EUROPA. - Uno dei cinque continenti della terra.
I. GEOGRAFIA.
È la più piccola delle tre parti tradizionalmente riconosciute nel continente antico. Forma di questo
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l'estrema penisola occidentale, mai definibile con limiti fisici dalla massa asiatica su cui si impianta con larga base dall'Artico al Mediterraneo. Con i 10 milioni di kmq. che di solito le si attribuiscono rappresenta appena il 6,7% delle terre emerse, il 12% del continente antico. Il 65% della sua superficie spetta al tronco, il 27% alle penisole, l'8% alle isole: ne consegue che è la più articolata di tutte le parti della terra, come quella che è più profondamente penetrata dal mare. Tuttavia questo suo carattere si attenua procedendo da O. ad E.: il cosiddetto «istmo ponto-baltico», da Riga a Odessa, permette di distinguere dal settore oceanico-mediterraneo, a contorno assai mosso, un blocco continentale pressoché segregato dal diretto influsso marittimo. L'E. occupa una posizione centrale rispetto alla maggior parte delle terre emerse, ed è quasi per intero compresa nella zona temperata (appena il 7% a N. del circolo polare). I suoi limiti estremi cadono in 71° e 11' (capo Nord), e 34° e 48' (18° isola Gozzo) N.; 10° 25' O. (capo Dunmore in Irlanda) e 68° 5' E. Greenw. (Golfo di Kara); il suo territorio è perciò esteso 36° 23' in latitudine e 78° 30' in longitudine.
Con le modeste dimensioni del continente contrastano la complessità della sua storia geologica e la varietà che ne consegue nelle forme superficiali. In breve spazio si succedono e si alternano pianure a montagne, valli e colline, con una plastica generalmente frammentaria, ricca di trapassi e di sfumature. Solo la sua metà orientale, dove dilata fino agli Urali con ampio bassopiano, partecipa del carattere di massiccia uniformità proprio del continente asiatico. Questo bassopiano, quasi tutto inferiore ai 200 m. di altezza, si continua ad occidente nelle pianure germanica e francese, non interrotte neppur
rilievo ancor fresco e vigoroso, con vette che oltrepassano i 3500-4000 m.: tutta una serie di «catene» la percorre, dallo stretto di Gibilterra all'Egeo ed al Mar Nero (Sierra Nevada, Pirenei, Alpi, Appennini, Carpazi, Balcani), chiudendo tra i plessi corrugati ed inarcati, dove frammenti di più antiche masse sollevate (Sierre mediane spagnole), dove depressioni un tempo invase dal mare od occupate da laghi, e più tardi in tutto od in parte colmate. Le altezze massime dell'E. si trovano in questa zona (Monte Bianco, m. 4810 nelle Alpi, Monte Mulhacen, m. 3481 nella Sierra Nevada spagnola); nelle altre due i valori più elevati rimangono notevolmente al di sotto (Monte Glitterlind: m. 2478, in Norvegia; Monte Dore: m. 1886, in Alvernia).
Quando si escludano la ristretta cimosa periartica e le regioni di alta montagna, tutta l'E. è nel dominio di climi temperati. I paesi attorno al Mediterraneo sono caratterizzati da inverni miti e brevi, estati calde e lunghe, piogge in prevalenza invernali, siccità estiva e grande luminosità atmosferica. Nei rimanenti settori si trascorre per graduali passaggi dal clima tipicamente oceanico dell'E. occidentale, con estati fresche, inverni miti, deboli escursioni termiche, piogge copiose e distribuite in ogni stagione, a quello nettamente continentale del bassopiano sarmatico, dove gli inverni si fanno rigidi e lunghi, brevi le estati, elevati i contrasti diurni ed annui delle temperature e diminuiscono le precipitazioni, che cadono prevalentemente d'estate. Le condizioni estreme preannunciano, anche in questo caso, il comportamento dei finitimi settori asiatici (Siberia), ai quali del pari (Asia centrale) ci richiama la depressione circumcaspica, dove le escursioni termiche permangono fortissime e le piogge, quasi tutte primaverili, si riducono a valori minimi.
La vegetazione naturale rifletteva bene, in origine, nel suo aspetto paesistico, la complicata gamma di queste variazioni: la lunga occupazione umana ha tuttavia cancellato e alterato in modo notevole quasi dovunque,
con il disboscamento e le colture, le condizioni primitive. A parte l'esile fascia di tundra che frangia l'area circumpolare, il territorio europeo rientra per la maggior parte nel dominio della foresta (di conifere nella regione settentrionale, mista e di latifoglie nell'E. media), mentre verso SE. si stendono zone prive d'alberi che trapassano a vera steppe nel settore circumcaspico. I paesi marittimi del Mediterraneo sono invece rivestiti dalla cosiddetta macchia, formata da basse boscaglie di piante sempreverdi e di piccoli alberi: caratteristica soprattutto vi è la diffusione dell'olivo e della querce.
La popolazione assoluta dell'E. si aggira oggi sui 540 milioni di ab.: meno di metà di quella del continente asiatico e poco più di 1/5 (22,7% nel 1958) di quella di tutta la terra. Negli ultimi due secoli è quasi quadruplicata: era di 100 milioni a mezzo il sec. XVII, 175 all'inizio del XIX, oltre 400 al principio del successivo e press'a poco identica all'attuale prima delle due guerre mondiali, nel 1914 e nel 1940. La cifra della densità (53 ab. a kmq.) è di gran lunga la più alta fra quelle delle parti del mondo (ca. 6 volte quella dell'Asia, più che 9 volte quella dell'Africa e dell'America del Sud): ma tale valore medio risulta da massimi (282 ab. a kmq. nel Belgio, 280 in Olanda, 207 nel Regno Unito) e minimi (10 in Norvegia, 13 in Finlandia, 15 in Svezia) assai lontani. Tanto la densità quanto l'agglomerazione in centri urbani tendono a decrescere, grosso modo, da O. verso E., mostrandosi più elevate nelle regioni dove fiorisce la grande industria. L'E. annovera 16 delle 41 città con oltre 1 milione, e 30 delle 72 con oltre 500 mila ab. che sono in tutto il mondo (intorno al 1948).
L'attuale (1950) situazione politica è riassunta nella sottostante tabella.
Sebbene questa situazione debba considerarsi in alcuni casi (Germania, Trieste) ancora fluida, la tabella permette di rilevare subito i profondi mutamenti politici determinati dalla seconda guerra mondiale: solo 13 dei 31 Stati europei (escludendone, cioè, la Turchia
ed il Territorio Libero di Trieste, destinato a scomparire) non denunciano variazioni territoriali. Non meno notevoli gli spostamenti, volontari o costti, di popolazioni (soprattutto dalesche e polacche) che hanno preceduto, accompagnato a seguito gli eventi bellici; nonché l'ingrendimento territoriale a demografico dell'U.R.S.S., che ora assorbe nelle sue frontiere più di ½ della superficie ed oltre ¼ della popolazione d'E. Quanto alla ripartizione di quest'ultima nei tre principali gruppi etnico-linguistici neo-latino, germanico e slavo, l'equilibrio numerico registrato un secolo fa (1/3 ss. per ciascuno) si è ormai rotto a beneficio degli Slavi, che da soli fronteggiano, con circa metà del totale, i due altri gruppi riuniti.
Che nell'ultimo centennio, soprattutto come conseguenza delle due grandi guerre mondiali, si sia operato, un profondo rivolgimento nell'economia europea, è palese ma è forse prematuro tentare di precisare questo rivolgimento in termini statistici, anche perché, a parte la difficoltà di tenere conto della nuova sistemazione politica, fanno difetto i dati relativi al settore europeo dell'U.R.S.S. La necessità di richiamarsi alle condizioni prebelliche è tuttavia giustificata dalla rapida ripresa ormai in atto in tutti i settori di questa economia, anche se il suo valore risulti decisamente diminuito nella nuova fisionomia dei rapporti internazionali.
All'incirca 1/2 del suolo europeo è coltivato (massimo % nei paesi di bassopiano); meno di 1/3 rivestito di foreste (regioni del N. e dell'E.) e di macchia (paesi mediterranei); press'a poco 1/10 tenuto a prati naturali ed a pascoli (a N.); il resto è impreduttivo (massimo % nelle zone NE). Prima della seconda grande conflagrazione bellica l'E. partecipava alla produzione mondiale con il 90-95% della segale, l'85% dell'olio di oliva, oltre l'80% dell'avena, del lino e della barbabietola da zucchero; il 75% del lino, il 60% del frumento e dell'orzo, ecc., mentre per altre colture (mais, riso, tabacca, cotone) i quantitativi erano modesti. Ancor oggi la maggior parte di quei primati continentali è mantenuta o sta per
esser riguadagnata, ma l'aumentato consumo ha imposto un maggior volume di importazioni, essendo l'E., anche prima della guerra, nettamente deficitaria, nel suo complesso, per quanto riguarda le materie prime d'origine vegetale, soprattutto nel settore destinato alle industrie (tessili e semi oleoginosi).
L'E. prebellica allevava il 25% dei bovini (U.R.S.S., Germania, Francia), il 32% degli ovini (U.R.S.S., Irlanda, E. mediterranea) il 40% dei suini (U.R.S.S., Germania, Polonia, Francia), il 40% degli equini (U.R.S.S., Polonia, Germania) di tutto il mondo; patrimonio falcidiato dalla guerra, ma ormai quasi tutto ricostituito od in via di ricostituzione (eccetto che per i suini). Si contano oggi probabilmente 150 milioni, all'incirca, di capi bovini, 140 di ovini, 50 di suini, 25-30 di caprini e 20 di cavalli. Quanto alla pesca, i soli paesi atlantici d'E. realizzano un prodotto pari a poco meno di 1/3 di quello mondiale.
Benché povera di gemme a di metalli preziosi, l'E. figurava in modo notevole anche nel campo delle attività estrattive, in quanto i suoi terreni geologicamente più antichi celano cospicue riserve di
| STATI | Area in kmq. | Popolaz. (in migliaia di ab., cen- zm. o valut. 1947-49) | Densità (ab. per kmq.) | Capitali (e relativa popola- zione in migliaia di ab.) |
|---|---|---|---|---|
| Repubblica di Albania . . . . . | 28.738 | 1.175 | 41 | Tirana (31) |
| " (Principato) di Andorra . . . . . | 452 | 6 | 14 | Andorra (6,8) |
| " d'Austria . . . . . | 83.841 | 6.953 | 83 | Vienna (1600) |
| Regno del Belgio . . . . . | 30.506 | 8.603 | 282 | Bruxelles (953) |
| Repubblica di Bulgaria . . . . . | 110.842 | 7.048 | 64 | Sofia (435) |
| " Cecoslovacchia . . . . . | 127.827 | 12.339 | 103 | Praga (930) |
| Città del Vaticano . . . . . | 0,5 | 1 | — | — |
| Regno di Danimarca . . . . . | 44.330 | 4.190 | 98 | Copenaghen (930) |
| Repubblica di Finlandia . . . . . | 337.113 | 3.058 | 73 | Helsinki (372) |
| " Francia . . . . . | 551.700 | 41.000 | 74 | Parigi (5100) |
| Germania . . . . . | 355.994 | 66.100 | 185 | Berlino (3300) |
| Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord . . . . . | 243.476 | 30.340 | 207 | Londra (3500) |
| Regno di Grecia . . . . . | 132.562 | 7.780 | 59 | Atene (1200) |
| Repubblica di Irlanda (Eire) . . . . . | 70.283 | 3.000 | 43 | Dublino (510) |
| " Irlanda . . . . . | 102.846 | 137 | 1 | Reykjavik (52) |
| " Italia . . . . . | 301.020 | 47.000 | 156 | Roma (1628) |
| " Jugoslavia . . . . . | 256.588 | 15.752 | 61 | Belgrado (288) |
| Principato di Liechtenstein . . . . . | 159 | 13 | 82 | Vaduz (4) |
| Granducato di Lussemburgo . . . . . | 2.386 | 292 | 113 | Lussemburgo (62) |
| Principato di Monaco . . . . . | 1,5 | 20 | 13 | Monaco (2) |
| Regno di Norvegia . . . . . | 385.883 | 3.181 | 10 | Oslo (500) |
| " Olanda . . . . . | 35.058 | 9.794 | 280 | Amsterdam (814) |
| Repubblica di Polonia . . . . . | 311.730 | 23.930 | 77 | Varsavia (480) |
| " Portogallo . . . . . | 88.620 | 7.900 | 90 | Lisbona (720) |
| " Romania . . . . . | 237.752 | 15.873 | 67 | București (1000) |
| " S. Marino . . . . . | 61 | 13 | 214 | S. Marino (2) |
| Stato (Estado) di Spagna . . . . . | 498.025 | 27.761 | 55 | Madrid (1420) |
| Regno di Svezia . . . . . | 449.165 | 6.883 | 15 | Stoccolma (703) |
| Confederazione Svizzera . . . . . | 41.295 | 4.610 | 112 | Berna (140) |
| Territorio di Trieste . . . . . | 718 | 293 | 400 | Trieste (270) |
| Turchia europea . . . . . | 23.975 | 1.600 | 67 | Istanbul (850) |
| Repubblica di Ungheria . . . . . | 93.011 | 9.201 | 90 | Budapest (1100) |
| U.R.S.S. (parte europea) . . . . . | 5.110.000 | 150.000 | 30 | Mosca (4500) |
| 10.056.240 | 535.986 | 33 | — |

A parità di superficie lo spazio europeo era ed è il più densamente interessato, in tutto il mondo, dallo sviluppo delle industrie. La massima espansione di queste ha luogo in corrispondenza al più compatto affittirsi della popolazione: due circostanze che sono evidentemente l'una in funzione dell'altra. Perciò il baricentro della grande industria moderna coincide in sostanza con le regioni della media E., dalla Senna all'Elba, dal Rodano al Danubio, dal Mar del Nord al Po, nonché con la parte meridionale della Gran Bretagna, mentre sono caratteristici del periodo postbellico il rapido sviluppo dei nuovi centri in alcuni dei settori della zona europea dell'U.R.S.S. (Ucraina, Russia centrale, basso Volga, Uruli, centrali e meridionali), e la progressiva riduzione dell'artigianato. La produzione industriale, sconvolta dalla guerra, ha riconquistato e va riconquistando quasi dappertutto le posizioni d'anteguerra, ma senza poter ridare al continente il posto un tempo tenuto da questo negli scambi internazionali. Mentre nel 1913 importazioni ed esportazioni europee rappresentavano
ca. i 3/5 di questi scambi, oggi esse sono discese probabilmente ad appena 1/3, con l'aggiunta che quasi tutti gli Stati del continente presentano una bilancia commerciale passiva.
Il commercio europeo è prevalentemente marittimo: nel periodo prebellico i 2/3 della marina mercantile mondiale spettavano all'E. Le forti perdite causate dalla guerra ne hanno ridotto la consistenza a meno di 1/5, ed hanno anche alterato la gerarchia dei suoi porti, 3 dei quali (Londra, Rotterdam, Anversa) registravano in tempi normali oltre 20 milioni di tonnellate (nette) annue di merci entrate ed uscite. Vie acqueo sfruttate dal traffico internazionale sono solo a N. dell'E. mediterranea (Danubio, Reno). Nella sola parte europea dell'U.R.S.S. si contano 38 mila kmq. di vie fluviali navigabili, che servono in sostanza al traffico interno. La più importante rete di comunicazioni europee è quella ferroviaria, la cui densità è massima nei paesi centrali ed occidentali (12 km. ogni 100 kmq.). In complesso il continente conta oggi 420 mila kmq. (31,5% del totale mondiale) di ferrovie; il dopo guerra ha visto estendersi queste comunicazioni soprattutto nell'E. orientale (Polonia, Ucraina, Russia centrale). Sempre nel dopoguerra si sono grandemente sviluppati i traffici aerei, che assicurano ormai comunicazioni regolari e rapide non solo fra tutti i paesi del continente, ma anche fra questi e le altre parti del mondo (10-12 ore di volo transoceanico tra l'E. e l'America settentrionale; da notare la crescita importanza, sotto questo riguardo, del Mediterraneo artico).
BIBLI: C. Wallis, Europe, Londra 1924; A. Demangeon, Le déclin de l'Europe, Parigi 1926; A. Meiller-L. Traviere, Les langues dans l'Europe nouvelle, ivi 1928; J. Machatschek, E. als Ganzen, in Enzyklopädie der Einkunde, di O. Kende, Vienna 1929; E. von Seidlitz, E. (senza la Germania), Breslavia 1931; G. Dainelli, Le ragioni geografiche di una civiltà europea unitaria, Roma 1933; M. Eckert, E. (Neues Lehrbuch der Geographie, 2), Berlino 1933; U. Ademollo, Stati d'E. e d'Estremo Oriente, Milano 1938; D. B. Glass, Population policies and movements in Europe, Oxford 1940; F. Friedenburg, Die Rohstoffe und Energiequellen im neuen E., Oldenburg in O. 1943; J. H. Schechtman, European population transfers 1939-45, Nuova York 1946; N. Lahovary, Les peuples européens, Neuchâtel 1946; E. M. Kulischer, Europe on the wave, War and population changes 1937-47, Londra 1947, Giuseppe Caraci
II. STORIA.
I. NELL'ETÀ CLASSICA GRECO-ROMANA
L'E. è un complesso geografico con una sua configurazione plastica, avente una propria distinzione nel rilievo del suolo, nei corsi d'acqua, nel clima. Ma l'E. è anche un complesso storico, con una sua configurazione morale, avente caratteri propri di tradizioni, di memorie, di costumi, di gusto, di arte, di religiosità, di pensiero, di cultura. Il concetto di queste due E., fisica l'una, spirituale l'altra, si venne formando e sviluppando lentamente, in progresso di tempo, sia
(fot. Leo Hain Dambira)
(da l'autore de Belgique, Collection publice sous les auspices du Commissariat général du Tourisme, Bruxelles 1931, no 23)
Il mondo ellenico si allargò, ma la sua ampiezza geografica fu appunto un ostacolo ad una sua concezione europea, come fu di ostacolo ad essa l'ampliarsi del mondo romano; se l'una si trovò a cavallo fra l'E. e l'Asia, specie con l'Impero di Alessandro Magno che poggiava sopra varie capitali, Atene, Pergamo, Rodi, Alessandria, l'altro abbracciò una sola parte dell'E., fino alla linea Reno-Danubio, e varie parti dell'Asia e dell'Africa. Una coscienza europea non poteva sorgere sopra estensioni pluricontinentali, o intercontinentali. La Grecia invece ha una presuntuosa coscienza di sé, contrapponendosi a chi, non greco, doveva essere ascritto nella grande famiglia barbarica. L'ellenismo era tutta l'E. La Grecia l'unica patria dello spirito umano, l'unico valore civile nel suo tempo. Per trecent'anni l'E. si riassume nella Grecia. Il
problema europeo fu piuttosto visto come problema asiatico, ossia come liberazione da ogni ingerenza orientale. E questa l'impressione che si riceve leggendo Eradoto, Isocrate, Teopompo. Isocrate sentì la Grecia nel contrasto E.-Asia, specie dopo la pace di Antalcida del 387 a. C. che assegnava città greche d'Asia al re di Persia; ma è sempre il contrapposto di greco e non greco, di greco e di barbaro. E proprio allora, per la prima volta, di fronte alla duplicità del mondo greco, suddiviso fra terra europea e terre asiatiche, Luandro parla di una politica europea e di una politica asiatica, mentre invoca da Filippo II una spedizione in Asia che restituisca la superiorità dell'E. sull'Asia, e si mostra favorevole ad accogliere la supremazia di Filippo pur di liberare in Iunio dal giogo dei Persiani. Sullo stesso tema ritorna il suo scolaro Teopompo suggerendo a Filippo II di creare un grande Stato europeo che bilanci il grande Stato asiatico della Persia. Dunque l'E. è sentita nel quadro della Persia.
L'età romana non ha il concetto di E.; essa opera nel settore mediterraneo, di cui l'E. è un semplice annesso. Ha tuttavia una chiara coscienza dell'Italia come entità geografica e storica, con tradizioni che associano tutti gli Italiani intorno a Roma come loro centro comune.
La guerra sociale, quale è narrata da Livio ne dà chiari segni. La nuova capitale battezzata con il nome di Italica, è un ammonimento a Roma che disdegnava la solidarietà con le genti del suo stesso ceppo, che l'avevano aiutata nella conquista peninsulare.
Cesare avverte il pericolo nordico e con le spedizioni in Gallia vuol dare alla penisola una barriera che la difenda sul versante alpino occidentale. « Fasa trahunt », « la repubblica diventa un impero, ma conserva le modalità repubblicane della Grecia, tutelando il diritto del singolo e perfezionando il regime della giustizia pubblica e privata. La politica di conquista al di là dell'Italia ha voci di disapprovazione, specie nei poeti, ancor prima che Anneo Floro condanne tutta la politica imperiale, colpevole di eccessivo espansionismo, mentre è un coro di lodi a chi ha saputo fortificare la cerchia alpina, « baluardo d'Italia », « muro d'Italia » come trovasi in Polibio, in Strabone, in Cicerone, in Plinio Secondo e in molti altri.
Ma Roma non poteva arrestarsi ai confini italici o alle terre d'E. Il persistere del pericolo persiano, la ca-

(per cartelle di R. Averini)
La Chiesa è poco a poco, da perseguitata diventa tollerata, da tollerata diventa dominante. Ad essa appartiene la direzione della vita morale e sociale. I Cesari abbandonano il titolo antico di pontefice massimo, che

Le invasioni barbariche sconvolgono l'opera della romanità. Con l'inizio del regno di Odoacre nel 476 d. C. si dissolve quel tanto di unità europea che la Roma dei Cesari era riuscita a contporre fino alla linea Reno-Danubia, e l'E., preda delle varie tribù germaniche, si avvia ad essere un musaico di piccoli regni. Ma un'altra unità sta sorgendo fondata sul motivo religioso.
II. NEL MEDIOEVO
A tutta prima sembra che debba cessare per sempre il contrapposto di europeo e non europeo, poiché la religione di Cristo è al disopra delle diversità di territorio e di razza, e aspira alla unità del genere umano sotto un solo capo spirituale con tendenza a divenire temporale: la teocrazia pontificia. Ma la Chiesa è in realtà il solo organismo che estenda la propria autorità e capacità di vita in terra europea senza limitazioni d'ordine politico imposte dai regni barbarici. Per opera della Chiesa permane il sentire ellenico; chi accetta i suoi dogmi è uomo civile; il non credente è il barbaro che deve convertirsi se vuol ascendere all'altezza di nuovi valori morali.Con buon fondamento storico G. Schnitzer ha potuto stabilire che gli elementi costitutivi del mondo antico, provvisti di un valore intrinseco e durevole, sono sopravvissuti per merito della grande famiglia cristiana, che li ha assimilati, facendoli servire e connettere insieme le varie genti d'Europa, quando corse pericolo di divenire uno sterminato attendamento barbarico.
Le antiche virtù romane, il senso pratico, il genio dell'organizzazione, l'attività, l'arte di condurre gli uomini e di raccoglierli entro la luce di un principio d'ordine, coordinato con una finalità eterna, formavano i pregi della Chiesa di Roma che al culto di Augusto, troppo arido, inconsistente e amorale, sostituì la forza penetrativa e coesiva della dottrina evangelica, evangelizzando tutta l'E. ed assicurando un'impronta fortemente e intimamente unitaria alla civiltà occidentale, che doveva conquistare il resto del mondo.
Fin dal sec. V, l'inno trionfale della Chiesa, il Te


Pertanto la Chiesa rappresenta, nella grande varietà delle genti che occupano l'E., la sola realtà europea, unitaria anche nella lingua che usa a insegna ai credenti, unico mezzo di cooperazione intellettuale e tramite della cultura antica anche ai popoli nuovi del continente. Il termine di differenziazione, pertanto, è la christianitas o l'ecclesia; la universitas ecclesiae, che è la base del pensiero politico medievale, assorbe in sé ogni nuova e possibile concezione di E. E con la diffusione del cristianesimo fra i barbari può dirsi che l'unità europea medievale è creazione della Chiesa cristiana. Questa diffonde in ogni angolo del vecchio continente i suoi missionari e i suoi monaci, per far conoscere a tutte le genti nordiche, germaniche o slave, il messaggio del Vangelo. Essa prepara la loro fusione mediante elementi spirituali: la comunanza suggerita dalla fede in Cristo, una stessa concezione del divino e dell'umano, della colpa e del perdono, del peccato e dell'espiazione, del dovere e del diritto; è la nuova unità europea ottenuta con un progressivo accostamento di tutti gli animi ai piedi dell'altare e dinanzi all'immagine del Crocifisso.
Anche l'arte sacra, insieme con la musica liturgica, collabora alla creazione di un organismo europeo che abbia uniformità di vita nel gusto, nel costume, nella devozione alla divinità. È una sola falange di costruttori, i magistri comacini, che, muovendo dalle rive del Lario, emigrano verso i più lontani punti d'E., disseminando sul loro passaggio le austere basiliche in stile romanico, che fanno rinascere i consorzi umani, dove è passata la guerra con le sue rovine, mentre si svolge una storia pure italiana di vescovi, di monaci, di santi che assistono, proteggono, dirigono la ricostruzione morale. Quando
s'incontra una chiesa, in Germania, in Francia, in Norvegia, sulle soglie della pianura sarmatica, s'incontra l'Italia. Arte pesante e forte e rude come vogliono i tempi, lontana dal procaccare realismo dell'arte classica, ma adatta alla meditazione e al raccoglimento, sulla spaventata terra della barbarie, ove, per opera dell'edilizia religiosa, risorge la fiducia nella bontà degli uomini attraverso il perdono di Dio. Il popolo si identifica con la Chiesa che, sorgendo ovunque e con la stessa architettura, pudica e severa, o al limitare di sepolcri o nella libera atmosfera delle campagne, parla a tutti uno stesso linguaggio umano e divino insieme.
A poco a poco il mondo europeo non è più ripartito in barbari e non barbari, ma costituito di credenti in Cristo; presupposto di una coscienza religiosa che tende a creare l'unità politica, secondo l'idea medievale della ordinatio ad unum di tutta la respublica christiana, unus populus, una civitas, corpus mysticum.
Nel sec. XI si spezza il vincolo religioso che teneva legato l'Oriente e l'Occidente, e la Chiesa bizantina, sempre più strettamente legata all'Impero di Costantinopoli, si fa totalmente estranea alla Chiesa di Roma. La cristianità europea meglio emerge come entità religiosa, separata anche per cultura dal mondo orientale, e più attivamente può rivolgersi alla conversione dei paesi nordici, ove i Vichinghi opponevano ancora tenace resistenza; ma in breve Roma li guadagna al credo cri-


(per scritto di mons. A. P. Frater)
Il termine E. non abbraccia ancora tutta l'E. fisica, ma soprattutto il blocco dei popoli romano-germanici, nel cui centro sta l'Italia. La Russia non è ancora E., perché non ancora bonificata culturalmente e moralmente, a parità con le altre nazioni contro-occidentali.
L'ideale unitario della Chiesa deve lottare non solo contro le ultime incognite del mondo geografico europeo, ma, e ancora più, contro il particolarismo delle varie tribù che hanno riempito di sé l'E. barbarica nel periodo dell'invasione.
Al principio politico del Regnum che esso tentano di alterare remanamente quando si accostano ad un ordinamento civile, la Chiesa oppone la tradizione romana dell'unità imperiale, adoperandosi per farla coincidere con l'unità cattolica mediante l'investitura sacra dell'Impero. La consacrazione di Carlomagno nel Natale dell'800 è una difesa dell'E. latina dall'E. barbarica; il nuovo eletto deve usare la sua spada per la conquista delle terre, ancora idolatre, alle massime del Vangelo.
Carlomagno rimane fedele all'investitura religiosa: le sue guerre sono missioni evangeliche, prese di possesso in nome di Cristo: egli non è il successore dei Cesari di Roma, ma di s. Bonifacio: la sua vita è tutta e sempre un apostolato sacro anche in mezzo al Rogore delle battaglie: nella Pasqua del 774, durante l'assedio di Pavia, corre a Roma e baciare i pavimenti della basilica di S. Pietro come semplice pellegrino. Espressione felice del programma cattolico, l'unità religiosa d'E., Carlo arresta l'espansionismo islamico al di là dei Pirenei, lungo l'Ebro, soggioga e converte le genti pagane e ribelli fra l'Elba e l'Oder, assiste al loro Battesimo con le acque del Weser e Padendorf, manda nuovi missionari fra i Germani e gli Slavi, inizia la fusione dell'E. mediterranea con l'E. baltica e danubiana.
Quel che non era riuscito ad Odoacre, né a Teodorico che operavano fuori della Chiesa, fu possibile a Carlomagno perché aiutato dal Pontefice e dalla gerarchia cattolica. Molto rinacque dell'antico ordine romano: una massa ancora informe di popoli fu raccolta entro una prima comunità religiosa e politica. Si effettuava per un istante la grande idea medievale: una sola Chiesa, un solo pastore spirituale, un solo principe superiore a tutti per la pace di tutti, quasi re e sacerdote.
Così l'Impero carolino, e poi quelli
investiti nelle dinastie germaniche, ebbero il compito di elaborare una coscienza europea che doveva considerare in comune accordo l'unità religiosa con l'unità territoriale e politica d'E. La conquista islamica sposta i vecchi centri dell'unità mediterranea. Ma è ancora l'idea cattolica l'elemento conservatore dell'E., che essa difende con la protezione della fede tradizionale.
Il monachesimo è la milizia più attiva della Chiesa il perenne vivzio delle sue energie nelle ore di smarrimento e di battaglia. Il monaco è un pellegrino che attraversa l'E. recando ovunque una luce di vita, di speranza, di fede, nella tempestosa notte che a quando a quando oscura le anime e i popoli. È un conservatore, ma è anche una forza di impulso nell'evoluzione della civiltà cristiana. I monasteri irlandesi furono centri di cultura, di lavoro, di educazione artistica, oltreché scuola del servizio divino. Il monachesimo celtico cede presto il passo, nel sec. VII-VIII e quello benedettino, strumento di più alte conquiste. Preghiera, canto, lettura in comune, lavoro, disciplina. Il monachesimo allora diventa religione, economia, agricoltura, amore della terra, bonifica di paludi, rimboschimento, scuola, biblioteca. Il monastero tiene al riparo la cultura antica: la rielabora nelle sacre ampolle del pensiero cristiano; se incorpora nel mondo, somministra i consiglieri ai principi, amalgama le nazionalità più disparate, compenetrandole del proprio spirito di carità, estendendo la rete della propria famiglia, salvando alla Chiesa la sua missione universale. Discepoli di Benedetto furono s. Agostino, s. Vilfrido di York, s. Bonifacio che portarono il Messaggio all'Inghilterra, alla Prisia, alla Sassonia. Non meno vasta l'azione civilizzatrice e moralizzatrice dei monaci di Cluny, in Borgogan, il monastero fondato nel 910 dal duca Guglielmo di Aquitania, donde mosse il programma di una più rigorosa disciplina monastica, ma con il concetto nuovo della coordinazione di tutti i monasteri, unico organismo dalle membra vitali con numerose ramificazioni, e subordinate ad un solo capo a tutte dipendenti dalla S. Sede. All'inizio del declino di Cluny sorge la potenza dei Cisterciensi, che si diffondono in tutta E. e la rinnovano.
Un proposito grandioso, in cui è il presentimento di un'E. obbediente al comando di Roma, presiede al moto delle Crociate, che si annuncia sopra una vasta arena di battaglia, come moto europeo, che associa insieme l'elemento militare e l'elemento religioso. Il combattente che va contro gli Ungari o gli Slavi o gli Arabi, sia normanno sia spagnolo, venga da Genova, da Pisa o da Venezia, è sempre e ancora il vecchio soldato di Cristo che ha l'insegna del gonfalone di s. Pietro, che porta con sé il grido di s. Giorgio o di s. Benedetto e lo fa risuonare alto sui campi di battaglia ove sventolano i simboli della Fede, le bandiere con la Croce e la immagine dei santi.

(da Handbuch der geograph. Wuz. 3rd V. Europa, p. 821)
(Int. British Council)
Pertanto, le Crociate, opera di cavalieri, di pellegrini, di principi, di nobili e di popolo, venuti da tutti i punti del vecchio continente, elaborano una coscienza europea nel quadro della comune religiosità. La iniziativa di una impresa mondiale da parte del papato, fu coronata dalla sorprendente risposta dell'E. all'appello di Urbano II, espressa dal grido poderoso « Dio lo vuole » e dalla partenza di ca. 200 mila verso il lontano Oriente, dove non arrivarono più di 50 mila. Se non vi è ancora in questo sacrificio un chiaro sentimento unitario, vi è però la consapevolezza di un pericolo che sovrastava a tutti in uno stesso momento, e la espressione concreta di una volontà comune di resistenza.
Dal dissolverzi delle unità imperiali del medioevo, uscirono le grandi nazioni, ampliamenti dei primi regni barbarici, ed elemento operante sulle prime linee della storia moderna. La loro indipendenza fu solo adombrata da una vaga tutela imperiale che andò via via scolorendo ed esautorandosi. Forze di allacciamento furono la cultura ecclesiastica, la prima colonizzazione delle Repubbliche marinare d'Italia, le Crociate, e, come conseguenze, gli scambi commerciali, le prestazioni bancarie che allargarono in vastità l'orizzonte e l'attività cittadina avvicinando il Mediterraneo romano a quello baltico. I Peruzzi di Firenze giunsero con i loro prestiti bancari fino alla corte di Londra; il Banco di S. Giorgio fino a Madrid sul versante occidentale, ai porti del Mar Nero sul fronte asiatico. Così l'unità europea si rinsaldava con un'economia e una cooperazione europea.
III. NELL'ETÀ MODERNA
L'unità europea espressa dalla teocrazia medievale subisce ora violenti strappi.Costantinopoli - il secondo occhio dell'E. - passò in mani turche, complicando la situazione balcanica
sui destini d'E. e riducendo il dominio dell'idea cristiana. Una parte dell'E. viene allacciata all'Asia come durante la crisi della civiltà greca. Ma la caduta di Costantinopoli provoca pure un risveglio di combattività religiosa contro il dilagare del pericolo turco, nell'Ungheria, nella Transilvania, nei paesi danubiani, nella Polonia, che divengono baluardi della unità europea sotto il segno della Croce di Cristo.
L'E., fatta molteplice per la varietà delle monarchie nazionali, rimane una per la fondamentale solidarietà che nasce dalla religione comune e dall'odio verso gli infedeli. Lo spirito combattivo della vecchia Crociata prosegue sotto l'insegna di Cristo e la guida del papato che rinnova fino alla battaglia di Lepanto il tentativo di salvare all'E. i Luoghi Santi. Ultimo crociato Cristoforo Colombo, che inconsciamente apre al vecchio continente nuovi compiti di lavoro e di ricchezza, e alla Chiesa nuove terre da convertire.
La riforma luterana infligge un duro colpo: è una reazione alla politica unificatrice del papato a cui il grande nemico di Roma ha opposto la forza dissolvente dell'individualismo religioso e dell'individualismo germanico. È una prima esplosione del sentimento nazionalista in contrasto con lo spirito europeo nella sua forma di teocrazia quale aveva elaborato il medioevo. L'individualismo nazionale diventa individualismo religioso. Si chiude infatti col 1520 la gloriosa epoca che ovunque riconosceva uno stesso potere spirituale.
Ma l'Umanesimo, che si afferma come amore dell'antico, ma innestato nella Fede medievale, accetta la battaglia, e nel duello fra Erasmo e Lutero si riassume il contrasto fra la concezione unitaria della cultura latina, rinsaldata dall'unità della Fede, e il nuovo ideale della Chiesa nazionale e della cultura fondata sopra una tradizione germanica.
L'Umanesimo, pure muovendo dall'Italia come sua patria di origine, si afferma nel suo successivo sviluppo come fenomeno europeo, sì che un'altra volta, chi si
imbatte con l'Umanesimo sopra il suolo d'E., incontra l'Italia. La Chiesa aveva unificato; il Rinascimento, che ha nei pontefici i suoi mecenati e promotori, continua l'opera unificatrice. Il senso di equilibrio armonico e di saggia concordia, la volontà di conciliazione, la famosa «concordia discors», sono l'anima vitale dell'Umanesimo perché l'Umanesimo è soprattutto cristiano di fronte ai misteri dell'assoluto, alle creazioni dell'arte, alle più belle figurazioni pittoriche, nell'esaltazione della natura, nello sforzo di realizzare con metodi nuovi, non scolastici o medievali, l'unità di Fede e sapere, di teologia e filosofia; così accanto ai valori estetici, viene data importanza ai valori morali e religiosi, e rinascenza viene a significare rigenerazione, esaltazione dell'uomo nell'esaltazione di Dio. L'Umanesimo impone alle arti e al processo dello spirito uno stile uniforme: a Roma, a Firenze, a Parigi, a Londra, a Madrid, a Bruxelles, la concezione del mondo si presenta rinnovata in uno stesso modo. L'Umanesimo è l'E., tutta l'E. in una ritrovata armonia fra la dignità dell'uomo e la sublimità di Dio.
Nello strazio che provoca la rottura dell'unità religiosa, l'arte classica offre tutto il suo conforto di luci e di colori, di realismo e di naturalismo per arricchire di bellezza e di soavità gli aspetti del credo cristiano, mentre l'umanista vede l'E. come l'insieme dei dotti che amano i testi classici e l'arte in questa forma rinata a vita nuova.
A poco a poco anche un Umanesimo germanico ricostruisce il ponte che Lutero ha spezzato, e la cultura latina rimane l'elemento coesivo della civiltà

(fot. Fotocicci, Torino).
L'era della christianitas non è chiusa. Il Concilio di Trento le ridà un ampio respiro nel mondo; al di là degli oceani la Chiesa rinnovata svolge un'altra storia di conquista. Il nuovo Impero di Carlo V sorge per investitura pontificia e l'Asburgo condanna il luteranesimo. Il periodo rinascimentale ci dà pure la chiara concezione dell'E. avente una sua personalità politica, morale e tradizionale.
È Machiavelli che la giudica un'entità inconfondibile rispetto agli altri continenti. Nei suoi discorsi sulla guerra si propone di non superare «i termini d'E.», e di «non rendere ragione di quello che si è costumato in Asia!» perché egli scorge una profonda diversità fra Asia ed E.; quella, schiava della forma dispotica, questa, sempre intesa a difendere i benefici della libertà e talora anche della virtù repubblicana. Cristoforo Colombo non ha piccola parte nel rinnovare il mondo delle opinioni e degli interessi. La scoperta dell'America e la conoscenza di paesi popolati da selvaggi, mentre definisce meglio il vecchio continente, aiuta l'europeo a distinguersi ancora più luminosamente come complesso civile superiore di fronte ad altri popoli. Non par vero ai dotti umanisti, che si gloriano di essere gli eredi della grandezza antica, d'aver trovato altre genti a cui dare l'epiteto di barbari per meglio nobilitare la propria cultura e tutta la civiltà europea che da essa dipende.
E poiché la lotta contro il pericolo islamico non è stata chiusa dalle Crociate, l'idea di E. si precisa anche per una seconda volta, contrapponendosi al concetto di Turchi, Mori, Infedeli. Perciò nel Rinascimento il nome di E. si accompagna alla consapevolezza della necessità della guerra santa contro l'Infedele. L'anti-E. in quel momento è impersonata nel Turco. Allora il Tasso prende per argomento «lo sforzo d'E.», che si è volto concorde ad una azione di Fede cristiana (Gerusalemme liberata, I, 24), e invita il suo principe a tale impresa perché «in pace... il buon popolo di Cristo... si veda». Anche l'Ariosto abbandonando il fare burlevole, sospira seriamente sullo stato di E. che, dilaniata da interne ostilità, ritarda a combattere per la libertà dei Luoghi Santi. La visione europea permane nell'ambiente della concezione medievale della «christianitas».

(fot. Fotocicci, Torino).
(per cortesia del dell. Averroli)
Così nel bilancio totale, l'età moderna, nonostante fattori inizialmente passivi, valorizza poi l'entità europea globalmente presa, riuscendo a lusingare gli ideali nazionali e le tendenze unitariamente europee.
Ma l'idea di nazione agisce pure con forze proprie, che si palesano soprattutto nella ricerca di un'egemonia europea, dopo l'acquisto di una indipendenza nazionale; il che viene a contrastare la formazione di una coscienza europea che può coesistere solamente su basi di parità e di rispetto reciproco pur nella disparità delle forze. Nazione contro nazione, volontà di preponderanza sull'intera E., ecco i primi grandi atti di guerra dell'età moderna. Ma il principio dell'equilibrio, inteso ad impedire che uno Stato divenga territorialmente più forte dell'altro per non creare pericoli all'indipendenza dei singoli, e la norma direttiva della nuova politica europea. Essa determina il formarsi di leghe e controleghe, di piccole e grandi alleanze che sono una scuola preparatoria al concetto della unità e di federazione europea quale unica garanzia di pace generale.

una o di altra fra le potenze maggiori per attuare la conquista dell'Italia, condizione del prevalere su tutto, si ripete più volte ed è la caratteristica dell'E. moderna. Ma la reazione si attua con uguale insistenza per ristabilire l'equilibrio, ossia una certa costanza nel rapporto delle forze che compongono il sistema continentale. È un equilibrio dinamico, non statico, raggiunto con vantaggi generali, tutti o quasi, a spese dell'Italia.
Il primo sforzo per un'egemonia europea è impiegato dalla Francia, per opera di Carlo VIII e poi di Luigi XII. Il secondo è quello asburgico con Carlo V e Filippo II, la Spagna e l'Impero, contrastati dalla Francia con Francesco I e poi con Enrico II. E n'è pieno di questa guerra tutto il sec. XVI. L'Italia cade in servitù. Ma c'è molta passività anche per chi esce vincitore.
La Spagna fallisce nel suo audace intento di dominare Francia e Inghilterra, e dalle rovine della sua affimera grandezza nascerà una nuova potenza: le Province Unite d'Olanda.
Nel secolo seguente Ferdinando II, facendosi campione della crociata contro l'eresia, mira a soggiugare i paesi germanici che si erano staccati dalla Chiesa di Roma, e apre la guerra dei Trent'anni, ma con esito infelice.
L'alleanza della Francia di Richelieu con i principi protestanti, conferma la libertà di coscienza dei loro paesi; la pace di Westfalia rinforza territorialmente a politicamente il vecchio Brandeburgo, nucleo centrale della futura Prussia, destinata a divenire, dopo l'attività di Federico II, l'antitesi dell'Austria sul piano delle ambizioni di primato europeo.
Ma con Luigi XIV, il Re Sole, la Francia ritorna all'offensiva sui Paesi Bassi e sul Reno, poi sull'Italia e sulla Spagna, con il proposito di sostituire la propria egemonia a quella asburgica. La gara fra Parigi, Madrid, Vienna, riempie tre secoli di vita europea. In queste vicende continentali l'Inghilterra, abbandonate le sue aspirazioni sulla Francia dopo l'esito negativo della guerra dei Centenni, prende un interesse sempre più vivo al destino d'E., ed ottiene la separazione delle due corone, di Francia e di Spagna, con una coscienza progressivamente più chiara della necessità che essa impedisca il formarsi di qualunque egemonia, per non avere temibili concorrenti nella propria espansione oceanica. Da questo momento Londra si considera l'ago della bilancia d'E. Ma in questo gioco si alternano Francia e Inghilterra. Anzi, ambedue arrivano a intravedere l'interesse comune a tutta l'E., che scompaia la servitù d'Italia per sottrarre alle ambizioni europee ciò che è l'elemento di discordia e la causa principale delle ripetute guerre di preponderanza in E.
Questa nuovissima idea comincia ad affiorare dalle laboriose discussioni dei Congressi di Utrecht e di Rastadt, e poi dalle paci che seguono alle guerre di successione polacca e austriaca, in cui l'Italia era sempre stata oggetto di rimaneggiamenti territoriali.
(per cortesia del dell. B. Ingenburg)
EUROPA - Olanda. Villaggio di pescatori con case caratteristiche - Volendam.

EUROPA - Polonia. Chiostro del Castello di Wawel, caratteristico
monumento del Rinascimento italiano (1502-23). Opera di
Francesco della Lora, fiorentino.
Un anticipo a questa grande idea, che porterà una ri-
voluzione nella diplomazia europea, sono gli esperi-
menti dottrinali, per una sistemazione dell'Italia: da
quello di Enrico IV e di Sully formulato nel 1601 a quello
posteriore di ea, un secolo e mezzo del marchese d'Ar-
genson. Frattanto la famiglia europea si arricchisce di
due nuovi membri: la Prussia e la Russia, destinate ad
entrare nel novero delle grandi potenze. Ciò è il prodotto
di una lenta evoluzione, forzata dall'intervento di forti
personalità, specie in Russia che, per la sua maggior
distanza, incontra più fatica ad entrare nell'orbita della
vita occidentale. Federico II e Pietro il Grande sono i
maggiori artefici della grandezza europea di Prussia e
di Russia. Caterina II, proseguendo l'opera di Pietro,
apre alla Russia il cammino verso il Me-
diterraneo, con la Tauride, Sebastopoli e
Odessa: il suo occhio guarda ancor più oltre,
a Bisanzio. Triste compenso: la scomparsa
della Polonia e la cacciata della Svezia dal
golfo di Finlandia.
Il personaggio politico dell'E. è quasi
interamente formato nel suo carattere plu-
rinazionale. Manca ancora l'Italia, come
stato indipendente. Vi è unità di costumi
nella varietà delle forme politiche. Unità e
cui la Francia, con la diffusione del suo idio-
ma, dà aspetto di unità linguistica. E già
si nota un movimento di idee verso una
più consapevole unità.
Affine alla teoria dell'equilibrio, che
suppone uguaglianza di forze, è la lotta
contro ogni idea di primato che qua e
là emerge in alcuni scrittori del Sette-
cento, idea che è una pregiudiziale
ostile ad una federazione europea.
Quando il Vico dedica la sua prima
Scienza nuova «alle Accademie di E.»,
fa un pubblico riconoscimento di quella unità cultu-
rale che egli ravvisava nell'E. del suo tempo,
e mostra di avere un chiaro concetto di E.
Ma esso è ancora tutto e strettamente unito e di-
pendente, dal cristianesimo. La civiltà europea per
Vico, è la civiltà dell'E. cristiana, «in forza della
cristiana religione». Egli scrive: «L'E. cristiana sfol-
gora di tanta umanità, che vi si abbonda di tutti i
beni che possono felicitare l'umana virtù non meno
per gli agi del corpo che per i piaceri così della mente
come dell'anima». Ma questa constatazione vichiana
di un primato civile dell'E., globalmente concepita,
esclude l'idea di primati particolari, di egemonie na-
zionali, che il Vico considera offesa all'unità spiri-
tuale. Egli biasima la boria delle nazioni e con fonda-
mento, tutte essendo ugualmente debitrici del loro pa-
trimonio civile verso un unico principio generatore, il
cristianesimo. E l'idea fece cammino. Uno svizzero,
Gian Giorgio Zimmermann, nel 1758, pubblicò una
opera di molto grido: Von Nationalstölze («Della
superbia nazionale»): quivi si condanna ogni pre-
sunzione di primato, negatrice di fratellanza umana.
In uno stesso clima umanitaristico nascono i progetti di
Kant, di Rousseau, di Saint-Pierre, dell'abate Sci-
pione Piattoli, per porre tutta l'E. al riparo da guerre.
Frattanto l'enciclopedismo lavora ad abbattere
l'antico regime in tutto il suo contenuto tradizionale
di massime e di credenze.
Ma il mito settecentesco di una ragione naturale
sovrana del mondo, di una bontà naturale dell'uomo
e di un nuovo mondo tutto libero e felice per i lumi
della «raison raisonnante», prepara anche la fiducia
nelle possibilità di organizzare l'E. entro forme pe-
renni di una pacifica e benemerita solidarietà inter-
nazionale, e stacca l'idea di E. dalla concezione della
«respublica christiana» e dei suoi fondamenti religiosi.
Ed è la Francia che presume nel sec. XVIII di
poter rappresentare l'E. ed essere tutta l'E. con la
sua cultura, i suoi libri, il suo genio volgarizzatore,
ed anche con le sue leggi.
Nel 1783 Rivarol scrive: «Le temps semble
être venu, de dire le monde français, comme autre-
fois le monde romain». Era il tempo dei grandi in-
ventori dello spirito europeo e dell'esprit de société,
di un'E. associata culturalmente e civilmente, im-
mensa repubblica delle lettere e delle arti: da Vol-
taire all'abate Galiani, dal Verri al Beccaria, dal prin-
cipe di Ligne a Goethe, da Montesquieu e Fonte-


(da J. D. Stephanus, La peinture religieuse en Valachie et en Transylvania, Parigi 1831, no. 21)
E queste premesse, che rendono di già l'E. una realtà psicologica e la Francia una mediatrice del sapere, preludono al cruciale 1789. Ma quando la Rivoluzione Francese, smentendo le sue massime di libertà e tornando alle tradizioni di politica estera di Luigi XIV, diviene il napoleonismo, con illimitate aspirazioni di conquiste, l'E. gli si contrappone con la forza di sette coalizioni, organizzate e alimentate dall'Inghilterra. Ancora una collettività europea insorge per difendere la libertà dei singoli da sopraffazioni cesariate, a ancora una volta si ritorna all'idolatria dell'equilibrio.
Napoleone, pur nel suo delirio di monarchia universale, volle far credere ai posteri di avere custodito nel suo animo un vasto disegno di pace: la confederazione dei popoli, la creazione di un nuovo sistema europeo « un unico codice, una corte europea di Cassazione, le medesime leggi, la stessa moneta, le stesse misure » e un congresso federale come quello americano.
Il Corso attingeva dalle ideologie del secolo illuminista e cosmopolita. Era un po' anche l'ideale della Rivoluzione questa unità di vita, con la sua fissazione dell'uguaglianza e della fraternità. Ma Napoleone andava pur oltre. Giudicando l'E. una topaia, con la fantasia valicava gli Urali a disperdeva i suoi sogni nell'immensa spaziosità dell'Asia. Anche il Metternich guardava al di là delle frontiere asburgiche, pensava a un
ordinamento dell'E., ma uscendo dagli schemi della democrazia francese, di cui diffidava come pericolosa alla disciplina del popolo e alla libera attività dei governi di polizia.
IV. NELL'ETÀ CONTEMPORANEA
Questi precedenti, tolti un po' dalla nebulosa dell'utopismo (il Campanella è un vecchio precursore), non vanno perduti. Il Congresso di Vienna fu ritenuto il più turpe mercato di territori, sotto apparenze di giustizia, e lo strazio più delittuoso di ogni ragionevole aspirazione nazionale dei popoli. Ma la Santa Alleanza, che non ha nulla di comune con il trattato del 1815, a sta a sé come la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, rispetto alla Rivoluzione Francese, muove da un concetto fondamentale buono e progressivo: è una specie di credo internazionale, che riconosce il bisogno di una istituzione permanente e normale come arbitrato nei conflitti interni di ogni Stato d'E., e rivela la sensazione di una responsabilità di ordine europeo, avvertita da alcuni diplomatici, e il proposito di creare fra le potenze una volontà comune di agire validamente contro il rinnovarsi di disordini.Coscienza europea di carattere conservatore, informata ai principi dell'antico regime, non figlia di un concetto unitario dell'E. quale si era venuto evolvendo negli ultimi cinquant'anni di storia. Lo zar Alessandro, curioso incontro di despota, di mistico e di liberale, sognava di riunire « tutte le potenze d'E. in un'unica lega », di porre il nuovo assetto europeo sotto l'immediata ed alta sovranità di Gesù Cristo, considerandosi il fondatore della federazione europea.
Madame de Staël notava allora che si cominciava « a pensare in europeo ». E pensava così, ma con i principi dell'89, Henri de Saint-Simon quando auspicava il formarsi di un nuovo sentimento di patria, « le patriotisme européen »; e nelle calde pagine De la réorganisation de la société européenne (Parigi 1814), scritto in collaborazione con Augustin Thierry, salutava in Carlomagno il primo e vero organizzatore della società europea già matura, dopo tanti secoli di funeste guerre, per costituire un solo corpo politico con piena indipendenza delle varie nazioni; al concetto di alleanza politica fra più Stati, proponeva di sostituire la nozione di « Società degli Stati europei » avente un parlamento europeo, incaricato di

(per società della dals. T. Guarnucchi)
(no text)
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risolvere soprattutto i problemi del lavoro, favorendoli con l'espansione coloniale. E solo in tal modo Saint-Simon vedeva la possibilità di conservare all'E. l'egemonia sul mondo, quella che essa ha realmente perduto ostinandosi nei conflitti egemonici interni.
Ora l'idea assumeva un grande sviluppo. L'amore della pace si orientava in quella direzione, pure in Italia, ove la guerra con lo streniero era attesa e si veniva preparando. Luigi Andrea Mazzini nell'opera De l'Italie dans les rapports avec la liberté et la civilisation moderne (Portigi 1847), sostiene che una spinta di natura associativa viene quasi spontaneamente dalla stessa civiltà europea quale frutto di cooperazione generale e forza coesiva per se stessa. Esclude tuttavia dal nuovo sistema politico la Russia, che egli considera estranea al liberalismo occidentale base dell'associazionismo.
G. Mazzini, che il Morandi definisce il più italiano tra gli spiriti europei e il più europeo degli Italiani, nel penn. del 1834 costituisce simbolicamente la Giovane E. a Berna, alla presenza di 18 giovani di nazioni diverse: « pel bene dell'umanità le nazioni si uniscono in un patto di difesa, di soccorso, di fratellanza ». Anche Mazzini come Saint-Simon unisce il motivo politico e quello sociale, per una compiuta riforma della vita europea. Carlo Cattaneo ribadisce il concetto nel 1848: « Avremo pace solo quando avremo gli Stati Uniti d'E. ».
Gli fanno eco in Germania il Fleck, il Blum, il Vogh; in Francia, Victor Hugo nella seduta inaugurale del Congresso per la pace (ag. del 1849), con parole che ebbero una risonanza europea.
L'idea, entrata nei congressi, trove in questi il mezzo più agevole di popolarità. Un secondo Congresso a Ginevra nel 1867, con la partecipazione di Garibaldi, inaugura la formula « Stati Uniti d'E. » e chiede la creazione di un arbitrato internazionale. Poco dopo, nel 1868, vi si parla di « Federazione di popoli d'E. » in omaggio alla Svizzera. Poi grande numero di congressi pacifisti su cui era studiato il modo di conciliare la sovranità dei singoli Stati con l'unione europea; e a quando a quando ondate di pacifismo, ma in una forma puramente lirica, che irradiavano dalle sedute della Conferenza dell'Aja, promosse dalla Russia di Nicola II, avviatasi verso le grandi riforme sociali e umanitarie, dopo l'affrancamento dei servi decretato nel 1861 da Alessandro II.
È il Congresso del 1867 che dà vita a un giornale Le Etats Unis d'Europe, però con scarsa tiratura. Ma azione benefica, continua, è quella di Ginevra. Per dare a questa neonata coscienza europea manifestazioni concrete nell'ordine istituzionale e assistenziale, la Svizzera, collocata nel mezzo di quattro grandi nazioni, e privilegiata di un carattere poliglotta, non solo bada a salvaguardare la propria neutralità, ma ad essere il tratto d'unione fra i diversi Stati dell'E., con il diritto d'asilo tanto vantaggioso ai proscritti politici, con la tenace lotta di pensiero contro i mali della guerra, e con la creazione di numerosi uffici internazionali per la pace e convenzioni internazionali dello stesso tenore. Notevole quello a favore dei feriti di guerra (29 ag. 1864) e più tardi ancora più notevole l'Ufficio internazionale del lavoro (1901) composto dai delegati delle diverse nazioni.
Ma la grande idea ha un curioso destino, impuesto dalle circostanze politiche d'E.: si risveglia ad ogni fase di guerra, si assopisce nelle parentesi di pace. Ai primi inizi del cancellierato di Bismarck (1862), la sua politica, che egli dichiara avverza a sentimentalismi, desta gravi preoccupazioni, e il movimento della pace si fa intenso. Gli si contrappone Napoleone III, il politico sentimentale destinato ad essere la più grande vittima di Bismarck: nel 1863 egli propone la convocazione di un congresso europeo per creare la basi delle pace perpetua. Utopia anti-storica, mentre l'Italia lavorava ad ottenere la propria unità e indipendenza sperando sopra un conflitto europeo. Tuttavia l'idea fa cammino e culmina nel 1870 negli appelli di Renan, che sembrava il pianto dei Francesi levatosi sui disastri di quell'anno. Poi, la pace armata fino al 1914 e il crescere vertiginoso degli armamenti. Chi non doveva rovinarsi con la guerra si rovinava nel

(per cartesia di S. E. il Presidente del Consiglio della Repubblica Turca)
L'educazione dell'umanità durava ancora grave fatica a compiersi. Si parlava, si scriveva, ci si incontrava, ma non si faceva nulla di positivo. La prima Conferenza della pace riunitasi all'Aja nel 1899 per iniziativa di Nicola II, non ebbe alcun risultato pratico neppure circa il problema del disarmo che pareva la sua maggiore aspirazione.
Si continuò poi a discutere nei singoli paesi, ma la discussione servì a creare la discordia dei pareri. Si respinse l'idea di unità per sostituirvi quella d'unione; non più nemmeno la federazione dei popoli, ma degli Stati.
La guerra ispano-americana e quella russo-giapponese allargavano il campo d'osservazione, la convenienza d'intese internazionali.
L'idea ristretta all'E. la si volle allargare agli altri continenti, America e Giappone. La storia d'E. scompariva in quella del mondo. L'espansione coloniale aggravata dai conflitti per il Marocco e dal colpo di Agadir con pericolo di conflagrazione europea, aiutarono questo dissolversi dell'europeismo in un mondialismo.
La Grande guerra che rompeva l'equilibrio bismarckiano durato 43 anni, chiusa con l'intervento americano, ridesta l'ideale dell'unità europea, sotto gli impulsi di Woodrow Wilson, che lasciò sperare nel miracolismo pacifista di una Società della nazione. Ma questa rispondeva ad uno stato spirituale connesso con i recenti ricordi di guerra, e come nacque morì. Dalla guerra i vecchi nazionalismi nacirono rafforzati e l'idea dell'unità
europea cedette all'idea dell'equilibrio settecentesco. Si continuò a credere nel mito delle forze armate, e dopo Guglielmo II comparve Hitler a ritenere di imporre con quel mezzo l'egemonia tedesco sull'E. E allora dopo le rovine della guerra, non più solo terrestre ma aerea, si ripartì di Federazione europea e di Stati Uniti d'E. nei convegni d'E., nelle riviste mondiali, negli incontri diplomatici. Prese varie forme di alta coltura e di coltura popolare, da l'esprit international, ove Carlo Sforza svolse un'attività notevole nel suo volontario esilio, alle pagine sugeose dell'E. Quest'ultima è un'accurata rassegna politica diretta da Pier Fausto Palumbo; è l'organo più attivo del problema. La rivista esce a Roma ed è la voce che rappresenta l'Italia nel movimento europeo. Ma da Roma si sviluppa l'azione del Vaticano - e i frequenti messaggi del Pontefice ne sono l'inconfondibile suggello - che nel nome di Cristo accoglie le nuove forme di solidarietà umana. Manifestazioni pubblicitarie non sono mancate in questi ultimi anni, per ottenere una più intensa azione europeista convalidata da propri organi educativi e culturali. Il primo congresso dell'«Union européenne des Fédéralistes», tra il 27 e il 30 ag. 1947, si chiude con la proposta di istituire un «Centre fédéraliste d'éducation et de culture» a Ginevra. L'anno successivo, alla Conferenza dell'Aja da cui doveva nascere il «Movimento europeo» fu affermata la stessa necessità di cui si precisava il nome: «Centre européen de la Culture». Ma solo nel 1949, a Losanna, dall'8 al 12 dic. l'idea ebbe una espressione più concreta nel Congresso di Losanna con un preciso questionario, meditate relazioni e commissioni di lavoro suddivise in varie sezioni, ognuna con precisi intenti, ma in un campo sempre ideologico e un po' astratto, seminato di buone intenzioni che non hanno dinanzi a sé vere a fondare speranze di tradursi in forza politiche e effettuati. Il Vangelo invoca gli uomini di buona volontà, a quest'ultimi fanno ancora difetto quando l'uomo prende una veste politica.
Una recente difficoltà, di non piccolo peso, è data della concezione di una Russia che non è E. ma Asia. Essa è sorta in seguito alla Rivoluzione Russa, in senso comunista, e al successivo isolarsi del suo regime, tanto diverso da quello della restante E. Rinasce una vecchia denominazione, l'Occidente, come sinonimo di E., poiché soltanto la parte occidentale è ritenuta come la vera E., quella ancora strettamente legata alla storia di tanti secoli. Tale restringersi dell'idea d'E., ed il crescente differenziarsi dei due versanti, Occidente e Oriente, determinano una crisi di non poco momento e gravi dubbi nella solidità della civiltà occidentale minacciata dal contagio di un'altra civiltà che non è europea.
Una coscienza europea, per uscire dalla sfera della poesia ed entrare in quella della realtà, presuppone una precisa conoscenza delle insopprimibili necessità dei vari popoli, e la disposizione non di comprimere ma di soddisfarle razionalmente a pacificamente.
V. IL PENSIERO DEMOCRISTIANO
Questo presuppone, praticamente, che, al chiudersi di un conflitto armato, non segna una pace imposta con una mentalità di guerra, destinata a lasciare nel cuore dei vinti motivi di provocazione e desideri di rivincita, ma condusa con uno spirito di pace, atto a prevenire nuove cause di attrito. Pertanto è necessario che l'umanità si richiami a principi universali di giustizia. Vi è una tradizione di pensiero cristiano anche rispetto al problema dell'unità europea; e in questo pensiero soltanto sono contenuti quei principi.Lo si trova espresso soprattutto da Antonio Rosmini, da Vincenzo Gioberti, dai pontefici del sec. XIX, in forma più concreta dall'opera e dagli scritti di Benedetto XV.
L'idea di E. è sempre viva nei due grandi filosofi che fecero propria, con l'amore di Dio, la passione del Risorgimento; ed il sogno dell'indipendenza italiana è accompagnato dall'aspirazione verso l'unità europea, come questa è veduta in funzione di quella.
Per il Rosmini l'unità europea già esiste come unità
di civiltà e di storia, da quando il cristianesimo raggiunse l'anima dei barbari: ma ogni tentativo di sostituire una nuova legge a quella di Cristo, donde è nata la «respublica christiana», è fallito: sia la formula di una egemonia, che quella ispirata ad una politica di equilibrio. Una buona regola di convivenza fra gli Stati d'E. non può essere basata sul diritto, segregato dalla religione; e questa intesa, secondo Rosmini, come fatto interiore, esplicantesi nella moralità e giustizia delle azioni come dei rapporti internazionali.
Anche il Gioberti trae il concetto di unità europea dalla comunanza di civiltà e di storia, dedotto dalle tradizioni di Roma e dal cristianesimo, ma entro il quadro dell'indipendenza di ogni nazione. Egli vuole libera l'Italia perché possa esplicare la sua missione di monarchia cristiana universale, muovendo dall'E. e abbracciando qui l'intera umanità nel compito di affratellare i popoli sotto l'arbitrato del pontefice, lume e guida di persuasione evangelica, giudice supremo delle nazioni.
«L'E.- dice il Gioberti - ha bisogno che la sua politica diventi una religione - che al diritto internazionale sostituisce il diritto cristiano: che al pontefice sia conferita il potere di pacificazione concordando i fini che ogni nazione deve perseguire, intorno ad un fine di generale armonia che superi l'interesse di ogni singolo Stato con l'interesse medesimo della fraternità dell'esistenza pacifica.
Durante la prima e la seconda guerra mondiale, queste massime vennero non solo ripetute ma tradute in realtà di vita internazionale dall'opera dei pontefici, dalle loro encicliche, dai frequenti appelli ai popoli e ai governi di E., dalle numerose iniziative per allevare i dolozi della guerra. Basti ricordare l'encicli. Patem Dei munna del 23 maggio 1920. - Vedi 1899. LII-LV.