ORACOLO

ORACOLO. - Comunicazione divina data in luoghi determinati (grotta, bosco, santuario e simili) da persona consacrata al sacrificio di una divinità determinata e investita di una missione legittima. È una forma di divinazione, praticata presso vari popoli antichi.

In greco, i vocaboli più usati sono: χρηστήριον, che designa il luogo ove si dispensano le profezie, e poi le risposte stesse e perfino lo strumento con cui si ottengono, e χρημός, che indica tanto le profezie versificate (in esterni) quanto le risposte oracolari. Inoltre termine assai usato è anche μυστείον, che al singolare indica il luogo ed al plurale la profezia.

I. IMPORTANZA DEGLI O

Presso le popolazioni primitive si è talora più vicini alla forma oracolare che non a quella semplicemente divinatoria, poiché in genere è l'autorità religiosa costituita (sciamano, stregone, re-sacerdote) a trarre, spesso da un medesimo luogo, il responso oracolare; così, ad es., nelle Isole Sandwich il re, che imperiosa il dio, pronuncia i resposti dal suo nascondiglio di vimini; mentre in numerosissimi altri casi il sacerdote, estasi (v.), vien posseduto dal dio che, agitandolo violentemente, fa in tal modo conoscere la propria volontà: come appunto accadeva, ad es., alla sacerdotessa Pythia dell'o. delfico (v. DELFINO).

I sec. VII e VI segnano nella Grecia il periodo di massima fioritura degli o., che poi sul finire del sec. V, assieme alla crisi della religione, iniziarono il loro declino; finché, caduta l'indipendenza greca, l'importanza di essi, soprattutto di Delfi, cade anche essa, a causa inoltrate dell'affermarsi di nuove teorie filosofiche e religiose.

Lo stile e il contenuto oracolare proprio di taluni libri (Apocalisse d'Istaspe, Oracoli Sibillini) di scrittori giudeo-orientali, eredi dell'antico odio politico-religioso contro Roma, fu poi usato dagli apologisti del sorgente cristianesimo, per presagire all'impero pagano la sua prossima rovina (v. SIBILLA I).

In Roma nell'età più antica sono da ricordare i responsi di tipo divinatorio e non oracolare ricavati dai libri Sibillini (introdotti dalla Campania, secondo la tradizione, al tempo di Tarquinio il Superbo).

II. SANTUARI, PERSONALE DEGLI O. E MODI DI CONSULTATIONE. - In Grecia, mentre alcuni o. non riuscirono mai a possedere un loro santuario (limitandosi a grotte, fonti, ecc.), altri invece, con il tempo, ebbero la sede in imponenti e ricchi edifici sacri, come quello di Apollo a Delfi, il Didymion di Mileto (v. sotto) e molti degli arcali-cliniche di Asclepio (Atene, Epidaurou [V. sotto]) nei quali, praticandosi l'incubazione, erano annessi dei porticati dove i malati a contatto con la terra Madre potessero avere la rivelazione del dio. In origine la maggior parte degli o. sembra avere appartenuto a famiglie sacerdotali, come quella degli Helloi (o Selloi) a Dodona, dei Deukalionides a Delfi, ecc. Ma con il tempo tali famiglie perdettero la loro autorità, sicché gli o. passarono all'amministratione delle città che li facevano reggere da loro magistrati estratti a sorte. In taluni o., specie nei maggiori, c'erano gli interpreti del dio, detti profeti (προφήτη, φοροφήτη), i quali spesso erano interpreti diretti tra la divinità ed il fedele (tra le profetesse la più celebre fu la Pythia di Delfi), mentre altre volte assistevano il fedele «entusiasmo», ne interpretavano le parole o gli atti sconnessi per redigere (in versi) il responso. Se nell'o. si praticava l'exstipicina (come ad Olimpia [V. sotto]) c'era allora anche un indovino (μάντης). Alcune città, inoltre (come accadeva a Roma con i XV e vi sacris fa-cundis per l'interpretazione dei Libri Sibillini) venivano interpretati ufficiali pubblici (a Sparta i πύθοι, ad Atene i πυθόχρηστοι).

Nei suoi tratti essenziali la consultazione di un o. avveniva nella seguente maniera: dopo alcune cerimonie preliminari compiute dal devoto (digiuno, sacrifici, ecc.), aveva luogo la lustratio del profeta (o sacerdote), che talora per inebriarsi beveva vino o anche sangue; quindi, mentre il cliente, consegnatogli le domande scritte (su tavolette), restava fuori dell'adyton, egli accedeva alla grotta, alla fonte, ecc., per porsi in diretto contatto con la divinità che lo invasava. Quindi le sue frasi sconnesse generalmente erano raccolte e interpretate da un sacerdote il quale redigeva il responso su tavolette (famoso quelle di Dodona). Infine il devoto doveva pagare un tributo, lasciando spesso (come nei santuari di Asclepio) un'iscrizione a ricordo della grazia o guarigione ottenuta.

Riguardo ai modi di consultazione degli o. si può dire che essi furono tanto vari quanto quelli della divinazione: 1) l'acqua (hydromantia), l'agente per eccellenza della divinazione, da cui il sacerdote ricavava il responso o gettando in essa alcuni oggetti (Epidauro Limera [Paunania, III, 23, 8]), o ascoltando il colore di essa in una caverna (Apollo Clario; V. sotto) ecc.; fu assai usata negli o. di Apollo; 2) volo degli uccelli (ornithomania) fu pratica arcaica (già nota ad Omero) ed assai diffusa (Dodona, Delfi, Roma, ecc.); 3) esame dei visceri (extispicina), usato ad Olimpia, a Pafo, ed eseguito talora su un altare costitutivo dalle ceneri della vittima (Apollo Spodios a Tebe [Pausania, IX, 11, 2], Olimpia), fu particolarmente dif

fuso fra gli Etruschi; 4) sortes (cleromantia), pratica assai nota in Italia (Cere, Falerii, Anzio, Preneste, ecc.) dove tale termine era sinonimo di oracula (Cicerone, Div., II, 33); consistevano in lettere staccate scolpite su tavolete o dadi di legno o di bronzo (ibid., II, 41) suscettibili, nel lancio o nella scelta, di formare delle parole; 5) fuoco (empyromantia), in cui l'indovino interpreta i segni divini della fiamma dei sacrifici (ad Olimpia [cf. Pindaro, Od., V, 13, 9], a Delfi, a Tebe, ecc.); 6) incubazione (ἐγκύκλιον), strettamente connessa con l'oniromantia, o divinazione mediante l'interpretazione dei sogni, era praticata in tutti i santuari di Asclepio, oltre che nell'o. di Anfarao (v. sotto), di Apollo a Patara (Erodoto, I, 182), di Faunus a Tivoli (Virgilio, Eneide, VII, 81; Ovidio, Fasti, III, 291; IV, 650), di Podalirio nella Apulia, nella maggior parte dei templi di Serapide, ecc. Il dio appariva in sogno (ἐπιφάνειν), o rispondeva direttamente al fede che dormiva (incubatio) nel tempio - per guarirsi o indicargli un rimedio (iatromantia). Talora l'incubazione era eseguita dal sacerdote, come nel Plutonion di Acharaca (Strabone, XIV, 1, 44).

III. ALCUNI DEI PRINCIPALI O

I. O. degli dèi. a) Apollo. - Questo dio, che fu uno dei più grandi del pantheon greco, si prestò particolarmente ad essere venerato e interrogato negli o., i più famosi dei quali nel mondo antico appartenero a lui. Così, DELFINO (v.), nell'isola egea di Delo, dove il dio era nato (cf. Hymn. Hom. in Apoll., 115 sgg.), la tradizione pretendeva che fosse sorto il più antico degli o., quello di Apollo Delio: in esso il risposto si otteneva dalla viva voce del dio che rintronava indistintamente e terribile nei crepaci dell'adiacente montagna Kynthos (Virgilio, Eneide, III, 90). Il litorale dell'Asia Minore ebbe vari o. di Apollo, dei quali il più celebre e forse più antico fu quello di Apollo Didimeo, con un famoso tempio, presso il quale zampillava una fonte; una sacerdotessa, esaltata dal digiuno e dalla preghiera e dopo essersi bagnata i piedi e l'orlo della veste nell'acqua, saliva sul tripode, o disco circolare, dal quale dava il responso (Giamblico, De mysteriis, III, 2). A Colofone c'era il celebre santuario con l'o. di Apollo Clario, dove per le consultazioni, una volta radunati i clienti, e il sacerdote domanda solo il numero ed il nome delle persone presenti; poi discende in una grotta, beve l'acqua d'una fontana misteriosa, e quest'uomo, per lo più ignaro di lettre e di poesia, risponde in versi alla domanda che ognuno gli va facendo con il pensiero» (Tacito, Annali, II, 54). All'età dei Seleucidi fu costituito l'o. di Apollo Dafnio, presso Antiochia di Siria, che aveva il suo potere profetico nella fonte Castalia, la cui acqua, secondo alcuni, bollendo esalava un soffio che provocava il delirio negli assistenti; secondo altri, dava il responso gettando in essa le foglie di un vicino lauro. b) Zeus. - Gli o. di Zeus non ebbero mai l'importanza e la fama di quelli di Apollo. Oltre che in quello assai Dodona (v.), dove il dio era associato ad altre divinità, Zeus ebbe un o. ad Olimpia (dove rimpiazzò un più antico o. di Gea). Esso era costituito da un grande altare fatto con la cenere degli animali sacrificati e spruzzato con l'acqua dell'Alfeo. Il responso era ricavato dai sacerdoti mediante l'existipicina e l'empyromantia. L'o. che si potrebbe classificare terzo nella stima dei Greci (dopo Delfi e Dodona) è quello nato da una «contaminatio» di un dio greco con uno egiziano: Zeus Ammon, che aveva il suo luogo di culto in un'oasi della Libia, presso la famosa «Fonte del Sole» (Diodoro, XVII, 50). I responsi si ottenevano (secondo il costume egizio) portando in processione la statua del dio e interpretandone gli eventuali e supposti segni del capo (Diodoro, loc. cit.) e probabilmente (secondo l'uso greco) sfruttando in qualche modo l'acqua della vicina fonte oltre che gli alberi dell'Asi (Silio Italico, III, 690 sgg.). c) Asclepio. - Tra i più celebri suoi santuari vanno ricordati quelli di Trikka (antichissimo), di Epidaur (risalente alla fine del sec. VI a. C.), di Coco, patria d'Ippocrate. A Roma, in seguito ad una pestilenza i Libri Sibillini ordinarono (293 a. C.) che fosse mandata un'ambasceria per trasportare da Epidaur il culto di Asclepio, cui fu eretto un famoso santuario nell'Isola Tiberina (Livio, X, 47).

IV. O. DEGLI EROI E O. DEI MORTI. - Una netta distinzione di questi due tipi di o. è arbitraria in quanto generalmente i morti evocati erano stati in vita eroi o anche indovini: 1. O. degli eroi: a) O. di Trofonio. - Costituito da un crepaccio lungo il fianco di una montagna al di sopra del bosco sacro e del tempio di Trofonio (Pausania, IX, 39). Il devoto, accompagnato da due giovinetti, purificato e uno di olio, beveva l'acqua delle due fonti Lete e Mnemosyne e biancovevisto, con due focacce di miele, scendeva per una lunga scala alla grotta. Appena entrato nella galleria, secondo la cauta descrizione di Pausania (IX, 39, 11) che visitò l'o., egli era subito trascinato da una specie di risucchio simile a quello di un turbine formato dal più violento e rapido dei fiumi. Una volta entrati nell'adyton interno, non tutti apprendono l'avvenire nella stessa maniera: ci sono alcuni che han visto ed altri che han sentito. Ma tutti ritornano indietro nello stesso modo e vengono rigettati dall'apertura con i piedi in avanti». Raccolto quasi privo di coscienza e terrorizzato, il devoto era interrogato, su quanto aveva visto e udito, dai sacerdoti che traevano dal racconto la risposta dell'eroe. b) O. di Anfarao, presso Oropo nell'Attica, dove fu anche eretto il tempio con un grande altare e la statua di Anfarao, il famoso indovino che era stato precipitato in una spaccatura del suolo aperta dall'ira di Zeus, con annesse due sacre sorgenti terapeutiche. I devoti, dopo un intero giorno di digiuno e il sacrificio di un capretto, passavano la notte nel tempio (incubazione), sdraiati sulla pelle dell'animale (Pausania, II, 34, 5). I clienti guariti dovevano poi gettare nella sorgente di Anfarao alcune monete d'oro. 2. O. dei morti. - Furono generalmente collegati con grotte, gallerie, ecc., pervase talora da esalazioni mefitiche del suolo, attraverso le quali si riteneva di poter arrivare alle regioni dei morti. Il prototipo di questi o. rimane quello dell'episodio omerico (Odissea, XI), di Ulisse che, approdato nella mitica terra dei Cimmeri (da alcuni ritenuta nient'altro che il litorale di Cuma nella Campania [V. sotto]), scava una piccola fossa nel terreno dove versa latte, miele, vino, acqua, farina ed infine il sangue di vittime sacrificate (v. 25 sgg), per bere il quale le ombre dei morti urlando si affollano in fretta; ma egli le tiene a bada con la spada, finché non si accosta l'ombra dell'indovino Tiresia che, bevuto il sangue, vaticinera ad Ulisse il futuro. Il più antico o. necromantico della Grecia fu senza dubbio l'Aaron d'Ephyna in Tesprozia, dove Orfeo aveva evocato Euridice (Pausania, IX, 30, 6), ed il tiranno di Corinto, Periandro, la moglie Melissa, da lui uccisa (Erodoto, V, 92, 7); l'o. di Figalia in Arcadia dove lo spartano Pausania evocò l'anima d'una giovinetta da lui uccisa per errore (Pausania, III, 17, 8-9). Ma la più famosa strada di accesso agli inferi fu quella dell'Averno di Cuma in Italia (v. MORTI, mondo sotterraneo dei) dove, dall'antro sacro ad Apollo, SIBILLA I (v.) conduceva il devoto alle regioni infernali.

BIBL.: A. Bouché-Leclercq, Hist. de la divination dans l'antiquité, 4 voll., Parigi 1879-82; S. Ferri, Saggio di classificazione, degli o., in Athenaeum, 4 (1916), p. 306 sgg.; Ch. Picard, Éphèse et Clorax, Parigi 1922; T. von Scheffer, Hellenische Mysterien und Orakel, Stoccarda 1940, p. 111 sgg.