judaisme palestinien, I, ivi 1934, pp. 248-63). Gli apocrifi giudici (p. es., Enoch slavo 22, 12-23, 6; i Libri sibillini, ecc.), il Talmud, Filone, ecc., piuttosto esagerano l'approccio dell'influsso divino. Flavio Giuseppe attesta la canonicità dei libri del Vecchio Testamento come di fede tradizionale, professata fin dall'infanzia dagli Ebrei, per cui credono che essi contengano precetti di Dio immutabili e sono pronti, se necessario, anche a morire per difendere la sull'esempio di non pochi martiri (presso Eusebio, Hist. ecc., III, 10).
2. La tradizione cristiana
Questa fede passò in eredità alla tradizione cristiana attraverso l'autorità di Gesù e degli Apostoli, che la estesero ai libri del Nuovo Testamento, dilucidandola e mettendola in maggior risalto. Conseguenze di questa fede sono: a) le preoccupazioni dei Padri di ricercare sensi profondi e reconditi perfino nei minimi particolari della Bibbia; b) il martirio di non pochi cristiani, specialmente sotto Diocleziano (a. 303), per non consegnare i sacri volumi; p. es., i ss. Saturnino, Dativo, Agape, Chionia e Irene, Eupilo, ecc.; c) l'uso di portarli per devozione sul petto, di adoperarli per curare gli ammalati o per liberare gli ossessi. Alcuni Padri e scrittori testimoniano esplicitamente in favore dell'ì. biblica con parole di profonda ammirazione: p. es., s. Clemente Romano, la Didaché, la lettera di Barnaba, s. Ignazio,s. Giustino, s. Ireneo, s. Ippolito Romano, s. Cipriano, s. Epifanio, Tertulliano (cattolico), le scuole
alessandrina ed antiochena, i ss. Basilio, Efrem, Girolamo, Agostino, Gregorio Magno, ecc. La fede
della Chiesa è espressa solennemente già nel Simbolo
niceno e nel Decreto gelasiano (492-96).
L'esame dei Libri Sacri non vi ha riscontrato nulla
che ripugni all'ì. biblica, ma anzi ha confermato che sotto
l'aspetto religioso, morale, letterario ecc. essi sono degni
di essere considerati opera divina. Le obbizioni che
vengono dalle narrazioni di fatti immorali, dalla presunta
indole mercenaria del Vecchio Testamento, dalla legittimazione
di frodi e menzogne (cf. di Abramo con Sara,
Giacobbe con Isacco, di Iahèl, Iephte, Sansone, Giuditta,
ecc.) sono facilmente confutate. Anzi in questi stessi
episodi è applicata la legge della retribuzione, per cui chi
pecca è punito e chi è fedele a Dio è ricompensato anche
nella vita presente.
3. I testi della S. Scrittura. - Vari testi della S. Scrittura attestano l'ì. dei libri del Vecchio Testamento.
Riferiscono infatti o suppongono i vari elementi da cui risulta che lo scrittore sacro è un « profeta » (Mt. 26, 56;
Lc. 18, 31; 24,25; Rom. 16, 26; Hebr. 1, 1-2, ecc.), che
scrive sotto l'influsso di Dio che lo riempie di Spirito
Santo (Os. 9, 7; Mich. 3, 8; Ez. 2, 2; 3, 12; 8, 13; 11, 5-4;
Zach. 7, 12; II Sam. 23, 2; Ecc. 39, 8; 48, 27; II Esd.
14, 21, 25-40-44); il quale gli ordina di parlare o di scrivere
(Ec. 17, 14; 34, 27; Deut. 31, 19; Is. 8, 1; 30, 8; Hab.
2, 2; Dan. 8, 26; 12, 4; Ez. 24, 2; in modo speciale
Ier. 36) e di esporre solo quello che Dio vuole (Deut.
18, 15-22; Ier. 23, 16; 20, 7-9, 15, 19; 14, 14; Ez. 13,
3-17; Mich. 3, 5-8; Zach. 7, 12; cf. II Sam. 7, 1 sgg.),
dichiara divino (Os. 4, 1; Joel 1, 1; Am. 1, 6, 9-11, 13;
2, 1 ecc.; Abd. 1; Ion. 1, 1; 3, 1; Mich. 1, 1; 3, 5; 6, 1;
Nah. 1, 12; Soph. 1, 1; Agg. 1, 1; 2, 1; 11, 21; Zach. 1, 1;
7, 1 sgg.) ciò che ha scritto; riferisce visioni, rivelazioni
o sogni soprannaturali (Num. 12, 6 sgg.; Is. 6, 20; Ier.
1, 11-16; Ez. 4, 1-5, 4; Ier. 4, 20 sgg.; Is. 5, 9; 22, 4;
Ez. 9, 1; Ier. 20, 7-12; 23, 28; Mich. 3, 8; Is. 6, 6-9;
Ier. 1, 17-19; Ez. 3, 8-9). L'agiografo o scrittore biblico
è quindi l'intermediario per cui Dio parla o scrive (Os.
1, 1-2; Agg. 1, 7; Mal. 1, 1), è la bocca di Dio (Ier.
15, 19; Is. 30, 2, conforme a Ex. 4, 15 sgg.; 7, 1). Alcune
azioni simboliche descrivono plasticamente l'influsso di
vino sul profeta-scrittore, p. es., Ezechiele deve divorare
il libro che contiene l'oggetto della sua predicazione
(Ez. 2, 8-3, 3); ad Isaia e Geremia vengono purificate le
labbra perché siano resi atti al loro ministero. Dio pone
le parole nella loro bocca (Ier. 1, 9; Is. 6, 6); ordina a
Geremia di mettere in scritto tutte le profezie tenute dal
principio del ministero fino all'anno 4 di Iokim e di
riscrivere dopo che il volume è stato bruciato dal Re
(Ier. 36). Un'altra prova dell'ì. del Vecchio Testamento
è fornita dai titoli con cui i libri vengono designati, cioè
di « santi », « sacri » (I Mach. 12, 9; II Mach. 8, 23), « libro
del Signore » (Is. 3, 4, 16), oppure semplicemente « libro »
o « Scrittura » (Dan. 9, 2; Ex. 17, 14 ecc.).
Il Nuovo Testamento offre testi molto più espliciti. Alcuni lasciano intravvedere un'origine speciale
dei libri del Vecchio Testamento, poiché, adducendoli
semplicemente con le formule di « Scrittura » (ἡ γραφή)
« è scritto » (γέγραπται : Io. 10, 34 sgg.; Mt. 4, 4;
ecc.) per dirimere ogni questione, li considerano di
un'autorità indiscussa e superiore ad ogni altra, proprio in quanto sono « lo Scritto », « la Scrittura »
per eccellenza. Poiché gli Ebrei possedevano altri
libri di riguardo, tale autorità non si spiega supponendo che fossero gli unici libri della loro letteratura.
Né si giustifica con il prestigio dei loro autori, anche
se di Mosè, perché non tutti i libri di tali autori sono
stati elevati al grado di Scritture divinamente ispirate. La loro origine è dunque connessa ad un intervento divino che la rende superiore ad ogni eccezione e ad ogni libro umano.
Altri passi chiamano gli scritti veterotestamentari
« λόγια τοῦ Θεοῦ » (« oracoli di Dio » : Rom. 3,
2); λόγια ζῶντα (« oracoli di vita » : Act. 7, 38);
λόγιος τοῦ Θεοῦ (« parola di Dio » : Mc. 7, 13) ecc.
I Libri biblici sono designati quali « santi » (Rom.
1, 2) e « sacri » (II Tim, 3, 15), cioè di origine divina.
Altri ancora affermano l'infallibilità ed una ineluttabile necessità ad adempirsi di quanto « è scritto » (cf., p.
es., Lc. 18, 31; Mt. 5, 18; Act. 1, 16; 3, 8.21); ne proclamano l'autorità suprema ed incontrastata a dirimere
tutte le questioni che toccano fede e costumi, riconosciuta da Gesù, dagli Apostoli e dai giudei. Cristo afferma
che la Scrittura non può andar distrutta (λόγια τοῦ Θεοῦ :
10, 35; Rom. 1, 17; Gal. 3, 1 sgg.; I Cor. 9, 9 ecc.). Tale
autorità suppone un obbligo di riceverla che non può
venire che da una disposizione esterna, superiore alle
autorità umane, ed include una dignità superiore a tutti
gli altri libri. Solo perché divini, i Libri Sacri potevano
assurgere al fastigio di norma in cose di fede e costumi
(cf. Rom. 15, 4; I Cor. 9, 10).
Altri passi mettono in risalto la parte di Dio ed il
contributo dell'uomo; di Dio quale autore principale;
dell'uomo quale strumento. P. es., in Mt. 1, 22 Dio
« per mezzo » (διά) del profeta Isaia (8, 8; cf. Mt. 2,
13) predice della Vergine partoriente; in Lc. 1, 70 parla
« per la bocca (διά στόματος) dei santi profeti; in Mt. 22,
43, David « in Spirito » (ἐν πνεύματι) compone Ps.
110, 1; in Act. 1, 16 lo Spirito Santo predisse « per
bocca » (διά στόματος) di David la « Scrittura » di Ps.
41, 10; in Act. 4, 25 invece si afferma che Dio dice il
Ps. 2, 1, per mezzo dello Spirito Santo, per la bocca
di David (cf. F. J. F. Jackson-K. Lake, The beginnings
of Christianity, IV, Londra 1933, pp. 46-47. Si può tradurre: « che per mezzo dello Spirito della santa bocca
di David, tuo servo... »). Secondo Paolo lo Spirito Santo
parlò ai Padri per mezzo di Isaia (Act. 28, 26-27 = Is.
6, 9-10). In altri testi si cita il Vecchio Testamento con
il solo nome dello Spirito Santo, onde l'autore umano
passa in seconda linea (p. es., Hebr. 2, 4; 3, 7; 9, 8; 10,
15). Oltre a questa serie di testi, il Nuovo Testamento
ne presenta due che si possono definire classici, cioè:
II Tim. 3, 16 e II Pt. 1, 20.
Il testo capitale è II Tim. 3, 16: « Ogni Scrittura (è) divinamente ispirata (e) anche utile ad ammaestrare, a riprendere, a correggere, a dare quel'educazione che è nella giustizia». Il verbo « è» sembra doversi supplire subito dopo il soggetto (ἡ γραφή),
perché così richiedono il χαλ σεντα verbo prima di
« utile » (ἀριθμός) e il contesto, volendo Paolo nel
V. 16 dimostrare perché l'Imoteo può essere istruito
a sapienza e salute dallo studio della S. Scrittura,
cioè perché « è divinamente ispirata e (perciò) utile...».
La « Scrittura » è quella del Vecchio Testamento,
perché il termine γραφή è usato in questo senso nel
Nuovo e perché nel contesto si tratta di quella che
l'Imoteo apprese dalla madre Eunice e dalla nonna
Loide, ebree.
L'espressione : πᾶσα γραφή può intendersi in senso
distributivo: « Tutto ciò che viene sotto il nome di Scrittura (quindi ogni libro ed ogni passo del Vecchio Testamento); oppure in senso collettivo (come nome proprio):
« tutta la Scrittura ». L'aggettivo δεόπνευτος (δεός-πνέω)
è da prendersi in senso passivo « divinamente ispirata »
conforme agli aggettivi in στος ed alla comune interpretazione dei Padri e scrittori greci. Onde si afferma che
il Vecchio Testamento proviene da Dio per mezzo dell'ispirazione, cioè di una comunicazione fatta intellettualmente allo scrittore. È meno probabile, sebbene profondo,
il senso attivo: « ogni Scrittura che irradia Dio », « da
cui traspira Dio ».
In un altro passo (II Pt. 1, 20 sgg.), s. Pietro afferma (1, 12-20) che la realtà della dynamis e della
Parusia di Gesù, oltre che dalla propria esperienza
personale fattane nella Trasfigurazione, si dimostra
anche dalla parola (scritta) dei Profeti (προφητευκός λόγος). Perciò esorta i fedeli a prestarvi attenzione, cioè a seguirla come si fissano gli occhi su una lampada che risplenda di notte in un luogo buio, fino a tanto che spunti il giorno desiderato della Parusia, in cui la stella del mattino brillerà nei loro cuori, tenendo presente come punto importante che nessuna profezia della Scrittura diventa (οὐ γίνεται) di interpretazione privata. Infatti nessuna profezia mai fu enunciata per volere d’uomo, ma (santi) uomini da parte di Dio parlarono, perché portati (προφητευκον) dallo Spirito Santo».
Per «profezia della (contenuta nella) Scrittura», Pietro intende il Vecchio Testamento, le cui predizioni riguardanti il Messia si considerano come un magistero vivo e continuo (cf. Rom. 16, 26). «Non è d’interpretazione privata» si può intendere dell’origine oggettiva, cioè: il Vecchio Testamento «non è il risultato dell’eucubazione privata dei Profeti», come insegnavano gli pseudo-dottori. Però, anche ritenendo l’interpretazione comune (l’interpretazione della S. Scrittura non si lascia all’arbitrio di ciascuno), si ha una prova indiretta dell’Eucòfio Testamento; non si lascia all’interpretazione arbitraria di ciascuno proprio perché ha un senso stabilito da Dio. Secondo Pietro, quindi, «la profezia» (il Vecchio Testamento) è voluta dalla volontà divina, non da iniziativa o capriccio di uomo; Dio all’uopo suscitò uomini santi ai quali comunicò un influsso, per cui erano come portati (προφητευκον) dallo Spirito Santo per scriverla, non a nome proprio, ma come rappresentanti di Dio (ἀπὸ Θεοῦ).
I testi di Paolo e di Pietro s’integrano a vicenda. Pietro attribuisce a Dio l’iniziativa della composizione del Vecchio Testamento e della comunicazione dell’energia che rende l’agigrafo capace di scriverlo come rappresentante di Dio; Paolo asserisce che il Vecchio Testamento proviene da Dio mediante una comunicazione diretta all’intelletto dell’agigrafo.
L’i. dei libri del Nuovo Testamento, poi, si dimostra dalla tradizione, come risulta dalla storia del Canone e dalla loro equiparazione, in fatto ed in teoria, ai libri del Vecchio Testamento. Ricorrono, inoltre, accenni vari all’origine divina di singoli libri apostolici.
S. Giovanni spesso dichiara di dovere scrivere l’Apocalisse per ordine di Dio (Apoc. 1, 11, 19; 2, 1, 8; 12, 18; 3, 1, 7; 14, 19; 9) e chiama il suo libro «profezia», a cui nulla si deve aggiungere o togliere, per divina disposizione (ibid. 22, 9, 10; 18-19). In I Tim. 5, 18 sembra che Paolo citi Lc. 10, 7 equiparandolo a Deut. 25, 4. Pietro mette sul medesimo piano le lettere di Paolo e le altre Scritture, cioè quelle del Vecchio Testamento (II Pt. 3, 16), e dichiara che Paolo le ha scritte secondo «la sapienza che gli fu data» (cf. I Cor. 2, 13), cioè dallo Spirito Santo. Quindi, secondo Pietro, il Corpus Paulinum a lui noto è stato composto sotto un influsso speciale dello Spirito Santo. Doveva godere di grande importanza nella Chiesa, se l’interpretazione falsa che se ne dava suscitava tanto scalpore. Probabilmente era ritenuto già normativo in cose di fede e costumi. Si può quindi dedurre che fin dal tempo degli Apostoli nella composizione degli scritti del Nuovo Testamento si vedeva un intervento speciale di Dio.
In quanto dogma, l’i. biblica deve essere da tutti ammessa e richiede perciò un criterio per cui possa essere facilmente rilevata. I protestanti all’uopo stabiliscono vari criteri o troppo soggettivi o troppo scientifici, comunque insufficienti. J. D. Michaelis considerò l’i. come un carisma richiesto dal ministro apostolico (e profetico), onde suppose che l’origine apostolica (e profetica) dei libri fosse il criterio della loro i. («criterium muneris apostolatus»).
I Padri si basarono sulla tradizione per distinguere i libri ispirati: affermarono cioè di accettarli, proprio perché li ereditavano dagli antichi e dai maggiori con l’obbligo di riceverli come tali. Ricercavano tale tradizione nelle varie Chiese, in modo particolare deducendolo dalla lezione liturgica (p. es., Serapione, vescovo di Antiochia, m. ca. il 109, presso Eusebio, Hist. eccl., VI, 12, 3 ecc.) e riallacciandolo ad una rivelazione primitiva, esplicita od implicita, degli Apostoli. Perciò il criterio completo e decisivo della i. è l’attestazione fatta dagli Apostoli implicitamente (p. es., approvando i libri per la lezione liturgica) oppure esplicitamente, trasmessa, interpretata e proposta autenticamente dal magistero infallibile della Chiesa. Il criterio dell’origine apostolica ebbe un valore pratico e non esclusivo, in quanto furono accolti come divini dalla Chiesa soltanto libri scritti nel tempo apostolico e trasmessi dagli Apostoli.
II. NATURA
Bibbia e tradizione presentano Dio «autore» della S. Scrittura, che per comporla si serve dell’uomo come di uno strumento razionale e che la «detta»; inoltre designano questa come δένειστος. Però l’agigrafo è sempre considerato vero autore del libro sacro; lo vuole, lo concepisce, lo elabora, lo pubblica e l’attribuisce a sé apponendo il proprio nome. Ogni agigrafo si distingue per le sue caratteristiche stilistico-letterarie.I primi scrittori cristiani trattano dell’i. insieme con il dono di profezia. Pochi Padri e scrittori paragonano l’ispirato ad uno strumento musicale (lir., certa, arpa, flauto, organo) sotto le mani dell’artista divino. Tra quelli che tentarono una spiegazione speculativa sono Origene, S. Giovanni Crisostomo e S. Girolamo. Secondo Origene, lo Spirito Santo abitava in modo speciale negli autori sacri e i muoveva (κύριε) a profetare, servendosene come di strumenti liberi e razionali (C. Celsum, III, 3: PG 11, 925, ecc.). L’influsso divino nell’intelletto produceva «una illuminazione ed un’illustrazione», che provocavano «maggior chiarenza e perspicuità»; poi muoveva la volontà e rinvigoriva la memoria. Gli agigrafi «in un modo divino» attinse il senso divino ed «in modo divino» videro e sentirono e scrisero o parlarono. Anche il Crisostomo parla dell’illuminazione e dell’illustrazione dell’intelletto e mette in risalto l’adattamento dello Spirito Santo alla limitata e della strumento umano nella nota teoria della «condiscendenza» (συνταξίασμα), La cooperazione dell’agigrafo è sottolineata nell’Expositio in Ps. 48, 2 (PG 55, 225).
S. Agostino (De Gen. ad litteram, XII, 6-27: PL 34, 459-79) illustra i tre generi di visioni (corporale, spirituale, intellectuale) e fa risaltare come Dio agli agigrafi «alium sic, alium vero sic narrationem suam ordinare permisit». S. Girolamo giustifica le caratteristiche letterarie degli agigrafi con la loro formazione culturale e con l’ambiente da cui provengono. Cassiodoro (Exposit. in Psalt., Praef.: PL 70, 9 sgg.) dà la definizione della profezia che viene adottata dagli scolastici.
I filosofi arabi (Avicenna, 980-1037; Algazel, 1059-1111) ne trattano sotto l’aspetto filosofico. I rabbini medievali tentano di spiegare l’i., e di particolare importanza è l’apporto di Maimonide (1130-1204). Molti scolastici si pongono la questione del modo come i Profeti ricevono le comunicazioni divine e la risolvono dicendo che vedono «in speculo aeternitatis», cioè nell’essenza divina in quanto immagine di tutte le cose (Guglielmo d’Auxerre, tra il 1231 e il 1236; Guglielmo d’Alvernia, m. nel 1240; Filippo Grevio, m. nel 1236), oppure «in quanto è un’illuminazione che procede dall’essenza divina» (Alessandro d’Hales, m. nel 1245), oppure in quanto è alcunché di creato per mezzo di cui l’atto dell’intelletto viene elevato (s. Alberto Magno, m. nel 1280). S. Bonaventura (1221-74) non tratta ex professo dell’i. biblica, però ne parla a più riprese e Van den Borne ne trae la definizione: «Istigazione e direzione divina a servizio del
carisma di dottore, profeta o evangelista». S. Tommaso sviluppò magistralmente quanto era stato scritto nei secoli precedenti anche dagli scrittori arabi e da Maimonide, dando una esposizione sistematica della natura della profezia, che serve tuttora di base agli studi sull'ib. biblica (Sum. Theol., 2a-2a, qq. 171-74). Per Duns Scoto, cf. B. Innocenti, Il b. Giovanni Duns Scoto e la Bibbia, Arezzo 1922.
La natura dell'ib. biblica è stata esplorata con impegno nell'ultimo secolo. Precedettero le ipotesi insufficienti: 1) L. Lessio (1623) opinava che essa potrebbe ridursi ad una semplice approvazione divina di un libro scritto «humana industria sine assistentia Spiritus Sancti»; forse così sarebbe stato composto il II Mach. Condannate tre sue proposizioni dall'Accademia di Lovanio, ammise in necessità che l'agiografo scrivesse «ex institutio Spiritus Sancti». Simile ipotesi avanzarono anche J. Bonfrère e H. Haneberg. 2) A. Calmet, Chrisman, J. Jahn (Bonfreri) ridussero l'ib. biblica ad un'assistenza divina all'agiografo per premunirlo da ogni errore. 3) Per altri l'ib. biblica è un intervento morale simile ad una direttiva, ad una spinta iniziale a scrivere. Tutte queste ipotesi furono ritenute insufficienti.
La dottrina cattolica sull'ib. biblica è esposta nell'antico. Providentissimus Deus (1893), nella Spiritus Paraclitus (1920) e nella Divino afflante Spiritus (1943), la quale attribuisce il progresso degli studi sull'ib. biblica all'applicazione della nozione filosofica della causa strumentale, riconoscendo nell'autore sacro «un organo, ossia strumento dello Spirito Santo, vivo e dotato di ragione». Si considera l'uomo capace di comporre la S. Scrittura, in quanto libro, anche con le semplici sue forze. Però si stabilisce l'intervento di un influsso divino speciale, per cui le facoltà dell'autore sacro, che concorrono alla composizione di un libro, si mettono a servizio di Dio nella composizione di esso sicché il libro possa attraversare anche a Dio ed in modo principale. L'encyclical. Providentissimus descrive i vari aspetti dell'influsso divino: «Nam supernaturali Ipse virtute, ita eos ad scribendum excitavit et movit, ita scribentibus adstitit, ut ea omnia eaque sola, quae ipse iubaret et recte mente concipient et fideliter concorsere vellent, et apte infallibili veritate reperirem; secus non Ipse esset auctor S. Scriptura universae». Secondo la Spiritus Paraclitus l'ib. biblica è una grazia divina per cui Dio comunica alla mente dello scrittore un lume per proferire agli uomini «e persona Dei» la verità, muove la volontà e spinge a scrivere e lo assiste in modo peculiare e continuo fino a che il libro sia composto.
L'influsso ispirativo pertanto si distingue da tutte le grazie e dal concorso ordinario di Dio alle creature: «gratis datum, non gratum faciens, quantumque ordinariamque in concedere a persone pia; si dà per la durata della composizione del libro; la sua caratteristica è di investire le facoltà razionali dell'uomo per renderle capaci di scrivere il libro di Dio. Il primo risultato perciò è di elevare, di eccitare, muovere e sostenere le facoltà umane, ciascuna secondo la propria indole.
L'influsso sull'intelletto, è un'illuminazione che induce a vedere e giudicare come vuole Dio. È perciò influsso illuminante e motivo. Quali i suoi limiti? Non è necessario estenderlo alla cosiddetta raccolta del materiale letterario (ricerche, consultazioni, raccolta di notizie, ecc.), non essendo essenzialmente richiesto dalla nozione di autore. Ma deve intervenire nel giudizio circa il materiale, che può essere speculativo (sulla verità delle notizie) e pratico (sulla convenienza di metterle in scritto). Non c'è dubbio che si estenda al pratico, e probabilmente anche allo speculativo; essendo psicologicamente uniti e l'uno basandosi sull'altro, la loro separazione sarebbe innaturale e violenta e contraria alla nozione di causa strumentale; né Dio risulterebbe autore del libro sacro se non facesse proprie le cose che contiene, esprimendo il proprio giudizio per mezzo dell'agiografo. Secondo alcuni l'influsso intrinsecamente corrobora l'intelletto ed illumina le cose da scrivere con luce più fulgida; probabilmente però basta limitarlo ad una subordinazione dell'intelletto, onde giudichi come vuole Dio: infatti, se può giudicare con le proprie forze, si richiede solo che giudichi mosso e diretto da Dio; ciò è sufficiente perché si possa dire che il suo giudizio è provocato e voluto da Dio.
La rivelazione propriamente detta non è da confondersi con l'ib. che è un impulso a scrivere sia cose note, sia cose rivelate. In genere la Bibbia contiene cose già note all'agiografo prima dell'ib. La rivelazione ricorre solo in pochi casi. Poiché l'ib. non annulla, ma asseconda l'indole razionale dell'uomo, non è necessario che l'agiografo sia consapevole della sua, a differenza del profeta, che deve parlare a nome e nell'autorità di Dio. Illumina peraltro e attiva l'intelligenza, onde esclude il furore e l'esaltazione maniaca proprie dei vati pagani, né comporta, come tale, l'estasi.
L'influsso sulla volontà è la comunicazione di una energia che scuote, desta, spinge la volontà a scrivere quanto con il giudizio pratico è stato giudicato doversi mettere in scritto. Dio agisce in modo misterioso, salvaguardando la libertà umana.
Va anche esaminato l'influsso sulle facoltà esecutive (memoria, reminiscenza, fantasia; cervello, nervi, muscoli). Avendo queste facoltà grande parte nella vivacità delle immagini, nell'esattezza e nitidezza dei particolari, ecc., e quindi nella redazione del libro, è necessaria almeno un'assistenza divina perché si evitino errori e si rendano con infallibile fedeltà i giudizi dell'intelletto.
L'influsso ispirativo sui collaboratori, segretari, amanuensi, glossatori ecc. è circoscritto all'ambito ed alla natura della loro collaborazione alla composizione della S. Scrittura.
L'ib. è una caratteristica esclusiva dei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento e non ha nulla a che vedere con l'ib. che si attribuisce ai poeti, ai letterati, agli artisti, ai vati, ai libri delle religioni pagane, alle sibille ecc., e neanche con l'ib. privata concessa talvolta ad alcuni santi.
III. ESTENSIONE
La dottrina cattolica, basata su II Tim. 3, 16, sulla tradizione, sulla nozione di Dio autore della S. Scrittura, sulla dignità di essa ecc., ritiene tutte le parti della Bibbia, senza eccezione o distinzione, divinamente ispirate e l'enciclo. Providentissimus ha riprovato quelle opinioni che la limitano alle cose di religione o di morale, negandola per le parti bibliche che contengono notizie storiche, profane, di scienze naturali ecc. (Holden, nel 1662; F. Lenormant [v.]; S. Di Bartolo [v.], per gli obiter dicta, particolari incidentali quali, p. es., II Tim. 4, 13; Tib. 11, 9 ecc. [card. Newman]), e che non hanno perciò connessione con il raggiungimento dell'ultimo fine (G. Semeria).La teoria dei vecchi protestanti, secondo cui Dio avrebbe dettato materialmente le parole attraverso la fantasia o l'intelligenza dell'agiografo, è ormai sorpassata, perché contraria alla dignità della natura umana, e perché incapace a spiegare le diversità stilistiche, la fatica letteraria degli agiografi ecc. I cattolici tutti richiedono nell'agiografo almeno un'assistenza speciale, per cui sia posto in grado di scegliere parole atte a rendere fedelmente i concetti da esprimersi. Disputano soltanto se la scelta delle singole parole (in «individuo») sia rimessa integralmente all'agiografo (J. B. Franzelin) oppure si faccia da questo strumentalmente (i. verbale psicologica). Vi sono argomenti in favore dell'una e dell'altra opinione. Però quelli della prima valgono piuttosto contro l'ib. verbale meccanica dei protestanti. La differenza tra le due opinioni non è grande: nella prima Dio influisce affinché l'agiografo scelga la parola adatta, lasciandolo libero di preferire l'una o l'altra tra le adatte; nella seconda in
vece lo determina a scegliere anche le singole parole, cioè una adatta tra le adatte. Quest'ultima sembra più probabile, perché più conforme alla nozione di causa strumentale, all'inseparabilità delle parole dalle idee, alla tradizione, alla nozione della Bibbia quale Verbum Dei, ecc. La diversità di stile proverrebbe dalla diversità degli strumenti (aggiorati) adoperati da Dio, che si adatta alla loro indole e dignità.
IV. Effetti
Il primo risultato dell'ì: è che il libro sacro si deve attribuire a Dio come ad autore principale, acquistando quindi un'autorità divina. Peraltro non risulta tutto divino allo stesso modo. Ma è divino in sé ciò che proviene da Dio, dagli angeli e santi parlanti a nome di Dio, o dall'agio-grafo in veste di agiografo. È divino solo in forza dell'ì: ciò che riferisce come storico senza pronunziarsi sulla sua bontà, la quale pertanto non muta per il fatto che è riferito nella Bibbia. Ciò che afferma, approva, riprova, narra ecc. è affermato, approvato, riprovato, narrato ecc. da Dio con quella modalità in cui è espresso dall'agio-grafo. L'approvazione di una persona non si estende a tutte e singole le sue gesta. I consigli dati dall'agio-grafo non come tale, non diventano consigli di Dio, ma rimangono consigli di persona prudente (p. es., I Tim. 5, 23; II Tim. 4, 13, 21). I fatti turpi sono sempre implicitamente riprovati, i virtuosi approvati nei limiti della morale professata. Quando l'agio-grafo cita fonti letterarie si deve supporre che in linea di massima le approvi (p. es., I Reg. 11, 41; 14, 29; 15, 31 ecc.). Dal contesto si può desumere nei singoli casi in qual misura non le approvi (v. CITAZIONI IMPLICITE, TEORIA DELLE).Altro effetto importantissimo dell'ì: è l'immunità da errori, che compete alla Bibbia, per la quale V. INERRANZA.
prima di qualunque azione interna o esterna, una mozione speciale dello Spirito Santo, altrimenti l'atto sarebbe proceduto da amor proprio. Tali errori furono condannati dalla Chiesa (J. De Guibert, Documenta, 213. 406, 438-48, 461).
II. L'1. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE.
Nelle religioni non cristiane, l'1. appartiene a quel tipo di divinazione che non dipende da segni esterni, ma dal suggerimento proveniente da una divinità o da altra fonte soprannormale. Quando l'1. avviene per il creduto possesso che, in seguito ad eccitazione preliminare, uno spirito prende di un individuo facendolo parlare ed agire a sua posta, sciamanismo (v.).
Quando l'1. avviene in un luogo particolarmente sacro, e attraverso una persona che è assistita da un sacerdozio addestrato, ORACOLO (v.).
I. individuale è ritenuta quella che avviene attraverso visioni, allucinazioni, sogni (v. INCUBAZIONE), ritenuti dalla mentalità popolare come manifestazioni di un mondo superiore.
Le religioni storiche sorte in un secondo tempo, come reazione o integrazione di quelle naturali, grazie all'opera di un fondatore o riformatore, possiedono quasi tutte un canone di scritture sacre, ritenute provenienti dalla divinità stessa attraverso la rivelazione del riformatore o profeta. L'Avesta dei mazdei, ispirato da Ahura Mazda a Zarathustra, il Corano esistente ab aeterno in cielo, e rivelato da Allah a Maometto per il ministero dell'arcangelo Gabriele, sono i due casi tipici di i. che i fedeli ritengono venuta direttamente da Dio.
Alcune religioni, pur senza vantare questa diretta i. hanno scritture sacre in cui è contenuta la tradizione del paese, alle quali viene attribuito un valore normativo per la vita religiosa e morale; tali sono i Veda dell'India, i King della Cina confuciana, il Taotsang dei taoisti, il cui nucleo centrale è costituito dal Tao te King di Laotse, il Tripitaka (Tripitaka in pali) del buddhismo, il Siddhanta del jainismo, il Granth dei Sikh. Anche manichei, mandei, bàbisti, bahà'isti, hanno i loro libri sacri.