DIANA. - Dea dell'antica religione romana e italica. Gran parte degli studiosi ritengono che si tratti di una divinità italica originaria che soltanto sotto l'influsso greco sarebbe stata assimilata con Artemide; c'è chi sostiene che D. sin dall'inizio non sia stata che la dea greca accolta in Italia. Nel culto pubblico di Apollo D. ha parte già nel sec. V a. C.; però il suo culto italico ha anche caratteri particolari privi di una stretta analogia con il culto greco di Artemide.
Il nome della dea si spiega probabilmente da una radice che comporta il significato di «luminosità» (div., Dius, Diviana).
Era venerata soprattutto nei boschi: come lucus è definito il suo luogo di culto nell'ager Tusculanus e quello ad compitum Anagninum, come nemus quello del Mons Aligidus e quello della valle aricina, come silva quello di Tibur.
Le sue sedi di culto fuori Roma più importanti sono: 1) il monte Tifata presso Capua (sul luogo del santuario sorge ora S. Angelo in Formis); 2) la valle aricina, con il Nemus Dianae e con il lago (attualmente di Nemi) detto anche «speculum Dianae». Mentre i resti del santuario tifatino dimostrano bensì la sua antichità (fino al sec. VI a. C.) ma non dàmo che vaghe indicazioni sul carattere del culto, la tradizione ci ha conservato le caratteristiche quanto mai singolari dell'ugualmente antichissimo culto nemorense. Il ministro del culto era chiamato rex Nemorensis e doveva essere uno schiavo fuggiasco che, per succedere nell'ufficio, doveva uccidere in un duello rituale il sacerdote in carica. Nel recinto sacro di D. Nemorense si veneravano altre due divinità: Egeria, che era una dea invocata dalle donne partorienti, e Vibrio che, secondo il mito, sarebbe stato Ippolito nascosto da Artemide in Italia; del culto di questo dio si sa solo che nel suo recinto non dovevano entrare cavalli e che la sua immagine cultuale non doveva esser toccata. Il culto aveva un carattere federale per i popoli latini. Non si può decidere con sicurezza se tale carattere apparteneva al culto sin dal suo inizio o se il culto preesisteva; né è chiara la posizione del dictator Egerio Levite e degli otto «popolari» che fuggiano nel frammento relativo di Catone; ma l'esistenza del carattere politico è innegabile ed è particolarmente significativa, dato che esso si ritroverà anche nel culto romano della dea. La festa di D. Nemorense cadeva il 13 ag. (giorno di plenilunio). Gli ex-voto del santuario, che però in gran parte non risalgono che ai tempi imperiali, documentano varie caratteristiche della dea: dea della caccia, dea lunare, dea della fecondità.
A Roma, il nome di D. non figura nel calendario più antico; la tradizione attribuisce la fondazione del suo tempio sull'Aventino a Servio Tullio. Il culto dell'Aventino mostra diverse analogie con quello nemorense: la sua festa è ugualmente il 13 ag.; il culto ha carattere federale, il tempio è «comune Latinorum», però sotto l'egida di Roma, come risulta particolarmente dalla leggenda cultuale della fondazione; e se la figura del rex Nemorensis è senza parallelo a Roma, neanche qui la dea è priva di relazioni con gli schiavi: il suo tempio è un asilo per essi e la sua festa è «servorum dies festus».
Politicamente il culto della D. Aventina accentra intorno a sé gli interessi religiosi della plebs. L'immagine di culto della dea era sul tipo dell'Arte, medesimo che si è provvista, almeno secondo la tradizione, dai coloni greci di Massilia. Le donne celebravano la festa di agosto con particolari cure alle loro bellezze e ai loro capelli. Oltre al tempio aventino, la cui antichità è dimostrata anche dal fatto che la sua legge scritta serviva in seguito da modello perenne per gli altri templi, D. aveva altri sanctuari a Roma, di età indefinibile ma indubbiamente antica: tra questi, quello del vicus Patricius esclusivamente riservato alle donne.
Sin dall'inizio del culto pubblico romano di Apollo, D. appare concepita, secondo lo schema mitologico greco, come sorella di lui. Nelle testimonianze letterarie i suoi complessi caratteri arcaici tendono a scomparire, dietro alla forma ellenistica di Artemide; vengono accennati solo i rapporti della dea con la caccia e quelli, spinti fino all'identificazione, con la luna. Sotto la vernice letteraria continua però a sopravvivere l'originaria complessità e importanza della figura divina, come risulta dai vari casi di «interpretazione romana» nelle religioni provinciali (ad es., nell'Illyricum), in cui il nome di D. viene dato a grandi divinità che certamente non si riducono ai caratteri di una dea cacciatrice e lunare.