DIVINAZIONE

DIVINAZIONE. - È una forma di idolatria e consiste nell'onorare come Dio il demonio, non perché lo si crede Dio e neppure per odio contro Dio, ma per la cupidigia di conoscere, col suo aiuto, le cose occulte.

Occulte possono essere cose presenti, passate e future; eventi naturali o liberi; fatti esterni o stati d'animo e disposizioni interiori; e si possono raccogliere in tre categorie, secondo i tre mezzi mediante i quali se ne può venire a conoscenza. La prima comprende le cose occulte a tutte le creature e conosciute solo da Dio, in forza della sua onnicienza: queste cose l'uomo può conoscere soltanto per mezzo di una personale comunicazione divina: ad es., tutti gli eventi futuri ed incerti perché dipendenti da una libera volontà. La seconda comprende le cose occulte a tutti gli uomini e conosciute, oltre che da Dio, anche dal mondo spirituale angelico e diabolico: queste cose l'uomo può conoscere soltanto per mezzo di una particolare comunicazione o di Dio o di un angelo o di un demonio: ad es., gli avvenimenti che contemporaneamente si svolgono in luoghi lontani. La terza comprende le cose che di fatto sono occulte in un determinato tempo ad una particolare persona, ma che ella potrà conoscere quando disponga di mezzi che appartengono al mondo materiale, cosmico ed umano, e che sono a sua legittima disposizione: ad es., tutte le verità naturali ancora sconosciute, ma conoscibili mediante l'investigazione scientifica. L'indovino, volendo divinare le cose occulte mediante l'aiuto del demonio, può invocare tale aiuto o espressamente (d. espressa), oppure implicitamente (d. tacita). Espressamente: sia che invochi il maligno volta per volta, nei singoli casi, sia che voglia entrare con lui una volta per sempre in un patto, in forza del quale a determinati segni corrispondano sempre determinati significati. Né perciò è necessario che il demonio realmente risponda alle invocazioni o accetti il patto proposto dal divinatore; basta che questi ne chieda unilateralmente l'aiuto. Implicitamente: nel fatto stesso di voler conoscere cose occulte con l'uso di mezzi che si sanno per se stessi inadatti allo scopo: ad es., col pretendere seriamente di conoscere con certezza, per mezzo delle carte da giuoco, se una persona si sposerà o no. Questo modo di fare implica l'invocazione del demonio, perché colui che coscientemente si serve di un mezzo inadatto a conoscere cose occulte, evidentemente crede e s'aspetta l'intervento di un essere superiore. Quale? Certamente né Dio né gli angeli a lui obbedienti, poiché Dio riprova l'uso di tali mezzi. Resta dunque il demonio. Cosicché tal modo di agire tradisce davvero la intenzione implicita dell'intervento diabolico. Ché anzi contro simile intenzione, affermata con i fatti, è inefficace la protesta mentale o verbale di non credere o non volere in tutto questo l'intervento demoniaco.

Tutto questo è di facile comprensione per quanto riguarda la d. espressa. Non così per quella tacita. Esistono infatti svariate pratiche per investigare le cose occulte, nelle quali i mezzi adoperati possono entro

certi limiti apparire naturalmente idonei allo scopo, ma, oltre quei limiti, non più. Sull'incertezza di quei limiti tra il naturale e il preternaturale ancor oggi purtroppo speculano gli indovini a danno delle persone ingenue e degli amatori delle cose morbolanti. Le forme in uso: l'oniromanzia la necromanzia la chiromanzia, la fisiognomia, la rabdomanzia, la radiestesia, la trasmissione del pensiero, alcuni fenomeni di spiritismo ecc. Nella misura che queste forme di investigazione poggiano su criteri scientifici o già accertati, ad es., la rabdomanzia, o da accertare in via di esperimento, ad es., la trasmissione del pensiero, anche l'apparenza di d. è esclusa. Al di là di quella misura, finché sussiste almeno il dubbio che la manifestazione delle cose occulte è da attribuirsi a fattori naturali, pur se ignoti e casuali, non si può parlare ancora di d. tacita; solo l'invocazione espressa del demonio potrebbe far rientrare questi casi nell'ambito proibito della d. Essi quindi sono, sotto questo riguardo, del tutto leciti, e soltanto scopi loschi, ingiusti, più o meno deviati, potrebbero soggettivamente renderli peccaminosi. A costituire quindi la d. tacita si richiedono insieme due elementi essenziali: l'intenzione seria di voler conoscere le cose occulte con mezzi inidonei ed inoltre la conoscenza certa della loro inidoneità.

È evidente che la d. è ingiuria a Dio, spostando essa alla peggiore delle creature l'onore dovuto solo a Dio, per la sua onniscenza e provvidenza. Tale ingiuria nella d. espressa c'è sempre ed è grave. Non così in quella tacita. In questa, o la intenzione più scherzosa che seria, o la sfiducia nei responsi attesi, o anche la difficoltà di percepire la malizia morale che sottilmente si nasconde in essa, fanno sì che raramente la colpa sia grave. Oltre questa malizia specifica, che è contro la virtù della religione, la d. può implicare, per circostanze particolari, altre deviazioni morali contro altre virtù: ad es., può offendere la giustizia, se si esercita la d. a scopo lucrativo; è contro la carità esponendo il prossimo allo scandalo o al pericolo di gravi danni; può essere contro la virtù della fede, se suppone o conduce a negazione o vacillamenti circa le verità rivelate; e simili.

Pecce contro la religione anche chi consulta il divinatore almeno perché coopera al suo peccato: quindi a condizione che lo conosca e nella misura nella quale lo conosce. Può anche peccare contro la carità verso se stesso, se, non solo consulta l'indovino, ma positivamente dirige la sua vita secondo i responsi ricevuti; non peccherebbe però colui, che, per timori concepiti dopo le consultazioni divinatorie, si astenesse da determinate azioni pur se prima già deliberate, ma che non sono obbligatorie.

BIBLI.: T. Ortolan, Divination, in DThC, IV, coll. 1441-1445; H. Leclercq, s. V. in DACL, IV, coll. 1198-1219; A. Piscetta-A. Gennaro, Elementa theologiae moralis, II, Torino 1929, nn. 512-31; E. Génicot-J. Salamans, Institutiones theologiae moralis, I, Bruxelles 1946, nn. 264, 265, 266.

Leonardo Azzollini

NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE. - È la conoscenza della volontà delle Potenze superiori tanto mediante segni simbolici, percettibili ai sensi, quanto con la diretta rivelazione all'anima per ispirazione ed emozione psichica di origine soprannormale. È la predizione di cose future e nascoste, che sfuggono all'indagine ordinaria.

In origine era un ramo della magia ordinaria, secondo la quale cause simili producono simili effetti e che era basata, a differenza della scienza, su somiglianze superficiali ed apparenti stabilite a piacere e fantasticamente. Così l'indovino pretende prevedere da supposte cause determinati effetti; oppure da effetti constatati arguire la causa restata ignota, come l'autore di un delitto

o la causa di malattie ecc. Dalla magia la d. è passata tra le religioni, dove ha considerato certi fatti come segni o sintomi (omina) attraverso i quali la divinità fa conoscere il suo volere. In maniera speciale però gli dèi davano il loro responso (oraculum) in qualche tempio famoso, ove i fedeli venivano da ogni parte ad interrogarli, come in Grecia nel tempio di Apollo a Delfi, di Zeus a Dodona, di Asclepio ad Epidauro. Naturalmente non tutti erano in grado di interpretare il linguaggio della divinità, fossero omina od oracula; a questo, perciò, attendevano i sacerdoti tra i quali si trovavano alle volte delle classi specializzate, come gli Auguri e gli Auspici presso i Romani e tra i Babilonesi i veggenti, con a capo un archiveggente, che si tramandavano l'arte di padre in figlio sia oralmente che per scritto. Nell'epoca ellenistica la d. volle cercarsi un fondamento filosofico, e specialmente gli stoici più recenti, con Posidonio cercarono di giustificare questa superstizione, con il loro principio della simpatia corrente tra le varie parti dell'universo. Il trattato di Cicerone (De divinatione) dipende con ogni probabilità da Posidonio. Al contrario Giamblico, o forse un suo discepolo, autore del trattato neoplatonico De mysteriis, fonda la prassi della d. sulla luce che l'anima riceve nella sua unione con la divinità.

Molteplici sono i generi di d. Ma, lasciando da parte quella personale e diretta, consistente nell'ispirazione dei profeti veggenti, la più comune è la reale o indiretta, basata sopra segni acquisiti, omina od oracula, di cui vuol essere l'esatta interpretazione.

La d. reale a sua volta si divide, secondo Cicerone (De divin., I, 6; II, 11, 26), in naturale quando i segni sono casuali; artificiale, quando i segni sono approntati dalla volontà dell'osservatore. I mezzi principali di cui si serve la d. naturale si possono compendiare nei seguenti: i segni celesti (astromanzia) ASTROLOGIA (v.); i segni atmosferici, come forza e direzione delle nubi (aeromanzia), uragani (ceraunoscopia), fulmini e tuoni, che erano per i Greci segni di Zeus, tutti segni che i Babilonesi riferivano all'astrologia; azioni e movimenti di animali, specie degli uccelli (v. AUGURI; AUSPICIO); le nascite mostruose di uomini ed animali (teratomanzia), ritenute nefaste; segni speciali delle mani (chiromanzia) e delle altre parti del corpo (melomanzia, metopomanzia, onicomanzia, podomanzia, ecc.); stormire delle foglie come a Dodona; l'oneiromanzia o interpretazione dei sogni, che alle volte erano chiari (rivelazione diretta) o si procurava di averli mediante l'incubazione in qualche tempio.

In Roma la d. fulguralva costituiva una parte notevole dell'«etrusca disciplina» e le norme relative, dirette a stabilire donde i fulmini provenissero ed ove fossero diretti, erano contenute nei libri fulgurali, attribuiti alla ninfa Begoe o Vegee. D'altra parte nei libri augurali erano elencati gli uccelli augurali divisi in oscines, di cui dovevasi osservare il canto, e in alites, dei quali andava osservato il volo. Si faceva anche conto, specialmente in guerra in cui occorreva un responso rapido, dell'avidità con cui i polli prendevano il cibo. Della d. augurale si occuparono Ennio Veranio e Varrone (Antiq. rerum divin., 3).

Tra i mezzi di cui si serviva la d. artificiale vanno notati: le sorti (cleromanzia), dalle quali derivava il sortilegio; mezzo facile e perciò antichissimo ed usatissimo, specie nell'Italia antica, ove a differenza della Grecia era poco conosciuta l'ispirazione personale. Più correntemente si otteneva il sortilegio mediante stecche o piastre su cui era scritta una frase. Perché poi l'operazione avesse più sicuro effetto si faceva in un tempio, ad es., quello di Preneste (sortes Praenestinae). Il fatto che sors divenne equivalente di fato e fortuna, indica tutta l'importanza assunta in Italia da questa specie di d. Inoltre: la lecanomanzia, consistente nel versare ed agitare in un bacino o coppa, liquidi diversi, come acqua, che è per eccellenza l'agente ed il veicolo della rivelazione, olio, vino, affinché dalle varietà dei loro movimenti ed aggruppamenti delle loro gocce si potessero trarre indicazioni per il futuro; i movimenti prodotti da un oggetto gettato in una fontana sacra (idromanzia), dove se l'oggetto affonda è buon segno; le forme, che possono

essere illimitate, assunte dal fuoco in un sacrificio (piromanzia); il modo di salire del fumo (capnomania); l'osservazione dei visceri, specialmente il fegato, di un animale sacrificato (extispicio); i diversi fenomeni che presentavano i cadaveri in putrefazione, specie di necromanzia, che il più delle volte consiste nell'evocazione delle anime dei defunti, perché rivelino ciò che è nascosto o futuro; il giudizio di Dio (ordalia), ossia la prova pericolosa cui si assoggettava la persona sospetta, giudizio considerato da alcuni come una forma di d. in quanto si ritiene diretto a conoscere non tanto l'obiettivo realtà dei fatti, quanto la volontà divina di salvare o no la persona da giudicare.

La d., fondandosi sopra una concezione meccanica della Rivelazione divina, si oppone alla concezione profetica di una rivelazione personale, per il qual motivo le religioni rivelate sono contrarie per principio alla pratica di essa.

In prassi il popolo restava molto attaccato a mezzi creduti capaci di indicare il futuro, qualunque ne fosse l'origine. Di qui le misure prese dall'autorità sia civile sia religiosa per reprimere la d. Specialmente gli imperatori romani avevano cercato di impedire i suoi abusi sociali e politici. Il giureconsulfo Paolo (Sententiae, 5, 21, 1.3) informa come coloro che consultassero gli indovini sulla vita del sovrano o soltanto sulla felicità dello Stato, dovevano essere puniti di morte insieme con quelli che davano la risposta; e come gli schiavi che chiedessero consulto sulla sorte dei loro padroni dovessero essere condannati all'estremo supplizio.

BIBL.: A. Bouché-Leclercq, Histoire de la divination dans l'antiquité, Parigi 1882; W. Halliday, Greek divination, Londra 1913; E. Stemplinger, Antiker Obhultismus, in Neue Jahrb. f. Wissenschaft. u. Jugendbildung, 5 (1929), p. 144 SGR. Alberto Galieri
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“DIVINAZIONE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 1016. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/divinazione.