CILICIA. - Vasta regione all'angolo sud-est dell'Asia Minore. La lunga catena del Tauro con l'alta vetta Bulgar Dağ (3500 m.) la separa a nord dalla Isauria, Licaonia e Cappadocia; il monte Amano (1700 m.) ad est dalla Commagene e dalla Siria; il mare Mediterraneo la delimita a sud e a ovest dalla Panfilia.
Fluttuanti nel corso della sua storia furono i confini, ma sempre determinati furono a nord nell'Antitauro

Geologicamente si distingueva in due distretti: la C. piana (C. Campestris), che fra la catena del Tauro e il mare si estendeva ad oriente fino al monte Amano e ad occidente fino alla città di Soli (fumosa per le sgrammaticature del suo linguaggio, donde « solecimi »); e la C. montana (C. Aspera), che si estendeva verso occidente da Soli alla Panfilia. Povero di corsi d'acqua, solo il Calycadnus (= Gôla Su), dove trovò la morte Federico Barbarossa, forma il bacino più importante, traversando la regione da nord-ovest a sud-est, ricca di varia e lussuosa vegetazione. Il nome di C. appare nei documenti egizi nella forma di Hlk e in documenti assiri come Eliakku.
La C. fu soggetta agli Assiri, agli Hittiti, ai Persiani che vi costituirono la V satrapia (Erodoto, I, 74; III, 90). Secondo lo stesso scrittore (I, 74) i re degli Stati cilici erano chiamati Svennenes (non si conosce se fosse nome proprio o comune).
La regione era rinomata per l'allevamento dei cavalli e Salomone ne importò numerosi da Coa (C. orientale) e da Musur (I Reg. 10, 28). I Greci ebbero colonie sulla costa, ma la ellenizzazione, cominciata dopo la conquista di Alessandro Magno, si accentuò con i successori, le cui lotte portarono il paese e dipendere ora dagli uni ora dagli altri, ma principalmente dai Seleucidi della Siria. Nel 103 a. C. divenne zona d'influenza romana e a Marco Antonio fu assegnato il compito di reprimere la pirateria. I generali Metello, Silla, Servilio Vetia, cui fu decretato l'appellativo di Isaurico, fino a Pompeo riuscirono a snidare i pirati dai loro rifugi. Cicerone fu uno dei primi amministratori della nuova provincia con il titolo di proconsole nel 50-51. Augusto la riunì alla provincia di Siria.
Numerose colonie giudaiche si stabilirono in C. al tempo di Antioco (Fl. Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 3, 4). Mercenari cilici sono ricordati nella guardia del corpo di Alessandro Ianneo (ibid., XIII, 13, 5; Bell. Iud., I, 4, 3); alla disputa di Stefano in Gerusalemme presero parte Giudei della C. (Act. 6, 9). Durante il dominio romano l'avvenimento più notevole fu la nascita in Tarso, città principale (Act. 21, 39), di s. Paolo, che esercitò il mestiere comune in quella regione e cioè di « fabbricante di tende »; dai peli ispidi e folti di capre si confezionavano tessuti detti appunto cilici. L'Apostolo vi predicò il Vangelo dopo il suo primo viaggio a Gerusalemme (Gal. 1, 21). Le chiese di C. erano formate non solo di giudei, ma anche di etnico-cristiani, ai quali fu inviato il decreto del Concilio di Gerusalemme (Act. 15, 23). Dopo la separazione da Barnaba, Paolo, insieme a Sila, passando per le « Porte siriache » si recò in C. per rafforzarvi le Chiese (Act. 15, 21) e poi, attraverso la scalata del Tauro alle « Porte cilicie », andò in Licaonia (Act. 15, 41). Ripassò lungo il mare di C. nel suo viaggio da Cesarea a Roma (Act. 27, 5).
STORIA E AGIOGRAFIA. - Dionigi d'Alessandria ricorda un vescovo di Tarso di nome Eleno insieme con gli altri vescovi della regione (Eusebio, Hist. eccl., VI, 46; VII, 5).
Al Concilio di Nicea intervennero i vescovi di Adana, Alessandria-parva, Castabala, Egea, Epifania, Flavia, Mopsuestia (sul finire del sec. IV fu vescovo di questa città il noto Teodoro [v.]), Neronia, Tarso cioè 9 vescovi e un corepiscopo, dimostrando così la floridezza della Chiesa in C. al tempo costantiniano. Le due province ecclesiastiche della C. facevano capo rispettivamente ad Anazarbo e a Tarso (celebre il suo vescovo Diadoro [v.]), ed appartenevano al patriarcato di Antiochia. Le con-
conquiste arabe della 2ª metà del sec. VII divisero la C. distruggendovi a poco a poco le comunità cristiane già così travagliate dai dissensi dottrinali (melkiti e giacobiti).
I martiri più venerati della C. sono: ad Anazarbo i ss. Taraco, Probo e Andronico, venerati il giorno 11 ott. (BHG, nn. 1574-75). Una Passio non molto autorevole assegna alla stessa città il martire Marino (BHG, n. 1171).
Ad Egea, una leggenda detta araba (BHG, nn. 378-379) ricorda una basilica in onore dei ss. Cosma e Damiano.
S. Giovanni Crisostomo dà nome martire di C. s. Giuliano (BHG, n. 967) che il Martirologio geronimiano segnala al 14 febbr.: in Cilicio Aegeas natale Iuliani.
A Egea i pellegrini si recavano a venerare la tomba di s. Taleleo (BHG, nn. 1707-1708), martire venerato anche a Gerusalemme e in Bitinia. Vi erano venerati anche i ss. Zenobio e Zenobia (BHG, nn. 1884-85). Ma più di tutti sono noti di Egea i martiri Claudio, Asterio, Neone, Domnina (in alcuni documenti anche Teonilla) che il Martirologio geronimiano segnala al 23 sg. e i sinassari al 30 ott. Aussennin, vescovo di Mopsuestia, eresse una basilica fuori le mura in onore dei martiri Taraco, Probo e Andronico, ponendovi in venerazione le loro reliquie, avute da Anazarbo. Mopsuestia si gloriava di avere le reliquie di s. Niceta il Goto.
Per Tarso i martiri più venerati furono Taraco, Probo e Andronico (BHG, n. 1574) che il Martirologio geronimiano indica in tre date, di cui la tradizionale è quella del giorno 11 ott. Nella stessa città i sinassari greci annoverano anche i martiri Quirico e Giulitta.
Resti di basiliche cristiane furono trovati a Corycos, Sebaste, Anazarbo, Flaviopoli, Geropoli, Castabala.