MOSCO, GIOVANNI. - Monaco e agiografo, detto anche ὁ εὐκρατὰς (= astinente), n. probabilmente a Damasco ca. la metà del sec. VI, m. a Roma nel 619.
Visse, da monaco, nel monastero di S. Teodosio a Gerusalemme; indi tra gli eremiti della valle del Giordano; poi nella nuova «laura» di S. Saba, presso Betlemme. Ca. il 570 passò in Egitto con il monaco Sofronio (futuro patriarca di Gerusalemme); tornato, rimase dieci anni sul Monte Sinai (583-93), di là passò di nuovo in Egitto, finché nel 614 partì per Roma, dove scrisse la sua opera e morì. Ebbe agio, durante questi molteplici viaggi, di visitare i numerosi monasteri e le colonie eremitiche dell'Egitto e della Palestina ed ascoltare i più celebri asceti. Sofronio ne trasportò il corpo a Gerusalemme nel monastero di S. Teodoro.
L'opera di M., intitolata Λειμώνα ο Λειμωνάριον (= prato spirituale) e chiamata spesso Παράδεισος ο Νέος Παράδεισος (= giardino, nuovo giardino) formò la lettura ascetica ed edificante più diffusa nel medioevo. M. vi narra, in maniera semplice e in lingua popolare, una serie di episodi concernenti la vita dei monaci, o visti direttamente o sentiti narrare dagli asceti che aveva incontrato; e quantunque vi abbondino le estasi e i miracoli e manchi un esatto criterio di cernita, tuttavia l'opera rimane assai importante per le notizie sul culto e le cerimonie liturgiche nei monasteri e sulle varie eresie, minaccianti allora l'unità della Chiesa. M. scrisse anche, in cooperazione con Sofronio, una vita di s. Giovanni l'Elemosiniere, di cui rimane un tratto nel primo capitolo della Vita s. Johannis Eleemosynarii di Leonzio di Napoli, sotto il nome di Simeone Metafraste.