DEUTERONOMIO. - Quinto libro del Pentateuco chiamato dagli Ebrei, dalle parole iniziali, "elleh had-débhárím" («questo sono le parole») o had-débhárím («le parole»), dai Settanta évtepo-vúqov («seconda legge»); cf. Deut. 17, 18: miš-néh hat-tóráh («ripetizione della Legge»).
Il popolo che stava per entrare nella Terra Promessa era in massima parte nato o cresciuto nel deserto, e non avendo visto i miracoli all'uscita dall'Egitto e gli avvenimenti del Sinai poteva esser portato a trascurare la Legge, tanto più che parecchi punti di questa, per le speciali condizioni verificatesi, non erano stati osservati, altri erano stati dimenticati, altri infine dovevano essere modificati per la vita sedentaria che presto si sarebbe cominciata. Mosè, l'11° mese dell'anno 40 dall'uscita dall'Egitto, poco prima di morire, trovandosi nella pianura di Moab, di fronte a Gerico, inculcò e adattò la Legge, esponendola in tono parenticio.
I. ARGOMENTO
Nel 1° discorso, premessa una relazione storica (1,4-3,29) in cui ricorda i principali fatti del deserto, i quali dimostrano che Dio fu fedele al suo popolo, esorta questo alla fedeltà verso Dio e all'ubbidienza ai divini precetti (4, 1-40). Nel 2° discorso (5,1-26,19), che è la parte centrale del libro, precisa agli Israeliti la Legge. Nella parte 1° (5,1-11,31), ripetuto il Decalogo, si spiegano e inculcano i primi precetti, riguardanti il culto di Jahweh, unico Dio. Vi abbandona efficaci ammonizioni, con richiamo ai benefici divini ricevuti nel deserto. Seguono i precetti speciali (capp. 12-26): sul culto (capp. 12-18), di cui importanti stessino è quello sull'unità del luogo di culto (capp. 12), sull'ordine pubblico (19,1-21,9), sulle relazioni speciali (21,10-23,17) e altre leggi. La legislazione del D. si chiude (3° discorso: 27,1-30,20) con il comando di rinnovare l'alleanza non appena il popolo sarà entrato in Palestina, e la viva raccomandazione di osservare la Legge, accompagnata con grande vigore di stile dalle benedizioni e promesse agli Israeliti fedeli, e dalle maledizioni contro gli Israeliti infedeli. La conclusione storica (31,1-34,12) espone gli ultimi atti di Mosè: l'elezione di Giosuè a suo successore, la consegna della Legge ai figli di Levi, il solenne cantico e la morte del Legislatore.II. ORIGINE
L'autenticità del D. è connessa con quella del Pentateuco. La tradizione giudaica fino al secolo scorso e quella cristiana ammettono l'origine mosaica del D., basandosi su dati dello stesso libro (4,13 sg.; 31,9-24; per 31,9 l'autenticità mosaica del nostro libro deve ritenersi per fede divina: così A. Bea), sulla singolare importanza dell'opera personale di Mosè e sull'antica tradizione nazionale (cf. II Reg. 14, 6 = Deut. 24, 16; Bar. 2, 2 sg. = Deut. 28, 53; Mt. 19, 8 = Deut. 24, 1; Act. 3, 22 = Deut. 18, 15; 19, Rom. 10, 19 = Deut. 32, 21, ecc.). La Mišnâh però ritiene giustamente come non mosaici gli ultimi otto versetti del libro che parlano della morte di Mosè. La divulgatissima teoria di J. Wellhausen ritiene che il D. (designato con la sigla D) fu il terzo «documento» che accedette ai due già fusi J (jahwistico) ed E (elohistico).Molti «critici», con A. Kuenen, J. Wellhausen, O. Sellin ritengono che il D. sia stato composto solo poco tempo prima della riforma di Giosia, tra il 630 ed il 622 a. C., e dato per «più frode» come volume della Legge ritrovato nel Tempio. Altri invece l'attribuiscono al tempo di Ezechia (721-693) o dopo il 721 (C. Steuernagel, Hengel, R. Kittel); E. Naville risale sino al tempo di Salo-
mono. Recentemente il nesso tra la riforma di Giosia e il D. è stato negato: A. Welch e W. Stark ritengono di più antico, Hölscher posteriore all'esilio (sez. v). Si prescinde dalle teorie frammentarie: I. Hempel distingue nel D. tre strati principali, oltre i secondari.
Il D. sta al centro della questione mosaica. I «critici» infatti ritengono che la sentenza tradizionale dell'origine e progresso della religione d'Israele sia pienamente sovvertita dal D. (B. Stade). Dalla pubblicazione del D., secondo loro, comincia un nuovo periodo religioso, morale e anche sociale. Hanno scoperto persino un particolare modo di scrivere e di parlare, detto «deuteronomistico», che prevale nella letteratura israelitica posteriore e dà luogo anche a glosse e revisioni dei libri anteriori. La più grave e celebre variazione nella legislazione d'Israele riguarda il luogo del culto o di sacrificio. Mentre in Ex. 20, 24-36 si suppone la molteplicità dei luoghi di culto, in Lev. 17, 39 l'altare (v.) è unico per tutti e non si permette alcuna uccisione di animali se non presso l'altare; nel D. poi si ha l'assoluta centralizzazione: unico santuario in una tribù (12, 5-14) e fuori di là non si possono offrire vittime a Dio.
Ma tutta la legislazione del Pentateuco sul luogo di culto è accentrata, né si ha contraddizione tra le varie disposizioni, considerate nel loro fine e modo. In Ex. 20 non si tratta del regolare e stabile luogo di culto, ma dei luoghi straordinari ove bisognava sacrificare per particolari apparizioni o rivelazioni divine; la semplicità dell'altare tende ad impedire il culto stabile. L'unità del santuario pubblico è supposta in Ex. con i 3 viaggi da farsi al santuario tre volte all'anno. La proibizione del Levitico di immolare extra castra et tabernaculum conferma l'unità del luogo di culto e prescrive a Israele l'assoluta centralizzazione del luogo di culto per il tempo in cui si troverà in Palestina (vv. 8-12). Così è stato interpretato il testo dagli autori sacri posteriori: cf. I Reg. 15, 14; 22, 4; II Reg. 12, 4; 14, 4; 15, 4-34. Prescrizioni particolari concedono (Deut. 12, 13-19), per il tempo anteriore alla completa occupazione della Palestina, l'uccisione privata degli animali, non avente carattere sacrificale, e ciò (Deut. 12, 20-27) anche in perpetuo per i luoghi molto distanti dall'unico santuario.
L'antichità del D. è confermata dall'indole stessa del libro, che parla, p. es., degli Amaleciti che non esistevano dopo Ezechia, e presenta le condizioni d'Israele quali si verificavano all'ingresso in Palestina.
La forma oratoria, date le circostanze, poté essere la veste primitiva. Ma appunto per essere la più acconcia alla pubblica lettura si prestava di più ad ampliamenti e ritrocchi formali. La mancata osservanza di certe sue prescrizioni fino all'esilio babilonico si spiega perché, promulgato alla vigilia dell'ingresso nella Palestina, non poté fissarsi nella memoria e nella pratica comune. In tanto, è conosciuto da Am. 2, 10; 4, 6-9; Os. 5, 10; 6, 1 ecc.; parlare di «redattore deuteronomistico» è incorrere in una pellitio principii. Non può parlarsi di «più frode» nel racconto del ritrovamento della Legge; se talora in Egitto si dava per ritrovato nei penetrali dei templi il nuovo libro cui si voleva conferire autorità, è certo che i templi erano i luoghi preferiti per la custodia di scritti importanti, e che di questi scritti spesso si perdeva traccia, cosicché poi venivano effettivamente ritrovati. È inoppugnabile la storicità di II Reg. 22, 3-23, 24 e II Par. 3, 3-35, 19, ove probabilmente si parla anzi di tutto il Pentateuco. Né la tradizione diffusa nel popolo della ripetizione della Legge nella terra di Moab può spiegarsi senza un fondamento storico.