MINERVA

MINERVA. - Antica divinità appartenente al culto di varie popolazioni italiche. M. infatti, prima che a Roma, dove ebbe il suo massimo sviluppo, era venerata da antica data soprattutto fra gli Etruschi, dove le furono dedicati alcuni santuari (scavi etruschi presso Bologna) risalenti al sec. VI a. C. e intitolati nello stesso tempo a Tinia (Iuppiter), Uni (Iuno) e Menrva (Minerva: evidente imitazione della triade delfica Zeus-Hera-Athena). Tuttavia, specie dalla iconografia dove M. è già chiaramente ispirata dalla Athena greca, è ammesso dai più che essa non fu originaria degli Etruschi, ma che questi la assunsero con ogni probabilità dagli italici Falisci, presso i quali appare menzionata su iscrizioni arcaiche.

A Roma il culto di M. non compare nella religione più antica (mancanza di un suo flamen, assenza di feste nel calendario «numano»); esso, che secondo Varrone sarebbe stato introdotto dalla Sabina (Lingua Lat., V, 73), fu quasi certamente preso dagli Etruschi ancora in età regia. Infatti, a simiglianza della triade etrusca - ricordata sopra - nel Capitolium vetus del Quirinale fu consacrato un «sacellum Iovis Iunonis Minervae» in epoca anteriore al tempio di Giove Capitolino eretto sul Campidoglio (Varrone, op. cit., V, 158). Ma soprattutto in quest'ultimo tempio, eretto nel 509 a. C., si ritrova venerata la stessa triade con il quale fu consacrato l'ingresso ufficiale di M. nella religione romana.

Un terzo santuario di M., forse anch'esso d'età regia, fu quello sull'Aventino, il cui giorno di dedicazione, coincidendo con le feste Quinquaterie (v. 19 marzo; Marte), fece sì che queste divenissero più tardi, nel culto popolare, anche feste di M.

Un altro tempio assai importante fu quello eretto a M. capta, ai piedi del Celio, dopo che i Romani nel 241 a. C., distrutta Falerii, importarono a Roma il culto della M. falisca (Ovidio, Fasti, 3, 845, sgg.).

Il culto primitivo di M. nella religione romana, ancora libero dall'influsso greco dell'Athena Polias, ebbe carattere schiettamente pacifico e, per così dire, sociale. Essa infatti era ritenuta inventrice delle arti e dei mestieri, ed in suo onore nei 5 giorni delle Quinquaterie di marzo (19-23), detti artificium dies, e nelle corrispondenti di giugno, le varie corporazioni di artigiani riconosciute dallo Stato (in modo speciale quelle degli histriones e dei tibicines) si radunavano nel tempio di M. sull'Aventino dove festeggiavano la dea. A questa festa prendevano parte anche gli insegnanti (cui gli scolari offrivano in quel giorno il minerval o minervale munus) e le corporazioni dei medici, i quali veneravano la dea nel tempio di Minerva medica sull'Esquilino.

Ma l'aspetto pacifico si andò a poco a poco contaminando con quello poliade e guerriero di Athena. Così,

più tardi M. entra a far parte della triade guerriera Mars Minerva Lua, quibus spolia hostium dicare ius fasque est (Livio, 45, 33, 2) e vari suoi templi (come quello eretto da Pompeo, l'altro di Augusto e soprattutto i due di Domiziano) riflettono ormai quasi del tutto (come del resto l'iconografia di M.) i caratteri dell'Athena greca.

Anche in Italia c'era un Palladium, ritenuto quello di Troia, che si custodiva come uno dei pegni più efficaci della protezione celeste. Esso, secondo la tradizione, era stato ricevuto da Nautes (antenato della gens Nautia) dalle mani stesse di Diomede, ed era custodito nel tempio di Vesta con gli oggetti più sacri del culto. Cesare D'Onofrio

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“MINERVA.” Enciclopedia Cattolica, vol. VIII (1952), p. 614. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/minerva.