IRRELIGIOSITÀ

IRRELIGIOSITÀ. - Il termine va inteso non solo in senso privativo (areligiosità), come cioè l'atteggiamento di colui, che per abitudine non pratica alcuna religione, ma principalmente in senso negativo, in quanto dice opposizione alla religione, sia come complesso di verità da credersi e di leggi da osservarsi, sia come virtù morale.

La scolastica ha preferito il termine i. al latino irreverentia, perché questo ha un significato più esteso, denotando l'irriverenza verso Dio, gli uomini, la legge ecc. Invece i. importa propriamente l'irriverenza verso Dio e la religione.

Quindi, in un senso stretto e specifico, la. i. abbraccia i. vizi e i. peccati, che contengono disprezzo o irriverenza contro Dio direttamente, oppure contro le cose sacre. Alla prima classe appartengono la tentazione di Dio e il falso giuramento; dopo il Suárez (cf. De Religione, Lione 1630, tr. III, I, cap. 1, n. 8) i. teologi aggiungono la bestemmia; alla seconda classe appartengono i. sacri-legio, la simonia, la superstizione e i. suoi diversi modi, ossia l'idolatria, la divinazione e la magia.

BIBL.: Stum. Theol., 2.°-2.°°, qq. 92, 97; A. Ballerini, Opus theologicum morale, II, 2.° ed., Prato 1899, n. 369; D. M. Prümmer, Manuale theologiae moralis, II, 8.° ed., Friburgo in Br. 1936, n. 500.