ORIENTAZIONE

ORIENTAZIONE. - Nel suo significato sacrale l'o. non è l'arte di fissare per scopi pratici i punti cardinali, ma è: 1) l'arte di saper indicare il luogo che la divinità ha prescelto per ricevervi l'adorazione degli uomini; 2) la direzione che deve prendere l'ora, sia comunità sia individuo, per mettersi in comunicazione con la divinità.

I. O. DEL LUOGO. - In origine una radura circondata da alberi, avvivata da una fonte, ovvero un recesso montano o rupestre sono considerati dai primitivi come la dimora preferita dalla divinità e la più adatta alle sue manifestazioni. Pertanto chi deve fissare il luogo del culto non lo sceglie in base a criteri personali, ma interrogando con appositi riti la divinità per averne il beneplacito.

Il vocabolo o. deriva dalla posizione che il sole ha al suo sorgere sul circolo dell'orizzonte e che guida con la sua luce il procedere degli uomini dall'aurora al tramonto. Perciò l'o. solare è universale presso tutte le genti; in qualche luogo sono presi a criterio di orientamento per edificazioni sacre anche lo spuntare nel cielo di astri o pianeti diversi dal sole.

Nel Messico i grandi templi (teocalli) erano orientati con la porta principale a occidente. In Cina il tempio del sole era orientato a levante, quello della luna a ponente, conforme al punto cardinale da cui entrambi sorgono. In Egitto, in genere, l'o. dei templi è a levante, ma ha anche molta importanza quella che segue il levarsi eliao (19 luglio) della stella Sothis (Sirio) della costellazione del Cane. Le mastabe, piccole tombe private a forma di piramide tronca, hanno la porta ad est in direzione dell'ameni o mondo di oltretomba. In Assiria non sembra che i templi veri e propri avessero un'ora fissa. Lo ziquarat invece, torri da quattro a sette gradi, che dei templi erano parte integrante, avevano in genere, ma non sempre, gli angoli orientati verso i punti cardinali. Presso gli Ebrei il tabernacolo con il santo dei santi è orientato a levante ed ha il fondo a ponente (Ex. 26, 22). Anche nell'India antica l'o. a levante era la principale: dei tre fuochi, due dovevano accendersi all'aperto per il sacrificio; quello orientato ad est era il principale.

L'o. etrusca segue la linea del cardine nord-sud con la sinistra ad est (parte favorevole) e la destra a ovest (parte sfavorevole) e riflette nel mondo degli uomini la divisione che sta nel mondo degli dèi, come si rileva dal fegato bronzeo di Piacenza. In Roma, tempio con o. etrusca (nord-sud) era quello di Giove capitolino. I Romani preferivano l'o. lungo il decumano (ovest-est) e gli auguri procedevano da un posto elevato di osservazione alla determinazione dello spazio sacro (templum) su cui doveva edificarsi l'edificio sacro, o che almeno doveva considerarsi sottratto all'uso profano; Vitruvio (IV, 8) osserva che se la natura del luogo impedisce l'o. normale, questa dovrà seguire la parte più importante della città e più ricca di templi degli dèi. In Grecia la maggioranza dei templi dedicati agli dèi era orientata a levante: quella degli eroi o dei defunti a ponente, ma si potevano orientare anche rispetto a una stella (Gemelli, Capra, Orsa). Anche i più antichi edifici cristiani, sempre che le circostanze lo permettano, sono orientati a levante, conforme alla direzione della preghiera.

II. O. DELL'ORANTE. - Nella preghiera l'o. è diversa secondo le credenze e le circostanze. I primitivi si orientano verso l'oggetto nel quale credono che la divinità sia presente, sia esso un albero, una pietra, una montagna, ecc. Gli antichi Ebrei si rivolgevano verso il Tempio in quanto era la dimora di Jahweh. Dopo l'esilio e in seguito alla riforma deuteronomica che concentrò in Gerusalemme la sede unica del culto, gli Ebrei, anche quelli della diaspora, si orientavano verso Gerusalemme avendo cura di fare orazione su di un balcone o terrazzo a finestre aperte (cf. Dan. 6, 11), prescrizione che il Talmud conferma. Nelle case private e nelle sinagoghe una pittura ornamentale indicava il punto di o. (misrâh). Anche la grande sinagoga di Dura (24, 4 d. C.) era orientata verso Gerusalemme, come risulta dalla nicchia ov'era conservato il rotolo della Legge, pur essendo a quell'epoca il tempio già da oltre un secolo distrutto. I Samaritani si rivolgevano, pregando, verso il loro monte Garizim dove credevano che Jahweh dimorasse. I sacerdoti babilonesi nella preghiera si volgevano a levante: i Greci verso il luogo dove credevano presente la divinità e, nei templi, verso il simulacro del dio (Omero, II, VIII, 364; Erodoto, I, 31; IX, 61); i Romani pregando si rivolgevano a orientare (Virgilio, Aen., VIII, 18; XII, 173); nella preghiera a Giove si orientavano verso il tempio di Giove Capitolino (Livio, VI, 20). Presso i musulmani la direzione della preghiera era in origine verso Gerusalemme, poi Maometto prescrisse quella verso la Mecca (Corano, II, 139). Perciò nelle mosche c'è il milrâh indicatore della direzione (qiblah) della Mecca. Questo indicatore, nelle mosche che sono un adattamento di antiche chiese cristiane (ad es., S. Sofia di Costantinopoli), può trovarsi fuori dell'asse dell'edificio.

L'o. verso Gerusalemme fu mantenuta dai cristiani provenienti dal giudaismo (Ireneo, Haer., I, 22) mentre gli etnicocristiani preferivano quella a levante anche perché, secondo la visione escatologica del cristianesimo (Mt., 24, 30), il Figlio dell'Uomo comparirà con il suo segno (la Croce) nell'ultimo giorno come il fulmine che da oriente traversa il cielo fino ad occidente.

Perciò la Croce segna la qiblah della preghiera cristiana; e da questo deriva l'uso di raffigurare la Croce nell'abside delle chiese dove vuol ricordare Cristo che verrà il giorno del supremo Giudizio. Non è dunque l'o. astronomica (che il cristianesimo ha superato: Tertuliano, De orat., XI) ma il valore escatologico della provenienza dall'oriente che ha determinato l'orientamento delle antiche chiese cristiane.

Bibl.: H. Nissen, Orientation, Berlino 1907; K. L. Schmidt, Kanonische u. apokryphe Evangelien und Apostelgeschichte, Basilea 1944, pp. 65 sqq.; E. Peterson, La Croce e la preghiera verso Oriente, in Eph. lit., 39 (1943), pp. 32 sqq.; id., Die geschichtl. Bedeutung der jüdischen Gebetsrichtung, in Theol. Zeitschr., 3 (1947), pp. 1 sqq.; T. D. Atkinson, Points of the Compass, in Enc. of Rel. and Ethics, X, pp. 73 sqq.