MOSÈ (Mōšeh, Μω[θ]σῆς, Volg. Moyses, antica Latina Moses). - Iniziatore della teocrazia israelitica, legislatore d'Israele, che governò per oltre un quarantennio come condottiero carismatico a carattere religioso-nazionalistico, Pentateuco (v.).
La gioventù di M. è collocata negli ultimi decenni della permanenza degli Ebrei in Egitto, ossia, a seconda dei computi (v. CRONOLOGIA, e DBs, II, col. 916), nella prima metà del sec. xv a. C., o tra la fine del sec. xiv e l'inizio del sec. xiii, quando l'« oppressione » raggiunse la fase acuta, con l'impiego degli Israeliti come schiavi in immense costruzioni intraprese dai faraoni (Ex. 1, 8-14; cf. 5, 10-23), accompagnata dalla xenofobia, che provocò la feroce disposizione, a più riprese rincrudita, secondo la quale si dovevano sopprimere i neonati maschi ebrei (ibid. 1, 15-22). Da questa situazione è determinato il primo avvenimento della vita di M., figlio di Amram, della tribù di Levi. Dopo averlo nascosto per tre mesi, la madre Iochabed lo depositò in un cestino spalmato di sostanze grasse tra i giunchi del Nilo, lasciando a far la guardia una sorella di lui; una principessa reale, venuta, forse seguendo un'abitudine nota alla madre del bimbo, a fare il bagno, visto il piccino lo fece raccogliere e lo affidò per l'allevamento a una donna chiamata dalla sorella, cioè la madre stessa. La donna lo allevò e dopo qualche anno lo riconsegnò alla principessa, che gli mise nome M. (egiz. mīw « figlio, ragazzo », cf. Thutmosis, Ahmose, ecc.; in Ex. 2, 10 collegato con l'ebr. māšēh « estrarre », allusione alla salvezza dalle acque). L'esposizione del neonato in un cesto su un fiume si trova anche in una leggenda accadica di Sargon (ca. 2600 a. C.), che però nel resto si differenzia talmente dal racconto biblico, da doversi dire la coincidenza del tutto casuale (H. Gressmann, Altorient. Texte, Berlino-Lipsia 1926, p. 234).
A corte M. rimase forse una quarantina d'anni (Ex. 2, 23; 7, 7; cf. Act. 7, 23): periodo ricco di espe-
espe- rienze e decisivo per la formazione culturale e spirituale del giovane meditabondo. Non vi è difficoltà ad ammettere che dall'ambiente egiziano M. riportasse una grande idea di tutta quell'attività, che ebbe la più meravigliosa fioritura sotto quasi tutti i sovrani della XVIII e XIX dinastia (v. EGITTO), tra i quali vanno cercati i faraoni dell'« oppressione » e dell'Esodo: ossia tutto il complesso lavoro diretto a stabilire una forte coesione statale, leggi e istituzioni civili, iniziative culturali in senso vasto, compresa la religione. Si possono riportare in parte a ciò che M. vide in questo periodo della sua vita le reminiscenze egiziane, che gli egittologi rilevano nelle istituzioni mosaiche.
Soprattutto il giovane ebreo dovette rilevare il contrasto tra la condizione del suo popolo, schiavo e senza difesa, e il popolo egiziano in crescente progresso organizzativo; sentì che qualche cosa si doveva tentare. La Bibbia ricorda la sue visite ai connazionali, impiegati come schiavi nelle grandiose costruzioni (di Ramses II?; cf. H. Gressmann, op. cit., pp. 106, 107). M. uccise un sorvegliante egiziano, che maltrattava i lavoratori ebrei (Ex. 2, 11-12): « gesto » inutile in sé, ma indicativo degli impulsi che operavano nell'anima del giovane. Il fatto costrinse M. a fuggire dall'Egitto.
Comincia la seconda fase della formazione della personalità del futuro legislatore. Dall'Egitto si diresse, come già altri avevano fatto per simili motivi (Sinuhe: cf. H. Gressmann, op. cit., p. 55 sgg.), alla regione desertica oltre i confini orientali del Delta, ove erano varie popolazioni più o meno affini ai Semiti. Venne alla zona sud-est della penisola del Sinai, ove erano i Madianiti. Presso un loro capo sacerdote, della famiglia dei Cinei (Iud. 1, 16; 4, 11), di nome Iethro e Hobeb (o Raguel: Ex. 2, 18; Num. 10, 29), egli trovò accoglienza: ne ottenne anzi in moglie la figlia Sephora, da cui ebbe i due figli Gersom ed Eliezer.
Un giorno, essendo al pascolo con il gregge di HEBAL (v.), avvenne la grande manifestazione divina (Ex. 3, 1-22), che trasformava il fuggiasco senza casa in condottiero. Da un rovetto che ardeva e non si consumava, una voce, che gli si presentava come quella del « Dio del padre di lui, Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe », gli diede l'incarico di andare a liberare Israele dall'Egitto: richiesto del suo nome particolare, Dio si rivelò come « Io sono » ('ehjeh) e poco dopo come « Egli è » o Jahweh (v.). Gli fu precisata la missione di condurre Israele a stabilirsi nella terra di Canaan (Ex. 3, 17), a lui assegnata come propria. Alle riluttanze di M., a motivo del sentimento di inettitudine all'alto ufficio e di un difetto di lingua, Dio rispose conferendogli potere taumaturgico e Aronne (v.), buon parlatore; anzi gli impose di andare in Egitto subito. M., congedatosi da Iethro, partì con la moglie e i figli. Durante il viaggio avvenne un fatto, riferito in termini troppo concisi e oscuri (ibid. 4, 24-26), comunemente inteso per una grave malattia di M., risoltasi quando fu conferita al figlio Gersom la circoncisione. A quell'epoca M. aveva 80 anni (ibid. 7, 7).
In Egitto M., avuto il riconoscimento dei connazionali, iniziò le trattative con il faraone. Al di lui rifiuto di lasciar partire gli Ebrei rispose con il prodigio della verga e le miracolose dieci piaghe (v.) d'Egitto (ibid. 7, 14-12, 36). Alla decima il faraone non solo permise, ma ordinò l'immediata partenza
degli Israeliti. Comincia la vicenda narrata in Ex. 12-20: sgombero dall'Egitto, traversata del Mar Rosso, poi il viaggio nella steppa, che avrà Sinai (v.), compiuto in due mesi, lungo una linea in gran parte identificata, nella direzione della costa sul Mar Rosso.
Durante questo periodo avvennero alcuni fatti importanti e incidenti vari, tra cui, fin dal giorno dell'uscita dall'Egitto, Pasqua (v.), poi la cerimonia dopo il passaggio con l'esecuzione del «cantico» di M. (ibid. 15), la raccolta della manna, un CAMITI (v.). Proprio a proposito di questo ultimo fatto si trova l'importante notizia: «È Jahweh disse a M.: Scrivi questo per ricordo e mettilo nelle orecchie a Giosuè: che io spegnerò del tutto il ricordo di Amalec di sotto il cielo» (ibid. 17, 14).
In vista del Sinai (ibid. 19) fu posto l'accampamento. È chiaro il piano di M.: sostare in una località a lui ben nota per organizzarsi per il rimanente del viaggio. Vi si verificò l'intervento di Dio, rimasto tra i più prodigiosi della storia sacra: al terzo giorno M. salì sul Sinai, ove tra fenomeni terrificanti Dio proferì una serie di prescrizioni, il primo nucleo della «Legge». Esso comprendeva il Decalogo (v. : ibid. 20), la prima prescrizione dell'altare (ibid. 20, 22-26) e il «Codice dell'alleanza» (ibid. 21-23), base della stipulazione del «Patto» (ibid. 24, 1-11), a cui seguì la consegna del codice scritto sulle tavole di pietra (ibid. 24, 12-18), accresciuto in seguito con molte altre leggi, riguardanti specialmente il culto (ibid. 25-31).
Durante una lunga assenza del capo avvenne una prima apostasia del popolo, l'erezione del vitello d'oro come simbolo di Jahweh e l'adozione di culti pagani, alla cui vista M. spezzò le tavole, che di lì a poco, a istanza di lui stesso, Dio rifece (ibid. 32). Di quell'epoca e degli anni successivi sono altre leggi religiose e sociali sparse nel Levitico e nel libro dei Numeri.
Eseguite le prime prescrizioni per il culto, tra cui la costruzione del Santuario e dell'Arca, M. diede ordine di partenza, questa volta puntando direttamente sul Canaan: era trascorso ca. un anno dall'arrivo al Sinai (cf. ibid. 19, 1 e Num. 10, 11). Il nuovo periodo è narrato in Num. 10 sgg., in forma di episodi e appunti, per lo più in ordine cronologico.
Dopo un censimento (Num. 1-4) e secondo le direttive di marcia date da M. (ibid. 11), gli Israeliti in varie tappe, in cui avvennero vari episodi - passaggio miracoloso delle quaglie (ibid. 12, 31 sgg.), alcune sedizioni contro Mosè punite da Dio, ecc. - attraversarono il deserto di Pharan, che nella parte settentrionale prendeva il nome di Sin, e andarono ad accamparsi a Cades, un centinaio di km. a sud-ovest del Mar Morto, ove erano delle sorgenti d'acqua. Da Cades (ibid. 32, 8) M. fece fare un'esplora-
zione della terra di Canaan (già desritta, ibid. 13), nell'intenzione di recarvisi al più presto. Il ritorno degli esploratori, che riferirono insieme con entusiasmiche notizie sulla fertilità del paese anche voci esagerate sulle difficoltà di penetrarvi, gettò in gran parte del popolo lo sgomento, non corretto dalle decise e documentate rettifiche di Caleb e Giosuè. Quello fu piuttosto un pretesto per lo scoppio di malcontenti e gelosie da lungo tempo represse: si voleva lapidare M. e ritornare in Egitto sotto un altro comando. Dio punì gli esploratori e con-

dannò tutto il popolo a restar esule nel deserto, finché dai 20 anni in su, in sostanza tutta la generazione ribelle, non fossero scomparsi. Cominciano i «40 anni del deserto». Il centro restava a Cades, ma, fosse per necessità di alimentazione e pascolo, o semplicemente in tentativi di regolarsi da sé, il popolo si sfaldò in gruppi diversi, che emigrarono e dovettero spesso essere soppressi dalla popolazione indigena (e forse anche dagli Egiziani: cf. l'allusione a Israele nella stele di Mernephta: H. Gress-
mann, op. cit., p. 25): si verificarono altre ribellioni, come quella capeggiata da Core, epidemie e varie «colpe», tra cui una di M. stesso (Num. 20, 12; cf. 20, 24; 27, 14; Deut. 32, 51), oltre quella generale del popolo, che sembra aver implicato una vera e propria apostasia da Jahweh, oltre che da M. (v. NUMERI).
Prima della fine del quarantennio i superstiti si riconciliarono con il vecchio condottiero, che ebbe ancora la forza di organizzare la ripresa della marcia. Per evitare Edom, la grande carovana discese un poco a sud, poi risallì in una marcia di alcuni mesi a nord, in territorio moabitico, attraversò i grandi valloni che scendono al Mar Morto, tra cui l'Arnon (v.), spesso aprendosi il passaggio con le armi, e giunse in vista del Giordano. Tra gli episodi più importanti di Balaam (v.), le guerre contro i re collegati di tutta la Transgiordania, i primi nefasti contatti con i culti locali, Beelphegor (v.). Della regione conquistata fu fatta una prima spartizione, su norme fissate da M. (Num. 32, 34).
Non restava da fare che l'ultimo balzo per il compimento dell'opera: l'occupazione del Canaan. Ma, per la punizione inflitta a M. per la sua colpa (ibid. 20, 12), la sua missione era compiuta: pensò quindi alle sue ultime disposizioni. Fece una generale revisione di tutta la legislazione promulgata dal Sinai a Cades, aggiornandola e completandola, in una serie di discorsi che furono scritti (Deut. 17, 18; 25, 58, ecc.) e depositati presso l'Arca (ibid. 31, 26) Deuteronomio (v.); rinnovò il patto (ibid. 28, 69), ordinò la lettura periodica della Legge; infine nominò suo successore Giosuè, figlio di Nun. Più che le leggi, M. volle fosse suo testamento spirituale un carme riassuntivo della storia d'Israele, che compose e pronunciò in un'ultima adu-
nanza d'Israele (ibid. 31, 30-32, 43), e una serie di benedizioni per le singole tribù (ibid. 33). Quindi salì sul Monte Nebo, donde contemplò oltre la valle del Giordano l'altipiano del Canaan, e in quell'atteggiamento morì. Aveva 120 anni.
Morendo, M. lasciava un'eredità che si protendeva in tutto l'avvenire per il suo significato religioso; e comprende due parti strettamente legate: una consegnata alla scrittura, una immessa nella storia vissuta.
L'opera di M. come autore di scritti che sono giunti legati al suo nome è oggetto Pentateuco (v.).
L'esistenza della scrittura alfabetica già da alcuni secoli prima dell'età in cui, comunque si fissino i particolari, va collocato M., non è più un problema.
La notizia ricordata dell'ordine dato da Dio a M. dopo la guerra con gli Amaleciti attesta direttamente l'uso invalso fin da quel tempo in Israele di mettere in scritto notizie di fatti accaduti; ed è notevole che, accanto all'ordine: «Scrivi questo in ricordo nel libro («qualsiasi scrittura da tenere per memoria») si dica subito: «E mettilo nelle orecchie di Giosuè» (Ex. 17, 14): nel piccolo gruppo nomade si vanno stabilendo delle tradizioni, ma a loro appoggio si forma anche un nucleo di documenti scritti, a carattere ufficiale, poiché si dice che essi sono «per testimonianza». Numerosi passi narrativi dell'attuale Pentateuco hanno l'aspetto di documenti di tal genere, come gli elenchi di tappe compiute nel deserto, racconti di vittorie (Ex. 13-18; Num. 31-33, ecc.), fatti vari nella relazione con altri popoli (Balaam, Num. 22-24; Edomiti, Num. 20 ecc.), fatti interni della comunità israelitica (Num. 11.12.14.16.20.21 ecc.), la relazione del censimento (Num. 1-2), della prima spartizione (Num. 32), ecc.
Per le leggi la questione si suddistingue, in quanto esse vengono riferite in genere all'epoca mosaica, oppure in particolare alla persona di M. Testimonianze esplicite sparse in tutta la «Legge» obbligano a ritenere che molte prescrizioni fin d'allora furono scritte: il particolare delle Tavole di pietra per le prime leggi del Sinai attesta questo, Decalogo (v.).
Che a M. personalmente risalga un'attività legislativa, non può essere negato. La tradizione posteriore non poteva inventare questo particolare e fissarlo proprio in M., piuttosto che, ad es., in Abramo. Dopo di lui nessuno avrebbe avuto l'autorità di imporre un corpo di leggi come quello che fu nella pratica d'Israele. Pentateuco (v.) ritragga più i caratteri di un popolo sedentario e agricoltore (ad es., Ex. 21-22), che quelli di un popolo nomade, non fa difficoltà: il beduinismo dei 40 anni del deserto fu provvisorio, sempre in attesa dell'insediamento stabile. L'Israele mosaico non era semplicemente nomade: dell'agricoltura si parla già a proposito dei Patriarchi (Gen. 26, 12; 27, 7 ecc.); anche in Egitto oltre che pecore e capre gli Ebrei avevano bovini (ibid. 45, 10; Ex. 19, 9, 24) e lavoravano la terra (Deut. 11, 10). Che le prescrizioni restassero molto lontano dalla pratica mostra che si tratta veramente di un codice programmatico, si può anche dire ideale, che non risulta in massima dalla codificazione di una prassi vigente, ma propone una condizione di civiltà più alta: altro segno della sua origine ad opera di una personalità di statura eccezionale.
L'attività legislativa mosaica includeva le parti cultuali (sacrifici, arredi sacri, ecc.). Se si ammette l'origine mosaica del culto, si spiegano sia la sua trasmissione legittima, sia le degenerazioni, che i profeti poi combatterono. Così a M. risale la fondazione dell'Arca, LEVITICO (v.), con particolare designazione per gli Aaroniti e tutto l'essenziale delle feste e cerimonie.
Circa la redazione scritta delle tradizioni anteriori a M. stesso, non è dubbio che M. se ne debba essere in qualche misura occupato, a motivo del carattere non puramente storiografico, ma religioso, che quelle tradizioni hanno. Con l'affermazione generale del jahwismo (patto, legge), Israele collegò sempre il suo unico testo religioso,
che comincia con il racconto dei sei giorni e continua narrando come nella storia generale dell'umanità pagana si inserisse per volontà divina (vocazione di Abramo), sorgente prima dei suoi obblighi morali e religiosi, la storia sua propria.
È da concludersi che nella storia premosaica e mosaica, nella Legge, anche quella cerimoniale, vi è una parte direttamente mosaica. Ma se si osservano le testimonianze, l'insieme delle prove che si adducono dai libri mosaici stessi, dagli altri libri del Vecchio Testamento e da quelli del Nuovo Pentateuco (v.), è difficile che questa guardinga assegnazione di alcuni, o molti, brani narrativi e legislativi a M. risulti sufficiente a mostrare in lui l'«autore del Pentateuco». Occorre ancora studiare in che cosa consistesse quell'opera di insieme, contenente questi passi, riconosciuti mosaici, che, eventualmente modificata, aggiornata, ampliata, è giunta sino ad oggi come «il Pentateuco», di cui si dice che M. è autore.
Per il rispetto ai documenti, che vogliono essere interpretati, non capovolti, il problema storico letterario mosaico non può essere posto che così. Assolutamente parlando sono possibili diverse risposte: un dossier di minuti documenti, più che altro accostati, già differenziati, in quanto redatti da diversi collaboratori («segretari») del capo, o dovuti a circostanze ed epoche diverse, eventualmente ripetuti (i doppioni), in seguito accresciuti di numero; oppure più scritti della natura propriamente di «libri», già diversi, eventualmente più o meno corrispondenti ai «documenti» (E J P D) della critica; oppure un'opera sola, in seguito accresciuta e glossata, ma soprattutto andata differenziata in «redazioni» (nord e sud; oppure i santuari, ecc.), che lasciarono tracce individuali nell'opera terminale, redatta al fine di rimettere unità nella varietà. Lo stato attuale degli studi non permette una scelta, mentre mostra che fruttuose sono state le cure dedicate a ricostruire la storia del libro attraverso i secoli.
Dell'opera di M., della sua importanza per Israele e attraverso Israele per tutta la storia svoltasi alla

(fot. R. Sanatini)
M. è stato il grande potenziatore del monoteismo: quasi si direbbe che lo ha codificato, dogmatizzato. Con lui fu tolta ogni possibilità di esitazione tra il «Dio dei Padri» e altri dèi. Il monoteismo, come fatto religioso proprio d'Israele, attraverso M., si giustificò storicamente: la discriminazione del monoteismo (= la Religione) dal paganesimo, avvenuta con la vocazione di Abramo, si chiarì come un programma teocratico, fattore esterno di storia, in cui è il principio generatore della civiltà religiosa israelita e della futura civiltà cristiana. M. è il precedente necessario di Cristo.
I tentativi di spostare la sua figura dalla cornice egiziana (come si spiegherebbe il nome M., e più in generale i nomi egiziani Hur, Ophni, Phinees, Phutiel, ecc. e tutte le reminiscenze, come Ex. 20, 2; Lev. 19, 34; 25, 42; 26, 45; Num. 15, 41; Deut. 5, 6.15 ecc.?) e sinistica, in cui lo mette la tradizione biblica, sono anche da critici non cattolici riconosciuti contrari all'evidenza storica (C. P. Tiele-N. Sonderblom [V. BIBLICA.], p. 329; E. Sellin [V. BIBLICA.]; ecc.). La menzione dei suoi difetti mostra che gli estensori dei documenti non lavorarono di fantasia, ebbero tutt'altro che spirito creativo, e tanto più in quella vicenda, che per parte del popolo non ha niente di eroico, anzi è piuttosto intessuta di episodi di viltà, mancanza di coraggio e disciplina, oltre che di fede (la generazione che avrebbe dovuto essere celebrata, risulta invece una massa di gente grossolana, incapace di accettare il minimo di organizzazione, sempre disunita e in rivolta, tanto che bisognerà attendere che sia sparita, perché l'impresa possa essere fatta). La concretezza e praticità che M. dimostra perfino nella grande visione (Ex. 3, 2-4, 17), quando a Dio chiede la garanzia, il «nome», sigillo di autenticità, dimostra che M. non era un agitatore randagio. Il suo atteggiamento era psicologicamente orientato in senso ben diverso da quello che fu l'esito: non sapeva che al Sinai vi fosse un luogo sacro (ibid. 3, 5), non era incline all'idea di andare a liberare Israele (ibid. 3, 11; 4, 1-13). La negazione dell'importanza di M. può essere fatta solo in disprezzo a tutta la tradizione d'Israele. Se non fosse stato una personalità eccezionale, come sarebbe stato considerato fondatore dell'esistenza religiosa e nazionale del suo popolo?
I tentativi razionalisti tendono a escludere l'importanza del suo «Dio», che identificano con un nome madianita, o una divinità vulcanica del Sinai, o dell'Arabia (che parla per gli Ebrei in Egitto e assegna loro il Canaan), sotto influenze egiziani (il tentativo «monoteistico» di Amenophis IV fu effimero e diretto in tutt'altro senso); Dio in M. sarebbe stato uno dei tanti dèi, come quelli che aveva ogni popolo. Ma «se... il termine monoteista significa uno che insegna l'esistenza di un unico Dio, creatore di ogni cosa, fonte della giustizia, che è ugualmente potente in Egitto, nel deserto e in Palestina, che non ha sesso né mitologia, che ha forma umana (=non beluina), ma non può essere visto da occhio umano e non può essere rappresentato in nessuna forma: allora bisogna dire che il fondatore del Jahwismo, M., era certamente un monoteista» (W. F. Albright, From the stone age to christianity: monotheism and historical process, Baltimore 1940, p. 271). Costantemente la coscienza religiosa israelita riconobbe nel Jahweh predicato da M. il suo Dio. Il Dio dei Padri (Ex. 3, 6) è nello stesso tempo il Dio dei figli d'Israele (ibid. 3, 7), che si rivelò con un nome nuovo quando instaurò con Israele stesso una relazione nuova. Si tratta di una religione che non viene dall'uomo, ma da Dio, di cui M. non fu che il «profeta», il portavoce (Ex. 3, 10; 4, 12; Num. 11, 24 sg.; 12, 2; Deut. 18, 15.18; 34, 10; Os. 12, 4; Ps. 103, 7 ecc.). Jahweh, svelandosi come identico con il Dio dei Padri, in fondo non fece che porre l'esigenza della fedeltà al Dio unico tradizionale. Solo così si spiega l'origine remota del monoteismo, nella esatta concezione di Dio personale e morale, suprema istanza nelle decisioni di
ordine giuridico, punto di riferimento di tutta la vita pubblica e privata di coloro che regolavano la loro esistenza sul codice mosaico.
ARCHEOLOGIA. - Europa (v.) si trova una serie di affreschi, datati alla metà del III sec., tra cui: M., figurato in dimensioni maggiori degli altri, conduce gli Israeliti fuori della città (Ex. 11, 3): un'iscrizione in aramaico riassume la scena; M. con la virga Dei tocca le acque del Mar Rosso e gli Egiziani sono sommersi; M. in mezzo al popolo d'Israele e ai rappresentanti delle dodici tribù; M. con la virga Dei tocca la fonte dell'acqua salata, che si trasforma miracolosamente in acqua dolce: i pesci guizzanti simboleggiano il miracolo; M. e il rovesto ardente.
Tale cielo biblico dimostra che, per facilitare il proselitismo, gli Ebrei della diaspora rappresentarono nelle loro sinagoghe episodi del Vecchio Testamento. Ora le numerose scene della vita di M. ivi rinvenute fanno pensare che l'iconografia di M. nell'arte cristiana sia potuta derivare da tali rappresentazioni. Nell'arte cimiteriale cristiana antica le scene relative a M. sono negli affreschi: il miracolo della fonte (v.); manna (v.), M. che si scioglie i sandali si trova in affreschi cimiteriali romani del sec. iv, come nel coeneterium maius della Via Nomentana (Wilpert, Pitture, pp. 388-89, tav. 168; id., Die Katakomben Gemälde und ihre alten Kopien, Friburgo in Br. 1891, tav. 26, 1), nel cosiddetto cimitero dei SS. Marco e Marcelliano (id., Pitture, p. 389, tavv. 215; 216, 2), nel cimitero di S. Lorenzo (id., ibid., p. 389, tav. 205), in Domitilla (id., ibid., tav. 230, 1); ma l'esempio più notevole è quello nella cosiddetta cripta delle pecorelle in Callisto (id., ibid., tav. 275, 2), in cui al disopra del profeta appare fra le nubi la mano di Dio per esprimere l'intimazione (Ex. 3, 5). Nella scultura funeraria ricorre sia in sarcofagi romani che in quelli della Gallia (Wilpert, Sarcofagi, pp. 241-44; tavv. 86, 3; 205, 4; 206, 1 e 2). Il simbolismo della scena fu espresso da S. Gregorio Nisseno nella commemorazione funebre di S. Melezio vescovo di Antiochia: «egli ha sciolto la calzatura dell'anima per camminare col piede senza macchia della mente sulla terra santa dove si contempla Iddio» (PG 46, 861).
Nella scultura cimiteriale si hanno le rappresentazioni del passaggio del Mar Rosso (v.), del miracolo della fonte (v.), di M. che riceve la legge sul Monte Sinai. Questa scena appare oltre trenta volte nella scultura cimiteriale romana e della Gallia (Wilpert, Sarcofagi, p. 237); di recente ne furono trovati altri due esempi, l'uno presso la Confessione di S. Pietro in Vaticano e l'altro in un sarcofago a doppio ordine in catacumbas. Si ha pure la presa delle quaglie (Ex. 16, 13) che ricorre in un sarcofago di Arles, ora nel Museo archeologico di Aix in Provenza, in uno di Pisa e sul coperchio di uno di Avignone (Wilpert,
Sarcofagi, p. 244 e tavv. 97, 2-4; 157, 2 e 209, 2). Alcune lastre sepolcrali rappresentano il miracolo della fonte; nel cimitero detto del SS. Marco e Marcellino sull'Appia, l'epitaffio di Aurelio Teodulo (sec. iv) raffigura a destra il defunto davanti al tribunale di Cristo e a sinistra in una nicchia il profeta M., come insegna l'iscrizione « MOYCHIC ΠΡΟΦΗΤΑ », che stringe il libro della legge datagli dal Signore sul Sinai (Wilpert, Mosaiken, p. 1020, fig. 499; id., Sarcofagi, p. 241 e tav. 205, 2).
Nell'arte non cimiteriale gli episodi della vita di M. sono più numerosi. La raccolta più ricca era rappresentata nei musaici della navata centrale in S. Maria Maggiore (Wilpert, Mosaiken, tavv. 16-22). Alcune rappresentazioni relative alla vita di M. vennero distrutte all'epoca di Stato V, quando si eresse la cappella del Sacramento, ma pubblicate dal Garrucci, attraverso le copie conservate (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, Prato 1873-81, tav. 218, 2-3). Altri episodi erano raffigurati a Nola, per testimonianza di s. Paolino (Carm. 27, vv. 630-35); in una basilica della Spagna, forse Saragozen, come attesta il Dyttochaeum di Prudenzio; e in modo speciale in S. Vitale a Ravenna; nei pannelli della porta lignea di S. Sabina in Roma (sec. v); nella lipsanoteca eburnea di Brescia. Così pure in molte miniature; si ricordano qui quelle del Pentateuco di Ashburnham (sec. vii), nella Bibl. naz. di Parigi (Nouvelle acquisition lat. 2334, V. ENOCH. Catt., VII, coll. 1039-40) e il ms. siriaco 341. Nella Bibl. Vaticana nelle miniature del codice di Cosma Indicopleuste e nel cod. Vat. Reg. 1 del sec. X. In cicli musivi, come nella Cappella Palatina di Palermo; nell'arco della basilica romana dei SS. Nereo e Achilleo (795-816; G. B. De Rossi, Musaici, tavv. 22, 1; 26, 27). Nella chiesa del Convento di S. Caterina sul Monte Sinai il musaico absidale rappresenta la Trasfigurazione. A destra di Gesù è Elia, a sinistra è M. in aspetto di vegliardo, barbato, distinto con il suo nome (MOYCHIC). Il patriarca è rappresentato anche ai due lati di una finestra dell'arco absidale nell'atto di sciogliersi i sandali e di ricevere la legge dalla mano divina. I musaici sono stati attribuiti alla fine dell'impero di Giustiniano (S. Vaillè, La mosaïque de la transfiguration au Sinaï est-elle de Justinien?, in Revue de l'Orient chrétien, 2 [1907], pp. 96-98).