CITAZIONI IMPLICITE, TEORIA delle. - Consistono nel riferire pensieri o parole altrui senza nominare la fonte. In questo senso vi sono molte c. i. nella Bibbia, come risulta dal confronto tra i passi paralleli dei Vangeli, o quelli dei Re e Paralipomeni. Si è posto il quesito se nella Bibbia vi siano anche delle c. i. non approvate dall'agiografo e che, quindi, possono contenere degli errori. La teoria delle c. i. le intende appunto in questo senso.
I principi già applicati per qualche caso da Eusebio, da s. Girolamo e da parecchi esegeti antichi e recenti, vennero presentati in forma sistematica dal gesuita F. Prat, in La Bible et histoire (v. BIBLICA). Tra l'altro scrive: «Tutti i libri storici del Vecchio Testamento sembrano redatti con l'uso di documenti anteriori, ma le citazioni esplicite sono sempre più rare quanto più si risale nel corso delle epoche». Segni principali per riconoscere le c. i., secondo il Prat, sarebbero specialmente le differenze di stile e di punti di vista. Voleva però che si esaminassero i singoli casi. Nel complesso lasciava l'impressione che nella Bibbia vi fossero molte c. i. non approvate.
Alcuni autori (Billot, Schiffini, Delattre) impugnarono vivacemente la teoria. Altri, come A. Durand, l'accettarono in pieno.
La Pontificia commissione biblica, il 13 febbr. 1905, mise a punto la questione delle c. i. con la seguente decisione. Domanda: «È lecito all'esegeta cattolico, allo scopo di risolvere le difficoltà che ricorrono in certi testi della S. Scrittura, asserire che in questi si tratta di una citazione tacita o implicita di un documento scritto da un autore non ispirato, tutti gli asserti del quale l'autore ispirato non intende approvare o fare suoi, così che questi non si possano ritenere immuni da errore?». Risposta: «No, eccetto il caso in cui, salvo il senso e il giudizio della Chiesa, si provi con solidi argomenti: 1) che l'agiografo citi realmente detti documenti altrui e 2) che non li approvi né li faccia suoi, così che si possa a buon diritto ritenere che non parli a nome proprio».
Questa risposta fissa chiaramente i principi. L'applicazione ai casi concreti rimane sempre delicata. Non si può evidentemente accettare la teoria per risolvere tutte le difficoltà esegetiche. In pratica le c. i. si potranno ammettere quando la natura stessa del testo lo esige, p. es., quando si sia di fronte a genealogie che per natura loro si trascrivono da documenti sui quali ricade ogni responsabilità quanto all'esattezza, oppure quando si trova effettivamente la fonte profana che può aver servito all'autore ispirato.
Non è legittimo criterio per riconoscere la c. i. la presenza di contraddizioni nella stessa opera, poiché - ben nota A. Lemonyer - «non è tanto semplice scoprire in un dato testo la presenza d'una contraddizione formale»; si tratterebbe poi d'una puerile quanto comoda scappatoia per sfuggire alle difficoltà. Diversi esegeti, per conciliare l'inerranza biblica con la presenza di relazioni inesatte od er-
ronee, preferiscono ricorrere alla teoria delle apparenze storiche o dei generi letterari. Anche in questo campo la Commissione biblica fissò delle direttive.