ORFICI, MISTERI. - L'orfismo è il più grande fenomeno religioso, di carattere mistico, che si affacci alla storia della Grecia del sec. VI a. C. Esso si può considerare come la Dioniso (v.), dio di origine tracia, dai Greci fatto proprio grazie alla loro psiche sapientemente recettiva e agilmente creatrice. Egli è un dio della natura selvaggia, dominatore di una regione ricca di montagne boscose e vallate profonde dove il sibilo del vento che urla tra le gole dei monti appare come la presenza viva del dio che si compiace della corsa sfrenata ed ama essere adorato nella stessa forma esaltata con la quale si rende presente.
Adepte del suo culto sono soprattutto le donne (μαινάδες) che costituiscono il corteggio del dio. Vestite di una pelle di cerbiatto e talora di volpe, coronate di edera, impugnando il tirso, durante le grandi feste, che avevano luogo ogni due anni, correvano per le montagne stringendo al seno un cerbiatto o un capretto, incorporazione del dio, al suono assordante di cembali, timpani e flauti. Questa fragorosa corsa notturna eccitava sino al parossismo le menadi che finivano per addentare crude le carni dell'animale che stringevano al seno (« σοπάρια » da ὠμός = crudo e φαγείν = mangiare). Questo rito, nonostante

Il sec. VI è per la Grecia un'epoca di profonda trasformazione sociale. Esso segna la fine del cosiddetto medioevo greco, che sta tra il crollo delle antiche monarchie rispecchiate dai poemi di Omero, e il sorgere degli Stati democratici di cui Atene è l'esempio più illustre. In quest'epoca agitata l'orfismo rappresenta l'anelito alla liberazione da un regime di oppressione e di violenza, il rifugio degli spiriti migliori dove è promesso agli adepti conforto nel presente, libertà nel futuro. Per ciò presso gli orfici si trova vivo l'orrore del sangue, possente il desiderio della giustizia (Δίκη) e della legge (Νόμος). Perciò a dio centrale dell'orfismo viene assunto Dioniso, il dio caratteristico per i suoi patimenti e la sua morte ingiusta, il dio straniero e popolare venuto di Tracia, invece degli dèi olimpici che avevano fatto la gloria delle vecchie aristocrazie guerriere cantate da Omero.
I. ORFEO
È il leggendario cantore tracio capace di attirare non pur gli animali ma tutta la natura al suono della sua lira (Euripide, Bacch., 560).La sua figura mitica ha in sé tanti elementi, riflesso del sistema religioso a lui ascritto, che non è più possibile delinearne la figura originale. Egli infatti è oriundo di Tracia come Dioniso, muore di morte dionisiaca perché sbranato dalle baccanti (Eschilo, Bassarai, in Trag. Graec. Fragm., Fr. 113 Nauck); la sua testa e la lira sono trasportate dal mare a Lesbo, isola dei cantori; è messo in relazione con l'Ade dove va per riprendere la morta sposa Euridice, concessagli da Persefone in compenso
del suo canto, ma da cui deve separarsi per aver trasgredito il comando della dea che gli aveva imposto di non rivolgersi indietro prima di essere uscito dagli Inferi (Virgilio, Georz., IV, 454; Ovidio, Met., x, 10); partecipa all'impresa degli Argonauti; è l'inventore dell'alfabeto; è il presunto autore di inni, oracoli, formole catartiche, bagaglio dell'orfismo e neoplatonismo seriore. È incerta anche la etimologia del suo nome che verrebbe da ὄρρανός nel senso di solitario (Kern); dalla radice ὄρρ nel senso di oscuro, quale abitatore dell'Ade (G. Curtius); dal pesce ὄρρος nel senso di pescatore (Eisler). Qualunque cosa si debba pensare della sua figura storica è certo che alle origini del movimento orfico ci deve essere stato un Orfeo, cioè un uomo di profondo ingegno teologico e di profonda ispirazione religiosa che ha sublimato il preesistente mistero dionisiaco inquadrandolo in una cosmogonia filosofica (mito di Zagreo) e sviluppandone le prescrizioni morali in vista del destino superiore riservato agli iniziati.
II. IL MITO DI ZAGREO
Dioniso, figlio di Zeus e di Persefone, l'ultima figura delle generazioni divine, riceve nell'orfismo il nome particolare di Zagreo (Ζα + ἀγρεύς) nel senso di gran cacciatore (di anime), con il quale si riannoda in modo tutto speciale al mondo infero.Egli ha ricevuto da suo padre lo scettro del mondo. Ma i Titani, figli della Terra, aizzati dalla gelosa Era, ne insidiano l'esistenza e mentre Zagreo, ingenuo fanciullo, si diverte nei campi, lo traggono in inganno con vari oggetti (che corrispondono agli strumenti secondari del rituale orfico) tra cui più importante uno specchio (Clemente Alessandrino, Protr., 2, 17, 2; Arnobio, 5, 19; Nonno, Dionys., 6, 197-210). Egli cerca di sfuggire alla presa cambiando forma, ma i Titani riescono a catturarlo proprio quando ha assunto quella di toro, lo fanno a brani e lo divorano crudo. Ma Athena salva il cuore di Dioniso e lo porta a Zeus, il quale lo trangugia e genera poi da Semele un nuovo Dioniso, gloriosa risurrezione dell'antico (Nonno, Dionys., 6, 165 e sg.; Macrobio, In somn. Scip., I, 12, 12). I Titani per la loro empietà sono colpiti dalla folgore di Zeus e dalle loro ceneri si forma il genere umano, nel quale perciò si trovano riuniti i due elementi, il male e il bene, il titanico e il dionisiaco, fusi insieme fin da quando i Titani divorarono il corpo divino di Zagreo. Tutta la disciplina orfica consiste appunto nella liberazione dell'elemento luminoso, celeste, dionisiaco, che è l'anima, dall'elemento oscuro, materiale, titanico che è il corpo. In questa ricostruzione del mito di Zagreo, laboriosamente, ma in maniera definitiva operata dall'eruditissimo Lobeck, si ritrovano tutti gli elementi fondamentali dell'antico sacrificio dionisiaco: Dioniso sotto il nome di Zagreo, il toro sacrificale, lo sbranamento (σταραγμός) della vittima, il pasto delle carni crude (omofagia). Questi elementi producono ritualmente ancora tutta la loro virtù religiosa perché il rito trae sempre dalle sue proprie viscere l'efficacia della sua azione, indipendentemente dalle orientazioni del mito. Ma mentre nel concetto dionisiaco il sacrificio aveva il valore di una comunione estatica con il dio, volta per volta rinnovata, nella teologia orfica il sacrificio è il memoriale di una primeva immolazione che è un misfatto, un deicidio, da cui deriva la triste posizione dell'uomo sulla terra, la sua oscura prigionia, dalla quale è lunga e difficile la liberazione.
III. ESCATOLOGIA
Sul destino dell'anima e sui mezzi per raggiungerlo riposano la morale e l'escatologia orfiche: morale ed escatologia di altissimo significato, che hanno offerto alla speculazione posteriore le più ricche fonti d'ispirazione e alle anime pie le ebbrezze più dolci e le certezze più consolatrici. L'anima adunque per gli orfici è di origine divina ed il corpo è una tomba (οὔμα, σῆμα) in cui essa è precipitata in seguito a una colpa primordiale. E la distanza che separa la prigione oscura del corpo dalla sede beata a cui l'anima anela di risalire, si può abbreviare e sopprimere soltanto a prezzo di una espiazione purificatrice, di una catarsi (καθαρσίς).Questa espiazione si può compiere battendo due
strade. La prima è quella delle rinascite poiché non basta una sola vita a compiere l'espiazione e l'anima è condannata a trasmigrare di corpo in corpo, in una successione di vite che ritorna in se stessa come un circolo: il cerchio della generazione (ὁ χύκλος τῆς γενέσεως) che gira inesorabilmente come una ruota, la ruota del destino (ὁ τῆς μοίρας τροχός). La seconda strada è quella della purificazione nell'Ade, luogo di terrori e di delizie, dove l'anima scende dopo la morte, ma dove non trova ad ogni modo la sua gioia, anche nella più gaudiosa delle situazioni, perché il suo unico gaudio è di riunirsi al suo principio che è Zagreo.
Per raggiungere lo scopo suo finale, che è di riunirsi alla divinità, l'orfico si impone una vita di purità, di ascetismo, di purificazioni cerimoniali, i cui meriti erano applicabili anche ai defunti, e le cui prescrizioni erano contenute in appositi rituali e venivano da sacerdoti orfici eseguite a beneficio di privati e di città. Anche segni esteriori contraddistinguono chi mena una vita siffatta: una veste bianca; orrore di tutto ciò che implica un contatto mortuario, come: a) la vicinanza delle tombe; b) il mangiare i legumi che sono l'offerta precipua che si fa ai defunti; c) vestir di lana, anche nella tomba, perché la lana fu il mantello di un animale; d) il gustare uova e carne, perché anch'esse in contatto con le anime peregrinanti nei cicli vari della metempsicosi; fuggire la generazione dei mortali (γένεσις βροτῶν) nel senso assai diffuso di evitar la polluzione connessa con il parto (cf. Euripide, Cret., fragm. 145 Nauck).
Per chi ha condotto un'esistenza pura si apre, al di là della tomba, una prospettiva che ha fatto palpitar di speranza generazioni e generazioni di orfici ed ha dettato a Pindaro un'alata descrizione (Ol., 2, 62). Nell'Ade orfico regnano Eubuleo (il « ben consulto »), che è epiteto di Dioniso infero, Ade detto anche Eukles (il « ben nomato ») e soprattutto Persefone che predomina nella concezione orfica popolare. Vi sono due vie principali che si diramano dall'ingresso, a destra e a sinistra, a foggia di una Y, e menano ai prati fioriti dei buoni e al Tartaro punitore dei malvagi. Vi scorre il Lete o fiume dell'oblio, proprio dell'Ade ove non v'è ricordo della vita, concetto caro agli orfici che hanno abbandonato la vita oscura del mondo per attingere in Zagreo la scaturigine della vita divina. Appena entrato nell'Ade, l'orfico deve prendere non la sinistra, via infausta, degli spiriti mali, segnata da un pioppo bianco, ma la destra che lo guida alla fonte di Mnemosine, da cui appositi guardiani tengono lontano chi non ha avuto il privilegio dell'iniziazione. Dà la parola d'ordine che lo dichiara figlio di Urano e Gaia, del Cielo e della Terra, ossia partecipe del composto dionisiaco e titanico conforme al mito cosmogonico della setta, e domanda alla regina degli Inferi, Persefone, che lo giudichi (è questo un concetto nuovo prettamente orfico) e lo destini alla dolce primavera dei suoi campi nell'attesa del finale ritorno nell'unico Zagreo.
IV. LE LAMINETTE
Tutta questa escatologia è esposta dall'una o dall'altra delle laminette auree trovate in tombe orfiche nella Magna Grecia, a Roma, in Creta. Queste laminette lunghe pochi centimetri, ripiegate più volte come pezzettini di carta, sono state trovate appese alcollo o a portata della mano del defunto come guida e promemoria e amuleto insieme del suo viaggio ultramondano. Contengono formole brevi (e per due di esse incomprensibili) di carmi apocalittici orfici in cui si effondeva la vita devozionale degli adepti e dove era affermata la loro fede ed esaltata la loro speranza. Si trovano ora nel Museo di Napoli (cinque), nel Museo Britannico (due) e in quello di Creta (tre). Di queste laminette, quella trovata presso l'attuale Strongoli in Calabria (antica Petelia) è la più importante per conoscere la topografia dell'Ade
orfico. Delle quattro trovate a Terranova di Sibari (antica Thurii) la prima afferma la liberazione dalla legge ferrea della trasmigrazione delle anime grazie alla disciplina orfica; le altre tre sono notevoli: 1° per l'affermazione della purità che contraddistingue l'orfico, il quale da se stesso si chiama il puro che vive in una schiera di puri: « Io pura fra i puri vengo a voi ecc. »; 2° per l'affermazione, in b e c, di quella ingiustizia, di quella colpa iniziale (che è il deicidio di Zagreo) di cui tutte le anime

L'ultima laminetta (sec. II d. C.) trovata in Roma sulla Via Ostiense appartiene alla matrona Cecilia Secondina (è il solo caso in cui è menzionato il defunto) la quale dichiara la sua prerogativa di « pura fra i puri », cioè di orfica, vanta la sua stirpe divina e afferma di aver conseguito la beatitudine per aver sempre vissuto secondo la Legge.
V. LA LETTERATURA ORFICA
Le laminette auree contengono la formulazione più diretta e genuina dell'escatologia orfica. Va tuttavia sotto il nome di un Orfeo, che vi appare poeta e mago, tutta una letteratura mistica svoltasi durante l'epoca alessandrina e dedicata ad argomenti di teogonia, cosmogonia, escatologia, ecc. Ebbero rilievo durante il Rinascimento gli Ὄρσος (μνοι in numero di 88, in esametri, di contenuto liturgico, ordinati secondo l'affinità dell'argomento mitologico, opera di vari autori proveniente assai probabilmente dall'Asia Minore, come si può indurre dal nome di alcune divinità menzionate: Antaia, Cibele, Hipta, Sabazio.Questa letteratura orfica è in genere priva di una concezione unitaria perché non esisteva una scuola che controllasse e mantenesse saldo il patrimonio di credenze orfiche, le quali si reggevano soprattutto a causa della loro visione escatologica, che era quella a cui lo spirito
ORFICI MISTERI - ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

E invero se si considera quel fermento spesso squilibrato d'idee che all'alba del cristianesimo dilagò in Oriente sotto il nome complesso di gnosticismo, si troverà ancor lì, giuntovi per mezzo della grande corrente neoplatonica, sia pur rafforzato da elementi dualisti iranici e da speculazioni astrali babilonesi, che poi culmineranno nella strana religione manichea, quello che è il pensiero centrale dell'orfismo: l'uomo è un miscuglio di bene e di male; l'anima è un raggio di luce divina immersa nelle tenebre della materia; tutto il dovere dell'uomo consiste nel procurarsi la gnosi, la dottrina che gli insegna insieme la realtà di questa sua situazione e gli addita la via della liberazione.
VI. ORFISMO E CRISTIANESIMO
Tra le varie raffigurazioni che Orfeo ha avuto nell'arte pagana: cantore accompagnantesi con la lira; assalito ed ucciso dalle menadi; vicino ad Euridice; seduto in mezzo alle belve che ammansisce con il suono della lira, quest'ultima è stata la sola che il cristianesimo ha accettato e riprodotto nelle pitture cimiteriali (cf. Wilpert, Pitture, p. 223 sgg.): nel cimitero di Domitilla la più fedele nel riprodurre gli elementi del disegno pagano (id., ibid., tav. 229); nel cimitero di Callisto dove Orfeo è in figura del Buon Pastore con pecore e colombe (id., ibid., tav. 37); nel cimitero dei SS. Marcellino e Pietro con Orfeo e sei montoni (id., ibid., tav. 98): nel cimitero di Priscilla con Orfeo in mezzo al gregge (cf. G. B. De Rossi, Bull. arch. crist., 4ª serie, 5 [1887], tav. 6; V. anche la voce GESÙ CRISTO, VII. Iconografia).Questa preferenza è dovuta non già a una dipendenza specifica del cristianesimo dai m. o. ma al simbolismo suggerito dall'efficacia divina e irresistibile dell'insegnamento di Gesù capace di trascinare tutti gli uomini alla sua sequela. Quel tanto di orfismo che si è voluto riscontrare nel cristianesimo appartiene in realtà alle idee religiose correnti nell'epoca ellenistica e cioè: dualismo fondamentale tra l'anima e il corpo, sanzione ultramondana delle azioni compiute in vita, anelito alla purezza morale, rispetto per la figura di un fondatore e
ossequio per la sua dottrina. Mentre è dottrina specifica del cristianesimo: la fede nella morte volontaria ed espiatrice (non per violenza altrui, come in Zagreo) di Cristo, e nella sua risurrezione, fede che non è dovuta ad elaborazione teologica di s. Paolo, ma è stata da lui trovata viva e operante all'alba della nuova religione; il rito battesimale inteso come rinnovamento dell'uomo interiore, mentre nell'orfismo seriore, o neo-orfismo, che è quello in voga nell'epoca ellenistica, la salvezza si realizza mediante riti e formole che hanno sapore di magia.
BIBLI.: oltre alle opere generali citate sotto la voce MISTERI, v.: E. Maas, Orpheus, Monaco 1895; J. Harrison, Prolegomena to the study of Greek Religion, 1ª ed., Oxford 1903; 2ª ed., ivi 1921, sulla liturgia orfica; D. Comparetti, Laminette orfiche, Firenze 1910; V. Macchioro, Zagreus, 1ª ed., Bari 1920, 2ª ed. aumentata, Firenze 1930; O. Kern, Orpheus, Berlino 1920; id., Orphicorum fragmenta, ivi 1922; A. Boulanger, Orphée, Parigi 1925; M.-J. Lagrange, Les mystères: l'Orphisme (Introd. à l'étude du N. Test., IV. Critique historique, I, Parigi 1937); G. Faggin, Inni orfici, Firenze 1949, sulla letteratura orfica seriore. Nicola Turchi