FÉNELON, FRANÇOIS DE SALIGNAC DE LA MOTHE

FÉNELON, FRANÇOIS de SALIGNAC de la MOTHE. - Scrittore, n. da nobile famiglia il 6 ag. 1651 nel castello di Fénelon (Périgord), m. il 7 genn. 1715 a Cambrai. Iniziò all'Università di Cahore gli studi che compì alla Sorbona e nel Seminario di S. Sulpizio. Ordinato sacerdote nel 1674 o 1675 rimase qualche anno a S. Sulpizio esercitando in quella parrocchia il ministero. Nel 1678 è superiore di un istituto di istruzione per giovanette protestanti convertite al cattolicesimo; è, dopo la revoca dell'editto di Nantes, tra i più fervidi collaboratori delle « missioni » tese alla conversione dei protestanti: in ambedue gli incarichi mostra un tatto e una dolce comprensione, che sono la diretta eredità metodologica di s. Francesco di Sales. Precettore del duca di Borgogna, il F., fiero rampollo di una tradizione aristocratica, finisce per trovarsi a disagio nell'ambiente monarchico (non ultima causa della condanna del suo « quietismo » fu la contrarietà di Luigi XIV). Nel 1693 pronunzia il suo discorso per l'entrata all'Accademia di Francia. Nel 1695 è nominato arcivescovo di Cambrai.

È tra i più grandi scrittori religiosi del Seicento francese per l'inquieta indagine dell'anima umana, per la sottile e raffinata ansia nell'« amor puro » di Dio, per l'amabilità così squisita e sunderte. Nella prima sua opera letteraria, Dialogues sur l'éloquence (1679, pubbliciti postumi) già si delinea la sua fisionomia di amico della verità come intima persuasione della mente e del cuore. La prima operetta, di grande importanza nella storia della pedagogia cattolica, che gli dette una specifica notorietà fu il Traité de l'éducation des filles (1687) dove è delineato un metodo educativo fondato sull'amorevolezza e sulla serenità: non bisogna istillare nelle temp. e, menti infantili « vaines craintes des fantômes et des esprits », ma tendere invece a delineare sempre « une idée agréable du bien et une idée affreuse du mal ». La natura non

ve conculesta ma aiutata. L'autorità può ben convivere con una saggia libertà.

Notevole importanza ha F. nella storia del pensiero politico seicentesco per Les aventures de Télémaque (composto intorno al 1693-94, ma pubblicato a sua insaputa nel 1699, romanzo un po' proliasso, ma sorretto da un incantevole e magico stile), per l'Examen de conscience sur les devoirs de la royauté e per altri scritti minori: in essi il F. si mostra al anticontrattualista ma pure antiassolutista (esigenze che nascevano non solo dal suo concetto di «libertas» cristiana, ma pure dagli spiriti antimonarchici della classe nobiliare a cui apparteneva): contro i re che non pensano che a farsi temere, quei re che sono «les fléaux du genre humain», F. delinea il profilo dell'ottimo re sarromesso alla bontà naturale (da ricordare che nel Télémaque si è in fittizio mondo mitologico) a alla ragione; del re che arrivi a far esercitare la giustizia in favore del povero contro il ricco; felice, esclama il F., il popolo condotto da un re saggio, ma ancora più felice il re che trova la felicità nella propria virtù: «il tient les hommes par un lien cent fois plus fort que celui de la crainte: c'est celui de l'amour»; non solamente gli si obbedisce, ma si ama a ubbidirgli: «il règne dans les cœurs». Su un piano internazionale il F. propugna il massimo rispetto verso la comunità delle nazioni straniere: un diritto particolare di successione o di donazione, egli dice, deve cedere alla legge naturale della sicurezza delle nazioni; tutto quello che distrugge l'equilibrio non può essere giusto anche se sia fondato su leggi scritte di un particolare paese, proprio perché le leggi scritte presso un popolo non possono prevalere sulla legge naturale della libertà e della sicurezza comune, impresse nei cuori di tutti gli altri popoli.

Un posto di primo piano ottenne F. nella turbinosa Europa teologica del suo tempo, allorquando entrò in lizza per difendere contro Bossuet Guyon (v.). Aspra fu la lotta tra Bossuet e F. (e il Bossuet non fu certo ricco di carità verso il suo avversario. Per le varie fasi di questa battaglia teologica, V. QUIETISMO); la parola definitiva venne da Roma: con il breve Cuno alias del 12 marzo 1699 Innocenzo XII condannava l'Explication des maximes des saints (Parigi 1697) di F.; venivano notati dal breve pontificio nell'opera di F. vari errori, frasi male sonanti, frasi prossime all'eresia: l'uomo può amare Dio di un amore di pura carità, e senza alcuna mescolanza del motivo dell'interesse proprio (non avendo alcuna parte in questo amore né il timore delle pene né il desiderio delle ricompense); l'uomo può amare Dio, ma non per il merito, né per la perfezione; né per la gioia che prova amandolo. Nello stadio della santa indifferenza, l'uomo non vuole più la salvezza come salvezza propria, come liberazione eterna, come ricompensa dei propri meriti, come il massimo dei propri interessi; ma vuole la salvezza con piena volontà come gloria e beneplacito di Dio, come una cosa che Dio vuole e che vuole che noi vogliamo per Lui. Questo pur amour compone lui solo tutta la vita interiore e diviene allora l'unico principio di tutti gli atti deliberati e meritori. Il quietismo di F. non arriva però agli estremi di un Molinos: per F. nella contemplazione l'anima è nella più completa indifferenza per la propria salvezza, e cioè senza la virtù della speranza; ma con una sottile distinzione: nell'annegamento l'anima perde sì ogni speranza per il suo stesso destino, ma non perde la speranza perfetta (che è il desiderio disinteressato delle promesse divine) nella parte superiore, cioè negli atti diretti e intimi. Inoltre per F. l'uomo nello stadio unitivo, se perde ogni motivo di timore e di speranza, non perde né il timore filiale né la speranza dei figli di Dio. In certi aspetti F. è decisamente contrario a

Molinoa: è difatti avverso a reprimere in sé gli atti virtuosi; nella quiete, egli afferma ancora, è dimenticato soltanto il proprio interesse, ma l'opposizione al male deve rimanere sempre presente; inoltre non si deve avere nessun disprezzo per la vita attiva. F. si sottomise alla condanna, condanna determinata non solo da alcuni errori sostenuti da F. ma anche da varie imprecisioni di linguaggio teologico (la fretta gli era stata difatti cattiva consigliera: Bossuet stava dando per le stampe, contro la mistica guyoniana, la sua Instruction sur les états d'oraison; F. nelle precederlo e riuscì a pubblicare la sua Explication il 1° febbr. 1697, sci settimane prima che apparisse l'opera del Bossuet).

Tra le opere minori, ma non per questo meno ricche di pathos e di intima luce, è il Traité de l'existence et des attributs de Dieu (iniziato in gioventù a terminato nel 1718); il F. segue nella prova dell'esistenza di Dio un metodo che si potrebbe definire ontologico: le idee indipendenti dai corpi scoprono la natura dell'anima che riceve quelle che è incorporato; donde viene l'idea «incorporelle» dei corpi stessi? È necessario che quelle che si pensa in se stessi su una sorta di «ntant de nature corporelle»; ma come si possono conoscere degli esseri che non hanno alcun rapporto di natura con il mio essere pensante? È necessario senza dubbio che un essere superiore a queste due nature così diverse, e che le racchiude tutte e due nel suo infinito, le abbia congiunte nella mia anima, e n'abbia dato l'idea di una natura tutta differente da quella che pensa in me. Altri scritti di F., sempre ricchi di una solida libertà intellettuale e di una dolce e al tempo stesso risentita complessità, sono la Refutation du système de Mulébranche (opera giovanile pubblicata solo nel 1820, contro l'ottimismo assoluto, negatore della libertà divina), il Traité du ministère des pasteurs (scritto anch'esso giovanile, dove si insiste sul tema che i protestanti non hanno una ininterrotta tradizione apostolica), l'opuscolo sulla gnostica di Clemente Alessandrino (P. Dudon, Le guastique de Clément d'Alessandre, Opuscule inédit de F., Parigi 1930; dove si sostiene l'esistenza, nell'antico Chiesa, della dottrina esoterica del puro amore), le varie istruzioni pastorali (dal 1794 al 1714: attaccano con schietta persuasione le dottrine del giansenismo, movimento che F. avversò decisamente, adoperando nella pratica anche mezzi non completamente leali. Un aspetto teologico sul quale il F. insiste nella sua polemica teoretica è quello dell'identità tra la grazia efficace per se stessa giansenistica e la grazia necessitante calvinistica), le Lettres sur l'autorité de l'Église, Lettres sur la religion, Dialogues des morts, nonché la Lettre sur les occupations de l'Académie (1714), lucido manifesto di un libero gusto letterario, che sia ricco di chiarezza, ordine e semplicità e non di ornamenti che snervano la verità. Oratore ricco di una «douce insinuation», lascia tra le sue cose più sensibili il Sermon pour la fête de l'Épiphanie (6 genn. 1685; splendido per l'afflato mistico: «l'homme s'agite, mais Dieu le mène») e il Discours prononcé au sacre de l'électeur de Cologne (1° maggio 1707).

Immensa la fortuna di F. Innanzi tutto in campo cattolico, per la sua pedagogia, per il suo pensiero politico, per il suo antirigismo, per il suo antigiansenismo, e in fondo anche per le sue dottrine mistiche, che laddove non sono eterodosse sono state accolte come una sana esigenza contro la «pente excessive à raisonner», la quale (come dichiarava il F. al duca di Chevreuse) è «un obstacle à ce recueillement et à ce silence où Dieu se communique». E, inoltre, fuori del campo cattolico, il suo antigiansenismo è gradito ai libertini, la sua opposizione al formalismo religioso ai creatori del mito della religione naturale, il suo antiassolutiamo ai preparatori del pensiero democratico, la sua pedagogia a tutto il pensiero educativo post-illuminista, e soprattutto il suo quietismo alla mitologia di una religione senza

inferni e paradisi, passata attraverso il suo discepolo Ramsay nell'umanitarismo filantropico-massonico (di Ramsay è fondamentale l'Histoire de la vie et des ouvrages de M. F. de S. de la M. F., Amsterdam 1727). Grandissima è stata pure l'eredità del quietismo di F. nella mistica romantica: anzi si può dire che la storia della mistica romantica sia parallela e quasi sempre coincidente con la fortuna di F. e di Madame Guyon. - Vedi tav. LXXV.

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BIBL.: Oltre la Revue Fénelon, 1911. ssp., cf. H. Sée, Les idées politiques de F., in Revue d'histoire moderne et contemporaine, 1 (1899-1900), p. 545 ssp.; E. Faguer, Dix-septième siècle, 28e ed., Parigi 1903, p. 435 ssp.; P. Janet, F., ivi 1903; G. Gidel, Le politique de F., ivi 1906; M. Masson, F. et Mme Guyon, ivi 1907; M. Cagnac, Etudes critiques sur F., ivi 1910; H. Bremond, Apologie pour F., ivi 1910; G. Maupin, Documents bibliografici per la storia della fortuna di F. in Italia, ivi 1910; A. Largent, s. V. in D'ThC, V, coll. 2137-60; L. Navatel, F. La Confrérie secrète du pur amour, Parigi 1914; A. Chérel, F. au dix-huitième siècle en France, ivi 1918; E. Schifère, Mme Guyon et F. précurseurs de J.-J. Rousseau, ivi 1918; M. Wieser, Germanische und romanische Religiosität; F., Berlino 1919; J. Renault, Les idées pédagogiques de F., Paris 1922; H. Bremond, Le duel entre Bassuet et F., in Revue de France, 3 (1926), pp. 149-71; id., Encore le duel, ibid., 3 (1926), pp. 103-118; M. Leroy, F., Parigi 1928; H. G. Martin, F. en Hollande, Amsterdam 1928; A. Delphanoue, La pensée de F., Parigi 1930; G. Flamand, Les idées politiques et sociales de F., ivi 1932; H. Bremond, La querelle du pur amour au temps de Louis XIII, ivi 1932; A. Chérel, De Télémanne à Camille, ivi 1933; id., F. ou la religion du pur amour, ivi 1934; J. P. Zermati, La place de F. dans l'histoire des doctrines économiques, Algéri 1934; G. Joppin, F. et la mystique du pur amour, Parigi 1938; E. Carcassonne, Etat présent des travaux sur F., ivi 1939; J. Orcibal, F. et la Cour Romaine, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 34 (1940), pp. 334-345; E. Carcassonne, F. L'homme et l'oeuvre, Parigi 1946; P. Fourrat, La spiritualité chrétienne, IV, ivi 1947, p. 253 ssp.; M. Petrocchi, Il quietismo italiano del Seicento, Roma 1948, V. indice; G. De Luca, Frammenti d'una corrispondenza tra F. e Gonzalez, in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 3 (1949), pp. 415-29. Massimo Petrocchi

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“FÉNELON, FRANÇOIS DE SALIGNAC DE LA MOTHE.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 693. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/fenelon-francois-de-salignac-de-la-mothe.