DIVERTIMENTI. - I. NOZIONI GENERALI
Etimologicamente la voce d. da diverto significa devianzamento, digressione. Ed in realtà il d. è un deviare la tensione dell'animo e del corpo da quelle che sono le attività abituali per far loro godere una pausa di quiete e di riposo. È quindi un intercalare dell'attività umana, ma gioioso.
È impossibile all'uomo mantenere corpo ed anima in un'attività senza interruzione, in un lavoro continuo: la natura stessa avverte una sensazione di stanchezza, e reclama svago e riposo. La relaxatio (da relaxare, rallentare), come dicevano i latini, è il riposo; non è ancora il d.; ma ne è il primo elemento, a cui ne va aggiunto
un secondo, il godimento, che è come l'aroma del riposo e dello svago: ne aumenta l'efficacia e ne assicura il risultato. Si ha perciò il d., quando con il riposo si accompagna una gioia più o meno profonda. Il d. è perfetto, quando raggiunge quella serena letizia dell'anima, che mantiene sano e giovane tutto quanto l'uomo nell'anima e nel corpo.
Questo godimento potrà essere delle facoltà superiori solamente, della intelligenza, ad es., come la lettura di un libro attraente ed istruttivo; delle facoltà superiori ed insieme dei sensi, come la pittura, esercitata non come professione, ma per d., la musica, ecc. Potrà anche essere o solamente dei sensi esterni, come bagni, danze, sport, oppure dei sensi esterni ed insieme interni e delle stesse facoltà superiori, ad es., teatro, cinema ecc. (v. SPETTACOLO).
Da ciò si comprende che nel d. stesso c'è una certa gerarchia di valori. Il d. che direttamente alimenta anche la cultura dello spirito è evidentemente più nobile di un d. che produca un piacere puramente sensibile della vista, dell'udito, del tatto. In quest'ultimo campo poi è più facile scivolare dai piaceri puramente sensibili a quelli ispirati da una certa sensualità, che da vaga può divenire ben definita e magari trasformare il d. in occasione prossima di peccato. Una delle forme più nobili e preziose di d. sono i godimenti prodotti dall'arte.
Ma d'altra parte non tutti i d., anche i più nobili, sono i più utili e proficui in ogni momento; né tutti sono i più adatti a tutti i tipi ed a tutte le età, anche perché certe forme di d. richiedono una cultura più affinata dello spirito, e doti non sempre comuni. Il d., perché raggiunga il suo scopo, occorre quindi che sia relativo al gusto della persona, alle circostanze di lavoro e di impiego. Anche le diverse epoche della storia, il grado di civiltà, la classe sociale, e la moda stessa influiscono sulla scelta dei d. Un'importanza specialissima rivestono oggi per lo svago cinematografo (v.).
II. LICEITÀ DEI D
Da quanto si è detto risulta l'onestà e la liceità del d., che non solo non ha in sé e per sé nulla di intrinsecamente cattivo, ma sotto un certo aspetto, almeno limitatamente al riposo, ed a certa età della vita, è necessario per riparare la perdita di forza e rendere l'individuo capace e disposto a fornire altre prestazioni. Oltre questo bisogno naturale il d. ha pure la sua giustificazione morale nella necessità di fomentare le relazioni di società. I rapporti stessi con i parenti e con gli amici procurano all'uomo occasione di svago, mentre i d. favoriscono questi incontri famigliari ed amichevoli e sono una occasione per l'esercizio di alcune virtù, come la carità.
È quindi una gratuita accusa il rimprovero che viene fatto spesso all'etica del Vangelo, di essere fautrice di un'esistenza melanconica e tetra, senza gioia e senza sole, cioè senza d. Tra le benedizioni promesse dal profeta a Gerusalemme è lo spettacolo di bambini e fanciulle intenti a divertirsi (Zac. 8, 4). Gesù stesso nel Vangelo prende lo spunto dai giuochi e dai d. dei fanciulli palestinesi (Mt. 11, 16-17). E nulla ci vieta di immaginare, come hanno fatto spesso gli artisti, la fanciullezza stessa di Gesù inframmezzata da questi intercalari, propri soprattutto della prima età.
Basterebbe del resto guardare quanta parte il d. ha avuto nella pedagogia cristiana, di alcuni santi in specie, come di un s. Filippo Neri (1515-95) e di un s. Giovanni Bosco (1815-88), il più perfetto educatore moderno, che si dichiarava nemico della musoneria e volentieri si mescolava ai d. dei suoi ragazzi.
La Chiesa stessa nel determinare l'uso dei beni beneficiari, comprende nell'honesto substantatio dei chierici le spese occorrenti per moderati d. (cf. can. 1473 e commenti relativi). Solo vieta loro (e a maggior
ragione ai religiosi) certe forme di d., troppo aliene dallo spirito ecclesiastico.
Così in generale vieta loro di assistere a spettacoli, danze e feste non convenienti per sé al loro stato o quando la loro presenza potesse essere motivo di scandalo: ciò che vale soprattutto per i teatri pubblici (can. 140). Vieta loro di prendere parte a giochi d'azzardo, fatti con esposizione di denaro; alle cacce clamorose, come solevano tenersi un tempo, mentre raccomanda moderazione nel diporto della caccia spicciola (can. 138). Entrare nei caffè, nei bar, ecc. per puro d. è ugualmente loro interdetto. Per tutti gli altri d. vale il principio generale: « Clerici ab iis omnibus, quae statum suum dedecent, prorsus abstineant » (can. 138).
Ma ciò è evidente: qui lo stato clericale, liberamente scelto, impone un contegno più grave. Del resto certe forme di d. pericolose sotto l'aspetto sociale, lo Stato stesso le condanna: i giuochi d'azzardo, ad es. (Cod. pen. ital., artt. 718-23). Ma ciò non significa una condanna del d. per tutti e di tutti i d.
Se è lecito e sotto un certo aspetto necessario il d., sono ancora lecite, e nel convivere sociale necessarie, certe professioni che a null'altro servono, se non all'organizzazione del d. (ad es., la professione di regista, di direttore d'orchestra, d'impresario teatrale, ecc.).
Anche qui se la Chiesa ha trovato e trova da ridire, è l'abuso che condanna, non la professione stessa. Quando lo stesso diritto romano trovava certe professioni infamanti (esercizio dell'arte teatrale e dell'arte gladiatoria; D. 3, 2, 1), perché l'esercitarle implicava violare tante norme del vivere civile e, dovremmo dire noi, del diritto naturale, è logico che la Chiesa le ritenesse incompatibili con la professione della religione cristiana, e cercasse di distogliere i cristiani da simili spettacoli, misti necessariamente all'idolatria ed all'immoralità (cf. Atenagora, Supplicatio pro christianis, 34-36: PG 6, 967-72; Tertulliano, De spectaculis: PL 1, 627-62; s. Agostino, Confesiones, III, 1-4, ed. P. H. Wangnereck, Torino-Roma 1928, pp. 65-68).
Nel medioevo stesso la Chiesa invece non ha trovato nulla da ridire contro la professione del giuliare, e con mutazioni radicali ha cercato di sostituire con rappresentazioni sue gli antichi spettacoli (v.). Anche nel d. Carnevale (v.) la Chiesa null'altro condanna e ha condannato che l'abuso.
Di tutto infatti noi possiamo abusare, specialmente di quelle cose od oggetti che sono un mezzo nell'ordine voluto da Dio, ma che, per l'egoismo dei nostri sensi, tendono a diventare un fine (divertimenti e piaceri sensibili). È dovere per il cristiano di inquadrare anche il d. nella concezione alta che egli ha della vita: è necessario che il d. rientri nell'ordinamento della vita umana, individuale e sociale. La virtù che presiede a tale inquadramento è l'eutrapelia (εὐτραπέλια), che rientra nella virtù più generale della modestia. La sua funzione moderatrice si esplica prima di tutto nel mantenere al d. lo scopo che ha, di mezzo, cioè, di intercalare nel succedersi dell'attività umana.
Non può nello scritto mutarsi la funzione di una virgola, in quella di una lettera o magari di una parola o di un assieme di parole: sarebbe la confusione babelica. Così nella vita non può il d. occupare il posto che compete al lavoro od alle occupazioni del proprio stato: altrimenti diventa immorale. E ciò appena l'uomo è in grado di una qualche attività (s. Agostino, op. cit., 1, 10; ibid., p. 21). La parola « d. », almeno nel senso parziale di riposo, non ha senso, se non quando lo si sia meritato mediante un lavoro.
Inoltre il d. che l'uomo ragionevole consente a se stesso deve sempre sottostare all'impero della riflessione, dell'autogoverno e contenersi nella durata e del luogo e tempo debito, nell'ambito del piacere lecito.
Dal punto di vista etico poi non si possono trascurare le ripercussioni che una determinata forma di d. avrà sulla vita dello spirito. Perché sia lecito dunque il d., è necessario: a) che il d. non si cerchi in azioni e parole turpi o nocive; b) che il d. non
sommerga completamente la gravità dell'anima e l'armonia delle proprie occupazioni e delle opere buone (s. Ambrogio, De officiis, I, 20); c) che il d. sia « tempore et homine dignus » (Cicerone, De officiis, I, 29).
Questa la misura, seguendo la quale si può trarre dal d. ciò che vi è di sano, di morale e di educativo, ripudiando quanto vi è di malsano e di morboso.