ISTINTO

ISTINTO. È una tendenza, un impulso interiore, che determina e dirige un complesso di atti esteriori, spontanei e coordinati, per mezzo dei quali l'animale soddisfa ai bisogni della sua vita di relazione. Gli i, sono almeno tanti quanti sono i vari bisogni dell'animale e possono riguardare o un determinato oggetto (la volpe che va in cerca della lepre) o una determinata azione (l'uccello che costruisce il nido). Essi mirano ad un duplice scopo: la conservazione dell'individuo, così che questo si cerca il cibo (il ragno, la larva del formalceone) o lo ammassa per il futuro (api, formiche) o si difende dai nemici (varie forme di nido, mimetismo dei colori, finta morte, automutilazione, emigrazioni); e la conservazione della specie (scelta di luoghi sicuri, provviste di cibo diverso per la prole, ammaestramento).

**1. CARATTERI DELL'ì.** I caratteri empirici dell'ì, si possono ridurre ai seguenti: 1) _L'adattabilità ai fini par-ticolari da raggiungere_. Sotto questo aspetto il mondo animale, specialmente quello degli insetti, dispiega meraviglie; nulla di più ingegnoso del comportamento del casoro nel costruire dighe; dell'ape nel disporre e formare le cellette esagonali, risolvendo il problema geometrico ed economico di ottenere che esse contengano il massimo di miele con il minimo dispendio di cera; del rinchiere accartoccioso, che taglia la foglia della betulla secondo una formula di matematica differenziale, scoperta da non molto; dell'ammofila, vegetariana, che alla sua larva carnivora procura un bruco di farfalla vivo, ma immobilizzato prima con pungerne i centri nervosi. 2) _La cecità_, nel senso che l'animale non conosce, sotto la ragione di fine, il fine che pure raggiunge così mirabilmente con la sua azione, né la proporzione che hanno con questo fine i mezzi da esso adoperati. Conosce quei movimenti che compie, che sono di fatto altrettanti mezzi ordinati al bene suo o della specie, ma non percepisce il fine in quanto tale, né i mezzi in quanto tali. Tanto è vero che o mutate le circostanze o disturbato nel suo lavoro, continua a compiere atti senza accorgersi che sono diventati inutili (il ragno, ad es., che porta e difende energeticamente il suo bozzolo, continua a trascinare e a difendere una pallina di sughero sostituita al bozzolo; gli uccelli nutrono i pulcini per un certo tempo, poi li abbandonano, anche se, per mancanza di cibo, il vedono mortire di fame). 3) _La specificità_. Gli i, sono caratteristici della specie. Ogni specie di ragni stesse lo stesso tipo di tela; ogni specie di uccello fa lo stesso tipo di nido, tanto che facilmente s'indovina la specie dell'uccello dalle caratteristiche del nido. Talora si hanno atti caratteri-

stici entro la medesima specie, ad es., gli atti istintivi dell'ape regina sono diversi da quelli dei fuchi, i quali a loro volta non hanno l'ì. di mellificare e produrre la cera. 4) La preformazione, nel senso che l'ì. è innato, spontaneo, naturale, non appreso dall'esperienza; la larva del formalicone compie perfettamente il suo lavoro, appena dischiusa dall'uovo, senza alcun previo ammestramento dei genitori, che più non ci sono; il papero, cavato da una gallina, corre subito all'acqua e vi si fitta a nuoto, nonostante le grida della chioccia spaventata; lo scoiattolo fa la provvista di nocciole per il primo inverno, che non conosce, come la farà per gli inverni successivi. Qui, però, occorre distinguere fra i primari e i secondari. I primari sono quelli immediatamente perfetti e non oltre perfettibili (ad es., il beccare per i pulcini, il poppare per i mammiferi); secondari sono quelli meno indispensabili, che possono perfezionarsi con l'esercizio e l'esperienza (ad es., gli uccelli imparano a cantare, i cani ad afferrare in questo o quel modo la preda; nelle migrazioni sono i più anziani a dirigere il volo; tutti gli animali imparano a temere il fucile da caccia; molte specie di pesci non abboccano più all'amo, dopo che uno di essi vi è stato preso). E in generale si osserva che quanto più è sviluppato lo psichismo, il che avviene quanto più si sale nella scala delle specie, tanto più diminuisce l'efficacia automatica dell'ì. Questo fatto permette anche l'ammestramento e l'addomesticamento degli animali superiore, i quali per mezzo delle abitudini psico-fisiologiche si prestano a far sorgere in sé tendenze e capacità nuove. 5) L'immutabilità; gli i., cioè, si manifestano sempre con le medesime attività (le apri di oggi lavorano esattamente come ai tempi di Virgilio, che le cantò nelle Georgiche; gli individui vecchi, ne sanno quanto i giovani. Tuttavia bisogna anche ammettere un certo grado di plasticità, di pieghevolezza alla diversità delle circostanze ambientali (ad es., il riggolo adopera, ora, per fabbricarsi il nido, dei fili tessuti dalla mano dell'uomo; eppure è certo che l'arte di tessere non è antica quanto l'uomo; il ragno adatta la tela alla diversità dei punti di appoggio, in cui le singole tela sono lavorate). 6) La coordinazione, nel senso che gli atti istintivi, molte volte assai complicati e ingegnosi, e richiedenti tempo, non si attuano a vanvera, ma appaiono dominati e diretti in funzione dello scopo da ottenere e non si arrestano fino ad averlo ottenuto. Hanno dunque una finalità verso cui, pure nella loro più complessa diversità, convergono. 7) La correlazione con lo sviluppo e con determinante situazioni dell'organismo. Così l'ì. di conservazione negli insetti a metamorfosi produce comportamenti diversi secondo che l'insetto è allo stato di bruco, di crisalide, di formazione perfetta; l'ì. sessuale si manifesta dopo la maturazione e scompare dopo l'involuzione degli organi riproduttori; le apri operai passano dal comportamento di nutrici delle piccole larve, che nei primi giorni di vita restano sedentarie nella loro celletta, a quello di produttori di cera, quando le glandole secerenti il liquido nutrizio subiscono un'involuzione e quelle della cera prendono forte sviluppo, e finalmente a quello di raccoglirici di miele, quando i favi sono formati; così pure la carenza nel cibo di sostanze necessarie o l'indigestione suscita la ricerca di altri cibi determinati che non si cercano fuori di quelle circostanze.

II. NATURA DELL'ì

Dalla considerazione dei caratteri sopra accennati varie concezioni derivarono intorno alla natura dell'ì.: 1) Teoria meccanicista. Cartesio, i filosofi meccanicisti e i difensori della teoria dei «tro-pismi» (J. Loeb, M. Vervorn, ecc.), che fra la materia e lo spirito non ammettono il terzo dato, che è la vita riducono l'ì. ai soli riflessi fisiologici da esso suscitati e l'animale ad un puro automa. Il che contraddice apertamente all'esperienza. Il ragno che ripara la sua tela, lacerata da un buffo di vento, l'insetto che rimedia all'incidente sopravvenuto, mentre costruisce la sua cella letta, dimostrano che le circostanze possono in certa misura determinare l'inserzione nella serie degli atti istintivi di un nuovo atto, diventato accidentalmente necessario per potere proseguire e compiere il ciclo istintivo. Inoltre le modificazioni che secondo i casi il riggolo sa apportare al suo nido, la pernice al suo rifugio, dimostrano nell'ì. una certa plasticità. Ma se il gioco degli atti è puramente meccanico, non potrà né interrompersi, né completarsi, né modificarsi. L'ì. suppone i riflessi o semplici o associati, ma non si confonde con essi, bensì il dirigere al loro scopo. 2) Teoria antropomorfica. Altri filosofi, invece, e parecchi naturalisti, colpiti dalle meraviglie dell'attività istintiva, vorrebbero attribuire agli animali un'intelligenza come la umana, anche se di grado inferiore, anche se rudimentale. L'esperienza invece insegna che l'ì. non richiede una cognizione intellettiva che non spiegherebbe più la uniformità e la costanza delle azioni istintive (v. più oltre, V). 3) Teoria mistica. Essa vede nell'ì. un'intelligenza misteriosa, che nulla ha che fare con l'intelligenza umana, ma è piuttosto una specie di intuizioni, per cui si dice, ad es., che gli animali prevedono il tempo, i cataclismi e corrono a ripararsi; mangiano perché intuiscono che altrimenti morrebbero di inanizione. Però questi fatti hanno ben altra interpretazione; gli animali non hanno intuizione del tempo; ma sono così fatti che certe sensazioni particolari producono riflessi che li preparano ai cambiamenti del tempo; così mangiano, perché la sensazione della fame suscita quei riflessi che li spingono a cercarsi il cibo. 4) Teoria psicologica. La condotta istintiva, quale si rivela dalle forme tipiche indicate sopra, è un'attività che porta l'impronta non solo di un nesso causale tra le sue diverse manifestazioni, e fra queste e le strutture dell'organismo, ma anche di una direzione, ad un fine e di un'esperienza oggettiva. Ci si presenta in modo evidente come un tutto, come un'unità organizzata, diretta verso un fine, che mentre si svolge, non è ancora in atto, e, raggiunto, ne segnerà la conclusione. E anche nel soggetto che compie l'azione, si deve supporre un'attività interiore, sicura e inconsapevole, che organizza in un determinato senso il dato grezzo, recettore ed effettore dell'organismo, in modo da collegarlo in un tutto, che si svolge successivamente nel tempo e nello spazio. È adunque la direzione, o meglio il «senso», la nota fondamentale e caratteristica dell'ì.; esso perciò deve essere considerato un'attività psicologica (A. Gemelli-G. Zunini [V. BIBLICA.], p. 340). Quest'attività interiore, che provoca l'attività esterna e i movimenti e le azioni necessarie al fine, è propria, secondo s. Tommaso e la filosofia scolastica, di una facoltà particolare, che l'animale possiede, di discernere ciò che gli è conveniente o nuoce e si chiama «stimativa» (s. Tommaso, De veritate, q. 18, a. 7, ad 7; De anima, lib. III, lect. 5°).

III. FUNZIONAMENTO DELL'ì

L'ì. è condizionato da un duplice fattore: a) la naturale predisposizione dell'organismo dell'animale (aspetto fisiologico); b) la percezione, che può essere o una sensazione organica interna o una percezione, accompagnata dalla relativa rappresentazione, di un oggetto esterno, ad es., la vista di una pozzanghera, un grido, un canto, un odore, ecc. (aspetto psicologico). Quindi, in virtù della naturale predisposizione dell'animale, certi oggetti provocano in lui determinate rappresentazioni e sensazioni, le quali mettono in moto la tendenza istintiva e allora l'animale agisce sotto la spinta di queste sensazioni e delle rappresentazioni che le accompagnano; le quali, naturalmente, variano con il variare delle circostanze attualmente date e perciò fanno variare l'atto istintivo adattandolo ad esse. Ad es., il gatto, per balzare sul topo, non fa sempre lo stesso salto, ma lo proporziona alla distanza, alla immutabilità o movimento della preda; l'ammofila, che non riesce ad immobilitizzare la sua vittima alla prima stiletta, la ripete. Questo spiega l'accortezza, che si nota nelle azioni degli animali, che è un apprezzamento delle forme dell'oggetto, dei rapporti spaziali, dei movimenti da fare o tralasciare o rifare.

IV. ORIGINE DELL'ì

Secondo i vari modi di concepire la natura dell'ì., varie sono le teorie escogitate intorno alla sua origine, che si possono raggruppare così: 1) Teoria dell'adattamento: l'ì. deriverebbe dalla necessità, per l'animale, di adattarsi alle condizioni esterni; una specie di lotta per la vita sotto l'alternativa di adattarsi o morire (J. B. Lamarck, C. Darwin, H. Spencer, ecc.). Il che non può essere, perché gli animali (l'ape che fa le cellette, la pecora che fugge il lupo) sarebbero periti,

prima di aver potuto adattarsi. 2) Teoria dell'abitudine individuale: l'è. È causato dall'abitudine contratta di agire sempre in quel determinato modo per motivo o della propria esperienza, o di imitazione o di educazione (S. Condillac, R. Russell-Wallace, ecc.). Al che si può osservare che l'è. Già esiste fin dalla prima operazione istintiva (l'uccello costruisce il primo nido con la medesima facilità e perfezione che i nidi successivi; la pecora fugge il lupo fin dalla prima volta che lo vede). Se l'è. fosse frutto di educazione, la prima volta non agirebbe così perfettamente come la seconda, la terza, ecc., tranne che si voglia attribuire agli animali, che pongono atti istintivi così complessi e meravigliosi, una capacità di apprendimento da riuscire subito là, dove l'uomo dovrebbe impiegare molto più tempo; l'imitazione, poi, non può aver luogo almeno in quei casi in cui, ad es., gli insetti non hanno modo di vedere neppure un istante i loro genitori che muoiono prima dell'uscita della larva dall'uovo. Ciò non toglie che automatici acquisiti si inseriscano in un atto istintivo complicando così la loro interpretazione. 3) Teoria dell'abitudine ereditaria: l'è. sarebbe trasmesso dai genitori nella prole (così in generale gli evoluzionisti). Ma allora non si spiegherebbe da chi i capostipiti di quella determinata specie abbiano potuto creditare gli i. trasmessi; inoltre se alcuni i. possono forse ereditarsi, di molti l'eredità non spiega nulla, ad es., la regina e i fuchi delle api non lavorano, ma generano; le api operarie, invece, da essi generate, lavorano con arte meravigliosa e non generano. 4) Teoria della percezione: l'è. sarebbe prodotto dalla percezione degli oggetti esterni. Ma si deve osservare che la percezione è un fattore necessario a mettere in moto l'è., e perciò non lo crea, ma lo suppone; inoltre i sensi esterni non percepiscono la ragione di utilità, altrimenti come mai l'uccello raccoglie le paglie per il nido solo in determinate epoche dell'anno e non negli altri giorni, nei quali vede pure le stesse paglie del medesimo colore? Perché il passero sceglie, per costruire il nido, la paglia e la rondine il fango?

L'origine dell'è., come quella dell'intelligenza e della volontà, postula la soluzione del problema della natura della vita e della sua finalità; non può quindi arrestarsi alla sola scienza sperimentale, ma deve risalire alla meta-fisica, la quale tratta appunto dell'origine dei viventi, delle facoltà di cui furono arricchiti dal loro supremo Autore in ordine ai fini assegnati a ciascuna specie di essi.

V. L'è. NON È INTELLIGENZA. - Che gli animali posseggiano l'intelligenza è già opinione antica, affermata, almeno implicitamente, dai sostenitori della trasmigrazione delle anime umane nelle bestie; ed è sostenuta, anche in tempi posteriori, da H. Rorarius e M. Montaigne; in tempi recenti dai patrocinatori della cosiddetta «psicologia popolare» (A. Brehm, G. J. Romanes) sulle tracce di C. Darwin, e poi da quei naturalisti evoluzionisti, i quali classificano le azioni degli animali in due ordini: quelle compiute in modo conforme al fine, ma antecedente mente ad ogni esperienza, appartarebbero all'è., che agirebbe meccanicamente; quelle invece compiute in forza della propria esperienza, appartarebbero alla intelligenza, che non differirebbe dalla umana se non di grado.

La filosofia, invece, e lo studio più accurato dei fenomeni offerti dall'esperienza, condotto da insigni naturalisti (ad es., J. H. Fabre, G. Surbled, L. T. Hohbause, J. B. Watson, J.-A. Plateau, W. Wagner, E. Claparède, J. Lubbock, W. Wundt, E. L. Thorndike, A. J. Kin-naman, ecc.) asseriscono con certezza che le operazioni dei brutti non procedono da intelligenza, perché di questa non danno nessun segno che ne provi la presenza o la necessità; anzi danno segni di non possederla affatto. E s'intende per intelligenza la facoltà di formare e comprendere concetti astratti, universali, di conoscere le relazioni intercorrenti tra effetto e causa, tra mezzi e fine, di formulare giudizi e ragionamenti e non soltanto di associare diverse rappresentazioni; e infine di riflettere sulle proprie azioni in ordine ad un continuo adattamento e perfezionamento.

Ora l'intelligenza, appunto perché diretta nelle sue operazioni da concetti astratti e universali, non si limita ad una specie sola di operabilità; ad es., chi è diretto dall'idea astratta di «casa», non si limita, per costruirla, ad un materiale soltanto (ad es., il legno), né ad un solo tipo; donde la possibilità che lo stesso architetto costruisca edifici secondo gli stili più vari. Invece, negli animali, le singole specie e talora anche le singole sottospecie hanno un genere solo di operabilità e tutti gli individui, che ad esse appartengono, lo svolgono allo stesso modo; gli atti istintivi sono uniformi e costanti.

Inoltre, fra le doti dell'intelligenza si contano il linguaggio, il progresso, la nozione di un Dio e di una legge morale, la tendenza a beni soprasensibili, tutte doti che non si riscontrano negli animali. Questi infatti: 1) non hanno la vera facoltà del linguaggio, che suppone la conoscenza dei segni esteriori (parola o gesto) che si adopera, né delle relazioni che passano fra parola e parola, gesto e gesto, né dello scopo per cui si parla e gestisce e si cerca di comunicare agli altri le proprie idee e il proprio sapere. Hanno, si, un'apparenza di linguaggio (urla, guaiti, sibili, fischi, ecc.), ma esso altro non è che una esteriorizzazione delle loro interne appetizioni e affetti, che destano a loro volta in altri animali appetizioni o affetti simili o tendenze di imitazione o associazioni adatte a far agire in questo o quel modo, in questa o quella direzione. La chioccia, ad es., con determinate grida avverte il pericolo; a quelle grida i pulcini corrono a ripararsi sotto le sue ali; così le scelte dei gabbiani, delle starne, delle pavoncelle, delle marmotte gettano un grido all'appressarsi di un pericolo. Quel grido manifesta la passione, l'affetto suscitato nella chioccia o nella scelta del pericolo. Produrrà anche l'effetto di mettere in guardia i pulcini o i compagni; ma per sé il grido non è che puro fenomeno psicologico; è fenomeno psicologico il correre via dei pulcini, manifestazione dell'affetto prodotto in essi da quel determinato grido della chioccia. In altri termini, altro è che la natura indirizzi il grido della chioccia alla sicurezza dei pulcini, altro è che la chioccia con quel grido intenda dare un avviso, chiamare i pulcini, come farebbe una mamma con i suoi bambini. «Etsi brutta animali aliquid manifestant non tamen manifestatationen intendunt; sed naturali instinctu aliquid agunt ad quod manifestatio sequitur» (Summ. theol., 23-2°e, q. 10, a. 1). Così si spiegano tutte quelle espressioni dei brutti, che noi percepiamo come indirizzate ad altri, come segnali. Di fatto servono come segnali, ma il brutto non li percepisce come tali, non li usa col fine di avvisare gli altri; l'indirizzamento è solo affettivo e materiale, non intellettivo e formale. Lo stesso si dica del supposto linguaggio delle api, delle formiche che attirano le compagnie là dove hanno trovato abbondanza di miele o di zucchero o di grano. Il fatto si può spiegare con gli ammassamenti, o abboccamenti o palpeggiamenti provocati da una parte dalla soddisfazione di avere trovato qualcosa di buono e dall'altra dalla percezione che a quei gesti suscita l'azione istintiva di accorrere sul posto fortunato. Non si può quindi asserire né che i brutti parlino, né, tanto meno, che si intendano tra di loro. Per intendersi i vorrebbe un accordo intorno al significato di quel grido, di quella mossa particolare. Ma quest'accordo non inter-viene, ad es., la prima volta che il pulcino sente l'allarme della chioccia, o il gattino vede il cane. 2) I brutti, poi, non sono capaci, se non di quei progressi che derivano dall'associazione delle immagini e dalla memoria; non modificano, infatti, il loro modo di agire, se non in virtù appunto di queste facoltà organiche e sensitive. Mentre l'uomo segna variazioni e progressi multiformi nelle scienze e nelle arti, nei brutti non si potranno avere che variazioni di procedimenti pratici, accidentali, dentro la cerchia delle variazioni di un organo fisso nella sua struttura specifica; esso non potrà mai liberarsi nelle sue azioni dallo stile e dalla misura imposta dalla natura al suo appetito, alla sua fantasia, alla sua stessa inventiva. 3) I brutti, come attesta l'esperienza quotidiana, non manifestano alcun segno di tendenza alle cose soprasensibili, né segno alcuno di religione o di legge morale. Altrimenti non si vedrebbero indulgere di continuo ai loro appetiti, abbandonare od uccidere gli individui malati, come regolarmente si constata in molte specie, né, come in altre,

la femmina divorare sempre il maschio dopo l'atto produttivo.

Talora si notano, è vero, nei bruti delle azioni, che si direbbero rivestire una moralità, come l'obbedienza, la gratitudine, il pentimento, l'amore verso il padrone, fino ad esporsi per lui al pericolo della vita, o morire sulla sua tomba; ma queste azioni hanno soltanto una rassomiglianza apparente con gli atti delle vere virtù; in realtà procedono solo dall'affetto sensitivo, dal ricordo di fatti e circostanze passate, ad es., dall'amore, dalla memoria di piaceri trascorsi, dal timore, ecc.

Voler considerare molti atteggiamenti degli animali quali forme, seppure primitive, di intelligenza, urta anche con quanto dice la morfologia e la fisiologia del cervello. È ormai chiaramente dimostrato che le funzioni psichiche superiori, e tra queste la previsione del futuro e la preveggenza in proposito, e gli atti di volontà, ecc., sono legati nell'uomo con la presenza di definite parti corticali degli emisferi cerebrali, localizzate soprattutto nei lobi frontali e nella corteccia prefrontale. Questi parti corticali sono assenti in tutti gli animali, anche in quelli, quali le scimmie antropomorfe, morfologicamente più simili all'uomo. È cosa nota come la distruzione di questi centri nell'uomo porti alla perdita di tutti gli atti intellettivi e pertanto non si può attribuire intelligenza alle bestie, che normalmente sono prive di questi centri.

A compiere l'argomento si può accennare ad alcuni animali famosi, che si vollero portare come esempio di brutti intelligenti: il cavallo berlinese Hans, i cavalli di Elberfeld, il cane di Mannheim, le scimmie Maia di Vienna e Basso di Francoforte, ecc. i quali con colpi di zoccolo, con muovere tavolette recanti le lettere dell'alfabeto o i numeri, ecc., dimostrarono di saper leggere, capire una lingua, distinguere le persone per nome, essere guarire operazioni matematiche molto ardute. Ma l'esame accurato delle circostanze dimostrò pure che si trattava di semplici automatismi, dirette da movimenti o da cenni di persone presenti e specialmente di chi li aveva educati. Cambiate, infatti, le circostanze, le azioni apparentemente intelligenti cessavano, o si svolgevano alla rinfusa, con sbagli continui (cf. sull'argomento: A. Gemelli, Bestie che pensano e fanno i conti... e uomini che non ragionano, in Religione e scienza, Milano 1920, pp. 51-108; id., L'in- telligenza delle scimmie, in Scienza ed apologetica, 1920, pp. 301-33; E. Claparède, Les chevaux pensants d'Elberfeld, in Arch. de psychologie, 12 [1912], p. 203 sgg.; 13 [1913], p. 244 sgg.; id. e J. Largnier, A propos du chien de Mannheim, ibid., pp. 312-78).

Intorno a tutta questa questione dei fatti meravigliosi dei brutti, che paiono supporre la presenza di una facoltà intellettiva, occorre tener presente: che si devono ben esaminare i fatti per sceverare la pura verità delle interpretazioni antropomorfiche con cui vengono esposti ed abbelliti; che il fatto non deve essere unico, per poter escludere gli eventi puramente fortuiti; che si deve prima cercare la spiegazione nelle facoltà sensitive, i, memoria, ecc. Seguendo accuratamente queste norme sempre meglio si constaterà che l'ì non è mai intelligenza.

VI. L'ì. NELL'UOMO. - Anche nell'uomo, essendo animale, ci sono gli i. e si manifestano fin dalla prima infanzia. Si osserva, infatti, nel bambino l'ì. di su- chiare, di deglutire, di muoversi e camminare; l'ì. gregario, cioè l'ì impulso a voler stare in compagnia degli altri; l'ì. del timore ad un suono improvviso, alla comparsa di una persona ignota; l'ì. di rivolgersi alla mamma e riposare quieto tra le sue braccia. Esso manifesta i suoi stati d'animo con pianti, grida, strepiti, sorrisi, carezze. Però l'uomo, dotato di intelligenza, esercita facilmente una specie di «censura» sui suoi i., e li assoggetta a poco a poco all'impero della ragione e della volontà; di modo che essi perdono a poco a poco il loro carattere di «animalità» inclinazione (v.). Per cui si suole dire che l'uomo ha meno i-abilità che gli animali e più i- inclinazioni. Questa la ragione per cui gli i. dell'uomo appaiono in pieno e spesso anche in forma anormale negli individui impediti nell'uso dell'intelligenza, ad es., negli imbecilli e nei cretini; mentre nel bambino normale appaiono nella loro purezza naturale.

VII. LE LEGGI DEGLI I

Gli i. sono soggetti ad alcune leggi, che offrono conseguenze importanti nel campo della pedagogia. 1) Legge della caducità: molti i., presenti e operanti nei primi anni di vita, cessano più tardi, per il solo fatto della evoluzione dell'organismo; così, ad es., i pulcini, dopo un certo numero di giorni, non si sentono più stimolati a ripararsi sotto le ali della chioccia, che li avverte del pericolo. 2) Legge della specializzazione: ogni i. che ha trovato una volta la sua piena soddisfazione in un determinato oggetto, rimane esposto a compiacervisi in modo esclusivo e quindi a perdere il suo impulso spontaneo verso altri oggetti della stessa specie; di qui l'amore esclusivo per un luogo (l'uccello rifà il nido sullo stesso ramo), le simpatie o antipatie «irrazionali» per determinare persone o azioni. In questi casi l'ì. tende a trasformarsi in un'inclinazione acquisita. 3) Legge della confusione: se un determinato oggetto suscita due i. contradditori, il fatto di sviluppare uno avrà come conseguenza il fatto di inibire l'altro e renderlo come nato-morito. Ad es., un pulcino sente i due impulsi contradditori: «suggerire o fuggire una persona. Se fin dal primo giorno lo si abitua a seguirla, non proverà più verso quella persona l'ì. della paura, che suole nascere al quarto giorno. 4) Legge della sopravvivenza: se l'ì. ha potuto funzionare nell'epoca in cui il suo dinamismo era al massimo, si accrescerà di un'abitudine, che continuerà a vivere e a reagire anche scomparso l'ì. Gli i. esercitati al massimo di una direzione (p. es., l'ì. del gioco, dello sport) producono un particolare attaccamento a questo o quel gioco o divertimento. 5) Legge della inibizione: un i. non può essere neutralizzato, prima del periodo della sua caducità, che dallo sviluppo dell'ì. contrario. Così la paura del castigo può impedire lo sviluppo di un certo numero di i. non buoni.

VIII. LA PEDAGOGIA DEGLI I

Le leggi sopra accennate offrono all'educatore alcune norme assai importanti, che hanno il loro riverbero su tutta quanta la vita: 1) gli i. devono essere sorvegliati e diretti fin dal loro primo apparire. Quindi le famiglie devono mantenere i bambini sotto i loro occhi il maggior tempo possibile; solo così potranno, accorgendosi di tendenze cattive, mettervi riparo, sottraendo ad esse gli oggetti che possono servire d'impulso al male e offrire invece alle tendenze buone gli oggetti che servono a sviluppare. Le persone non della famiglia raramente compiono bene quest'ufficio; e nella famiglia stessa nessuno meglio della mamma, che ha il cuore più ricco di intuizioni e di espansione. 2) Si deve sorvegliare l'apparizione delle tendenze utili per offrire loro continua occasione di esercitarvisi, spingendo al loro massimo potenziamento quelle che saranno più utili per l'avvenire. 3) Allontanare dal bambino tutto ciò che può rappresentare un pericolo e per il presente e per il futuro (p. es., la combattività del bambino non è sempre bene assecondarla eccessivamente con spadine, archi, rivolte alle e con quanto sa di sopraffazione violenta). 4) Non si deve confondere il pericolo con il dolore. Nulla vale meglio quanto l'associare il piacere e il dolore all'esercizio degli i., secondo che si vogliono incoraggiare o reprimere. Il dolore che deriva o segue all'esercizio di un'azione nociva ha un grande potere inibitore. Certo il potere inibitore per eccellenza è l'attività della volontà, illuminata dalle svive ragioni esposte della intelligenza; ma anche rimanendo nella zona sensitiva, la pena e il castigo affiancano mirabilmente la debolezza della volontà. 5) Non si deve esagerare la paura del rischio e del dolore; altrimenti si formeranno persone inerenti, egoiste, incomprensive, mentre nulla vi è di più educativo e formativo della esperienza vissuta del dolore.
BIBL.: H. Joly, L'institut, Parigi 1873; G. J. Romanes, L'intelligence des animaux, IV. 1887; J. Lubbock, Les sens et l'institut chez les animaux, IV. 1891; T. Pesch, Die grossen Welt-rätsel, I. 2ª ed., Friburgo in Br. 1892, pp. 224-390, 701, 727-511; F. Salis Sevis, Le azioni e gli i. degli animali, Roma 1866; E. Vas-

ISTINTO - ISTITUTI DI STUDI SUPERIORI

nann. Inutinkt u. Intelligenz im Tierreich, 3a ed., Friburgo i. Br. 1905 (vers. it., Firenze 1908); P. Hacht-Souplct, La ge-nie des instincts, Parigi 1912; J. H. Fabre, Souvenirs entomolo-giques, 7a ed., 10 voll., Parigi 1919-25, (vers. it., Milano 1922-27); H. E. Ziegler, Der Begriffe des Instintes einst u. jetzt, 3a ed., Jena 1920; J. de la Vassière, Psychologie pédagogique. L'enfant, l'adolescent, le jeune homme, 5a ed., Parigi 1926, pp. 217-20, con ampia bibli., pp. 508-509, 510-11; M. Thomas, L'instinct. Théorie, réalité, 1919; J. V. Uexküll-G. Kriszat, I mondi in-visibili, vers. it., Milano 1936; E. Janssens, L'instinct d'après II. Mac Dougall, Parigi 1938; G. Zunini, I. e sviluppo, in Rev. di filo. neo-scolastica, 30 (1938), pp. 519-33 (con ampia bibli.); P. Siwek, Psychologia metafysica, Roma 1944, pp. 167-77, 228-36; E. Baudin, Corso di psicologia, Firenze 1948, pp. 561-86; A. Gemelli-G. Zunini, Introduzione alla psicologia, 2a ed., Mi-lano 1949, pp. 319-68.

Ciclistino Testore