ORFICI, MISTERI. - L'orfismo è il più grande fenomeno religioso, di carattere mistico, che si affacciò alla storia della Grecia del secc. VI a. C. Esso si può considerare come la Dioniso (v.), di origini tradizionali, dai Greci fatto proprio grazie alla loro psiche sapiente-mentre recettiva e agilmente creatrice. Egli è un dio della natura selvaggia, dominatore di una regione ricca di montagne boscosse e vallate profonde dove il sibilo del vento che urla tra le gole dei monti appare come la presenza viva del dio che si compiace della corsa sfrenata ed ama essere adorato nella stessa forma esaltata con la quale si rende presente.
Adepte del suo culto sono soprattutto le donne (μαχι-νάδες) che costituiscono il corteggio del dio. Vestite di una pelle di cerbiato e talora di volpe, coronate di edera, impugnando il tiro, durante le grandi feste, che avevano luogo ogni due anni, correvano per le montagne strin-gendo al seno un cerbiato o un capretto, incorporazione del dio, al suono assordante di cembali, timpani e flauti. Questa fragorosa corsa notturna eccitava sino al parossismo le menadi che finivano per addentare crudele carni dell'animale che stringevano al seno («omofagia» da όμιλος = crudo e φαγεῖν = mangiare). Questo rito, nonostante
del suo canto, ma da cui deve separarsi per aver trasgredito il comando della dea che gli aveva imposto di non rivolgersi indietro prima di essere uscito dagli Inferi (Virgilio, Georg., IV, 454; Ovidio, Met., x, 10); partecipa all'impresa degli Argonauti; è l'inventore dell'alfabeto; è il presunto autore di inni, oracoli, formole catartiche, bagaglio dell'orfismo e neoplatonismo seriore. È incerta anche la etimologia del suo nome che verrebbe da δρφανός nel senso di solitario (Kern); dalla radice δρφ nel senso di oscuro, quale abitatore dell'Ade (G. Curtius); dal pesce δρφος nel senso di pescatore (Eisler). Qualunque cosa si debba pensare della sua figura storica è certo che alle origini del movimento orfico ci deve essere stato un Orfeo, cioè un uomo di profondo ingegno teologico e di profonda ispirazione religiosa che ha sublimato il preesistente mistero dionisiaco inquadrandolo in una cosmogonia filosofica (mito di Zagreo) e sviluppandone le prescrizioni morali in vista del destino superiore riservato agli iniziari.
II. IL MITO DI ZAGREO
Dioniso, figlio di Zeus e di Persefone, l'ultima figura delle generazioni divine, riceve nell'orfismo il nome particolare di Zagreo (Ζα + ἄγρευς) nel senso di gran cacciatore (di anime), con il quale si riannoda in modo tutto speciale al mondo infero.Egli ha ricevuto da suo padre lo scettro del mondo. Ma i Titani, figli della Terra, aizzati dalla gelosa Era, ne insidiano l'esistenza e mentre Zagreo, ingenuo fanciullo, si diverte nei campi, lo traggono in inganno con vari oggetti (che corrispondono agli strumenti secondari del rituale orfico) tra cui più importante uno specchio (Clemente Alessandrino, Protr., 2, 17, 2; Arnobio, 5, 19; Nonno, Dionys., 6, 197-210). Egli cerca di sfuggire alla presa cambiando forma, ma i Titani riescono a catturarlo proprio quando ha assunto quella di toro, lo fanno a brani e lo divorano crudo. Ma Athena salva il cuore di Dioniso e lo porta a Zeus, il quale lo traggua e genera poi da Semele un nuovo Dioniso, gloriosa risurrezione dell'antico (Nonno, Dionys., 6, 165 e sg.; Macrobio, In somn. Scip., I, 12, 12). I Titani per la loro empietà sono colpiti dalla folgore di Zeus e dalle loro ceneri si forma il genere umano, nel quale perciò si trovano riuniti i due elementi, il male e il bene, il titanico e il dionisiaco, fusi insieme fin da quando i Titani divorarono il corpo divino di Zagreo. Tutta la disciplina orfica consiste appunto nella liberazione dell'elemento luminoso, celeste, dionisiaco, che è l'anima, dall'elemento oscuro, materiale, titanico che è il corpo. In questa ricostruzione del mito di Zagreo, laboriosa-mente, ma in maniera definitiva operata dall'eruditissimo Lobeck, si ritrovano tutti gli elementi fondamentali dell'antico sacrificio dionisiaco: Dioniso sotto il nome di Zagreo, il toro sacrificale, lo sbarramento (σπαρχμός) della vittima, il pasto delle carni crude (omologa). Questi elementi producono ritualmente ancora tutta la loro virtù religiosa perché il rito trae sempre dalle sue proprie viscere l'efficacia della sua azione, indipendentemente dalle orientazioni del mito. Ma mentre nel concetto dionisiaco il sacrificio aveva il valore di una comunione estatica con il dio, volta per volta rinnovata, nella teologia orfica il sacrificio è il memoriale di una primavera immolazione che è un misfatto, un deicidio, da cui deriva la triste posizione dell'uomo sulla terra, la sua oscura prigionia, dalla quale è lunga e difficile la liberazione.
III. ESCATOLOGIA
Sul destino dell'anima e sui mezzi per raggiungerlo riposano la morale e l'escatologia orfiche: morale ed escatologia di altissimo significato, che hanno offerto alla speculazione posteriore le più ricche fonti d'ispirazione e alle anime pie le ebbrezze più dolci e le certezze più consolatrici. L'anima adunque per gli orfici è di origine divina ed il corpo è una tomba (σῶμα, σῆμα) in cui essa è precipitata in seguito a una colpa primordiale. E la distanza che separa la prigione oscura del corpo dalla sede beata a cui l'anima anela di risalire, si può abbreviare e sopprimere soltanto a prezzo di una espiazione purificatrice, di una catarsi (χάθαρισμός).Questa espiazione si può compiere battendo due
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**ORFICI, MISTERI - Orfeo ed Euridice, Rilievo d'arte greca post-fiducia - Napoli, Museo nazionale.**
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**Orfei, Misteri - Orfeo ed Euridice, Rilievo d'arte greca post-fiducia - Napoli, Museo nazionale.**
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la sua apparenza selvaggia, era suscettibile di una elezione religiosa, parallela allo sviluppo dell'ambiente sociale perché nell'incorporazione omofagica del dio era chiusa in germe l'unione mistica con lui attraverso il sacrificio dell'animale sacro; e nel carattere originalmente vegetale del dio, con il suo duplice aspetto di morte e risurrezione, conforme alla perenne vicenda della natura, era contenuta la prospettiva di una consimile risurrezione per il fedele qualora questo si fosse assimilato a lui mediante il rito iniziatico. Questa sublimazione religiosa del culto di Dioniso fu compiuta nel sec. VI dall'orfismo.
Il sec. VI è per la Grecia un'epoca di profonda trasformazione sociale. Esso segna la fine del cosiddetto medioevo greco, che sta tra il crollo delle antiche monarchie rispecchiate dai poemi di Omero, e il sorgere degli Stati democratici di cui Atene è l'esempio più illustre. In quest'epoca agitata l'orfismo rappresenta l'anello alla liberazione da un regime di oppressione e di violenza, il rifugio degli spiriti migliori dove è promesso agli adepti conforto nel presente, libertà nel futuro. Per ciò presso gli orfici si trova vivo l'orrore del sangue, possente il desiderio della giustizia (Δίχη) e della legge (Νόμος). Perciò a dio centrale dell'orfismo viene assunto Dioniso, il dio caratteristico per i suoi patimenti e la sua morte ingiusta, il dio straniero e popolare venuto di Tracia, invece degli dèi olimpici che avevano fatto la gloria delle vecchie aristocrazie guerriere cantate da Omero.
I. Orfeo
È il leggendario cantore tracio capace di attirare non pur gli animali ma tutta la natura al suono della sua lira (Euripide, Bacch., 560).La sua figura mitica ha in sé tanti elementi, riflesso del sistema religioso a lui ascritto, che non è più possibile delinearne la figura originale. Egli infatti è oriundato di Tracia come Dioniso, muore di morte dionisiaca perché sbranato dalle baccanti (Eschilo, Bassarai, in Trag. Graec. Fragm., Fr. 113 Nauck); la sua testa e la lira sono trasportate dal mare a Lesbo, isola dei cantori; è messo in relazione con l'Ade dove va per riprendere la morta sposa Euridice, concessagli da Persefone in compenso

Orfici, Misteri - Orfeo ed Euridice. Rilievo d'arte greca postfidilaca - Napoli, Musco nazionale.
strade. La prima è quella delle rinascite poiché non basta una sola vita a compiere l'espiazione e l'anima è condannata a trasmigrare di corpo in corpo, in una successione di vite che ritorna in se stessa come un circolo: il cerchio della generazione (ὁ κύκλος τῆς γενέσεως) che gira inesorabilmente come una ruota, la ruota del destino (ὁ τῆς μοίρας τροχός). La seconda strada è quella della purificazione nell'Ade, luogo di terrori e di delizie, dove l'anima scende dopo la morte, ma dove non trova ad ogni modo la sua gioia, anche nella più gaudiosa delle situazioni, perché il suo unico gaudio è di riunirsi al suo principio che è Zagrae.
Per raggiungere lo scopo suo finale, che è di riunirsi alla divinità, l'orfico si impone una vita di purità, di ascetismo, di purificazione cerimoniali, i cui meriti erano applicabili anche ai defunti, e le cui prescrizioni erano contenute in appositi rituali e venivano da sacerdoti orfici eseguite a beneficio di privati e di città. Anche segni esteriori contraddistinguono chi mena una vita siffatta: una

Per chi ha condotto un'esistenza pura si apre, al di là della tomba, una prospettiva che ha fatto palpitar di speranza generazioni e generazioni di orfici ed ha dettato a Pindaro un'alta descrizione (O, 2, 62). Nell'Ade orfico regnano Eubuleo (il ben consulto), che è epiteto di Dioniso infero, Ade detto anche Eukles (il ben notato) e soprattutto Persefone che predomina nella concezione orfica popolare. Vi sono due vie principali che si diramano dall'ingresso, a destra e a sinistra, a foggia di una Y, e menano ai prati fioriti dei buoni e al Tartaro punitore dei malvagi. Vi scorre il Lete o fiume dell'oblio, proprio dell'Ade ove non v'è ricordo della vita, concetto caro agli orfici che hanno abbandonato la vita oscura del mondo per attingere in Zagreo la scaturigine della vita divina. Appena entrato nell'Ade, l'orfico deve prendere non la sinistra, via infausta, degli spiriti mali, segnata da un pioppo bianco, ma la destra che lo guida alla fonte di Mnemosine, da cui appositi guardiani tengono lontano chi non ha avuto il privilegio dell'iniziazione. Dà la parola d'ordine che lo dichiara figlio di Urano e Gaia, del Cielo e della Terra, ossia partecipe del composto dionisiaco e titanico conforme al mito cosmogonico della setta, e domanda alla regina degli Inferi, Persefone, che lo giudichi (è questo un concetto nuovo prettamente orfico) e lo destini alla dolce primavera dei suoi campi nell'attesa del finale ritorno nell'unico Zagreo.
ORFICI, MISTERI - Orfeo che ammansisce gli animali. Affresco della fine del sec. IV - Roma, cimitero di Domitilla.
religioso del tempo anelava e che veniva rafforzata dalla tradizione filosofico-religiosa dell'Egitto, della Caldea, della Persia i cui savi ne avrebbero trasmesso all'Occidente greco-romano gli elementi che si riassumono nel concetto della gnosi salvatrice.
E invero se si considera quel fermento spesso squilibrato d'idee che all'alba del cristianesimo dilagò in Oriente sotto il nome complesso di gnosticismo, si troverà ancor lì, giuntò per mezzo della grande corrente neoplatonica, sia pur rafforzato da elementi dualisti rarissimi e da speculazioni astrali babilonesi, che poi culmineranno nella strana religione manichea, quello che è il pensiero centrale dell'orfismo: l'uomo è un muscolo di bene e di male; l'anima è un raggio di luce divina immersa nelle tenebre della materia; tutto il dovere dell'uomo consiste nel procurarsi la gnosi, la dottrina che gli insegna insieme la realtà di questa sua situazione e gli addita la via della liberazione.
VI. ORFISMO E CRISTIANESIMO
Tra le varie raffigurazioni che Orfeo ha avuto nell'arte pagana: cantore accompagnante con la lira; assalto ed ucciso dalle menadì; vicino ad Euridice; seduto in mezzo alle beliche ammansisce con il suono della lira, quest'ultima è stata la sola che il cristianesimo ha accettato e riprodotto nelle pitture cimiteriali (cf. Wilpert, *Pitture*, p. 223 sgg.); nel cimitero di Domitilla la più fedele nel riprodurre gli elementi del disegno pagano (id., *ibid.*, tav. 229); nel cimitero di Callisto dove Orfeo è in figura del Buon Pastore con pecore e colombe (id., *ibid.*, tav. 37); nel cimitero dei SS. Marcellino e Pietro con Orfeo e sei montoni (id., *ibid.*, tav. 98); nel cimitero di Priscilla con Orfeo in mezzo al gregge (cf. G. B. De Rossi, *Bull. arch. crit.*, 4a serie, 5 [1887], tav. 6; V. anche la voce *GESÙ CRISTO*, VII. *Iconografia*).Questa preferenza è dovuta non già a una dipendenza specifica del cristianesimo dai m. o. ma al simbolismo suggerito dall'efficacia divina e irresistibile dell'insorgenimento di Gesù capace di trascinare tutti gli uomini alla sua sequela. Quel tanto di orfismo che si è voluto riscontrare nel cristanesimo appartiene in realtà alle idee religiose correnti nell'epoca ellenistica e cioè: dualismo fondamentale tra l'anima e il corpo, sanzione ultramondana delle azioni compiute in vita, anelito alla purezza morale, rispetto per la figura di un fondatore e ossequio per la sua dottrina. Mentre è dottrina specifica del cristianesimo: la fede nella morte volontaria ed espiatrice (non per violenza altrui, come in Zagreo) di Cristo, e nella sua risurrezione, fede che non è dovuta ad elaborazione teologica di s. Paolo, ma è stata da lui trovata viva e operante all'alba della nuova religione; il rito battesimale inteso come rinnovamento dell'uomo interiore, mentre nell'orfismo seriore, o neo-orfismo, che è quello in voga nell'epoca ellenistica, la salvezza si realizza mediante riti e formole che hanno sapore di magia.