DILUVIO

DILUVIO. - Cataclisma che colpì l'umanità ai tempi di Noè.
DILUVIO. - Cataclisma che colpì l'umanità ai tempi di Noè.

I. Racconto biblico (Gen. 6, 1-9, 19). - Dio vide che la malvagità umana si era diffusa e si pentì di aver fatto l'uomo.

I figli di Dio, cioè i figli di Seth, così chiamati perché creati da Dio e a lui stretti da speciale vincolo di amore (Gen. 4, 26-5, 32; cf. Ex. 4, 24; Deut. 14, 1 ecc.), sedotti dalla bellezza delle «figlie degli uomini», appartenenti alla stirpe di Caino, furono fuorvianti dalla sensualità: «sono carne». Nel suo sdegno Dio decise: «terminerò l'uomo da me creato dalla faccia della terra: e con l'uomo anche le bestie» (Gen. 6, 7), concedendo però loro 120 anni per ravvedersi. Noè trovò grazia, per sé e per la sua famiglia; Dio gli ordinò di costruire un'arca capace di contenere, oltre le 8 persone della famiglia, i rappresentanti di tutti gli animali con tutto il necessario per vivere. Degli animali puri entrarono 7 coppie, perché le loro carni dovevano essere offerte in sacrificio (ibid., 6, 20) e anche mangiate; degli impuri una coppia. Il patto (ibid., 6, 18) di Dio con Noè consisteva nella promessa di salvare lui e i suoi dalla distruzione per fondare con loro una nuova umanità fedele e santa.

Con fede indomita, Noè predicava la penitenza annunziando l'imminente castigo. Per lunghi anni lavorò a costruire l'arca sotto gli occhi ironici degli empi, che continuarono a gozzovigliare (Mt. 24, 37-39). Passato inutilmente il tempo assegnato per la penitenza, per ordine di Dio egli entrò nell'arca con i suoi, e vi fece entrare gli animali. «Era Noè di 600 anni quando avvenne il d., inondazione sulla terra. Era l'anno 600 della vita di Noè, il 2° mese, il 17 del mese. In quel giorno irruppero le sorgenti dell'abisso e le cateratte del cielo si aprirono e si rovesciò la pioggia sulla terra per 40 giorni e 40 notti».

DILUVIO - Dio stabilisce il patto con Noè dopo il d. (Gen. 9, 8-17). Miniatura dell'Ottavento contenuto nel cod. Vat. gr. 746, f. 57v (sec. XII) - Biblioteca Vaticana.

L'acqua sorpassò i monti più alti di 15 cubiti (m. 7, 50 ca.), e così fu annientato ogni essere ch'era sulla faccia della terra; si l'uomo che il bestiame... scomparvero dalla terra: solo rimase Noè e chi stava con lui nell'arca - (Gen. 7, 23). Per 40 giorni e 40 notti le piogge e i marosi si abbatterono sulla terra; le acque andarono crescendo e poi rimasero stazionarie 110 giorni; quindi cominciarono a decrescere (ibid., 8, 3); dopo altri 175 giorni si erano completamente ritirate (ibid., 8, 13), e al termine di 57 giorni la terra, disseccata, fu di nuovo abitabile (ibid., 8, 16); era il 27 del 2° mese dell'anno 60 di Noè. Noè, per assicurarsi, aveva mandato fuori dell'arca un corvo, che andava avanti e indietro finché non si prosciugassero le acque (ibid., 8, 7: la Volgata Clementina legge erroneamente: non reverberatur), e poi per tre volte una colomba, che la prima volta tornò subito, non trovando ove porre piede; la seconda recando una fronda d'ulivo spiccata; la terza non tornò più.

Era giunto il momento di uscire dall'arca: Dio ne diede l'ordine (ibid., 8, 15 segg.). Noè rimise piede sulla terra desolata, divenuta cimitero di tante creature. Per ringraziare il Signore e cesse un altare a Jahweh, e, avendo preso d'ogni sorta animali puri e uccelli puri, li offrì in olocausto. In ricambio, Dio dissipò l'angoscia degli uomini al pensiero di un altro d.: «io non maledirò mai più la terra». La stessa fragilità umana muove Dio a misericordia, dopo che il d. ne aveva rivelato l'onnipotenza, la santità e la giustizia. Dio benedisse Noè e i suoi figli: «Crescente e moltiplicatavi e riempite la terra»; restituì all'uomo la signoria sugli animali e aggiunse la proibizione di mangiare «carne con il sangue», il veicolo della vita (Lev. 17, 14). Dio fece dello spargimento del sangue un rito sacrificale, mentre si opponeva allo spargimento di sangue umano. A garanzia dell'alleanza stabili, qual segno della sua grandezza e del suo amore, l'arco baleno.

II. CARATTERE STORICO DEL RACCONTO

La critica moderna attribuisce la storia del d. a un redattore che avrebbe attinto a due fonti contrastanti: J e P (v. PENTATEUCO); le contraddizioni si troverebbero soprattutto nei numeri. Ma più che di vere contraddizioni trattasi di modi di dire che si completano: si dice in genere che devono introdursi gli animali a paia (Gen. 6, 19), e poi se ne indica il numero (ibid., 7, 2); l'ingresso nell'arca non può dirsi narrato due volte solo perché 7, 13 riprende 7, 7; 7, 12 parla dell'aumento delle acque per 40 giorni, e 7, 24 dice che «predominarono sulla terra per 150 m». Non vi è motivo solido per supporre due fonti distinte. Se si stabilisce un confronto con il racconto babilonese di Gigalmé, s'incontrano gli stessi elementi di cui si servono i critici per stabilire le fonti J e P. Né il redattore

- se ve ne fu uno - ha veduto contraddizione fra i vari dati che riuniva, come non l'ha vista nelle supposte fonti, parziali.

Il d. è ricordato nel Vecchio e nel Nuovo Testamento: Sap. 10, 4; 16, 6 sg.; Eccli. 16, 7; 44, 17-19; Is. 54, 9; Mt. 24, 37-39; Lc. 17, 26 sg.; I Pt. 3, 20 sg.; II Pt. 2, 5; Hebr. 11, 7. Questi passi affermano la storicità non solo del fatto, ma ancora delle circostanze narrate in Gesù. Questo spaventoso castigo inflitto da Dio all'umanità peccatrice, paragonato da Gesù al giudizio universale (Mt. 2, 37-39), fu opera dell'onnipotenza divina, la quale si servì di cause naturali: le acque provenienti dagli abissi marini e violenti nubifragi (Gen. 7, 11 sg.). Si ritenne che la geologia desse una conferma del racconto, e un secolo fa si adducevano le conchiglie e sabbie marine, le ossa delle caverne e i massi erratici come dimostrazione dell'universalità del d. biblico. Non meno a torto si identificava il d. biblico con il d. geologico dell'area quaternaire. Mentre il d. biblico ebbe la durata di poco più di un anno, il geologico richiese lunghissimo tempo, né si verificò contemporaneamente su tutta la terra. Non si deve però escludere a priori che il d. biblico possa avere punti di contatto con alcuni fenomeni dell'epoca glaciale. Lo strato sabbioso ritrovato da C. L. Woolley in Ur di Caldea, durante gli scavi del 1927-20, non può, pare, considerarsi residuo dell'universale inondazione della Meteosfamia (d. babilonese).

III. UNIVERSALITÀ DEL D

Il racconto biblico descrive un d. «universale». Di quale universalità intende parlare l'aggiragio?

1. L'universalità geografica assoluta era l'opinione comune tra i Padri e i dottori antichi; ma oggi è abbandonata. Il progresso delle scienze permise di osservare: le specie dei soli mammiferi sono 7000 e 4500 fossili; la fisica non riesce a trovare la spiegazione di tutta quella che sarebbe stata necessaria per coprire, anzi superare di ca. m. 7, 50 o 15 cubiti le montagne più alte. Se nella Scrittura si parla dell'inondazione della «terra» (Gen. 6, 7, 10; 7, 4, 18.19; 8, 9) non ne segue necessariamente l'universalità geografica, perché «idioma est s. Scripturae (osserva s. Girolamo In Is. 13, 5: PL 24, 450) un omnem terram illius significet provinciae de qua sermo est». Esaminati Gen. 41, 54 sg.; Deut. 2, 25; II Par. 20, 29; Act. 2, 5, si ammetterà facilmente che si tratta di relativa universalità geografica. E così «tutti i nomi più alti» (Gen. 7, 19) sono tutti i nomi di quella regione nota all'autore.

2. L'universalità relativa antropologica. Ammessa l'universalità relativa geografica, si accetta per gli stessi motivi l'universalità relativa antropologica, propugnata da A. L. Motais, A. Scholz, A. Schöpfer, J. Schuster-B. Holzammer, o ritenuta interpretazione legittima da F. Hummelauer, Schanz, H. Zschokke-G. Döller, H. Lestree, P. Heinisch ecc. Ma mentre mai è menzionata esplicitamente un'inondazione di tutta la terra, si ha invece: «è venuta per me la fine di ogni mortale...» (ibid. 6, 13-17 e cf. 6, 6 sg.).

3. L'universalità antropologica appare quindi più probabile. Gesù afferma che nel d. tutti (Mt. 24, 39; Lc. 17, 20) perirono; e così insegnano le epistole di Pietro:

Article illustration
(ftt. Bibilutera l'utiana)
Diluvio - Dio stabilisce il parto con Noè dopo il d. (Gen. 9, 8-17). Miniatura dell'Ottatenco contenuto nel cod. Vat. gr. 746. f. 47^{°} (sec. 221) - Biblioteca Vaticana.

al tempo di Noè (II Pt. 2, 5; 3, 6) « pochi, cioè otto persone si sono salvate per mezzo dell'acqua » (I Pt. 3, 20). Tale universalità antropologica è presentata dai Padri non come dogma di fede, né come opinione semplice mente privata, ma come connessa con la fede della Chiesa, poiché vi vedono prefigurata la dottrina della fede: « extra Ecclesiam nulla salus » (cf. s. Fulgenzio, De remissione peccatorum, I, 20; s. Girolamo, Adv. Luminum, 1, 17; s. Cipriano, De unitate Ecclesiae, 6). Il « sensus Ecclesiae » sta per tale universalità (cf. il catechismo del Concilio di Trento, I, 10, 19). L'etnologia fornisce una conferma. Le tradizioni di un'innondazione che distrugge gli uomini sono 60, di cui ben 40 sono indipendenti dalla forma babilonese - ebraica. Ammesso il cataclisma universale, si spiega facilmente che la « tradizione primitiva » passò ai diversi popoli e con loro emigrò nelle varie parti del mondo.

BIBL.: J. Brucker, Déluge, in DFC. I. coll. 911-16; G. Fillion, Le déluge dans la Bible et les inscriptions sumér. et acrad., Parigi 1925; J. Schuster-B. Holzammer, Handbuch zur biblischen Geschichte, 8a ed., I. Friburgo in Br. 1925. trad. it., Torino 1942, pp. 186-200; A. Deimel, Der biblische Sintflutbericht und die Keilinschriften, in Orientalia, 20 (1926), pp. 69-79; A. Bea, Institutio Iones Biblica, II, 1, De Pentateucho, 2a ed., Roma 1933, pp. 168-180; R. Köppel, Ultima investigationes de aetate generis humani, in Miscell. Biblica, I, Roma 1934, pp. 290-316; H. Simon-J. Prado, Praelectiones biblicae; Vetus Testamentum, 4a ed., I. Torino 1941, pp. 77-91.

IV. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE

La credenza in un d., avvenuto in tempi più o meno remoti, che avrebbe distrutto l'umanità, è comune a molti popoli estinti e viventi. Oltre che presso gli Ebrei, la si riscontra, ad es., fra i Babilonesi, fra i Greci (mito di Oggie e mito di Deucalione e Pirra); presso un grandissimo numero di popolazioni indigenate americane, dall'estremo nord del continente (Eschimesi) all'estremo sud (Yagan e Ona della Terra del Fuoco), e sia tra popoli a cultura molto bassa, come i due ora menzionati, sia tra popoli di civiltà superiore, quali i Maya dello Yucatan e gli antichi Peruviani; presso popolazioni dell'Australia, della Polinesia, della Micronesia, della Melanesia, dell'Indonesia; in India, in Cina, tra gli Andamanesi, in Asia settentrionale. Nel continente africano, invece, i racconti del d. non sono molto diffusi: vi credono i Masai, i Tim del Togo, i Konso dell'Etiopia meridionale, alcune genti della Costa d'Oro e poche altre.

F. H. Woods, collegando i vari elementi che si trovano nei diversi racconti del d., ha fissato uno schema generale del mito stesso al quale possono ricondursi, con le dovute variazioni, quasi tutte le forme particolari viventi presso i singoli popoli. Esso è il seguente:

a) una o più divinità sono in collera con gli antidiluviani; b) in genere per un motivo specifico; c) vengono, perciò, nella determinazione di distruggere l'umanità con un d., d) salvando, però, uno o più uomini. e) I prescelti, seguendo il consiglio divino, costruiscono un'imbarcazione ad arca, oppure si giovano di un altro mezzo di salvezza. f) Portano seco un esemplare degli animali necessari alla conservazione della razza, semi e provviste. g) Poco dopo, h) per pioggia ad altra causa, i) viene il d. j) Al suo cessare, k) i superstiti sbarcano su qualche montagna o in un'isola, l) e, talvolta, offrono un sacrifìcio. m) I futuri discendenti degli uomini (e spesso anche degli animali) si riproducono in modo miracoloso. n) Chi è stato salvato dal d. o uno tra i più degni di essi viene portato in cielo.

Come già è stato accennato, la narrazione non si presenta presso nessun popolo nella forma tipologica sopra descritta, ma varia in modo più o meno accentuato. Ad es., talvolta la causa del d. non è l'ira della divinità contro gli uomini, ma semplicemente la malvagità di un essere superiore ostile cattivo. In alcune versioni, poi, ricorre l'episodio di un animale (spesso un uccello) che, dall'arca o dalla sommità del monte ove sono rifugiati i superstiti, viene mandato ad esplorare se le acque si sono ritirate. De

gno di nota è il fatto che alcuni episodi del mito, aventi carattere molto particolare, si ritrovano presso popoli lontani nello spazio e nel tempo. Tale è la credenza che, per far risorgere il genere umano dopo il d., i progenitori salvati eseguirono l'atto di gettare qualcosa dietro le spalle (ad es., pietre, come nella leggenda greca di Deucalione e Pirra e in quella dei Macusi dell'Orinoco [Amazzonal]).

Interessante è il problema che riguarda il processo di formazione del mito e la sua diffusione. A questo riguardo sono state formulate varie ipotesi. Si potrebbe pensare al ricordo comune di un d. universale, ma su questa ipotesi gli storici delle religioni non si sono soffermati. Oppure si potrebbe ricercare la ragione psicologica della formazione stessa in una possibile influenza del racconto biblico o nel ricordo di d. locali più o meno notevoli, o nella tendenza a dare una spiegazione pseudoscientifica a fenomeni naturali. Poiché è stato osservato che le leggende del d. si riscontrano più spesso in regioni fluviali e costiere, le quali sono esposte alle inondazioni, alcuni studiosi ammettono il caso che cataclismi del genere possano essere apparsi alla coscienza di popolazioni locali come una catastrofe mondiale, collegata a sua volta, in vario modo, al destino del mondo e della umanità.

Per meglio valutare il significato dei racconti del d. in relazione al loro sorgere, è opportuno notare che questo cataclisma è spesso ritenuto un mezzo - come altri, quale il fuoco, il terremoto, le carestie - di cui si serve l'Essere supremo per punire l'umanità. R. Pettazzoni, nell'esaminale le caratteristiche dell'Essere celeste nelle credenze dei popoli primitivi, mette in evidenza che questi ha tra i suoi attributi anche quello di esser epudrone delle piogge eccessive e torrenziali - e, quindi, dei d. e delle inondazioni - che egli farebbe scatenare per punire gli uomini di azioni cattive. D. G. Brinton sostiene poi che, essendo spesso il d. inserito in un com

plesso di credenze di distruzioni periodiche dell'universo, in questo caso, nelle concezioni di molti popoli, l'aspet-
tazione della fine del mondo (millennium) sarebbe il na-
turale complemento di questo mito.

Per i racconti del d. di alcuni popoli sembra si possa
parlare di dirette influenze cristiane sia attraverso gli
insegnamenti dei missionari, sia attraverso le narrazioni
di mercanti, giunti in alcune zone ancor prima dei mis-
sionari stessi (ad es., nei paesi della Costa d'Oro in Afri-
ca). I miti dei Masai (monte Kenia [Africa]) rivelano
appunto l'influenza cristiana dovuta o all'opera dei mis-
sionari oppure ai contatti con i Galla cristiani (copti) o
con i Somali musulmani, se non addirittura con i Fa-
lascià giudizzati d'Abbissinia.

Il problema della diffusione del racconto del d. è
stato recentemente studiato da Pia Laviosa Zambotti, la
quale ha impostato la questione in relazione a quella
della diffusione della civiltà agricola nel mondo, cui ella
si è particolarmente dedicata.

BIBL.: R. Andree, Die Flustagen, Brunswick 1891; M. Win- ternitz, Die Flustagen des Altertums und der Naturvölker, in Mitteilungen der Anthropologischen Gesellschaft in Wien, 31 (1901), pp. 303-33; D. G. Brinton, The myths of new world, Filadelfia 1905, pp. 218, 234; F. H. Woods, Deluge, in Enc. of Rel. and Eth., IV, pp. 545-57; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, I-VIII, Münster in West, 1912-49, passim; R. Pettazzoni, Dio. L'Essere celeste nelle credenze dei popoli primitivi, I. Bologna 1922, p. 362 e passim; A. W. Nieuwenhuis, Die Sintflustagen als kansallogische Natur-Schöpfungsmythen, in Festschrift, publication d'hommage offerte au p. W. Schmidt, Vienna 1928, pp. 515-26; A. J. Maas, Deluge, in Cath. Enc., IV, pp. 702-706; E. Lehman, s. V. ENOCH. Ital., XII (1931), pp. 847-48; P. Laviosa Zambotti, Origini e diffusione della civiltà, Milano 1947, pp. 186-88; 173, 206, 214; R. Pettazzoni, Miti e leggende, I. Torino 1948, pp. 253, 321, 334, 311-12, 476.

V. NELL'ARTE

Per la rappresentazione del d. V. NOÈ. Il tema iconografico del d. non viene svolto nella iconografia cristiana se non unitamente a quello dell'arca di NOÈ. Ad ogni modo è solo dal sec. XVI che nella composizioni pittoriche ove è rappresentata l'arca e gli episodi ad essa connessi gli elementi paesistici e quindi il temporale e la inondazione vengono ad acquistare valore predo- minante. - Vedi tav. XCVI.