Sulla localizzazione della sua patria dissentono gli studiosi. Scartate la Tracia, dopo che invalida s'è dimostrata l'etimologia del nome di D. proposta da Kretschmer, etimologia che costituiva l'elemento principale della teoria, la Frigia e la Lidia, o l'una e l'altra insieme, in considerazione soprattutto dell'improbabilità d'esser nel giusto nel ritenere Semele, madre di D., come una dea della terra frigia o trac-frigia (anche qui i motivi etimologici, tra gli altri, si son rivelati inconsistenti), non sembra audace chi propone di prendere in considerazione quale luogo di origine la Grecia stessa (secondo Tucidide [2, 15, 4] le Antesterie appartenevano agli Ioni già prima della loro migrazione), dove il culto del dio, del quale Omero è già perfettamente a conoscenza, pur dimostrando nei suoi riguardi la stessa riservatezza che per Demetra, tra le sue origini dai ceti più bassi della popolazione, e dunque, forse, dallo strato anario. Ma greco o non greco, l'importante è che, non appena monumenti letterari e figurativi cominciano a par-lare, D. e tutto ciò che gli è proprio viene espresso in forma nettamente greca, e che a un certo mo-
mento, «quanto di più grande e di più bello, dal punto di vista spirituale ed estetico, l'Elide classica ha prodotto, l'ha prodotto per l'influsso e con il suggello di D. »: da lui, come ha dimostrato F. Nietzsche, trae origine la tragedia (παρωδία, dai πράγμα) come si chiamavano gli attori nella rappresentazione scenica: cf. M. P. Nilsson, Der Ursprung der Tragödie, in N. Jahrb. f. Klass. Alt., 27 [1911], pp. 609 sgg., 673 sgg., 687).
La medesima incertezza che regna intorno all'origine del dio coglie chi voglia ridurre all'unità la figura di D., che fu detto πολυετός καλ πολύμορφος da Plutarco, e voglia determinare il preciso ruolo nel mito e nel culto: l'azione di D. è praticamente illimitata, e volerlo relegare in una piuttosto che in un'altra sfera, vuol dire soltanto perdere il significato della sua figura, tradire ciò che i Greci hanno pensato di lui. D. e lo spirito dionisico scorrono per ogni dove del mondo spirituale e di quello materiale; misteriosamente egli sta alle radici dell'essere, comprende nella sua natura tutto ciò che è proprio dell'essere, è l'essere stesso, paradossale sintesi di contrari, in cui si sprofondano finito e infinito, distinto e indistinto. D. è ugualmente presente e assente, vicino e lontano, esultante e afflitto; appare come colui che dà e come colui che toglie la vita, come appartenente al mondo e all'aldilà, e nei suoi miti, «allo stesso modo che nell'arte più pura e nella poesia più pura», si mescolano possibile e impossibile, umano e divino, materiale e spirituale. Senza bisogno di una particolare esegesi, prestando orecchio ai suoi mitologemi, esaminando le pratiche culturali, che dei mitologemi sono i riflessi pratici, non è difficile impadronirsi dell'intima essenza di D.
È figlio di un dio (Zeus) e della tebana Semele (Ilide, XIV, 323), che, donna mortale, genera un figlio immortale (Esiode, Theog., 940 sgg.): D. πράγμα βροτοῦν (Ilide, XIV, 325). La madre, per aver voluto vedere lo sposo «in tutto il suo celeste splendore», è incinerata dal suo fulmine: Zeus prende il feto immaturo, se lo cuce in un fianco, e lo dà alla luce dopo averlo portato a maturazione (Pindaro, frg. 85; Erodoto, II, 146; Euripide, Bacch., 94 sgg., ecc.). D. stesso, poi, scenderà agli Inferi per portare la madre nel cielo degli Olimpici: Semele avrà, più tardi, in Grecia onori divini (cf. Plutarco, Quaest. gr., 12, p. 293 C; Esiode, Theog., 942). La duplicità della natura del dio, che già si pone nel mito della nascita da una mortale e da un immortale, si rivela ancor più chiamante nella «epifania» del dio: a D. è propria la maschera, estranea di norma agli Olimpici (c'era maschera solo nel culto di Artemide Orthia), e che è simbolo di doppia personalità. La contraddizione permane nel fatto che a D. è proprio di portare la gioia sfrenata, il rumore con il quale prende impetuosamente possesso, in una parola l'orgiasmo, ma anche il terrore e il silenzio della morte. L'appellativo βρομίως (cf., p. es., Eschilo, Eumen. 24; Pindaro, frg. 73) indica la sua caratteristica rumorosità; Euripide (Bacch., 141) rivela la gioia, il bisogno di danzare che prende la stessa madre Semele quando lo porta in grembo, e dei prodigi che si registrano al suo apparire parlano Pausania (VI, 26, 1), Diodoro (3, 66), Plinio (Nat. hist., 2, 31) e altri, mentre caratteristico del suo impadronirsi è il matrimonio simbolico del simulacro di D. con la moglie dell'arconte re in Atene, che avveniva, durante le Antersterie (cf. Aristotele, Athen. pol., 3, 5). La basilina, assistita da quattordici ancelle (γέραμα) sacrificava segretamente nel tempio di D. è λίμνα, e la sera si coricava con la statua del dio nel βουκόλιον dell'arconte re. Molti miti parlano anche della rovina che coincide con l'apparire del dio (così, ad es., Iliade, VI, 132 sgg.; Apollodoro, 3, 37; Plutarco, Quaest. gr., 38). E come D. benevolo si chiama Λύσις, Λυκίας nel suo aspetto malefico porta gli appellativi di Ἀνθρωποφάσις, Ἀμάθιος, e il suo terrore si propaga soprattutto fra le donne che, ricoperte dalla bassa o dalla nefride, costituiscono il suo seguito (menadi, baccanti, tiadi), e le induce a sbranare i loro figli o i piccoli animali che poco prima avevano allattato. È questo fenomeno Ἰώμοσχιζα:

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acque: donde i nomi di Πελάντος, Ἀκτάτος, Λυκίνος, Λιμναγενής. Nell'elemento umido, cui D. presiede, sta la forza creatrice (cf. Agostino, Civ. Dei, 7, 21), che assai chiaramente è espressa dal fallo (D. Φαλλήν, e c'erano processioni falliche in onore del dio) e dal toro (D. Βουγενής). Ma se nell'umidità risiede la generazione, l'acqua è anche elemento femminile («aqua femina», Varron, Ling. lat., 5, 61), e D. ha intorno a sé sempre un corteggio di donne. «Ninfie nutrono e allevano D. bambino e accompagnano il dio adulto» (cf. Inno omerico, 26), e «nutrici» si chiamano le partecipanti alle sue danze (τὰ βύλλα, Iliade, VI, 132): D. stesso ha qualcosa di femminile nella sua natura (ὁ γάμος: Eschilo, frg. 61; cf. Euripide, Bacch., 353; Arnobio, 6, 12; Firmico Materno, De err., 6, 7), qualcosa che lo porta a riversare il suo amore, un amore tutto femminile, alla Paride, in Arianna, che lo collega pertanto al mondo minoico, e che ha una natura simile alla sua, simile, nelle contraddizioni, a tutto il mondo che circonda D.: mondo di vita e di morte, come D. stesso è vita e morte. Perché D. muore (a Delfi si mostra anche la sua tomba), come appare nel mito di D. Zagreo, nel quale il dio viene sbranato dai Titani non altrimenti che le sue vittime sacrificiali: i capretti e i cerbi battiti tra le braccia delle menadi. La connessione con le acque giustifica inoltre i motivi mantici che vennero attribuiti a D., il quale, in unione con Apollo, dette il sistema della mantica per ispirazione al santuario di D. (v. DELFINO, oracolo di).
Misteri di D. — Il culto di D. ebbe anche organizzazione misterica (v. MISTERIO). Pure questo aspetto, che richiama motivi mistici, attesta dell'alta antichità del dio. È noto che D. veniva invocato negli Agoni lenei (cf. scolo ad Aristofane, Rane, 479: καλῆτε δέον dicesa il sacerdote, cui i convenuti rispondevano Σεμελῆι "Ἀκῆτε πλουτοδότα"), per ordine del daduco, uno dei sacerdoti dei misteri eleusini (v. MISTERIO). D. dunque apparterrebbe, in questo caso, al culto misterioso di Demetra, e il suo rito consisteva in rappresentazioni drammatiche. Anche altrove, p. es., a Lerna nell'Argolide (cf. Pausania, 2, 30, 2), a Sicione (id., 2, 11, 3), a Patras (id., 7, 19 sgg.), sono documenti di un culto misterico di D. in connessione o meno con Demetra. Innumerevoli sono poi i culti misterici privati, specie di età romana, nei quali è implicata la figura di D.: tra essi i Baccanali.
Al di fuori di queste festività il dio assume un ruolo centrale nell'orfismo (v. MISTERIO), la teologia e l'ascesi del quale tanta parte avrà anche nella speculazione filosofica greca, esercitando il suo influsso specialmente su Platone.
Dioscoro, santo, martire. — Figlio di un lettore cristiano di Cinopoli (Alto Egitto) ed esattore delle imposte, venne arrestato dal curatore della città ed essendosi rifiutato di sacrificare agli dèi e di consegnare i libri sacri, fu inviato ad Alessandria. Quivi il prefetto romano Culciano lo tenne a lungo in prigione; poi, chiamatolo in giudizio e vistolo costante nella fede cristiana, gl'inflisse per tre volte varie torture, alle quali egli si dimostrò insensibile per un rapimento estatico, e finalmente lo fece decapitare (305 o 306). Durante le torture altro non faceva se non pregare per ottenere la conversione dei suoi carnefici. Così la Passio. Festa, presso i Latini, il 18 maggio; presso i Greci, il 13 ott.
Il culto a D. non ha nulla da vedere con il culto pagano dei due Dioscuri, perché la sua Passio (non posteriore ai primi anni del sec. VI) è sicura nella sua trama fondamentale.
Dioscoro I. — Patriarca di Alessandria dal 444 al 451, m. in esilio a Gangres in Pafagonia il 4 dic. 454. Della vita di D. prima che fosse vescovo, si sa soltanto che era arcidiacono del suo precedessore s. Cirillo, e che l'accompagnò al primo Concilio di Efeso (431).
Da s. Cirillo ereditò un grande orrore per l'eresia nestoriana, che passò i limiti e lo spinse ad attaccarsi troppo esclusivamente a certe formole cristologiche del maestro, che potevano prestarsi all'equivoco e che non convenivano né con quelle degli Orientali antichini, né con quelle dell'Occidente latino. Sotto il pretesto che s. Cirillo amava la formola: «Una sola gòsç incarnata del Verbo divino», condannava coloro che sostenevano esservi in Gesù Cristo due nature, δῶς φῶς. Da una tale intransigenza, che s. Cirillo non conobbe, ebbero origine tutte le sue disgrazie. Quando Eutiche, condannato dal Concilio di Costantinopoli del 448, fece ricorso a lui, egli sposò la causa del monaco ottuso, e d'accordo con l'eunuco Crisafe fece convocare dall'imperatore Teodosio II un concilio ecumenico per rivedere il processo. Ogni cosa venne combinata precedentemente per assicurare la riabilitazione dell'archimandrita costantinopolitano, nel conciliabolo che si riunì ad Efeso nel 449. Sulla condotta tenutavi da D., che se ne era assicurata la presidenza, V. CALCEDONIA (II Concilio di C.); EFESO, LATTOCINO di. Ad Efeso Eutiche fu riconosciuto ortodosso e vennero condannati i «difossiti», ossia coloro che affermavano le due nature in Cristo.
In seguito a tale decisione D. diventò il padre del monofisismo, non del monofisismo grossolano, conosciuto sotto il nome di cutichianismo, il quale fece sparire l'umanità del Salvatore nella divinità, come una goccia d'acqua nell'oceano, ma del monofisismo verbale, cui darà il suo nome più tardi Severo di Antiochia, colui che, schiavo interamente delle formole, si oppose alla terminologia canonizzata dal Concilio di Calcedonia.
Il trionfo di D. dopo il «latrocinio efesino» fu di corta durata. Nell'ott. 451 si teneva a Calcedonia un nuovo concilio ecumenico, convocato dall'imperatore Marciano. Prima di raggiungere la città, i Padri tenero una riunione preventiva a Nicea, ove D., d'accordo con qualche vescovo egiziano, osò scomunicare il papa s. Leone. Un tal gesto, con altre malefatte, gli fu rimproverato alla sess. III del Concilio di Calcedonia (10 ott. 451), alla quale si rifiutò di comparire, e ne procurò la deposizione. Tale sentenza venne approvata dall'imperatore Marciano, che di più l'esilio a Gangres, ove morì.
Sembra che D. abbia scritto poco, restandoci di lui soltanto qualche lettera e frammenti di lettere, nella traduzione siriaca ed armena. Un lungo elogio funebre di Macario, vescovo di Tkou in Egitto, attribuitogli, non è suo, o per lo meno è stato molto interpelato. Apocrife anche sono le Memorie di D., di cui restano frammenti