MISTERIO. — Nell'attuale insegnamento cattolico si dice m. una verità da Dio rivelata, che l'intelligenza umana non può trovare con le sue sole forze, e che anche conosciuta per rivelazione non potrà mai essere perfettamente compresa.
I. IL TERMINE
La parola μυστήριον (donde il latino mysterium e l'italiano m.) aveva nel greco el lenistico un duplice significato, profano e religioso: nel primo senso indicava una verità o una realtà nascosta, un segreto; nel secondo senso, specialmente al plurale, serviva a indicare «i misteri» (v.), quei riti di iniziazione religiosa, intorno ai quali gli iniziatori dovevano conservare il segreto più assoluto. Nel Vecchio Testamento il termine compare con entrambi i significati: religiosamente designa «i segreti di Dio», cioè i disegni per noi sconosciuti della sua provvidenza (Sap. 2, 22) o una realtà divina nascosta come «la Sapienza» (Sap. 6, 22). Nel Nuovo Testamento il termine si trova 28 volte, 21 delle quali in s. Paolo. Vi assume talvolta il senso di realtà avente valore religioso simbolico (Eph. 5, 32), oppure di realtà operante in modo misterioso (II Thess. 2, 7). Più spesso però indica una verità conosciuta da Dio solo e da lui graziosamente manifestata agli uomini (ad es., Mc. 4, 11 e paralleli). In s. Paolo significa specialmente il piano divino di salvezza, nascosto dall'eternità in Dio, e ora manifestato dall'Apostolo (ad es., Rom. 16, 25-26; Eph. 3, 3-6, 9).Questo significato complessivo passò dal Nuovo Testamento nel linguaggio cristiano, ove, però, ne assunse anche un altro, derivato dal significato religioso dell'ellenismo: «m.» sono detti dai cristiani anche i riti sacri, attraverso i quali si partecipa alla vita divina apportata da Cristo, e in particolare il rito eucaristico. Nel latino della Chiesa il duplice significato, di verità divina e di rito sacro, fu espresso da due termini mysterium e sacramentum, che dapprincipio vennero usati promiscuamente. Solo col tempo il loro significato si specificò: mysterium (e l'italiano m.) fu riservato a esprimere le verità nascoste del cristianesimo, mentre sacramentum (sacramento) fu riservato a designare i riti o le realtà sacre.
II. IL CONCETTO
Il concetto cattolico attuale di m. è una precisazione e un approfondimento del significato biblico. La sua elaborazione è avvenuta durante la patristica e la scolastica, benché soltanto nel Concilio Vaticano sia stato solennemente definito dalla Chiesa. Alcune affermazioni bibliche contengono chiaramente il concetto di una verità nascosta in Dio, naturalmente inconoscibile a chi non sia Dio, e comunicata agli uomini da Gesù Cristo e dallo Spirito Santo (cf. Mt. 11, 25-27; Io. 1, 18; I Cor. 2, 7-16). Partendo da queste affermazioni il pensiero cristiano presto distinse due ordini di verità: quelle che gli uomini possono conoscere con la loro intelligenza e quelle inaccessibili all'intelletto umano, anzi ad ogni intelligenza, che non sia quella di Dio. Tra queste venivano collocate le verità fondamentali della religione cristiana: la Trinità, l'Incarnazione del Figlio di Dio, la beatitudine celeste, l'Eucaristia. Sorsero più tardi, a più riprese, diversi tentativi di dimostrare razionalmente queste fondamentali verità, oppure tentativi di darne interpretazioni che le rendessero perfettamente «evidenti» all'intelligenza umana; tipico è il tentativo di Abelardo riguardo alla Trinità. Il tentativo fu ripetuto, in una forma più grave, nel secolo scorso, tanto da parte di filosofi acristiani, come Hegel, Hermes (v.), Günther (v.), FROHSCHAMMER, JACOB (v.).Contro questi errori è stata elaborata la precisa formulazione dogmatica del concetto di m. nel Concilio Vaticano. Nella cost. De fide catholica,
al capo IV, il Concilio insegna che «secondo il costante pensiero della Chiesa esistono due ordini di conoscenza, distinti sia per il loro principio che per il loro oggetto: principio di conoscenza nel primo ordine è la ragione, nel secondo è la fede divina; oggetto di conoscenza nel primo ordine sono soltanto le verità naturali, nel secondo sono, oltre ad alcune verità, che l'intelligenza naturale può raggiungere, anche i m. nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non vengono da lui rivelati» (Denz-U, 1795). Il canone corrispondente dichiara eretico chi dice che «nella rivelazione divina non è contenuto nessun vero e proprio m., ma che tutti i dogmi della fede possono essere (perfettamente) compresi e dimostrati dalla intelligenza debitamente sviluppata» (Denz-U, 1816).
La teologia cattolica, fondandosi su queste dichiarazioni, ha ulteriormente precisato il concetto di m., particolarmente distinguendo i m. veri e propri da altre verità naturali e soprannaturali più o meno nascoste all'intelligenza umana.
I m. propriamente detti («vere et proprie dicta mysteria» come si esprime il Concilio) sono verità: 1) nascoste in Dio, che non entrano a far parte di uno scibile naturale di nessuna intelligenza creata; 2) di conseguenza non possono essere conosciute se non per rivelazione divina; 3) anche conosciute per la rivelazione non possono essere così perfettamente comprese come le verità che formano l'oggetto proprio dell'intelligenza nostra, ma restano sempre come coperte da un velo che le rende «misteriose». La prima nota caratteristica distingue nettamente i m. cristiani da tutte le verità a noi sconosciute, ma comprese nell'ambito delle realtà create: segreti della natura fisica (ad es., composizione ultima della materia e della energia) oppure i segreti della vita interiore (ad es., il pensiero e il volere libero degli altri). Questa caratteristica distingue in particolare i m. cristiani da quelle verità rivelate che possono essere anche naturalmente conosciute, ad es., l'esistenza di Dio. La seconda caratteristica è una conseguenza logica della prima: una verità che è «nascosta in Dio» e che Dio solo conosce, non potrà essere da noi conosciuta se non perché egli la rivela. Vi sono però molte verità rivelate, che manifestano una libera decisione divina, che pertanto non si potrebbero conoscere senza la rivelazione, ma che, una volta rivelate, si possono perfettamente comprendere. Ad es., la scelta di Paolo come «apostolo dei gentili», la elezione di Pietro come capo del collegio apostolico e della Chiesa. Queste verità sono dette talvolta «m.», ma in un senso relativo: non conoscibile naturalmente all'intelligenza umana è la loro esistenza, non la loro natura. La terza caratteristica è dunque quella che distingue radicalmente i m. veri e propri da ogni altra verità nascosta: sono verità che trascendono completamente la capacità comprensiva di ogni intelligenza creata; per poter essere perfettamente comprese richiedono una visione diretta dell'essenza divina. I «m. veri e propri» sono verità evidenti per l'intelligenza divina, che le contempla nella propria essenza infinita (v. SCIENZA DIVINA); ma che non possono divenire evidenti a una intelligenza creata, quando vengono ad essa comunicate attraverso concetti limitati, incapaci di rappresentarle nella loro infinita semplicità. La ragione della incomprensibilità dei m. cristiani è pertanto la loro soprannaturalità (v. ADOZIONE SOPRANNATURALE).
III. ESISTENZA E CONOSCIBILITÀ
Nessun documento ufficiale della Chiesa dà un elenco preciso dei m. propriamente detti; tuttavia vi sono elementi sufficienti nell'insegnamento ordinario per farci sapere quali verità rivelate sono ritenute m. propriamente detti. La Scrittura (Mt. 11, 25-27; I Cor. 2, 7-16; Io. 3, 1-2) suggerisce come verità intrinsecamente superiori alla nostra intelligenza il m. trinitario, la nostra partecipazione futura alla vita divina. In una lettera di Pio IX (Gravissima inter, dell'11 dic. 1862), che riassume tutta la tradizione del pensiero cristiano, si dice che tra i dogmi che sfuggono alla possibilità di una dimostrazione naturale (e perciò, indirettamente, di una piena comprensione) devono essere comprese «certissimamente quelle verità che riguardano l'elevazione soprannaturale dell'uomo e il suo rapporto soprannaturale con Dio. Queste verità essendo soprannaturali non possono mai essere raggiunte dalla ragione naturale con principi naturali: la ragione naturale non può mai divenire capace di comprendere scientificamente» («scientia tractare») questi dogmi con i suoi principi naturali (Denz-U, 1671). Pertanto tutte le verità rivelate che manifestano una realtà soprannaturale in senso stretto, appartengono ai m. propriamente detti. Tra essi l'insegnamento catechistico comune pone il m. dell'Incarnazione. Ma si possono aggiungere: l'Eucaristia, e in genere i Sacramenti, la Chiesa considerata come Corpo Mistico di Cristo, la vita divina in noi o m. della Grazia e della presenza divina, la visione beatifica, il peccato originale.Una domanda fondamentale sorge inevitabilmente dall'esposizione del concetto cattolico di m.: come cioè possano essere intelligenibili i m., se sono verità per natura loro superiori all'intelligenza creata e quale valore possa avere per noi la loro conoscenza, se rappresentano in definitiva delle inconvine. In realtà i m., pur essendo superiori alla capacità di comprensione umana, non sono senza alcun rapporto con altre verità che rientrano nella capacità della nostra intelligenza: in linguaggio teologico si dice che presentano una analogia con verità già conosciute, e questa analogia è sufficiente a farne ottenere una certa (aliqualis) intelligenza iniziale, e a farne intendere il significato. Così dal concetto usuale di paternità e di figliolanza, si può arrivare a comprendere che cosa significhi nel m. trinitario la Paternità e la Figliolanza, nonostante si sia persuasi che il Padre e il Figlio non stanno tra loro in un rapporto identico a quello che esiste presso gli uomini tra padre e figlio. Nel m. si percepisce per fede l'esistenza di un rapporto naturalmente inconoscibile, ma analogo a un rapporto conosciuto.
La rivelazione dei m. ha la sua spiegazione non in se stessa, ma nel fine, che Dio vuole ottenere con essa: è un anticipo della chiara visione della realtà divina, che egli tiene preparata come premio a coloro che «si santificano come egli è santo» (Io. 3, 3). È un atto d'amicizia (Io. 15, 15) con il quale Dio, svelando all'uomo l'intimo di se stesso, lo attira a una vita di comunione spirituale con lui, preparazione e condizione di una comunione futura piena e indissolubile nella visione beatifica. Per questo la meditazione dei «m.» fondamentali del cristianesimo è sempre stata, per le anime cristiane, sorgente di un approfondimento della conoscenza religiosa e di una vita più generosa.
1928, 8a ed., pp. 441-42, nota 2; R. Garrigou-Lagrange, De re-velatione per Ecclesiam catholicam proposita, I, Roma 1934, cap. 5; A. Michel, Mystère, in DThC, X, coll. 2585-99; D. Deden, Le mystère paulinien, in Ephem. Theol. Louv., 13 (1936), pp. 405-42; H. von Balthasar, Le mystère d'Origène, in Recl. de Scien-elig., 26 (1936), pp. 513-62; 27 (1937), pp. 38-64; J. M. Scheeben, I. m. del Cristianesimo, trad. II. di I. Gorlani, Brescia 1949, Carlo Colombo.