CARNEVALE. - Periodo di tripudii e divertimenti prima dell'inizio della Quaresima. L'etimologia più comune fa derivare il termine di c. da: carnem levare "togliere la carne", accennando appunto l'astinenza dalle carni imposta nella Quaresima. Diversa è, nella tradizione dei vari paesi, la data d'inizio del c. In taluni luoghi della Francia è il Natale, in altri il capodanno, in altri ancora, come del resto anche in Sicilia, l'Epifania ("doppu li Tri-Re, tutti olè"); più frequente, da noi, il 17 genn. (a. Antonio) ma in diverse località anche la Candelora (a febbr.). L' intensificarsi delle feste si ha tuttavia, in prevalenza, il giovedi grasso ("berlingaccio"), l'ultima domenica di carnevale e lunedi e martedi grasso. Alla mezzanotte di tale giorno una

campana (in Romagna detta "la lova") ne annuncia la fine. Il rito ambrosiano concede anche la domenica successiva. Numerose e varie le manifestazioni a cui il c. dà luogo nel folklore dei vari paesi : e ciò perché sono venuti a confluire in questa festa (che è ritenuta principalmente una trasformazione in clima cristiano dei Saturnali), altri antichi riti e usi. Ma si può comprendere il suo carattere e significato fondamentale se si tien presente che il c. era una festa di principio d'anno.
Facile è riconoscervi antiche forme rituali propiziatorie per i prodotti della terra e per il benessere della comunità. Il tripudio a cui il c. dà luogo non ha soltanto l'aspetto di un momentaneo allentamento di alcuni vincoli sociali, ma ha anche valore protreptico affinché nella gioia di tutti si inizi un nuovo periodo stagionale. Così, la morte di c., cioè di un fantoccio che, dopo aver fatto testamento e dopo una parodia di trasporto funebre viene bruciato o annegato o comunque distrutto, può inquadrarsi nel vasto cerchio dei riti espiatori per le feste di capodanno. Altrettanto dicasi per le usanze come l'uccisione di un tacchino (Piemonte) o di un gallo (Abruzzo) o di un'oca (Francia, Roma, Sicilia, ecc.): nel Monferrato, ad es., prima di morire il "pitò" (tacchino) rivela per la bocca di un festaiolo le malefatte della gente del paese. L'uso di una pubblica denuncia di vizi e magagne della comunità pur sotto forma scherzosa o parodistica, è assai diffuso esplicandosi in vari modi. Talora è Arlecchino che, prima di venir ucciso, confessa i peccati suoi e degli altri. Nella stessa sfera di usanze e credenze è da porre il re del c., che per tre giorni assume il comando della città ordinando feste e baldorie e alla fine viene deposto : il costume si conserva ancora assai bene, ad es., nelle vallate del Bormiese, ma reminiscenze e riflessi si riscontrano un po' dovunque in personaggi quali il generale del c., l'abate delle compa-
gnic di folli, cioè di giovani che organizzano e dirigono le feste di c.
Ad antiche usanze rituali è da ricondurre anche la cadda al «Salvanei» che ha luogo nelle montagne del Trentino. Accanto al fanteccio di c. si trova spesso quello della Quaresima, vecchia laida e magra, essendo i due personaggi simbolici strettamente collegati con l'idea stessa che ha dato luogo al nome di c. Una delle forme drammatiche popolari è appunto quella del contrasto tra c. e Quaresima, di cui già si conosce una rappresentazione in ottave del sec. xv. Il c. ha grande importanza per le origini del nostro testro comico. Sono rappresentazioni carnevalesche: le "farse» di c., i «bruscelli» e i «mariazi» o "mogliazzi», il cui motivo fondamentale è costituito dal contrasto di due giovani per la mano di una ragazza, la quale viene infine assegnata a uno dei due pretendenti. Sempre in c. ha luogo la rappresentazione dei mesi, simboleggiata da 12 personaggi cui talvolta si aggiunge un tredicesimo che raffigura capodanno. Ma importanza anche maggiore presentano le maschere. Alcune di esse hanno origini da monische, come Arlecchino in Francia e Zanni in Italia; e un riflesso di tale origine può vedersi nelle "moresche", danze armate che si solcrano eseguire in c. Anche le maschere con figure d'animali o i travestimenti femminili risalgono ad antichi tempi. Ma poi ciascuna epoca e ciascun paese ha immesso nella tradizione le sue maschere particolari. Un originario carattere propiziatorio dovevano avere anche i «corsi» con i carri, e il lancio di arance e di coriandoli. In Sicilia e in Puglia la arance vengono, per mezzo di scalette pieghevoli, offerte alle signore da compagnie mascherate.
Canti carnascialeschi e danze sono immancabile complemento della festa. Cosi pure gare, giostre, corse, palii; caratteristiche anche le questue e i fuochi di gioia. Nei centri ove la vita cittadina ha avuto attraverso i secoli maggior splendore, tutte queste manifestazioni hanno assunto un carattere fastoso e pittoresco. Nei tempi andati erano famosi i c. di Venezia, Milano, Torino, Ivers, Firenze, Roma.
Foolo Toschi
L'atteggiamento della Chiesa. - Riguardo al c. l'atteggiamento della Chiesa è praticamente il medesimo che essa mantiene riguardo ai divertimenti, che possono svolgersi entro limiti corretti o deviare, invece, e facilmente, in malcostume e rovina morale delle anime. Quindi la Chiesa non dà l'ostracismo a priori alle gioie e ai tripudi del c., anche se accompagnati da feste e banchetti, perché il corpo ha bisogno di riposo e di rinforzo per nuove fatiche e per le mortificazioni prescritte. Siccome, però, il c. si trasforma molto spesso in una specie di esplosione orgiastica, "semel in anno iuvat insanire" (ne sono una testimonianza le ampie raccolte dei Canti carnascialeschi, di cui è ricca la nostra letteratura dai tempi del Rinascimento) e sconfina in ardite licenze, in più o meno aperte violazioni della morale, in bagordi e intemperanze indegne, facilitate dall'uso delle maschere e dal vicendevole mutamento dei vestiti degli uomini e delle donne, la Chiesa ha sempre reagito e continua a reagire. E in questo se. gue due indirizzi : mette in guardia, per una parte,
contro i pericoli, richiamando al senso di responsabilità interiore ed esteriore, che ciascuno deve avere, e alle finalità superiori della vita umana, in contrapposto alle concezioni semplicemente naturalistiche o umanistiche o, meglio, pagane; per l'altra, invita i buoni a riparare con la preghiera le offese fatte a Dio dalle deviazioni del c., ad es., con l'adorazione delle Quarantore, soprattutto nei tre giorni antecedenti l'inizio della Quaresima. Celestino Testore