ASTROLOGIA. – È l'arte di conoscere il futuro osservando l'aspetto, la posizione e le influenze dei pianeti e delle costellazioni.
1. STORIA
Una tale arte fu patrimonio, in grado diverso, di tutti i popoli, civili e primitivi, e fu, fin dalletizia di Diodoro Siculo ebbe, nella seconda metà del secolo scorso, singolare conferma, ché una serie di scavi sul suolo dell'antica Ninive mise in luce la biblioteca del re Assurbanipal (668-626 a. C. ca.), composta di ca. 4000 tavolette scritte in caratteri cuneiformi, contenenti testi originali, predizioni astrologiche e iscrizioni esegetiche. La parte dottrinale di tale biblioteca rimanda ad un'opera generale, intitolata, dalle parole iniziali del suo primo periodo, «Come Anu, Enlil...», e il cui autore, certo risalente oltre il VI sec., ci è rimasto sconosciuto. Siamo invece informati, dalle predizioni astrologiche conservate, delle conoscenze astronomiche dei Babilonesi-Assiri, e degli oggetti verso i quali si dirigeva la loro indagine. Oltre ai 7 pianeti erano note 270 fra stelle e costellazioni (esiste un solo vocabolo, nei testi, ad indicare le une e le altre), Zodiaco (v.), (dall'Epopea di Gilgamesi fino all'epoca dei Seleucidi e degli Arsacidi in numero di 11, in quanto le Bilanze erano considerate le branchie dello Scorpione) e le comete. Un così vasto e preciso patrimonio di conoscenze astronomiche dette un grande impulso all'arte di predire il futuro dal corso degli astri, dall'osservazione dei fenomeni celesti e atmosferici. E le osservazioni vennero ridotte a sistema dai sacerdoti babilonesi, che formavano una classe ereditaria il cui capostipite era Eumedmanki, il settimo dei re ante-riori al diluvio secondo il catalogo di Beroso, che, a sua volta, sarebbe stato iniziato all'arte divinatoria dagli Samaš e Adad. Questi sacerdoti, che avevano il preciso incarico di sorvegliare il cielo dagli osservatori di Ninive e di Borsippa, ritenevano personificate nei pianeti le loro divinità, e seguivano il verificarsi delle eclissi solari e lunari. Le predizioni avevano dunque un carattere ufficiale (riguardavano per lo più il re e il destino del paese) ed erano in stretto rapporto con la religione. Il metodo dell'indagine astrologica comprendeva l'osservazione dell'intensità e del colore della luce della stella o del pianeta all'alba e al tramonto, della connessione con altri pianeti, ecc. Mentre questi dati interessavano la luna, il sole e Marte, per i rimanenti si considerava più che altro l'unione con altri pianeti; pure le comete, le meteore, i venti e le tempeste erano posti in dipendenza dei pianeti e delle stelle. La straordinaria semplicità della lingua in cui si esprimono le predizioni astrologiche ha fatto pensare a taluno che in questi casi il babilonese sia la traduzione di analoghe predizioni in lingua sumerica (dunque di una popolazione non semitica) il che rimanderebbe l'origine dell'a. addirittura alla soglia del III millennio a. C.
A partire dai secc. VI e V a. C. l'amicio a diffondersi da Babilonia: prima in Persia (da frequenti allusioni nella letteratura sassanide si ricava che gli astrologi facevano calcoli riguardanti la pro-pizia o sfavorevole congiunzione delle stelle) poi in India (donde passò in tutta l'Asia, soprattutto dopo che i rapporti fra India e Grecia, divenuta ormai matura in questa scienza, diedero un carattere più scien-tifico alle conoscenze), infine in Grecia.
Anteriormente all'età ellenistica non sembra che la cultura greca si sia occupata volentieri dell'a. Nell'età cretese-micenea, non appaiono di frequente, almeno dai risultati delle ricerche archeologiche, i simboli del sole, della luna e delle stelle. Nell'epica solo Venere sembra essere nota dalle frequenti citazioni di Omero. Con l'inizio della speculazione ionica cominciano a dar frutto gli insegnamenti, diretti o indiretti, dell'Oriente: Talete e i suoi successori conoscevano

origini, strettamente connessa con l'astronomia, tanto che, nel mondo mediterraneo, una distinzione si cominciò a fare appena
mo insegnamento, e la traduzione di piccoli testi babilonesi aiutò l'opera di Beroso. «Il seme cadeva in un terreno fertile: l'a., immobilizzata per lunghi scoli in una tradizione ieratica, comincia a sottomettersi alla discussione, travagliata e trasformata dal genio inventivo degli Elleni, e a quest'epoca, inizio del III sec., da religione orientale diviene scienza». Scienza che trova il suo sostegno nella dottrina filosofica dell'unità cosmica, per la quale l'universo, formato di quattro o cinque elementi (acqua, terra, aria, fuoco, eter) è sottoposto ad un continuo scambio di azioni e di reazioni tra i medesimi. In questo sistema l'a. si trova unita ad altre pseudo-scienze, alchimia, medicina astrologica, magia ecc., cioè a quelle scienze occulte (v. occultismo) che poi terranno il campo fino a tutto il Rinascimento. Anche l'uomo, paragonato a un piccolo mondo (μυκρός κάρμας), è teatro di questo processo di scambi, e in alcuni testi ogni parte del corpo umano è sotto l'influsso d'un elemento o d'un pianeta o d'un corpo celeste. Si crea in questo modo una mitologia ancor più fantastica di quella della tradizione. Le leggi naturali, sottoposte a tali influssi, non sono più intelligibili con la ragione, ma richiedono una particolare scienza occulta del tutto, non scevra di colorazione religiosa. Non più distinzione, allora, tra scienza e religione, là dove l'unità del tutto è, non un ordine di formole o un sistema di leggi, ma una unità di cose concrete.
Non mancarono per l'a. polemiche violente: Carneade mise a cimento tutte le sue arti dialettiche per confutare la possibilità; Panezio, invece, si staccò dal maestro su questo punto e accordò il suo favore alla nuova scienza; e ancor più Posidonio d'Ampaena. E le dispute poterono dirsi chiuse quando, alla metà circa del II sec. d. C., apparve il Tetrabiblos Quadripartito, famosa opera di Tolomeo, un prodotto del progresso dell'a. e della matematica nella scuola di Alessandria.
A Roma l'a. compare al tempo delle guerre pubbliche. Viene portata da schiavi orientali, nella massima parte greci. Il Senato romano, geloso custode delle tradizioni cittadine, si oppose all'a., come a tutti i culti stranieri che, a cominciare da quest'epoca, iniziano la loro infiltrazione in Italia. Avversari dell'a. furono in special modo gli aruspici, e numerosi sono gli editti che intercedono l'esercizio dell'arte caldea. Tuttavia l'a. si fa strada: e alla fine dell'età ellenistica le legioni di Cesare portano in ogni luogo il simbolo del Tore, segno zodiacale di Venere, la progenitrice della «gens Iulia»; mentre Augusto lascia pubblicare il suo oroscopo e coniare monete con l'astro della sua nascita, il Capricorno. Il trionfo dell'a. può dirsi completo quando i culti orientali, soprattutto il miracismo, trionfano della antica religione romana. Marco Manilio, nell'età di Augusto e Tiberio, scrisse il poema Astronomicon; astrologi troviamo accanto agli imperatori in qualità di consulenti, famoso fra tutti Babilo, l'astrologo di Nerone, che tentò di accordare a e aruspicina. Cicerone, Tacito, Plinio il Vecchio si schierarono contro l'a., che trovò invece il favore di Seneca.
Il cristianesimo si oppose strenuamente all'arte caldea, che combatté per ragioni morali, come arte diabolica. Del resto è ovvio che l'a. degenera in una forma di superstizione quando dalla posizione e dal movimento degli astri si vuol dedurre con certezza il vescifarsi o il corso di eventi che sono il prodotto delle volontà libere degli uomini; cessa invece di essere tale quando ci si limita a formulare delle congetture

Astrologia - Figurazioni dei pianeti: Marte, Sole, Mercurio, Venere. Manoscritto del sec. xv - Tubinga, Biblioteca Universitaria.
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ASTROLOGIA
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tenuto conto dell'influsso innegabile che gli astri han-
no sulla terra, sugli organismi viventi e quindi, di
riflesso, sull'anima umana (v. OROSCOPO; ZODIACO).
Un buon terreno su cui vegetare, l'a. trovò nel-
l'islamismo: Maometto per primo insegnava la asso-
luta dipendenza da Dio e la completa schiavitù del-
l'uomo, dando origine quindi a un illimitato deter-
minismo; non solo, ma il culto stellare dell'antico paga-
nesimo arabo, faceva sentire le sue conseguenze. L'ab-
bondanza di scritti astrologici in arabo è prodigiosa.
Teofilo di Edessa, astrologo alla corte del califfo al-
Mahdi, afferma che l'a. è la regina delle scienze,
mentre Avicenna si scaglia contro la sua futilità. La
tendenza positiva e illuministica della filosofia araba,
che si annoda a Averroè, era favorevolmente disposta,
invece, verso essa. In Italia troviamo lo Studio pado-
vano con Pietro d'Abano e Cecco d'Ascoli tutto im-
pregnato di dottrine astrologiche, e alla corte di Fe-
derico II Michele Scoto professa un astrologismo mi-
tigato secondo il quale gli astri sono i segni degli
avvenimenti. Intanto, sempre nel sec. XIII, è celebre
Guido Bonatti che, al servizio di Guido da Monte-
felto, sale a Forlì sulla torre di S. Mercuriale, prima
d'ogni azione di guerra, ad interrogare le stelle.
L'Umanesimo e il Rinascimento tennero in gran
pregio l'a. «Nessuna meraviglia quando si pensi che l'a.
trovava il suo posto nell'ideale, allora professato, di
una natura umana che vive in pieno consenso e in
attivo scambio di influssi con la rimanente natura; do-
vunque nel mondo si riconoscono energie analoghe a
quelle dell'uomo. Lo spirito umano opera con mira-
bile efficacia e finalità sul proprio corpo; così agisce
sugli altri, e questi, a loro volta animati, tra loro, e
l'anima del mondo su tutti. I cieli, pertanto, agiscono
sulla terra. E questo motivo filosofico si snoda in un
momento di passività e di eteronomia che trova la
sua espressione appunto nell'a. che fa la vita umana
determinata dagli astri, schiava di congiungimenti e
di opposizioni che son fuori del suo potere». Da que-
sto momento l'a. si sdoppia in naturale (astrono-
mia) e giudiziaria. Tutte le università hanno un pro-
fessor d'a. Tuttavia non mancarono gli oppositori:
Pico della Mirandola, p. es. con le sue Disputationes
in astrologiam, che, attingendo in parte all'autorità dei
Padri della Chiesa, in parte all'esperienza, si scaglia
contro l'a. che «corrompe la filosofia, adultera la me-
dicina, infirma la religione, produce e diffonde la su-
perstizione, favorisce l'idolatria, rende gli uomini mi-
seri, ansiosi, fatalisti, e di liberi li fa servi e infelici
in tutte le loro azioni». Ed altri avversari l'a. trova
in Girolamo Savonarola (Adversus astrologos) e in
Geminiano Montanari (L'A. convinta di falso). Ciò no-
nostante papa Giulio II incarica gli astrologi di sce-
gliere il giorno per la sua incoronazione, Paolo III
di determinare le ore migliori per ogni concistoro, e
Leone X colloca addirittura un professore di a. alla
Sapienza.
Ma erano gli ultimi bagliori. Con lo sviluppo
del metodo sperimentale l'a. cominciò a perdere ter-
reno, ed ai primi del '700 fu completamente negletta.
Una ripresa venne tentata dagli occultisti alla fine
del sec. XVIII, ma proprio in quest'epoca la sco-
perta di due nuovi pianeti, Urano e Nettuno, scon-
volse tutti i postulati astrologici, segnandone la fine.
Le principali forme di a. coltivate dai Greci nel
I sec., le stesse poi, non senza qualche mutamento,
fiorenti fino al tardo Rinascimento, furono, secondo il
Nallino, il «sistema delle interrogazioni», per sod-
isfare le esigenze della vita quotidiana; il «sistema
delle elezioni», per determinare il momento propizio
all'inizio d'un'azione; e il «sistema della natività»,
diretto a conoscere i futuri eventi di persone, popoli,
città, ecc., studiando l'influenza della costellazione e
del pianeta che in un particolare momento si trovava
all'orizzonte orientale, secondo le indicazioni dell'astro-
lobo. Una simile operazione si diceva «ascendente» o,
greamente, «oroscopo» (v.). Nel tirare l'oroscopo si
doveva ben zodiaco (v.)
apparivano i pianeti, variando il loro influsso da segno
a segno, e quali costellazioni e pianeti dominavano
allora il cielo.
HBL.: A. Bouché-Leclercq, L'A. grecque. Parigi 1899; Ca-
talouis codicum astrologorum graecorum, ed. da F. Cumont, F.
Bell, W. Kroll, ecc. Bruxelles 1899 sgg.; F. Boll, Sphaera,
Lipsia 1903; F. X. Kugler, Sternkunde und Sterndienst in Babel,
Münster 1907 sgg.; F. Cumont, A. and Religion among the
Greeks and the Romans, Nuova York 1912; F. Saxl, Beiträge
zu einer Geschichte der Planetendarstellungen im Orient, in Der
Islam, 3 (1912) pp. 151-74; L. Thorndike, A history of magic and
experimental science, Nuova York 1923; F. Boll, C. Bezold, W.
Gundel, Sternglaube und Sterndeutung, 4a ed., Lipsia 1931; F.
Boll e W. Gundel, Sternbilder, Sternglaube und Sternsymbollik
bei Griechen und Römern, in Roscher, Lexikon der Mythologie,
VI, Nacht. A-Z, coll. 867-1071; A. J. Festugière, La Récéla-
tion d'Hermès Trismégiste, Parigi 1944, passim. Mario Camozzini
2. L'A. E LA CHIESA. — A portare un retto giudizio
sull'a. e comprendere le ragioni dell'intervento della
Chiesa e delle condanne da essa emanate, bisogna
distinguere due specie di a., la naturale e la giudiziaria.
Ambedue hanno per oggetto la previsione e predizione
di eventi futuri; ma, mentre l'a. naturale si fonda
sulla ricerca e la conquista logica e scientifica delle
leggi fisiche dell'universo, l'a. giudiziaria pretende di
determinare gli influssi dei corpi celesti sugli esseri
terrestri e specialmente sull'uomo, formulando, per
mezzo di certe regole, delle conclusioni sulle varie
sorti degli individui e dei popoli considerando e cal-
colando semplicemente la configurazione e la posi-
(da A. H

Astrologia - Sole e costellazioni zodiacali e i loro influssi sugli uomini - Manoscritto del sec. xv - Erfurt, museo Civico.
auber, Planetenkinderbilder u.
Sternbilder... Strasburgo 1916)
ASTROLOGIA - Sole e costellazioni zodiacali e i loro influssi sugli
uomini - Manoscritto del sec. XV - Erfurt, museo Civico.
zione dei pianeti in certe determinate ore della loro vita (ad es., nascita, matrimonio, commerci, guerre, ecc.). Essa entra così nel campo della morale e della religione, in quanto insegna che quest'infusso è elemento determinante e decisivo sulla storia, sulla vita, sulle azioni e perciò anche sulla medesima economia della salvezza eterna degli uomini. «Gli astrologi, attesta s. Agostino, pretendono che vi sia nel cielo la causa inevitabile del peccato: son Venere o Saturno o Marte, che ci han fatto compiere questa o quell'azione, volendo così che sia senza colpa l'uomo, che è carne e sangue e verminosa superbia, e la colpa ricada sopra colui che ha creato e regge il cielo e le stelle» (Confess., IV, cap. 3).
Ora la Chiesa, mentre non ha mai avuto né mai avrà nulla da dire contro l'a. naturale, perché la vera scienza non troverà mai nulla, nelle sue ricerche, che sia contro la religione, non poteva non intervenire, ed anche energicamente, contro l'a. giudiziaria, perché questa finiva col negare da una parte il libero arbitrio dell'uomo e dall'altra la provvidenza e la volontà salvifica di Dio, gettando le anime in balia di una disperata fatalità.
Gli stessi pagani, i quali allo stato delle cognizioni scientifiche di allora difficilmente sapevano e potevano in questo campo segnare i limiti tra la vera scienza e l'impostura superstiziosa e chiamavano perciò gli astrologi indifferentemente con i vari nomi, consi- derati equivalenti, di astronomi, astrologi, matematici, planetari, genellatici, caldei, babiloni, avevano parole di sdegno e di disprezzo per i culti dell'a. giudiziaria. «Mathematici genus hominum potentibus infidurum, spe- rantibus fallax» (Tacito, Hist., I, 22). E Cicerone: «Con- temnamus Babylonios et eos qui ex Caucaso, coeli signa servantes, numeris et motibus stellarum cursus per- sequuntur; condemnemus hos aut stultitiae, aut va- nitatis, aut imprudentiae» (De divin., I, 19). Nello stesso senso, ma per motivi superiori, la S. Scrittura: «Non vi rivolgete agli stregoni, né consultate gli indo- vini, per non restare contaminati dal loro contatto: sono io il Signore, il vostro Dio» (Lev. 19, 31). «Non abbiate timore dei segni del cielo, che i gentili temono, perchè i riti dei popoli sono vani» (Jer. 10, 2; cf. an- che Is. 47, 13).
Comparso il cristianesimo e perdurando tenaci le pratiche dell'a. giudiziaria, la tradizione ecclesiastica ci mostra i Padri e i concili ostili sempre a queste specie di superstizione. Basta citare s. Agostino: «Nei fatti miei, nei miei peccati, io non accuso la fortuna, non dico: «questo me lo fece il destino», non dico: «addietro mi fece Venere, ladro mi fece Marte, avaro mi fece Saturno»» (Enaratt. in psalmos, 40, 6). «Que- sti l'astrologo convertito, sedotto dal nemico mentre era credente, fu a lungo tempo astrologo, sedotto e seduttore, ingannato e ingannatore. Adescò, ingannò, molte menzogne proferì contro Dio, il quale avrebbe dato agli uomini il potere di fare il bene e non di fare il male. L'adulterio non lo commette la volontà mia personale, ma Venere; l'omicidio non lo compie la volontà personale, bensì Marte; il giusto non lo fa Dio, ma Giove; e molti altri sacrileghi spropositi. A quanti cristiani egli portò via i denari! Quanti comprarono da lui menzogne!» (ibid., 61, 23). Si possono aggiungere gli anatemi lanciati dal Concilio di Toledo nel 447 (Denz-U, n. 35) e dal Concilio di Braga del 561 (ibid., n. 239); la condanna di Sisto V con la bolla Caeli et terrae Creator del 5 gennaio, ripresa e ampliata dalla bolla di Urbano VIII In- scrutabilis iudiciorum del 31 marzo 1621.
Le condanne non mutarono lo stato delle cose; le dispute all'Università di Parigi, la quale nel 1210 e nel 1215 proibiva la Metafisica di Aristotele che veniva interpretata a favore dell'a. (H. Denifle, op. cit. in bibl., pp. 70-79) e la condanna posteriore, del 1277, di parecchie preposizioni favorevoli alla stessa dot- trina (ibid., p. 543 sgg.) nonché spegnerla, tennero vieppiù accesa la controversia; e il campo dei profes- sori continuò ad essere diviso in due schiere opposte. Bisogna però notare che alcuni di essi, pur favorevoli all'a., rimanevano tuttavia al di qua della linea, che li divideva dalla superstizione.
S. Tommaso seppe seguire una via di mezzo più moderata e quasi divinatrice, che sarà poi anche se- guita da Dante. La sua dottrina, esposta nella Sum. Theol. (1ª, q. 65, a. 4; q. 70, aa. 1, 3; q. 115, aa. 3, 4, 6; 1ª-2ª, q. 9, a. 5), nella Summa contra gentes (III, qq. 84-85), nel De sortibus e nel De iudiciis astronum, si può raccogliere in questi punti: 1) l'in- flusso dei corpi celesti si esercita sulla intelligenza e la volontà solo indirettamente e mediatamente, per la varia partecipazione che a quell'influsso offrono le potenze inferiori (sensibilità), che sono legate all'or- ganismo corporeo; 2) però l'intelligenza subisce il contraccolpo di ogni specie di turbamento, che si produce nell'immaginazione, nell'istinto, nella memo- ria sensibile, mentre la volontà conserva sempre il potere di resistere ed opporsi alle passioni; 3) l'uomo saggio da dominare anche gli astri; 4) le inclinazioni, avendo la loro sede nell'organismo, possono sotto l'in- flusso degli astri, influire a loro volta sul carattere dei singoli e fare sì che uno sia più portato, ad es., all'ira o alla concupiscenza; 5) l'influsso degli astri varia col variare delle disposizioni del soggetto, che lo subisce; 6) potrebbe darsi che quando gli astrologi indovinano il futuro, ciò non avvenga per puro caso, ma perché essi hanno obbedito a una specie di istinto subcosciente, «instintu quodam occultissimo, quem nescientes humanae mentes patiuntur» (Sum. Theol., 1ª-2ª, q. 9, a. 5, ad 3); 7) in tutti i casi, sempre si deve ritenere che la volontà rimane libera di seguire o no l'influsso degli astri nelle sue azioni. L'uomo perciò mantiene intera la sua responsabilità.
Questa è dottrina filosofica e teologica da ritenere per non cadere nell'eresia che nega la libertà e la Provvidenza. Quanto invece alla parte teorica, cioè alla realtà dell'influsso delle sfere celesti, si deve dire che, così com'è, non è più ammessa dalla scienza. Resta però sempre vero che esiste una relazione fra la parte materiale del nostro essere e l'ambiente in cui viviamo e che gli astri esercitano sopra di noi, per mezzo della loro massa, della loro temperatura o delle loro irradiazioni, una certa azione più o meno definita o definibile. Con questo siamo ben lontani dal corpo di dottrina pretensiosa degli astrologi, che vo- gliono stabilire relazioni precise fra i fenomeni celesti e tutte le azioni della nostra vita.
Nei riguardi della medicina, invece, la Chiesa fu molto più larga di concessione permettendo l'esercizio dell'a. nei riguardi della medicina così come della navigazione. Ciò possiamo rilevare dalla Summula caietana (uno di quei com- pendi che serviva per la pratica del confessionale, Ve- nezia 1572, ma più volte ristampata): «... de astrorum au- tem iudiciis circa corporales effectus (puta sanitatis vel in- firmitatis, fertilitatis vel sterilitatis, pluviae vel siccitatis) nulla est quaestio, quia haec absque peccato fiunt; quoniam effectus quaeruntur et reducuntur in suas causas naturales» (p. 25).
S'è voluto vedere da alcuni nel viaggio dei Magi, provocato da una stella, una conferma dell'a. Ma ciò non può essere; sia perché in a. ad una stella
particolare non si dà mai un significato speciale riguardo al destino umano, ma si considerano determinati astri e costellazioni nelle loro reciproche posizioni, e sia soprattutto perché la stella dei Magi si moveva con essi, scomparve e riapparve, si fermò sulla dimora di Gesù.
Celestino Testore
3. A. NELL'ARTE SACRA. — Pure avversa, come già veduto, a ogni genere di superstizione, e in particolare al fatalismo inerente alla dottrina astrologica, la Chiesa non impedì che gli elementi del mondo astrale completassero lo specchio della vita umana, ed appa- risero nelle decorazioni di edifici sacri. Già le miniature del Cronografo del 354 avveno presentato allegorie astrologiche d'ispirazione classica, sempre di nuovo riprodotte, con lievi varianti, nei secoli successivi. L'arte del medioevo arrivò poi sia a rappresentare l'a. personificata, in forma di donna riccamente vestita, con in mano strumenti astronomici (astrolabio, compasso), lo sguardo fisso in alto, sola o nel gruppo delle Arti liberali, sia a comporre complessi di figurazioni simboliche, come l'anno, circondato dai mesi, ai quali corrispondono i segni dello zodiaco, e dai giorni, ai quali corrispondono i pianeti. Documenti celebri di queste composizioni sono il pavimento a musaico del duomo di Aosta, gli affreschi del battistero di Parma e della cattedrale di Lucca, quelli della chiesa degli Eremitani a Padova, della cappella del Sacramento nel tempio malatestiano di Rimini, della Sala del Cambio nel Palazzo Pubblico di Perugia, ecc.
Inoltre, dopo che l'ingresso nell'arte sacra delle immagini dei pianeti, cioè delle personificazioni stesse di divinità pagane che determinano il destino dei mortali, venne facilitato dalla posizione assunta da S. Tommaso d'Aquino nei riguardi dell'a. Lo spirito enciclopedico medievale seppe addirittura coordinare, nei rilievi al campanile di Giotto a Firenze, i sette pianeti non solo con le sette arti liberali e meccaniche, ma anche con le sette virtù ed i sette Sacramenti; non molto diversamente fece l'autore dell'affresco che rappresenta il Trionfo di s. Tommaso nella Cappella degli Spagnoli a Firenze. L'apice dello sviluppo di questo tema iconografico viene toccato dai musicai nella cupola della cappella Chigi in S. Maria del Popolo a Roma, raffiguranti, su disegni di Raffaello, Dio creatore del firmamento, in mezzo ai simboli dei pianeti, ciascuno dei quali guidato dall'angelo del suo ordine motore.
4. L'A. NELLA MEDICINA PASTORALE. — Dopo che rapporti fra medicina e a. si erano stabiliti fin dai tempi di Galeno, che volle formulare leggi regolanti i misteriosi rapporti tra rivoluzioni d'un astro e determinare malattie, questa scienza entrò francamente nel campo astrologico nel medioevo, dopo che l'influsso arabo improntò di sé il pensiero occidentale. Alle varie parti del corpo si riconobbero corrispondenti e patroni i segni zodiacali; ai pianeti, caratteri umorali e qualità benigne o maligne, che vennero attribuite anche alle

Astronomia - Figurazione del Centauro, Cod. Vat. Lat. 31 io, fol. 73² (sec. xiv-xv) - Biblioteca Vaticana.
Asprosoma - Figurazione del Centauro. Cod. Vat. Lat. 3110, fol. 75° (sec. XIV-XV) - Biblioteca Vaticana.
(propr. Degennhart)
Asprosoma - Figurazione del Centauro. Cod. Vat. Lat. 3110, fol. 75° (sec.XIV-XV) - Biblioteca Vaticana.
varie posizioni reciproche assunte da quelli; la luna ebbe l'ufficio di trasportare gli influssi astrali dal cielo alla terra. Con questi elementi, complicati con molti altri secondari, si credette lecito formulare diagnosi e prognosi, prescrivere cure, sulla sola base dell'ora in cui la malattia era insorta, onde conoscere di quell'istante lo stato del cielo e trarne l'oroscopo, come per le nascite e gli altri avvenimenti. L'a. medica, senza dubbio, riuscì dannosa al progresso della medicina, pur dovendo riconoscere in essa un'oscura intuizione degli effetti che le onde e gli influssi cosmici e forse anche astrali hanno sulla salute umana; fino al Seicento essa ebbe florida vita e un'effimera reviviscenza con il mesmerismo. - Vedi Tav. XXII.
Asprosoma - ASTROLOGIA (v.) fu la madre dell'a. Giacché, secondo l'opinione comune, il destino degli uomini dipendeva dalle costellazioni, dalle posizioni e dai raggruppamenti dei pianeti, per potere pronosticare una configurazione favorevole ad una impresa di qualche importanza bisognava osservare assiduamente i fenomeni celesti per dedurre i ritorni periodici. Dalle osservazioni del sole i Cinesi determinarono la lunghezza dell'anno solare a 365,25 giorni, e probabilmente già 2000 anni a. C. conoscevano il ciclo detto metonico di 19 anni, dopo cui le fasi lunari si ripetono alle medesime date dell'anno. Presso i Babilonesi le osservazioni si iniziarono dal sec. XXIII a. C. e, continuate per molti secoli, condussero alle leggi dei movimenti del sole, della
luna e dei pianeti fra le stelle. Essi conoscevano i quattro periodi lunari: sinodico, siderale, anomalistico, draconitico, ed il Sáros, ciclo di 18 anni ed 11 giorni, che permette di prevedere le epoche delle eclissi solari e lunari.
Nell’antichità l’assoluta immobilità della Terra e la sua posizione centrale nel mondo furono adottate dal consenso quasi universale. Nel sec. V a. C. Filolao, nativo di Taranto, donde emigrò a Tebe di Beozia, supponeva che intorno al centro del mondo fosse collocato un fuoco, intorno al quale si muovono in giro i cinque pianeti, indi il Sole e la Luna, finalmente la Terra e da ultimo, vicino al fuoco centrale, l’Antiterra. Il giro della Terra intorno al fuoco centrale si fa nello spazio di un giorno: e questa stessa condizione, unita all’altra, che la faccia della Terra è sempre rivolta all’infuori, produce il giorno e la notte, e la rivoluzione apparente diurna di tutti gli astri, compreso il Sole e la Luna. L’Antiterra rimanendo sempre dalla parte non conosciuta della Terra, non è mai visibile. Mentre poi Eudosio (405-365 a. C.) ed Aristotele (384-322 a. C.), ribellandosi a tale concezione, creavano il sistema del Sole omocentrico alla Terra immobile, Eracleide Pontico (IV sec. a. C.) insegnò la rotazione della Terra intorno al proprio asse, e la rivoluzione di Mercurio e di Venere intorno al Sole quale centro, precorrendo il sistema Tico-niano. Intanto un ignoto contemporaneo di Eracleide nota che le ineguaglianze dei pianeti prodotte dal Sole non si spiegano soltanto col fare circolare i pianeti intorno al Sole e il Sole intorno alla Terra, ma anche con lo scambiar le parti del Sole e della Terra, col porre cioè quest’ultima nel numero dei pianeti. Così fu pienamente raggiunta l’idea di Copernico, che più tardi venne adottata da Aristarco di Samo (310-230 a. C.) e dal suo allievo Seleuco Caldeo.
Purtroppo gli astronomi greci posteriori ad Aristarco non fecero alcun conto di questi mirabili progressi, e mantennero a fondamento dei loro calcoli sempre ostinatamente l’ipotesi della terra immobile. Il più celebre è il grande Ipparco, il quale applicò la trigonometria all’a. e dalle sue osservazioni (fatte fra il 161 e il 126 a. C.) compose un catalogo di 108 Stelle. Comparando le sue posizioni con quelle osservate 150 anni prima, egli scoperse il fenomeno della processione degli equinozi. Trecento anni dopo, il lavoro degli osservatori venne a compimento nella sintesi del grande osservatore dell’a. antica, TOLOMEI (v.). Questi, nell’Almagesto, espose il suo sistema geocentrico: la Terra di forma sferica sta immobile nel centro dell’universo; intorno ad essa la sfera celeste ruota nel moto diurno da oriente ad occidente; con questo moto si compongono i vari moti dei sette pianeti: Luna, Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, da occidente ad oriente su piani sensibilmente paralleli all’eclittica. Per ridurre tutti i fenomeni celesti a movimenti circolari uniformi, egli adotta un sistema complicatissimo di deferenti ed epicli.
Il sistema di Tolomeo rimase dominante in tutto il medioevo. Poi venne a crollare per l’opera del grande riformatore dell’a., il canonico di Frauenburg, Copernico (v.), il quale nella sua opera immortale: De revolutionibus orbium coelestium (1543) colloca il Sole nel centro del sistema planetario. Circa 70 anni dopo, Keplero trovò le sue tre leggi, che regolano il movimento ellittico dei pianeti, e nel 1687 Newton dimostrò che quelle leggi erano una conseguenza necessaria della sua legge della gravitazione universale: due corpi si attirano fra loro con una forza direttamente proporzionale alle loro masse ed inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza reciproca.
L’a. descrittiva comincia con l’invenzione del telescopio al principio del sec. XVII. La sua applicazione all’a., fatta per primo dal Galilei, portò a una moltitudine di scoperte meravigliose: i satelliti di Giove, le fasi di Venere, le montagne della Luna, le macchie del Sole, la composizione stellare della Via Lat

ijot, Specula Vaticana - Custel Gandelje)
te, e le appendici di Saturno, la natura anulare delle quali fu scoperta da Huyghens nel 1656, il quale pure scoperse il più grande satellite di Saturno, Titano, cui fece seguito la scoperta di quattro altri satelliti fatta da Cassini (1671-72, 1684). Il ritorno nel 1759 della cometa del 1682, predetto da Halley, diede la prima prova dell'esistenza di comete periodiche. Di queste sinora trentotto sono note il cui ritorno è stato osservato e di cui 27 hanno periodi di meno di 10 anni. Quando, nel 1781, W. Herschel cominciò a scandagliare il cielo, ebbe la fortuna di trovare il pianeta Urano, nel 1787 due satelliti del medesimo e nel 1789 il 6° e 7° satellite di Saturno. Il 1° gennaio dell'anno 1801 il padre teatino Giuseppe Piazzì scopriva Cerere, il primo di quello sciame di asteroidi fra Marte e Giove, il cui numero adesso sorpassa i 1600. Una nuova era di scoperte si iniziò quando Leverrier, dalle perturbazioni dell'orbita di Uranio, trovò con il solo calcolo il pianeta Nettuno (1846), di cui l'unico satellite fu trovato un mese dopo da Lassell. Seguono l'8° satellite di Saturno (Bond, 1840), due altri satelliti di Urano (Lassell, 1851), i due satelliti di Marte (Hall, 1877), il 5° satellite di Giove (Barnard, 1892), il 9° e 10° di Saturno (W. Pickering, 1898, 1904), il 6° e 7° di Giove (Perrine, 1904-1905), l'8° (Melotte, 1908), il 9°, 10° ed 11° del medesimo (Nicholson, 1914-38), e finalmente il pianeta transnettuniano Plutone, trovato da Tombaugh (1930) vicino al luogo assegnatogli dal prof. Lowell in una memoria del 1915. Un 5° satellite di Urano fu trovato nel 1940 da Kniper.
Nel 1866 Schiaparelli dimostrò che gli sciami di stelle cadenti dell'agosto, chiamate «lagrime di s. Lorenzo» o Perseidi, seguono l'orbita della cometa del 1862. Parimenti fu trovato che le Leonidi, stelle cadenti di mezzo novembre, seguono l'orbita della cometa di Tempel del 1866. Analoghe connessioni furono trovate fra gli altri sciami e comete note. Onde si concludeva che questi sciami sono il prodotto di una disgregazione parziale delle comete, i nuclei delle quali sono costituiti essenzialmente da un ammasso di meteoriti.
Riepilogando: il sistema planetario conta 9 grandi pianeti, 30 satelliti, più di 1600 asteroidi, 38 comete periodiche, oltre al Sole, che ha una massa circa 800 volte superiore a quella di tutti i pianeti presi insieme. La distanza media della Terra dal Sole è di 149.673.000 km.; quella di Plutone è ca. 40 volte più grande.
L'applicazione dell'analisi spettrale allo studio dei corpi celesti fu iniziata da Fraunhofer e da Kirchhoff, il quale ultimo nel 1861 disegnava una mappa dello spettro solare. Di importanza Secchi (v.), il quale dopo un esame sistematico di 4000 stelle, ridusse i loro spettri a 4 tipi: classificazione che venne ben presto universalmente accettata. Dall'analisi spettrale segue che la materia del Sole e delle stelle è identica a quella terrestre. La temperatura delle fotosfere stellari varia da 3000 a 23.000 gradi. Quella del Sole è di ca. 5700°; nell'interno la temperatura va crescendo, e nel centro, secondo Eddington, è di ca. 40 milioni di gradi, mentre la densità centrale è 28 volte quella dell'acqua. In quell'ardente fornace dai processi sub-atomici si sviluppa l'enorme energia radiata dal Sole, equivalente, per minuto secondo, ad un numero di kilowatt-ore, che si scrive con 21 cifre. Eppure il nostro Sole, con il suo diametro di 1.390.000 km., è piuttosto una stella nana, in paragone con le stelle giganti e super-giganti, la cui luminosità assoluta sorpassa sino a 20.000 volte e più quella del Sole. Giganti di enormi dimensioni sono ad es. Betelgeuse e Antares, con raggi rispettivamente 300 e 450 volte quello del Sole, cioè uguali a 1 1/2 volte i semiassidi delle orbite della Terra e di Marte, ma con una densità di appena 1/3000 dell'aria atmosferica. D'altra parte ci sono delle stelle nane di dimensioni minori di quella del pianeta Uranio, anzi di quella della Terra, ma con una densità di più di 50.000 volte quella dell'acqua.
Non tutte le stelle brillano con una lucidità inviabile. Già si sono scoperte oltre 9000 stelle variabili, alcune delle quali variano irregolarmente, altre con periodi più o meno regolari. Si distinguono le variabili con periodo corto (da poche ore sino a due mesi) e quelle con periodo lungo (da quattro mesi sino a due anni e più). La variazione a periodo corto è per lo più causata o dalle eclissi mutue dei componenti di una stella doppia, o dalle pulsazioni di una stella dilatandosi o restringendosi a vicenda. La causa delle variazioni a periodo lungo è ancora sconosciuta. Anche il Sole, con il suo periodo undecennale delle macchie, è una stella leggermente variabile.
Fra le stelle variabili un posto singolare è riservato alle stelle nuove: astrì che improvvisamente ascendeva da un minimo ad un massimo di splendore, per poi discendere, prima rapidamente, poi progressivamente o con oscillazioni periodiche, alla grandezza normale. Adesso si può dire con certezza, che il fenomeno di una stella nuova consiste sostanzialmente nell'esplosione di una stella, benché la causa intima dell'esplosione resti finora sconosciuta. In seguito a questa esplosione, gli strati esterni vengono con violenza proiettati, ed il fenomeno ci appare come un enorme aumento del diametro della stella, con un grandissimo aumento dello splendore totale.

Astronomia - Le Pleïadi avvolte in nebulosita.
Disper
dendosi poi la materia espulsa nello spazio, lo splendore va gradualmente diminuendo.
Negli ultimi anni, frugando le nebulose fuori della Via Lattea, in cerca di nuove stelle, ne venne scoperta una specie particolare, che furono chiamate supernovae a cagione dell'intensità della loro luce, la quale nel massimo è in media uguale a 50 milioni di volte quella del Sole, variante fra 2,5 e 1100 milioni di volte. Finora furono scoperte una cinquantina di supernovae. Probabilmente a quel genere apparteneva pure la famosa stella nuova di Tycho Brahe del 1572.
Di somma importanza fu l'applicazione della fotografia all'a. Essa ci ha messo in grado di numerare, misurare, catalogare milioni di stelle, determinare le loro posizioni, grandezza e movimento, di scandagliare la profondità dello spazio cosmico, e di ammirare la meravigliosa grandezza della creazione. Oggi sappiamo che la Via Lattea ha un diametro forse assai superiore ai cento mila anni-luce, che il suo centro si trova in direzione del Sagittario ad una distanza dal Sole di ca. 30 mila anni-luce, e che questa immensa famiglia di astri deve essere valutata ad alcune centin

naia di miliardi di stelle, una grande parte delle quali, unite a due o tre o più, descrivono le loro orbite come sistemi doppi o molteplici secondo la legge della gravitazione universale. Il nostro sistema stellare è un complesso di ammassi di stelle, di aggru
aia di miliardi di stelle, una grande parte delle quali, unite a due o tre o più, descrivono le loro orbite come sistemi doppi o molteplici secondo la legge della gravitazione universale. Il nostro sistema stellare è un complesso di ammassi di stelle, di agruppamenti sciolti come quelli delle Pleiadi, delle Iadi, del Presepio, di nebulose lucide ed oscure, masse di gas di una tenuità inimmaginabile o di corpuscoli solidi, da piccolissimi pulviscoli sino a frammenti della grandezza del pugno ed oltre, nubi oscure, come quelle della grande biforcazione della Via Lattea, che assorbono parte della luce delle stelle a tergo, di un centinaio di ammassi globulari compatti, ciascuno consistente di un centinaio di migliaia di stelle. Assai probabilmente il nostro sistema galattico ha la forma schiacciata di una nebulosa spirale, in cui tutte le stelle girano, in un periodo di ca. 200 milioni di anni, intorno alla massa centrale, stimata uguale a 70 miliardi di masse solari.
Fuori della Via Lattea esistono milioni di simili sistemi stellari: il più vicino di questi, ad una distanza di 800.000 anni-luce, è la nebulosa spirale di Andromeda, visibile ad occhio nudo come una macchia debolmente luminosa. Essa ha un diametro di almeno 50.000 anni-luce, e conta da 2 a 3 miliardi di stelle. Di tali nebulose, con diametri fra 10.000 e 100.000 anni-luce, conglomerazioni di alcuni miliardi di stelle, ca. 30 milioni sono percettibili con i grandi telescopi fotografici, con cui, dopo diverse ore di posa, le più lontane, fino a 170 milioni di anni-luce, si mostrano sulla lastra come tracce appena visibili. E quando il nuovo telescopio con 5 metri di apertura sarà pronto, la distanza penetrabile dello spazio cosmico sarà ancora raddoppiata.
L'A. e la S. SCRITTURA. — Gli autori sacri, non avendo scopi scientifici, parlano del mondo come apparecchiere ai sensi e come era concepito al loro tempo. Nella Bibbia non troviamo alcun riferimento a quello che l'a. moderna ci insegna. Secondo s. Agostino, non era nell'intenzione del Signore di impartirci ammesse stramonti scientifici, giacché non giovano alla salute eterna. Il cardinale Baronio usava dire che Dio voleva istruirci come si vada al cielo, non come il cielo vada. I riferimenti ai corpi celesti sono pertanto rari nel Vecchio Testamento. La prima visibilità della Luce determinava il principio di ogni mese, e questo fu il solo riferimento al cielo, fatto per gli scopi del rituale ebraico. Ma c'è un fatto rimarchevole: mentre in quei tempi, presso tutte le nazioni circonvicine, i corpi celesti erano oggetto di divinazione e di idolatria, l'atteggiamento dei sacri autori al riguardo fu sempre assolutamente impeccabile. E nessun autore antico può paragonarsi coi grandi autori ebraici in elevazione spirituale, in sublimità poetica ed ammirazione per le opere del Creatore. «In principio creò Dio il Cielo e la Terra»: questa è la grande verità, rivelata da Dio agli uomini, qualunque sia il senso dei «sei giorni» in cui la creazione fu compiuta. «Tu solo sei, o Signore! Tu hai fatto i cieli, il cielo dei cieli e tutto il loro esercito, la terra e tutto quello che contiene, i mari e tutto ciò che v'è dentro; Tu doni la vita a tutte queste cose, e l'esercito del cielo Ti adora» (II Esd. 9, 6).
Vedere e Saturno sono i soli pianeti, menzionati nel Vecchio Testamento. «Come mai sei caduto dal cielo, o Lucifero, che splendevoli al mattino!»: così Isaia (14, 12) apostrofa il capo dei demoni. Ed il profeta Amos rimprovera Israele: «Voi avete portato le statue dei vostri idoli, la stella del vostro dio»; in ebraico: «Kijjûn (Saturno) vostro idolo, la stella del vostro dio».
I luoghi, ove si menzionano determinate costellazioni sono:
Iob 9, 9: «(Dio) ha creato l'Orsa, Orione, le Pleiadi ed i recessi del cielo australe». Secondo Schiaparelli i recessi del cielo australe (interiora Austri) si riferiscono ad un gruppo di costellazioni brillanti, formato dalla Nave Argo, la Croce del Sud ed il Centauro, costellazioni che erano visibili in Palestina quando fu scritto il libro di Iob, ma ora non si vedono più, a causa della precessione.
Idi. 26, 13: «Lo spirito di Lui ornò i cieli, e l'abilità della Sua mano produsse il tortuoso serpente». Probabilmente si intende la costellazione del Dragone.
Idi. 38, 31: «Potrai forse tu unire le brillanti stelle delle Pleiadi od interrompere il corso di Arturo?». Il testo ebraico ha Orione, invece di Arturo.
Idi. 38, 32: «Sei forse tu che fai apparire a suo tempo la stella del mattino e fai nascere il Vespero sopra i figli della terra?». Nel testo originale si legge invece: «Potrai produrre Mazzaròth nella loro stazione? O potrai guidare 'Ajiš coi suoi figli?». Probabilmente Mazzaròth significa il pianeta Venere, ed 'Ajiš il gruppo stellare delle Iadi.
Am. 5, 18: «Cercate colui che creò Arturo ed Orione». Il testo ebraico ha: le Pleiadi invece di Arturo.
II Reg. 23, 5: «(Giosia) sterminò gli aruspici... e quelli che bruciavano incenso a Baal, al Sole, alla Luna, ai dodici segni (Mazzaròth) e a tutta la milizia del cielo». Mazzaròth, secondo molti interpreti, è identico al Mazzaròth di Iob 38, 32.
Queste sono le uniche allusioni a determinate costellazioni nel Vecchio Testamento. Nel Nuovo Testamento mancano internamente. Quanto alla Stella dei Magi, basta fermarsi un istante sulle particolarità del racconto evangelico (Mt. 2, 2, 9, 10) per comprendere che quel racconto vuole presentare un fenomeno assolutamente miracoloso, il quale non si può in alcun modo far rientrare nelle leggi stabili di una meteora naturale sebbene rara (G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, n. 174; cf. n. 253). - Vedi Tavv. XXIII-XXIV.
Astro


1.jpeg](img-11.jpeg)
nomia - Parte della nebulosa in 52 Cygni del tipo a filamento (la fot. è in posizione N. Z.).
H. Bürgel, Dai mondi lontani, trad. di A. Abetti, Torino 1946: - Manuali scientifici: G. V. SCHIAPARELLI, LUIGI, I precursori di Cooperazione nell'antichità. Scritti sulla storia dell'a. antica, I, parte 1, Bologna 1925; G. Armellini, Trattato di A. siderale, 3 voll., Bologna 1928-36; E. und B. Strömgren, Lehrbuch der Astronomie, Berlin 1931; H. Spencer Jones, General Astronomy, 2a ed., Londra 1934; Fr. Becker, Grundriss der sphärischen und praktischen Astronomie, Bonn e Berlino 1934; H. N. Russell, R. S. Dugan, J. Q. Stewart, Astronomy, 2 voll., 2a ed., Boston 1945; G. Cecchini e L. Gratton, Le Stelle Nuove, in Memorie R. Acc. d'Italia, 13 (1942). p. 11; id., I fondamenti scientifici dell'A., Milano 1947. - A. biblica: E. N. Maunder, The Astronomy of the Bible, 2a ed., Londra 1908; G. V. SCHIAPARELLI, LUIGI, L'a. nell'Antico Testamento, Milano 1893; G. Hagen, La Stella Magorum, in Rivista di Astronomia, 5 (1911) pp. 74-75; U. Holzmeister, La Stella dei Magi, in La Cie. Catt. (1942, 1), pp. 8-22. Giovanni Stein
Astros, Paul-Thérèse-David de. - Cardinale, n. a Tourvès il 15 ott. 1772, m. a Tolosa il 29 sett. 1851. Entrò nel clero l'anno 1790, fu ordinato prete nel 1807 e poco dopo venne nominato vicario generale di Parigi. In questa qualità ricevette la bolla di scomunica comminata da Pio VII contro Napoleone. Accusato di averla divulgata, fu imprigionato a Vincennes fino al 1814. Nel 1817 gli fu affidato il vescovato di Orange a cui furono aggiunti i vescovati di Saint-Flour e di Bayonne. Nel 1829 fu nominato arcivescovo di Tolosa; più tardi, nel 1850, fu creato cardinale da papa Pio IX. Ci restano di lui numerosi scritti tra cui, di particolare importanza, quello riguardante gli errori di Lamentanis, contro il quale ottenne la condanna da papa Gregorio XVI.
Astro, Barthélemy d'. - Francescano belga, celebre controversista e scrittore ascetico, n. a Ciney (Namur), m. a Liegi il 6 dic. 1681. Nel suo Ordine fu lettore, provinciale delle Fiandre (1664) e commissario generale dell'osservanza (1667) per le province del nord dell'Europa. Predicatore eloquente, fu tra i più strenui lottatori contro il protestantesimo.
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ASTROY BARTHELMY - ASVIN
Il suo stile, talora negletto, è sempre forte e persuasivo. Dirks recensisce 25 sue opere tra francesi, fiamminghe e latine, tra cui: *Directorium ad incandos consolandosque infirmos* (Licci 1655); molto migliore la 2a ed. (ivi 1674), riveduta e ampliata, col titolo *Paraclesis infirmorum*: è lo scritto migliore del d'A.; *Traité du bien de la patience chrétienne* (3 voll., ivi 1669 sg.). Le sue principali opere di controversia sono: *Antidote catholique* (ivi 1655); *Armamentarium augustinianum adversus haereses quadruplici methodo apparatum et instructum in subsidium tyronum mili-tantis Ecclesiae* (ivi 1664): è una teologia dogmatica apologia e polemica.