CORNOMÀNIA. - Festa popolare romana che aveva luogo nel pomeriggio del sabato in albis al Laterano alla presenza del papa e che poi continuava nelle singole parrocchie dell'Urbè.
Il nome c. (anche cornomannia) sembra derivi dalle parole cornu e mavix, frenesia delle corna, dall'aspetto frenetico che doveva assumere il ballo dei singoli mansionari che recavano in capo una corona cornuta. L'ipotesi ingegnosa del Mercati secondo cui tale nome deriverebbe da xoμλός (tronco) e mavix non sembra convincente.
L'origine di questa festa sacro-profana non ci è conosciuta; se ne ha la prima testimonianza nel prologo premesso nell'876 al CIPRIANO (v.) da Giovanni Diacono (cf. testo critico in A. Lapòtre, p. 319). Essa cessò sotto il pontificato di Gregorio VII «postquam expendium guerre crevit», come osserva Benedetto Canonico (cf. P. Fabre, p. 23) con probabile allusione alle lotte contro Enrico IV. La più antica descrizione di questa festa ci è stata conservata, sotto il titolo De laudibus cornomaniae, nel mss. di Cambrai 512 (sec. XII, 2ª metà) contenente il Liber politicus di Benedetto Canonico (1140).
Nel pomeriggio del sabato in albis, come si è detto, gli arcipreti delle diciotto diaconie, radunati clero e parrocchiani, si recavano al Laterano. L'arciprete era rivestito del piave e il mansionario (sacrestano) di tunica o di camice con in capo una corona cornuta di fiori «cornatus corona de floribus cornuta» e in mano il finobolo, strumento concavo di rame ornato di campanelli. Quando il popolo delle diciotto parrocchie di diaconie era radunato, il papa scendeva dal suo palazzo e andava a sedersi vicino alla «Follonia»; intanto gli arcipreti, disposti in cerchio clero e parrocchiani, davano inizio al canto delle «laudes cornomaniae», ossia ad acclamazioni, di cui si ha il testo in latino e in greco. Nel contempo il mansionario si metteva a ballare e a suonare il finobolo «cornutum caput reclinando». Terminati i canti, un arciprete saliva a ritroso su di un asino e quindi piegandosi all'indietro per tre volte tentava di prendere in un bacile, tenuto sulla testa dell'asino da un cubiculario, tre manate di soldi che restavano poi di sua proprietà. Seguiva da parte degli arcipreti e del clero l'offerta al papa delle corone con una curiosa eccezione: l'arciprete di S. Maria in via Lata offriva inoltre un volpacchiotto non legato, che naturalmente fuggiva, quello di S. Maria in Aquino un gallo, e quello di S. Eustachio un piccolo daino. Gli arcipreti ricevevano un donativo dal papa e la festa terminava con la sua benedizione.
Di ritorno alla propria parrocchia (diaconia) il mansionario con un sacerdote accompagnato da due altre persone, recando seco acqua benedetta, fronded da lauro e paste- relle (nebulas), percorreva la parrocchia saltando e cantando. Il sacerdote benediceva le case, bruciava nei focolari le fronded da lauro e distribuiva le pasterelle ai bambini, mentre il mansionario cantava due versi incomprensibili: «Iaritan, Iaritan, Iarariasti, Raphayn, Iercyon, Iarariasti». Ogni capo di famiglia dava poi la sua offerta.

Cornice - C. dell'ancona dipinta da Dosso Dossi (sec. xvI). Ferrara, pinacateca.
Coro - Laro sinistro desti stalli del c. della cattedrale di Aosta (metà sec. XV).
A. Pietro Frutaz