AUSPICIO. - Dal lat. auspicium, da avis uccello e spe(i)cio vedo. Presso i Romani gli annunciatori del volere divino furono soprattutto gli uccelli (ex avibus): in seguito (Servio, ad Aen., III, 89) si colsero segni divinatori anche dai quadrupedi che percorrono il templum ossia lo spazio delimitato dall'augure (ex quadrupedius); ma più dai segni del cielo, lampi, fulmini, tuoni (ex caelo, ex manubiis Iovis); da presagi funesti (ex diris); in guerra, dovendosi far presto, si osservava il modo di mangiare dei polli (auspicia pullaria, ex tripudiis).
I segni erano di due specie: oblativi quando si presentavano da sé, interpretativi quando venivano richiesti dal magistrato e mentalmente prefissati dall'augure. Oltre gli a. privati, caduti presto in disuso, vi erano quelli pubblici. Gli a. maggiori spettavano ai magistrati forniti d'imperium ed ai censori; i minori agli altri. Per la validità, gli a. si dovevano trarre nel luogo ove aveva inizio l'azione e nello stesso giorno, da una mezzanotte all'altra (Gellio, II, 2). Il magistrato restava in silenzio (Cicerone, De divisi,

(propr. A. P. Frutus)