MORTIFICAZIONE. - Termine ascetico cristiano indicante le privazioni imposte a se stessi per dominare le tendenze disordinate della natura, in ordine al perfezionamento morale e spirituale. La parola è di origine paolina (Col. 3, 5; Rom. 8, 13).
La m. suppone un impegno personale per vincere il mondo condannato da Gesù Cristo (Io. 17, 9-16) e costituito dalle « concupiscenze degli occhi e della carne, dalla superbia della vita » (I Io. 2, 16), radicate in ogni uomo. Per evitare il peccato e per inoltrarsi nella vita morale perfetta occorre pertanto combattere e superare moltissime inclinazioni, che sorgono dalla natura viziata per la colpa originale. Questo rinnegamento giustamente si chiama « m. » in quanto uccide le voglie del proprio io. Il suo oggetto si estende oltre il proibito o comandato; si compiono atti di m. non solo per vincere tentazioni attuali, ma anche per superarsi in cose lecite.
La m. è « abituale », quando l'anima è morta al mondo delle concupiscenze: « i seguaci di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze » (Gal. 5, 24); è « attuale » quando si compie un esercizio di distacco dal mondo o di rinunzia alle proprie tendenze. Questo avviene sia sottomettendosi pazientemente alle varie prove, contrarietà ed afflizioni, che sorgono indipendentemente dalla propria iniziativa, ed è m. « passiva »; sia con l'infliggersi spontaneamente rinunce, o compiendo atti penosi, ed è m. « attiva ». A seconda che ciò avvenga con atti prevalentemente interiori (umiliazioni, rinnegamenti di giudizio, di curiosità ecc.) od esteriori (afflizioni corporali, austerità, privazioni del sonno, vitto, comodi, ecc.), la m. è « interna » o « esterna ».
La necessità della m. per la salvezza e santificazione dell'anima è verità inculcata ripetutamente dalla Scrittura nel modo più categorico. Già il Vecchio Testamento ammoniva: « Non andar dietro alle tue passioni e allontanati dalle tue voglie » (Eccl. 18, 30). Nel Nuovo Testamento l'insegnamento di Gesù e dei suoi Apostoli è esplicito: « Se uno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua » (Lc. 9, 23; cf. Io. 12, 24; Mt. 22, 37; Mc. 8, 35, ecc.). La Chiesa, erede del mistero della Croce, ha sempre inculcato la m. come mezzo indispensabile per amare Dio; Innocenzo XI MOLINISMO (v.) il quale aveva sostenuto: « Crux voluntaria mortificationum pondus grave est et infructuosum, ideoque
dimittenda » (Denz-U. 1258-59). Tutti i santi hanno insegnato e praticato la m. e l'amore alla Croce. Anche quelli che apparentemente seguivano una vita più soave, come s. Francesco di Sales e s. Giovanni Bosco, facevano penitenze straordinarie privandosi del sonno, o digiunando, o infliggendosi altre asprezze. Di fatto la Chiesa esige la m. esterna anche corporale per dichiarare le virtù eroiche di un servo di Dio (cf. Benedetto XIV, De beat. et can. Sanctorum, III, cap. 28). Non richiede un determinato genere di m., ma l'uno o l'altro. Il De Imitatione Christi, compendiarlo l'insegnamento evangelico ed ecclesiastico, giustamente afferma: « Tanto farai profitto, quanto ti sarai saputo far violenza » (I, cap. 25).
Infatti, come insegna s. Paolo, « siamo stati sepolti con Cristo per mezzo del Battesimo nella morte ». Il nostro uomo vecchio fu crocifisso con lui perché fosse ridotto a nulla il corpo del peccato, in modo da non essere più noi schiavi del peccato (Rom. 6, 6). Nel cristiano, che deve « vivere a Dio in Cristo Gesù » (ibid., 6, 11), non deve regnare il peccato, né deve egli ubbidire alle concupiscenze del corpo mortale. Ma perdurando nell'uomo, anche dopo la giustificazione, la concupiscenza, lasciatagli per esercitare la virtù (Tridentino, sess. V, decr. super pecc. orig.: Denz-U, 792) deve combatterla, affinché essa sia tenuta come morta e sepolta, e l'anima perseveri nello stato di Grazia. La m. è quindi indispensabile, giusta la frase di Cristo: « Il regno dei cieli si conquista con la forza e i violenti se ne impadroniscono » (Mt. 11, 12; cf. s. Tommaso, Summ. Theol., 2ᵃ-2ᵃc, q. 25 a. 5 e q. 184 a. 2). La m., praticata per motivi soprannaturali, è atto di vera penitenza, soddisfattoria e meritoria. Con essa si superano tutte le tentazioni (nelle quali le cadute avvengono sempre per mancanza di m.) e si genera una disposizione abituale all'umiltà. Con la m. volontaria l'uomo ricorda d'essere peccatore, e fragile; compunzione (v.) che prepara l'anima a grazie speciali, rendendole propizio il Signore. La m. corporale, più che estirpare i vizi in maniera quasi fisica o fisiologica, li toglie o riduce, mediante i motivi soprannaturali che imprime nell'anima e le grazie efficaci che attira da parte di Dio, le quali fanno odiare il male.
Si possono distinguere tre gradi principali di m.: a) vincere in sé le tendenze alla colpa, evitando ogni attaccamento ad una creatura che sia contro il volere di Dio; con tale m. uno si regola in tutto secondo la morale cristiana (H. Noldin, Theol. moralis, 27ᵃ ed., I, Innsbruck 1941, p. 91); questa m. è necessaria alla salvezza, e con essa ci si protende alla perfezione combattencio fin le ultime colpe veniali semiavvertite o semideliberate. b) Non amare né odiare alcuna cosa creata per se stessa, ossia distaccare se stessi dalle cose, per non volerle se non in quanto sono oggetto della volontà di Dio (v. INDIFFERENZA). c) Abbracciare volontariamente per amore di Dio le cose contrarie ai propri gusti, rinunziare a piaceri anche leciti, gustarli come se non si gustassero (I Cor. 7, 29 sg.) con una rinunzia interiore, per rendersi così più simili a Cristo sofferente, vittime con la Vittima Espiatrice per eccellenza (cf. B. Rogacci, Dell'uno necessario, Roma 1704-1708, pp. 3, 19). Così si arriva all'amore della Croce, che consiste nel preferire, anche a parità di gloria del Signore, il sacrificio piuttosto che il piacere, per poter dimostrare così in modo più efficace il proprio amore a Dio, che per amore dell'uomo ha scelto la Croce (Hebr. 12, 2). « Giacché Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi dello stesso pensiero » dice s. Pietro (I Pt. 4, 1). Sempre la m. deve essere fatta con spirito grande, ossia generoso, e regolata dalla prudenza.
Alla domanda se la perfezione cristiana possa esigere anche la m. dei cosiddetti « valori umani » più alti quali l'arte, la scienza, l'indipendenza personale, la vita civile, la risposta non può essere che affermativa. Così di fatto operò Gesù Cristo, che, specialmente nella sua vita na-
scosta a Nazareth, seppelli quasi se stesso e come lui fecero moltissimi santi. La giustificazione di questa specie di morte o di distruzione in se stessi di quel che vi è di più nobile nella vita umana, fatta nella misura che la Divina Sapienza può chiedere in determinate circostanze ai suoi eletti, si desume anzitutto dalla « piena libertà » che il cristiano deve avere di fronte a tutto ciò che è creato ed anche a se stesso per rispetto a Dio, che è al di sopra di tutto, ed ai suoi voleri. La rinunzia a tali valori, quando Dio la richiede, è una dimostrazione concreta del « primato assoluto » di
Dio e delle cose soprannaturali su tutte le cose naturali anche più alte. In tali casi l'anima può manifestare praticamente che ama Dio « al di sopra di tutte le cose ». Questa m. si legittima dal fatto che è rinuncia a cose transitorie e temporali in vista di quelle definitive ed eterne; vi è dunque il sacrificio del meno per il più. Nell'uomo decaduto per il peccato originale, la natura umana deve considerarsi in un certo senso gravata di un debito di espiazione e soddisfazione, e perciò si comprende che Id-
dio possa richiederle il sacrificio di cose anche presiese. Gesù Cristo ha portato la sua umanità alla morte in croce e la Redenzione si è compiuta così. L'ascetica cristiana non può astrarre dalla verità definita nel Concilio d'Orange dello stato decaduto in cui si trova l'umanità e della necessità di una restaurazione penale, e così si spiega il carattere penitenziale di tutta la storia umana e d'ogni vera ascetica, che non voglia essere tinta di pelaginesimo (cf. Conc. Arausicanum, II: Denz-U, 174; s. Agostino, De nupt. et concup., II, 34, 57: PL 44, 471).