MORTI, MONDO SOTTERRANEO DEI

MORTI, MONDO SOTTERRANEO dei. - Il m. s. dei m., designato con il termine « Inferi », non importa l'idea di un luogo tenebroso di castigo, quale potrebbe apparire dall'acciazione cristiana di essi bensì, più in generale, come regno sotterraneo ove si adunano le anime dopo la morte, siano esse meritevoli di premio o di pena. Gli Inferi non sono raffigurati solo come regno della tenebra e del dolore, ma anche quale regno luminoso dei beati: caratteristica questa, che è comune un po' a tutte le religioni antiche.

1. Presso i Mesapotamici, Babilonesi e Assiri, i m. dei m., luogo tenebroso, dove tuttavia scorre l'acqua di vita, si chiama arallù. Vi si entra per sette porte ed è governato dalla coppia divina Ereskigal e Allatu. Se ne ha GIROLAMO (v.)

2. Gli Egiziani hanno abbellito la visione del loro mondo di oltretomba. Dalla credenza primitiva che faceva del sepolcro la dimora del defunto, al quale occorreva fornire quanto era necessario alla sua umbratile vita, sono passati a concepire il mondo sotterraneo (amanti) come un luogo dove l'anima, una volta giunta nella barca del sole, attraversate le dodici divisioni del percorso e subito il giudizio di Osiride con i suoi 42 giudici, passa nei campi di Yaru (Earn) dove le riservata una felice dimora perenne.

3. Indo-iranici

Nel periodo vedico della religione indiana il cielo è esclusivamente il mondo degli uomini pii, degli eroi ecc., dal quale i repressi sono esclusi (Rgveda, X, 17, 4). Accanto a questa credenza dovette esistere, anche se ne manchino esplicite notizie, quella di un oltremondo destinato ai malvagi. Infatti, mentre un rituale vedico (Tait. Arany., VI, 5, 13) dice: « Presso il re Yama (il re dei morti).... si separano gli uomini che quaggiù furono fedeli alla verità e quelli che mentirono », i seguenti passi possono recare qualche prova sulla credenza di un sotterraneo regno per le anime dei malvagi: « Indra e Soma scaglino i malfattori nella caverna coperta e chiusa (vàra), nella tenebra.... »; « Che possa dimorare sotto le tre terre... colui che contro di noi ordisce la perfidia» (Rgveda, VII, 104, 3 e 11); ed ancora è detto di quelle « che menano una vita sregolata come donne che ingannano lo sposo, che sono cattive e false e senza fede, costoro si sono create questo luogo profondo» (ibid., IV, 4, 5). Inoltre nell'Atbara Veda (II, 14, 3) mentre si augura alla perfida maga « che possa precipitare nel fondo della prigione infinita », si trova un passo (V, 19, 3) che indugia a descrivere il peccatore - che in terra ha offeso un brammato - seduto tra i rivi di sangue e mangiante i suoi capelli; il che potrebbe dimostrare la credenza, nell'India, di un mondo infero abbastanza ben definita, e forse assai strettamente connessa con quella comune ad altre popolazioni Indoeuropee (v. appresso).

Del resto l'Avesta (che conserva tante credenze comuni del periodo indoiranico) ha conservato una minuta descrizione del destino spettante alle anime buone e a quelle cattive: « I malvagi, i cattivi principi... le loro anime riceveranno il cibo immondo, e certamente andranno ad abitare la casa della Druj» (Yasna, 49, 11), e: « Colui che avrà ingannato il giusto, a costui più tardi gemiti, lunga dimora nelle tenebre, cibo infetto e parole di insulto. Ecco il mondo, o malvagi, dove vi conducono le vostre opere e la vostra religione» (ibid., 31, 20).

Oltre a ciò nell'Avesta è conservato un particolare che si ritroverà ampiamente svolto soprattutto nella religione greca, quello del bivio a cui l'anima dovrà pervenire quando sarà giunta nell'oltretomba: « Attraverso il ponte Civat le anime possono dirigersi al cielo, ovvero, se dannate all'inferno, alla Druj (ibid., 46, 11).

4. Grecia

Per i Greci l'oltretomba, cioè il mondo degli Inferi che essi chiamano Ade (Aššnç = l'invisibile) è un mondo reale; di esso infatti esisteva una specie di geografia, con la descrizione di vie, regioni, fiumi ecc., che, secondo la tradizione, era stata fissata per primo da Orfeo, in occasione della sua Catabasi (Olimpiodoro, In Platonis Phaedonem comment., ed. W. Norvin, pp. 202-12) e che senza dubbio era fatta conoscere agli iniziati nei misteri di Eleusis, quale vanto per l'oltretomba (O tre volte beati quei mortali che dopo aver contemplato questi misteri, se ne andranno all'Ade: ché essi soltanto ivi potranno vivere; per gli altri tutto sarà tormento: Sofocle, frg. 348, ed. Didot).

L'Ade, a sua volta, appare distinto dal Tartaro, la prigione degli dèi detronizzati (Il., VIII, 13 sg.) e dall'Erebo, la prigione vera e propria dei morti (cf. loc. cit., 368).

Questo mondo delle ombre non fu però del tutto inaccessibile ai viventi; oltre la già ricordata catabasi di Orfeo, si veda la Nekyia di Ulisse nell'Odissea (Od., XI), che servì di modello a quelle posteriori. Ad esso si poteva accedere attraverso determinati antri o caverne, come quella del capo Tenaro in Laconia, di Ermione nell'Argolide, di Cuma in Italia, ecc.

Questo regno delle ombre è costituito da un'immensa caverna sotterranea posta all'Occidente, ai confini dell'Oceano (Omero, II., XX, 61; Od., X, 506, sg.); ed è retto dallo spietato Ade (o Plutone), più tardi, unitamente alla sposa Persefone (Il., IX, 457, 568).

Esso è separato dal mondo dei viventi da una o più grandi porte (dette anche le « porte del Sole»: Od., XXIV, 12), appena varcate le quali si giunge al « prato di asfodelo» (Od., loc. cit. e XI, 539). Questo prato - che è

come il vestibolo dell'Ade, e sul quale avvenne l'incontro di Ulisse, sceso agli Inferi, con Achille (Od., loc. cit.) — in età più tarda, quando cioè divenne più chiara alla mente greca la concezione dell'aldilà come premio o castigo delle anime (v. sotto), fu ritenuto il luogo di coloro che in vita non erano stati né buoni né cattivi (cf. Luciano, De luctu, 9).

Secondo la tradizione, Orfeo aveva parlato di un solo fiume infernale: lo Stige, che appare negli strati più antichi dell'epopea omerica; infatti nell'Iliade (VIII, 369), per nominare il mondo sotterraneo, si giura sul fiume Stige. Ma più tardi i fiumi che percorrono o avvolgono l'Ade divengono numerosi, e nell'Odissea stessa (VIII) si trova l'Acheronte, il Piriflegente ed il Cocito.

Il traghettatore di questi fiumi è il vecchio Caronte dall'aspetto grave e calmo — di cui il primo cenno risale al sec. VI (cf. Pausania, X, 28, 1) — al quale l'anima doveva un obolo per il traghetto.

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A guardia degli Inferi, sulla porta sta Cerbero, il cane, variamente rappresentato con cento, cinquanta o tre teste, noto certamente da alta antichità (al cane di Hades) si accenna in II, VIII, 367; Od., XI, 623; nominato per la prima volta in Esiodo, Theog., 311).

La psiche, o soffio vitale, abbandona l'uomo quando muore ma non si estingue con la morte; essa, conservando le sembianze del morto, vaga senza più coscienza nella notte eterna dell'Ade. Essa però poteva tornare alla coscienza quando le veniva offerto a bere il sangue di un sacrificio compiuto dai viventi, versato in una fossa, in comunicazione con il mondo infero.

Tuttavia alla religione della Grecia non dové essere estranea in un secondo tempo la credenza dell'Ade quale premio o castigo per le anime dei trapassati, sia perché in Omero stesso (II, III, 279; XIX, 260), in giuramenti solenni, accanto agli dei supremi, sono invocate le Erinni, che sotto terra puniscono gli spergiuri; sia perché ancor in Omero (Od., XI) si fa parole dei tre Titani: Tizio, Sisifo e Tantalo condannati nell'Ade a pene sempre rinovatissimi; ma soprattutto perché già in Esiodo (Erg., 287, 3), e con maggiori dettagli in Pindaro (frg. 129, 130B, in Plutarco, Consol. ad Apoll. 35; cf. Pindaro, Olymp., 2, 56) si trova la tradizione delle due vie — del Vizio e della Virtù — le quali dal bivio posto all'ingresso dell'Ade possono condurre l'una (a sinistra) ai luoghi dei tormenti del tenebroso Tartaro, ove infuriano, tra vari mostri, le Erinni; l'altra (a destra) invece agli ameni e luminosi campi Elisi, ad un eterno gaudio di conviti, danze e fiori (cf. Aristofane, in Koch, Comic. fragm., I, 517; gli Elisi, ai confini dell'Oceano, già noti ad Omero: Od., IV, 563-89). Contemporanea a questa concezione dell'Ade, dovette sorgere quella delle anime, che, condotte agli inferi da Ermete (detto, per questa sua mansione Ψυχοποιητός = guida delle anime; cf. Od., XXIV, 1, 3, 5, 6), si presentavano per essere esaminate ed assegnate al luogo più adatto da un giudice infernale.

5. Roma

Le notizie circa le più antiche credenze romane sull'oltretomba sono assai scarse. Un elemento con ogni probabilità veramente indigeno ed arcaico mundus (v.), il quale (cf. Festo, s. v.) era una fossa scavata nel terreno, con il tetto a volta, in cui poteva calarsi una sola persona. Esso era consacrato alle due divinità infernali. Dis parte e Proserpina (corrispondenti alle greche Plutone e Persefone), ed i giorni in cui veniva aperto erano considerati religiosi, cioè infausti, poiché allora «è come se fosse aperta la porta degli dei tristi ed infernali» (Macrobio, Sat., I, xvi, 18-19). Sicché non è forse arrischiato ritenere che questo mundus, punto di comunicazione tra il mondo dei vivi e gli inferi, corrispondesse proprio a quelle caverne della religione greca, che davano accesso al regno delle ombre.

Tuttavia simili luoghi esistevano anche altrove; infatti presso Cuma, sulle sponde del lago d'Averno, un antro — che Virgilio (Aen., VI, 126) definisce «ianua Ditis» — immetteva direttamente nella regione infernale.

- 6. _Gremi e persone che