CIBELE

CIBELE. - Sotto il nome Κυβέλη, Κυβήβη, Κυβηλίς e simili, appare, nella Grecia, sin dai tempi di Ipponatte d'Efeso e di Pindaro che la menzionano per primi, una dea che continuò a vivere nella coscienza ellenica quale una divinità d'origine frigia. Sotto un simile nome veniva, infatti, venerata una dea nella Frigia (Asia Minore) e più precisamente nella città di Pessinunte, ai piedi del monte Agdo e vicino ai fiumi Gallo e Sangario. Non si tratta, tuttavia, di una divinità originaria del popolo frigio. Questo popolo che, provenendo probabilmente dalla penisola balcanica, ove era vissuto insieme con il popolo tracio, ha invaso, forse intorno al sec. xii a. C., il territorio più tardi denominato Frigia, ha trovato nella sua nuova patria il potente culto di una divinità femminile, concepita come madre universale: infatti, non solo nella Frigia, ma in tutta la sfera anatolica si trovano dee-madri analoghe, quale è, ad es., anche la Mâ di Comana o la dea di Efeso, identificata dai Greci con Artemide.

Di questa fase pre-frigia del culto si ignorano i particolari. Essa è legata, comunque, alla popolazione indigena della zona del Mediterraneo orientale. La dea è chiamata qui con vari nomi dal significato di « mamma » (Ma, Nana, ecc.) o con aggettivi derivanti dal nome della località, più precisamente del monte in cui essa ha una sede di culto: così si spiegano i nomi Dindyméne, Sipyléne, Idaia e, probabilmente, Kybele stessa. Dea dei monti, essa, forse per influsso babilonese mediato dagli Hittiti, è anche dea delle belve. Nelle città, sedi del suo culto, esercita le funzioni protetrici di una divinità poliade.

Questi tratti, dei quali si può supporre un'origine pre-frigia, si ampliano sotto l'influsso del fervore religioso dei Frigi. Accanto alla figura della Grande Madre di Pessinunte, si trova ora quella di un dio, Attis, il cui nome significa padre. Il mito parla di una divinità androgina, Agdisti, nata dalle rocce del monte Agdo. Per soggiogare la sua natura sfrenata e indomabile, gli dèi la privano del sesso maschile. Dal suo sangue nasce un albero, il cui frutto feconda Nana, figlia del re Sangario: essa così diventa madre di Attis. Di questo Attis si apprende, intanto, che era un pastore, amato da Agdisti. Quando il re frigio Mida vuole dargli in sposa la figlia, la dea appare alle nozze e incute un furore religioso nei presenti. Tra questi Attis stesso si evira e muore; ma Zeus, dietro la preghiera della dea, gli concede una specie di immortalità: il suo dito mignolo continuerà a muoversi. Il mito motiva dunque l'uso dell'autoevirazione presso i sacerdoti del comune culto di C. e Attis - sacerdoti il cui nome rimane sempre « galli » in connessione con il fiume Gallo di Pessinunte - ed esprime tutta l'ideologia del culto orgiastico e dell'aspirazione all'immortalità propria alla religiosità frigia.

L'indipendente stato frigio viene poi sommerso dall'espansione di altri popoli: così, nella seconda metà del VII sec. a. C., dei Lidi. Pessinunte rimane tuttavia una città-stato indipendente teocratica, amministrata cioè dai sacerdoti sotto la sovranità della dea. Nello stesso tempo il culto si diffonde nella Lidia, dove si trovano nomi teofori (ad es., Alyattes) nella famiglia regnante ed altri segni di un fervido culto della Gran Madre. Elementi della mitologia dei Lidi dimostrano, tuttavia, come i Lidi erano sempre coscienti dell'origine frigia del culto.

Per i continui contatti con i popoli dell'Asia Minore e per mezzo di numerosi schiavi frigi, il culto di C. penetra presto (v sec. a. C.) anche nella Grecia continentale. Esso si appoggia a culti greci: C., infatti, viene assimilata a varie dee-madri greche, come Gaia, Deméter, e, soprattutto, Rea. Le forme sanguinose, selvagge e orgiastiche del culto, di carattere misterico, di Attis ripugnano però alla sensibilità ellenica: i comici greci ne parlano con disprezzo, ironizzando soprattutto sull'ordine sacerdotale mendicante dei metragyris. A cominciare dalla fine del sec. v a. C., la Grecia viene a conoscere, tuttavia, anche l'uso dell'autoevirazione e dal sec. IV esiste, al Pireo, un'associazione culturale di orgeines, iniziati del culto misterico. Si trova menzione anche delle feste primaverili in onore delle due divinità, gli Attideia. Non solo, ma in Grecia, forse non senza l'influsso dei misteri di Eleusi, il culto acquista le sue forme definitive: il suo linguaggio rituale rimane, d'ora in poi, il greco, come appare dalle formole iniziatiche tramandateci da Firmico Materno e da Clemente Alessandrino.

Secondo la tradizione romana, nel 204 a. C., dietro suggerimento dei libri sibyllini Roma avrebbe introdotto - ottenendola da Attalo, re di Pergamo - nel suo territorio la pietra nera di Pessinunte, immagine aniconica della dea, e l'avrebbe collocata, provvisoriamente, nel tempio della Vittoria sul Palatino. Fatto sta che già nel 191 a. C. viene dedicato un tempio alla dea, e precisamente sul Palatino, cioè, contrariamente a quanto avvenne per le altre divinità d'origine straniera, nell'interno del pomerio. La dea venne, infatti, considerata come una divinità dei Troiani, antenati dei Romani, quindi non straniera: anche nel suo nome ufficiale, Magna Mater Deum Idaea, viene espressa questa convinzione. I primi cultori romani della dea sono gli aristocratici che costituiscono sodalizi cultuali. Ma il culto originario, nelle sue forme estranee alla mentalità repubblicana romana, venne affidato a sacerdoti frigi e nessun cittadino romano poteva farsi iniziare a misteri. Anche delle feste primaverili solo la lavatio dell'immagine sacra nel fiume Almone si svolge in pubblico: altre celebrazioni, come i Indi Megalenses, hanno il carattere tipico del culto romano. Solo sotto l'imperatore Claudio le feste divennero pubbliche anche nella loro forma originaria. Nel calendario di Filocalo si trova tutto l'ordinamento delle celebrazioni primaverili (dal 15 al 28 marzo). In queste feste, dai nomi significativi (Conna intrat, Arbor intrat, Sanguem, Hilaria, Requietio, Lavatio, Initium Caiani) si rappresentava simbolicamente la morte e risurrezione di Attis: durante essa avveniva l'autoevirazione dei « galli ». A questa religione apparteneva originariamente il rito del taurobolio: la « rinascita » dell'iniziando veniva promossa mediante la sua aspersione con il sangue del toro ucciso sopra un impiantito forato sotto il quale si trovava il taurobolio.

Da Roma, suo nuovo centro, il culto si diffuse nelle province. Anche nell'ultimo periodo del paganesimo esso ebbe grande importanza. Gli aristocratici romani nella lotta contro il cristianesimo vittorioso, si fanno iniziare a questi ed altri misteri. Giuliano l'Apostata è uno dei più fervidi sostenitori del culto della Gran Madre.

Alcune sette eretiche del primo cristianesimo, soprattutto nella sfera orientale, mostrano un chiaro influsso del culto di C.: così quella degli ofiti e quella, più importante, dei montanisti.

BIBL.: H. Graillot, Le culte de Cybele, Parigi 1912; Schwen, Kybele, in Pauly-Wissowa, XI, II, col. 2250 sgg.; N. Turchi, Le religioni misterioseiche del mondo antico, Roma 1923, p. 127 sgg.; R. Pettazzoni, I misteri, Bologna 1924, p. 102 sgg.; F. Cumont, Les religions orientales dans le paganisme romain, 4e ed.,

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CIBO, FAMIGLIA - Cappella C. Disegno di C. Fontana (1660). Quadro di C. Maratta - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo.
Parigi 1920, p. 43 sgg.; H. Gressmann, Die orientalischen Religionen im hell-röm. Zeitalter, Berlino-Lipsia 1930, p. 50 sgg. Angelo Brelich

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“CIBELE.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 918. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cibele.