QUIETISMO. - Concezione mistico-religiosa che tende al raggiungimento dell'unione, anzi dell'identificazione con Dio, attraverso uno stato acquisito di passività totale con diminuzione o rinnegamento della personale responsabilità umana. Nel significato generale del termine, è una deviazione della vita interiore, verificatasi in luoghi e tempi diversi, anche presso religioni non cristiane; ha però assunto un significato preciso nell'indicare un vasto movimento sviluppatosi nel sec. XVII.
Possono scorgersi motivi quietisti nel brahmanesimo, nella sua ansia di raggiungere l'assorbimento nel grande Tutto, con la rinunzia all'agire e all'esistenza. Nei trattati buddhisti la prassi estatica, alla quale si applicano i monaci, è determinata con precisione: la meditazione consiste nel non pensare nulla; le lunghe ore trascorse in tale esercizio provocano sovente un'eccitazione nervosa. In Occidente, si ebbero motivi derivati dall'ἀνάθετα stoica; o dall'estasi neoplatonica, quale fu descritta da Plotino, come «bagno di luce», per mezzo della quale l'anima ha la visione immediata dell'Uno e si confonde con lui, spogliandosi d'ogni forma.
Nella storia della spiritualità cristiana, il filone quietista affiora in Oriente con i messaliani o eschiti, condannati dal Concilio di Efeso (451), con la dottrina della preghiera continua che avrebbe l'efficacia assoluta di espellere dall'uomo il demonio. Per essi, dominati da una
visione manichea della lotta tra Satana e lo Spirito, la natura umana rimane totalmente corrotta, anche dopo il Battesimo. Solo la preghiera continua avrebbe efficacia di strappare le radici del male, produrre negli oranti l'impeccabilità, trasformando l'anima nella natura divina ed immortale, per mezzo della inabitazione dello Spirito Santo sensibilmente percepito. Dal concetto di impeccabilità traevano conseguenze immorali (fenomeno che si verificò poi anche in altri movimenti aventi infiltrazioni quietiste) : « cum aliquie post imperpessionem se tradit delicia et libidini, id caret culpa et periculo » (Presbitero Timoteo, De receptione huereticorum : PG 86, 51). Tendenze quietiste, con metodi contemplativi analoghi ai buddhisti, si riscontrano nel sec. xiv tra i monaci esicasti (v.) del Monte Athos; tendevano alla visione della luce divina per mezzo della contemplazione, fino all'introspezione del cuore, finché Iddio faceva vedere nell'interno delle proprie viscere la sua luce meravigliosa portatrice di gioia celeste e di invulnerabilità agli assalti del nemico; i perfetti si esimevano anche dalla orazione vocale (Gregorio Sinaita, De quietudine et duobus orationis modis : PG 150, 1313 sgg.). Errori quietisti accentuati ricorrono nel sec. xiii presso i fratelli del libero Spirito (v. FRATELLI DEL LIBERO SPIRITO) e presso i beglimi o begardi, coinvolti in una stessa condanna del Concilio di Vienna (1312). In tutti costoro è posta in rilievo l'impeccabilità dell'uomo perfetto, che si considerava libero da ogni obbedienza, da ogni pratica ascetici, essendo il corpo e i sensi sottomessi all'anima e alla ragione. In Eckart motivi quietisti affiorano nelle 28 proposizioni condannate da Giovanni XXII. D'altronde venature quietiste si dovrebbero ricercare anche in liriche e trattati medievali sull'amore puro « O alma annichilata » in esso (Dio) trasformata « di te non prender cura » ... Per te guerra né pace — non è state né verno — paradiso o inferno — per te è solo amore » (Giannuzzo Sacchetti).
Negli Alumbriados o illuminati spagnoli del secc. xvi e xvii il q. dei begardi è giustificato da una speciale teoria della contemplazione di Dio e della sufficienza dell'orazione mentale (l'orazione vocale, privata o collettiva, è diadegnata). Solo l'orazione mentale è obbligatoria per divino volere, da anteporsi alla stessa Messa di precetto e alla obbedienza ai Superiori. L'orazione consiste per essi essenzialmente nel raccogliersi alla presenza divina, per cui cessa la « fede ». In questo stato sono soppressi gli atti di virtù e di volontà e le stesse potenze dell'anima, perché si è guidati dalla Grazia e dallo Spirito Santo alla cui ispirazione bisogna abbandonarsi. Non mancò chi tra loro pretese giustificare illeciti rapporti sessuali, come comunicazione dello Spirito Santo, e manifestazione della unione divina. Furono perseguiti per tutto il sec. xvi dall'Inquisizione. Il 9 maggio 1623, Andrea Pacheco, arcivescovo di Siviglia, condannò 76 loro proposizioni. Cenacoli di illuminati si costituirono anche in Francia, e tra essi vanno «unoverati i Guerinets, sorti in Piccardia nel primo decennio del sec. xvii. Forse altre diramazioni, ancora inesplorate, si ebbero in Italia. A Roma, nel 1615, erano condannati come « begardi » il p. Aniello Arcieri e la « bizzocca » suor Giulia de Marchi, che avevano avuto largo seguito a Napoli ed erano rei confessi di avere insegnato e praticato uno pseudo misticismo sensuale (cf. Bibl. Vat., codd. Urb. lat., 1696 e Vat. lat., 1273).
Nel Seicento il q. si presentò come sistema coerente, che sorse dal dibattito tra predestinazione e libero arbitrio, come reazione al formalismo religioso, e come liberazione dal terrore di Dio proiettato nelle coscienze dal protestantesimo e dal giansenismo e pretese riallacciarsi ai mistici renani spagnoli e italiani (da Ruysbroeck e Susone a s. Teresa e s. Giovanni della Croce, a s. Maria Maddalena dei Pazzi). Ebbe la sua formulazione più MOLINISMO (v.) ma fu preparato e coltivato da varie tendenze e correnti. Come le precedenti analoghe concezioni mistiche che esasperano l'annichilimento volontario della volontà umana nella trascendenza divina esso è radicalmente inficiato da due PURISMO (v.) e l'abbandono alla volontà divina dev'essere spinto fino al disinteresse assoluto anche quanto alla propria salvezza; e la
vera orazione è solo quella di pura fede, la contemplazione « acquisita » che conduce l'anima alla passività totale, stato nel quale tacciono non solo le operazioni dell'intelletto ma anche l'amore della volontà.
Falconi (v.), nei suoi libri postumi postula, nell'impossibilità di meditare, il metodo contemplativo, con il totale abbandono alla Volontà divina. In Francia, il cappuccino Benedetto da Canfield nella sua Règle de perfection (Parigi 1609), insegna che la perfezione consiste nell'unione d'intelletto e volontà della creatura che è « nulla » con Dio che è « tutto », conformandosi alla volontà essenziale di Dio. Questa dottrina che ispirò buona parte degli autori, mistici cappuccini, fu abusivamente interpretata dai quietisti posterori: perciò la sua opera fu inserita nell'Indice (1689). Incinature quietiste si trovano negli insegnamenti di Jean de Bernières, p. Mauro del Bambino Gesù, Malaval (v.) che spingeva i fedeli alla nudità dello spirito che richiede la distruzione d'ogni immagine sensibile o specie intelligibile. In Italia il primo testo pre-quietista, che risale alla fine del '500, è il Breve compendio intorno alla perfezione cristiana Bellinzaga (v.), con la collaborazione del gesuita Achille Gagliardi. Ma il q. italiano si precisa e fa perno sul card. Pier Matteo Petrucci (v.) che unifica le teorie quietiste dei vari predecessori italiani e stranieri e deve più alle elaborazioni di Achille Gagliardi, Angelo Elli, Sisto de Cucchi, Paolo Manassei che non al Molinos. Nel Petrucci la mistica dell'amore ha premesse antintellettuale (Dio vuol essere amato, non conosciuto); e differisce dagli altri quietisti per la sua posizione teocentrica squisitamente cristologica; dovette abiurare i suoi errori espressi in 54 proposizioni il 17 dic. 1687. Il q. italiano vive di medie e piccole figure di eccezionale forza propulsiva, e di gruppi e convenievole, dai pelagini al gruppo casalese di Scarampi, a quello di Matelica, al cenacolo spoletino del Lambardi, per citare solo i più noti. Mons. Spina, arcivescovo di Vercelli, è un precedente dell'iniziale q. Fénelon (v.), il movimento raggiunge il '700 con il q. siciliano dell'agostiniano fra' Romualdo e di suor Geltrude Cordovana finiti sul rogo.
Per raggiungere la quiete e l'inabissamento in Dio — secondo G. P. Rocchi, uno dei vari teorici — l'anima deve superare il primo grado di pura fede, posto ancora su un piano discorsivo-meditativo, e raggiungere il secondo nel quale si opera per giudizio. Allora si devono tralasciare « tutte le figure e le immagini, etiandio quelle con le quali sogliono meditarsi i misteri dell'umanità di Gesù Cristo » (si tralasciano anche le orazioni vocali non di precetto), e si attende puramente a Dio, con lo sguardo semplice dell'intelletto. Permanendo in questo grado, l'anima non deve rinnovare o fare atti distinti di virtù, né deve attardarsi in esami, meditazioni, confessioni generali, ma ascoltare l'ispirazione del Signore. Il card. Caracciolo di Napoli, denunciava, nel 1682, al riguardo il pericolo di illusioni: « Vivono con tale inganno che tengono essere tutti lumi ed ispirazioni di Dio quei pensieri che loro suggerisce la mente in quell'atto di orazione muta ».
Il concetto dell'indiamento, già espresso dal p. Gagliardi, e di una conseguente impeccabilità, permetteva ad alcuni spregiudicati, come Pandolfo Ricasoli e suor Maria Cristina Rovoles di giustificare i propri piaceri carnali. In alcuni il q. riceveva accese coloriture chiliaste, come nei fratelli Leoni, condannati a Roma il giorno seguente alla abiura di Molinos (4 sett. 1687). In essi era accoppiato il sentimento dell'indiamento e di una radicale svalutazione della vita sacramentaria, con una escatologica attesa della imminente reincarnazione del Cristo.
Delle chiesuole e gruppi quietisti quello dei pelagini è il più noto. Fondato da Giacomo Casolo, a Milano, nell'oratorio di S. Pelagio, si sviluppò soprattutto in Val Camonica, sotto la direzione dell'inciprete Marcantonio Recaldini ed attecchi molto « per la rozzezza di quei popoli idioti ». I seguaci, laici, uomini e donne, si riunivano di notte a pregare dedicandosi all'orazione mentale. Stimavano che senza di essa nessuno potesse salvarsi e che fosse da anteporsi alla recezione dei Sacramenti e alla
venerazione dell'Eucaristia; disdegnavano la preghiera vocale. Disprezzavano il matrimonio, i digiuni, le penitenze ed altre opere meritorie. Asserivano che solo appartenendo al loro gruppo si conseguiva la salvezza eterna e si vantavano d'essere interpreti autorizzati della S. Scrittura e ripieni di Spirito Santo. I pelagini nel 1656 furono dispersi e il Recaldini relegato. Il gruppo di Matelica, forse il più tipico, fondato e diretto dall'oratoriano Pier Matteo Romiti, era composta da trenta zitelle; legate dai tre voti di povertà, castità, obbedienza, vivevano nelle loro famiglie, portavano un collare che le distingueva. Alla Messa tenevano gli occhi bassi, non alzandoli alla Elevazione, non movevano le labbra. Facevano «congreghe in casa di una di esse a discorrere di cose spirituali». P. Romiti le iniziò all'orazione di quiete, al principio della quale si dovevano fare atti di fede e di amore che non era necessario rinnovare (e qualcuna affermò che da molti anni non li ripeteva più). Non frequentavano altre Chiese e non si confessavano ad altri confessori senza licenza del loro direttore. Alcune dicevano di avere illuminazioni, rivelazioni, visioni e di patire affanni e languidezze procedenti dall'amore verso Dio. In simili casi P. Romiti, per fare crescere l'amore divino, poneva loro «una mano dalla parte del cuore, stringendo e dicendo loro che amassero Gesù Cristo».
MOLINISMO (v.), il rappresentante più famoso del q., operò nell'ambiente romano. Le estreme conseguenze facevano parte di un insegnamento esoterico, impartito nella direzione spirituale e nel carteggio epistolare, venuto alla luce durante il processo contro di lui (1685-87) e che fu esposto in 68 proposizioni condannate da Innocenzo XI (bolla Coelestis Pastor, 20 nov. 1687). Con P. La Combe, e con M.me Guyon, di cui quegli fu insieme direttore e diretto, gli eccessi sensualistici di Molinos sono rigettati; M.me Guyon sviluppa e raffina i motivi dell'amore puro di Dio e mette la perfezione nella vita passiva di fede in cui l'anima, rientrata nel suo interno, «con l'impetuosità dei torrenti alpini», si ricongiunge a Dio, suo centro; e, annichilendosi, in Dio si perde. L'anima, attraverso le prove spirituali, perviene alla morte mistica e alla risurrezione in Dio: Dio a poco a poco la perde in sé e le comunica le sue qualità, togliendola a quanto ha di proprio. Mentre P. NICCOLÒ (v.) fu tra i principali avversari del q. in Francia, Fénelon della peghona e della dottrina di M.me Guyon si dimostrò sempre strenuo difensore, pure rigettandone certi eccessi; nel 1695 la indusse a sottoporre la sua dottrina all'esame di Bossuet, M.me de Noailles e M. Tronson (v. AMORE PURO). Dopo due anni di appassionate discussioni tra Fénelon e Bossuet (non sempre serene da parte di questo), venne la condanna pontificia (12 marzo 1699) del libro L'explication des maximes des saints (Parigi, 1° febbraio 1697): il breve Cum alias di Innocenzo XI notava in 23 proposizioni delle Maximes vari errori, frasi male sonanti o prossime all'eresia, chiarite da Fénelon, che si sottomise pienamente, nella Instruction pastorale (15 sett. 1697) ed in altri scritti. I principali errori si possono ridurre a quattro: 1) l'amore di pura carità è l'amore di Dio considerato in se stesso, senza
mescolanza di motivo interessato, né timore delle pene né desiderio delle ricompense. 2) Nelle prove supreme della vita interiore, un'anima può essere persuasa d'una persuasione invincibile e riflessa, d'essere giustamente riprovata da Dio; e con questa persuasione fare a Dio il sacrificio assoluto della sua felicità eterna. 3) Nello stato di puro amore l'anima è indifferente quanto al suo perfezionamento nella pratica delle virtù (proposizione che Fénelon spiegò: i perfetti ricercano unicamente la gloria di Dio). 4) L'affermazione, infine, che le anime contemplative perdono, in certi stati, la vista distinta e riflessa di Gesù Cristo, fu spiegata nel senso che tale privazione è limitata al periodo della visione. È innegabile che questa ed altre affermazioni si prestavano alle esagerazioni quietiste.
Nella storia della spiritualità cristiana, il q. è stato un'esperienza negativa che ha dimostrato l'assurdo di un'ascesa mistica, che non sia basata sull'ascetismo quotidiano.
BIBL: documenti pontifici in Denz-U, 50-130, 1221-89, e in J. de Guibert, Docum ecclesiast. christ. perfectionis spectantia, Roma 1931, pp. 42-54, 115-27, 153-66, 228-40, 252-327. V. FENELON e MOLINOS e bibl. ivi citata; inoltre: C. Gennari, De falso mysticismo, Roma 1907; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, II, Parigi 1923, p. 323 sg.; III, ivi 1925, pp. 121 sgg.; IV, ivi 1928, capp. 5-9; P. Dudon, Le quiétisme au XVIIe siècle, in DFC, IV (1928), coll. 527-42; P. Pourrat, Le faux abandon, in DSP, I (1932), coll. 25-49; Melchior a Pobladura, Hist. generalis Ord. Fr. Minorum Capuccin., I, Roma 1947, pp. 197-200; I-II, ivi 1948, pp. 262-68; M. Petrocchi, Il q. italiano del Seicento, ivi 1948; S. Mottironi, Un nuovo documento per la storia del q. italiano, in Riv. d. st. d. Chiesa in Italia, 3 (1949), pp. 409-15; R. Guarnieri, Il q. in otto manoscritti digiani, ibid., 5 (1951), pp. 381-412; C. Truhlar, De experientia mystica, Roma 1951, pp. 93-112; P. Pirri, Il «Breve Compendio» di Achille Gagliardi al vaglio di teologi genuiti, in Arch. histor. S. J., 20 (1951), pp. 231-33 (con bibl. precedente).

Piero Sannazzaro