INCLINAZIONE

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INCLINAZIONE.-

I. IN FILOSOFIA

È l'oriente-mento o disposizione di un agente rispetto all'oggetto ch'è lo scopo ovvero il termine del suo operare: in questo senso si può dire che la i. è la proprietà tendenziale o «appetito» che ogni agente ed ogni forma hanno per la loro perfezione finale: «Res naturalis per formam qua perficitur in sua specie habet inclinationem in proprias operationes et proprium finem, quem per operationem consequitur» (C. Gent., IV, 19). Le forme naturali imprimono una i. alle perfezioni naturali, le forme soprannaturali danno le i. che muovono ad atti nell'ordine della Grazia: nel mondo fisico-biologico le i. coincidono con la spinta espressa ISTINTO (v.): nella vita dello spirito esse soggiacciono alla libertà. Secondo s. Tommaso le i. nell'ordine spirituale sono più attive di quelle della natura fisica e quelle dell'ordine soprannaturale, conseguenti alle virtù infuse (specialmente i doni dello Spirito Santo), operano nell'anima «secundum quandam connaturalitatem» con le cose divine che muove l'anima a seguire docilmente l'istinto dello Spirito Santo (Sum. Theol., 1a-2a, q. 68, a. 2).

C'è quindi una i. naturale o inconscia (appetitus naturalis) secondo il quale ogni creatura tende a ciò che è conveniente, prescindendo da qualsiasi conoscenza (ibid., 1a, q. 78, a. 1, ad 3), ed è perciò comune a tutta la natura e ad ogni forma e facoltà. C'è poi una i. conscia (appetitus elicitus: δραξις διανοητικη: Aristotele, Eth. Nic., VI, 2, 1139 b 5), che consegue alla conoscenza sensitiva o intellettiva; quando consegue alla deliberazione della ragione costituisce la i. libera (la δραξις βουλευτικη di Aristotele: ibid., III, 5, 1113 a 10). La i. è quindi principio intrinseco di movimento nella natura, ma essa attinge il suo fondamento e la ragione del suo oggetto e del suo fine dalla forma e dal grado di essere a cui appartiene. È su questo principio che si deve prospettare l'educazione insieme anche il problema della moralità delle i.

BIBL.: L. Schutz, Appetitus, in Thomas Lexikon, 2a ed., ripod. fotolitogr., Nuova York 1950, p. 57 sq. Cornelio Fabro.

II. LA PEDAGOGIA DELL' I

In pedagogia le i. vengono considerate come tendenze impulsive e innate, aventi per oggetto la conservazione e lo sviluppo della vita psicologica; a differenza degli appetiti propriamente detti, che tendono alla conservazione e allo sviluppo della vita fisica. Donde la diversità fra le due tendenze, perché: a) mentre l'appetito si riferisce alle cose, l'ì. si estende anche alle persone

(ci appetisce il cibo, l'azione muscolare, il riposo; si ha i. verso un amico, la famiglia, la patria); b) l'ap-
petito genera una sensazione di piacere o di dolore,
l'è. suscita un sentimento di gioia o di pena, secondo
che è assecondata o contrariata; c) l'appetito è limi-
tato e periodico, cessa quando è soddisfatto, risorge
ad intervalli determinati, l'è. invece è permanente,
non è mai interamente soddisfatta (più si sa, p. es.,
e più si è curiosi di sapere), non essendo la vita
psicologica ristretta entro fissi confini; d) si può
anche aggiungere che l'appetito è comune all'uomo
come agli animali, mentre le i. sono proprie dell'uomo.

1. Classificazione delle i

Mancando una classifi- cazione condotta secondo criteri strettamente sen- tifici, si può seguire quella più comune, usata dai moralisti e dividere le i. in personali, sociali, superiori o impersonali.

a)

I. personali

Nella sua vita psicologica l'uomo
tende prima di tutto alla conservazione e allo sviluppo
di se stesso; personali saranno perciò quelle i., che ten-
dono all'attuazione del bene dell'individuo, che implicano
per conseguenza l'amore di sé, al quale nessun uomo
può naturalmente sottrarsi, e corrispondono ai vari bi-
sogni e alle varie facoltà: a) sensibilità (curiosità di sen-
tire, di provare, e sperimentare, sete di felicità, ripu-
gnanza alla sofferenza, desiderio di emozioni, donde:
visione di scene tragiche, lettura di romanzi commoventi
e affascinanti, giochi arrischiati, scalate pericolose, storie
poliziesche, vaporosi racconti di fate, ecc.); b) intelli-
genza (curiosità di sapere, di conoscere, di immaginare,
malessere di fronte all'imprevisto, all'ignoto, tormento
del dubbio e della incertezza; ansia di scoprire il futuro);
c) volontà (curiosità di agire, tendenza alla proprietà per
rendersi indipendenti dagli uomini e dalle circostanze,
tendenza all'autorità, donde: ripugnanza alla subordina-
zione, desiderio di comandare, di imporre le proprie
idee, di dirigere gli altri, di essere serviti; bisogno di
attività; tendenza alla riputazione, alla fama per sentirsi
superiori agli altri, imporsi a tutti).

b)

I. sociali

Poiché l'uomo non è chiuso nelle ri-
strette barriere della propria personalità, ma è natural-
mente socievole, si sente portato verso i suoi simili; di
qui un secondo gruppo di i., chiamate sociali, perché
tendono all'attuazione anche del bene degli altri, sentiti
come variamente necessari al proprio perfezionamento;
si avranno così tre tipi diversi di i.: a) i. all'imitazione,
per cui si adatta il proprio «io» all'io» degli altri e
all'ambiente, in cui si vive. Questo spiega l'omogeneità
di ogni raggruppamento umano, in cui si prendono insen-
sibilmente le medesime idee e i medesimi sentimenti; la
potenza e il conseguente contagio dell'esempio, del pre-
giudizio, dell'opinione, delle convenienze, della moda, che
tendono a creare in due o più individui analoghe disposi-
zioni intellettuali e affettive; la psicologia delle folle disa-
tente o incomprensive, le quali abbandonano per così
dire l'anima personale per prendere un'anima collettiva;
la psicologia degli «io» sociali, cioè quegli atteggiamenti
che l'io» personale tende a prendere di fronte alla sua
situazione sociale, al suo compito, alla sua professione,
alla parte, insomma, che deve disimpegnare. b) I. alla
simpatia, o partecipando i sentimenti e le disposizioni
degli altri (simpatia passiva) o andando oltre e facendo
partecipi gli altri dei sentimenti propri. È un bisogno
essenziale di uscire dalla propria cerchia, di non sentirsi
felici o infelici da soli, perché, quando vengono parteci-
pate, la felicità sembra moltiplicarsi e l'infelicità si fa
più sopportabile. c) I. alla benevolenza, che porta a
volere il bene degli altri e a procurarlo loro, indipenden-
temente dal proprio vantaggio.

Le i. sociali vanno considerate anche secondo l'og-
getto, a cui tendono; si avranno perciò: i. elettive (amicizia
e amore); i. domestiche (affetti familiari); i. corporative (spi-
rito di corpo); i. patriottiche (amore verso la patria); i. filan-
tropiche od umanitarie (amore verso l'umanità in generale).

Come ci sono i. sociali, così altre ce ne sono, da conside-
rate antisociali: l'antipatia; la misantropia; la gelosia; l'odio.

A corona e sintesi di tutte le i. sta quella religiosa.

Dio, anche psicologicamente, appare come colui che
solo può appagare tutte le nostre aspirazioni personali
e i nostri complessi e infiniti bisogni. Lo si apprende
come l'assoluta verità, bontà e bellezza.

2. L'educazione delle i

Deve naturalmente va- riare secondo le diverse i., non solo, ma anche se- condo le molteplici sfumature che ciascuna di esse prende nel complesso psicologico di ogni individuo. Le norme particolari saranno accennate alle singole voci; qui basteranno alcune osservazioni generali: a) essendo le i. altrettante tendenze innate, la loro educazione non dovrà tanto consistere nello svilup- parle (sono già da sé tutto quello che possono es- sere), quanto piuttosto nel disciplinare, assogget- tandone l'esercizio alla ragione e alla volontà, gui- dandole ad un uso equilibrato, che eviti gli eccessi e le deviazioni, sempre facili. Così, p. es., l'adatta- mento all'ambiente, che può portare al livellamento delle personalità, all'affascinamento delle energie di resistenza, può essere trasformato in adattamento dell'ambiente alle nostre aspirazioni; l'imitazione, che può diventare pappagallismo, negazione della propria originalità, può anche invece trasformarsi in emulazione e in lotta contro ogni mediocrità abulica e passiva; la curiosità di sapere e di vedere, che può condurre a vizi anche precoci, può diventare stimolo allo studio; la simpatia, che può scendere, oltre al resto, a morbosità e a vana ostentazione di sé, può diventare amabile pietà, comprensione dolce e deli- cata delle miserie altrui, ecc.; b) poiché le i. non sono tutte uguali di grado e di forza nei diversi in- dividui, ma variamente distribuite dalla provvida na- tura, che ne rende alcune preponderanti, e altre meno, così l'educazione dovrà mirare ad orientarsi verso quelle i. che, assecondate, danno speranza di migliore successo, evitando il pericolo di lasciarle cadere nel- l'oscurità e di formare caratteri piatti e quasi amorfi, persone spostate, che non renderanno tutto quello che avrebbero potuto rendere alla società; c) non tutte le i. portano al bene; tutte però nell'individuo normale sono disciplinabili e di tutte la volontà può rendersi padrona. Occorre perciò orientare l'esercizio del dominio di sé su quei punti che costituiscono in ciascuno il pericolo maggiore, se trascurati; d) l'edu- cazione (genitori, insegnanti, direttori) dovrà, in questo campo così vario e così difficile, possedere non solo una buona cultura pedagogica, ma anche uno spirito di vigilanza costante, di adattamento flessibile, di sensibilità penetrante e soprattutto di amore intenso alla sua missione.

Bini.: J. de la Vassière, Psychologie pédagogique, 5a ed.,
Parigi 1926, pp. 217-25; L. Riboulet, Psychologie appliquée à
l'éducation, 4a ed., 1912-18, pp. 192-250; C. Lahr, Cours de phi-
losophie, I., 26a ed., 1912-19, pp. 282-312; E. Baudin, Corso di
psicologia, vers. it., Firenze 1948, pp. 481-504. Celestino Testore