EUROPA - Austria. Tabernacolo cimiteriale con luce perpetua. Chiesa di S. Maria-Sal (diocesi di Gurk). Cambustibili fossili di ferro. Il piccolo continente dava così, fra l'altro, prima della guerra, il 45% del carbon fossile e del ferro grezzo ed oltre il 40% dell'acciaio prodotti su tutta la terra. Di più, mentre aveva il monopolio di alcune materie prime (ad es., la grafite ed il magnesio), poteva per quelle di cui scarseggiava (ad es., il rame, lo zinco, lo stagno, il piombo e l'argento) o che erano necessarie alla sua industria, contare sull'apporto dei paesi coloniali. La contrazione prodotta dopo la guerra appare tanto più sensibile in quanto la preparazione e la condotta di questa avevano determinato un assai più intenso ritmo nell'attività estrattiva. Tuttavia la ripresa è stata abbassata rapida, come è dimostrato dagli indici della produzione industriale, che queste materie prime condizionano ed alimentano.
A parità di superficie lo spazio europeo era ed è il più densamente interessato, in tutto il mondo, dalle sviluppo delle industrie. La massima espansione di queste ha luogo in corrispondenza al più compatto afflittesi della popolazione: due circostanze che sono evidentemente l'una in funzione dell'altra. Perciò il baricentro della grande industria moderna coincide in sostanza con le regioni della media E., dalla Senna all'Elba, dal Rodano al Danubio, dal Mar del Nord al Po, nonché con la parte meridionale della Gran Bretagna, mentre sono caratteristici del periodo postbellico il rapido sviluppo dei nuovi centri in alcuni dei settori della zona europea dell'U.R.S.S. (Ucraina, Russia centrale, basso Volga, Urali, centrali e meridionali), e la progressiva riduzione dell'artigianato. La produzione industriale, sconvolta dalla guerra, ha riconquistato o va riconquistando quasi dappertutto le posizioni d'anteguerra, ma senza poter ridare al continente il posto un tempo tenuto da questo negli scambi internazionali. Mentre nel 1923 importazioni ed esportazioni europee rappresentavano
EUROPA - Austria. Santuario dell'In Visitazione, costruito entro un castello dei conti di Montfort (fine sec. XV) - Rankweill, Voralberg.

Eusopa - Austria. Tabancacolo cionitoriale con luce perpetua. Chiesa di S. Maria-Saal (diocesi di Gurk).
in terra europea che in paesi lontani, e andò allargandosi i chiarendosi con l'affermarsi sempre più preciso di una civiltà europea e di una conoscenza di essa nel mondo. Molto tardi l'E. è pensata come un proprio organismo, si geografico che storico, o come contrapposto ad altri continenti, Asia o Africa. La civiltà europea esordisce nella Grecia con le sue forme di Stati-città, o democratici o militari, ognuno geloso della propria indipendenza, ma tutti sospinti da volontà di primato. I Greci si sentivano superiori alle altre genti, i cui pensavano con disprezzo qualificandole barbare. Essi avevano pertanto una coscienza ellenica, non europea; ma della futura E. anticipava la tendenza repubblicana, ossia, a differenza del dispotismo asiatico, la limitazione del potere politico centrale a profitto delle libertà locali e individuali. La Grecia difese queste libertà dall'imperialismo asiatico, ma la lotta contro la Persia finì per svigorirla e darla in braccio ai principi di Macedonia, tanto potenti, con Alessandro Magno, da portare sino al fiume Indo l'originalità della cultura e del pensiero della piccola Atene.
Il mondo ellenico si allargò, ma la sua ampiezza geografica fu appunto un ostacolo ad una sua concezione europea, come fu di ostacolo ad essa l'ampliarsi del mondo romano; se l'una è trovò a cavallo fra l'E. e l'Asia, specie con l'Impero di Alessandro Magno che poggiava sopra varie capitali, Atene, Pergamo, Rodi, Alessandria, l'altro abbracciò una sola parte dell'E., fino alla linea Reno-Danubio, e varie parti dell'Asia e dell'Africa. Una coscienza europea non poteva sorgere sopra estensioni pluricon-tinentali, o intercontinentali. La Grecia invece ha una presuntuosa coscienza di sé, contrapponendosi a chi, non greco, doveva essere ascritto nella grande famiglia barbarica. L'ellenismo era tutta l'E. La Grecia l'unica patria dello spirito umano, l'unico valore civile nel suo tempo. Per trecent'anni l'E. si riassume nella Grecia. Il problema europeo fu piuttosto visto come problema asiatico, ossia come liberazione da ogni ingerenza orientale. È questa l'impressione che si riceve leggendo Erodoto, Isocrate, Téopompo. Isocrate sentì la Grecia nel contrasto E.-Asia, specie dopo la pace di Antialcida del 387 a. C. che assegnava città greche d'Asia al re di Persia; ma è sempre il contrapposto di greco e non greco, di greco e di barbaro. E proprio allora, per la prima volta, di fronte alla duplicità del mondo greco, suddiviso fra terre europee e terre asiatiche, Lisandro parla di una politica europea e di una politica asiatica, mentre invoca da Filippo II una spedizione in Asia che restituisce la superiorità dell'E. sull'Asia, e si mostra favorevole ad accogliere la supremazia di Filippo pur di liberare la Unio dal giogo dei Persiani. Sullo stesso tema ritorna il suo scultore Teopompo suggerendo a Filippo II di creare un grande Stato europeo che bilanci il grande Stato asiatico della Persia. Dunque l'E. è sentita nel quadro della Persia.
L'età romana non ha il concetto di E.; essa opera nel settore mediterraneo, di cui l'E. è un semplice annoso. Ha tuttavia una chiara coscienza dell'Italia come città geografica e storica, con tradizioni che associano tutti gli Italiani intorno a Roma come loro centro comune.
La guerra sociale, quale è narrata da Livio ne dà chiari segni, la nuova capitale battezzata con il nome di Italia, è un ammonimento a Roma che disdegnava la solidarietà con le genti del suo stesso ceppo, che l'avevano aiutata nella conquista peninsulare.
Cesare avverte il pericolo nordico e con le spedizioni in Gallia vuol dare alla penisola una barriera che la difenda sul versante alpino occidentale. "Fatta trahunt, la repubblica diventa un impero, ma conserva le modalità repubblicane della Grecia, tutelando il diritto del singolo e perfezionando il regime della giustizia pubblica e privata. La politica di conquista al di là dell'Italia ha voci di disapprovazione, specie nei poeti, ancor prima che Anneo Floro condanni tutta la politica imperiale, colpevole di eccessivo espansionismo, mentre è un coro di lodi di chi ha saputo fortificare la cerchia alpina, "baluardo d'Italia", "muro d'Italia" come trovasi in Polibio, in Strabone, in Cicerone, in Plinio Secondo e in molti altri.
Ma Roma non poteva arrestarsi ai confini italici o alle terre d'E. Il persistere del pericolo persiano, la ca

stringe a prendere le armi oltre il Bosforo, ad essere l'erededella tradizione politica di Alessandro, a tutelare il prezioso patrimonio della cultura greca, accettando su di sé il peso dell'Oriente. La lotta contro il re del Ponte riceve la grandiosa giornata di Maratona e di Salammone, per la natura dei rapporti fra E. e Asin, che Mitridate ritornò sulla scena mediterranea. Nel 63 a. C. tutta l'Asia Minore obbediva a Roma, e questa andava incontro al pericolo di subire l'influsso dell'Oriente nell'ordine delle istituzioni e del costume, ossia di introdurre abitudini di dispotismo ove era l'idolatria della libertà. In questo contesto è ancora sentita la personalità del mondo europeo ora rappresentato da Roma, come prima dalla Grecia: e Virgilio si fermò impaurito a meditare su quei pericoli nel famoso passo del I. VIII dell'Eneide, in cui mostra gli idoli dell'Oriente schierati a combattere i Penati e le divinità custodi dello Stato romano. La vittoria di Ottaviano contro Antonio è salutata come la difesa degli ideali romani o europei di ordine e di libertà dalle minacce della tirannide orientale. La vittoria di Azio prolungò alla civiltà europea i benefici e i lumi della cultura ellenica. Roma poi ebbe una missione veramente europea: di introdurre l'elemento città, ignoto e Germani, nelle piaghe nordiche, quella città che diede la struttura fondamentale alla stessa civiltà europea, tutta legata anche nel medioevo al Municipo e alla Chiesa. Nell'età imperiale la nascente religione di Cristo raggiunge i confini dell'impero nel IV e V sec., sostenuta dal favore dell'autorità suprema dello Stato, contrasta e giunge a superare la vecchia religione pagana.
à dalle minacce della tirannide orientale. La vittoria di Azio prolungò alla civiltà europea i benefici e i lumi della cultura ellenica. Roma poi ebbe una missione veramente europea: di introdurre l'elemento città, ignoto e Germani, nelle piaghe nordiche, quella città che diede la struttura fondamentale alla stessa civiltà europea, tutta legata anche nel medioevo al Municipo e alla Chiesa. Nell'età imperiale la nascente religione di Cristo raggiunge i confini dell'impero nel IV e V sec., sostenuta dal favore dell'autorità suprema dello Stato, contrasta e giunge a superare la vecchia religione pagana.
La Chiesa è poco a poco, da perseguitata diventa tollerata, da tollerata diventa dominante. Ad essa appartiene la direzione della vita morale e sociale. I Cesari abbandonano il titolo antico di pontificato massimo, che passò invece al vescovo di Roma, cui si riconobbe il primato sopra altri vescovi, mentre la capitale dell'Impero diventa il centro della Chiesa cattolica. L'Impero si dissolse, la Chiesa si organizzò. Il sacerdozio si appropriò e conservò tenacemente il latino, anche quando decadrà come lingua volgare. Le genti cominciano a differenziarsi per il loro diverso atteggiamento verso la Chiesa che si appresta a penetrare nelle falanghi barbarie per ammansirle, per guadagnarle al cristianesimo, per salvare il concetto dell'unità, per diffondere l'uso del diritto romano insieme con un superiore ideale di umanità, di giustizia, di bene.
Le invasioni barbariche sconvolgono l'opera della romantica. Con l'inizio del regno di Odoacre nel 476 d. C. i dissolte quei tanti di unità europee che la Roma dei Cesari era riuscita a comporre fino alla linea Renovata, e l'E., preda delle varie tribù germaniche, si avvia ad essere un massiccio di piccoli regni. Ma un'altra unità sta sorgendo fondata sul motivo religioso.
Il NEL MEDIOEVO. — A tutta prima sembra che debba cessare per sempre il contrapposto di europeo e non europeo, poiché la religione di Cristo è al disopra delle diversità di territorio e di razza, ma aspira alla unità del genere umano sotto un solo capo spirituale con tendenza a divenire temporale: la teocrazia pontificia. Ma la Chiesa è in realtà il solo organismo che estenda la propria autorità e capacità di vita in terra europea senza limitazioni d'ordine politico imposte dai regni barbarici. Per opera della Chiesa permane il sentire ellenico; chi accetta i suoi dogmi è uomo civile; il non credente è il barbaro che deve convertirsi se vuol ascendere all'altezza di nuovi valori morali.
Con buon fondamento storico G. Schnürer ha potuto stabilire che gli elementi costitutivi del mondo antico, provvisti di un valore intrinseco e durevole, sono sopravvissuti per merito della grande famiglia cristiana, che li ha assimilati, facendoli servire a connettere insieme le varie genti d'Europa, quando corse pericolo di divenire uno sterminato attendimento barbarico.
Le antiche virtù romane, il senso pratico, il genio dell'organizzazione, l'attività, l'arte di condurre gli uomini e di raccoglierli entro la luce di un principio d'ordine, coordinato con una finalità eterna, formavano i pregi della Chiesa di Roma che al culto di Augusto, troppo arido, inconsistente e amorale, sostituì la forza penetrativa e coesiva della dottrina evangelica, evangelizzando tutta l'E. ed assicurando un'impronta fortemente inimitabile unitaria alla civiltà occidentale, che doveva conquistare il resto del mondo.
Fin dal sec. V, l'inno trionfale della Chiesa, il Te
Deum, almeno nella sua primordiale redazione, risuona sotto le volte delle cattedrali ed inizia con le sue manifesthe note l'opera d'elevazione delle masse, non più disperse come greggi alla campagna. Per tutte le terre guadagnate al culto della Croce, riecheggia il canto sublime, di riconoscenza, di invocazione e di preghiera. La musica sacra scende nei cuori, parla al sentimento, viene incontro ai peccati e ai dolori della vecchia società in sfacelo, e con le sue stesse parole, insieme con le sue note di tenerezza, di amore, accomuna il volgo disperso e suggerisce precetti di vita e mezzi di espiazione. È sempre azione efficacemente unitaria.
Pertanto la Chiesa rappresenta, nella grande varietà delle genti che occupano l'E., la sola realtà europea, unitaria anche nella lingua che usa il messaggio di credenti, unico mezzo di cooperazione intellettuale e tramite della cultura antica anche ai popoli nuovi del continente. Il termine di differenziazione, pertanto, è la christianitas o l'ecclesia; la universitas ecclesiastica, che è la base del pensiero politico medievale, assorbe in sé ogni nuova e possibile concezione di E. E con la diffusione del cristianesimo fra i barbari può dirsi che l'unità europea medievale è creazione della Chiesa cristiana. Questa diffonde in ogni angolo del vecchio continente i suoi missionari e i suoi monaci, per far conoscere a tutte le genti nordiche, germaniche o slave, il messaggio del Vangelo. Essa prepara la loro fusione mediante elementi spirituali: la comunanza suggerita dalla fede in Cristo, una stessa concezione del divino e dell'umano, della colpa del perdono, del peccato e dell'espiazione, del dovere e del diritto; è la nuova unità europea ottenuta con un progressivo accostamento di tutti gli animi ai piedi dell'altare di dinanzi all'immagine del Crocifisso.
Anche l'arte sacra, insieme con la musica liturgica, collabora alla creazione di un organismo europeo che abbia uniformità di vita nel gusto, nel costume, nella devozione alla divinità. È una sola falange di costruttori, i magistri comacini, che, movendo dalle rive del Lario, emigrano verso i più lontani punti d'E., disseminando sul loro passaggio le austere basiliche in stile romanico, che fanno rinascere i consorzi umani, dove è passata la guerra con le sue rovine, mentre si svolge una storia pure istellata di vescovi, di monaci, di santi che assistono, proteggono, dirigono la ricostruzione morale. Quando s'incontra una chiesa, in Germania, in Francia, in Norvegia, sulle soglie della pianura sarmatica, s'incontra l'Italia. Arte pesante e forte e rude come vogliono i tempi, lontana dal procace realismo dell'arte classica, ma adatta alla meditazione e al raccoglimento, sulla spaventata terra della barbarie, ove, per opera dell'edilizia religiosa, risorge la fiducia nella bontà degli uomini attraverso il perdono di Dio. Il popolo identifica con la Chiesa che, sorgendo ovunque e con la stessa architettura, puglie e severa, o al limitare di sepolcri o nella libera atmosfera delle campagne, parla a tutti uno stesso linguaggio umano e divino insieme.
A poco a poco il mondo europeo non è più ripartito in barbari e non barbari, ma costituito di credenti in Cristo; presupposto di una coscienza religiosa che tende a creare l'unità politica, secondo l'idea medievale della ordinatio ad unum di tutta la repubblica christiana, unum populus, una civitas, corpus mysticum.
Nel sec. XI si spezzò il vincolo religioso che teneva legato l'Oriente e l'Occidente, la Chiesa bizantina, sempre più strettamente legata all'Impero di Costantinopoli, si fa totalmente estranea alla Chiesa di Roma. La cristianità europea meglio emerge come entità religiosa, separata anche per cultura dal mondo orientale, e più attivamente può rivolgersi alla conversione dei paesi nordici, ove i Vichinghi opponevano ancora tenace resistenza; ma in breve Roma li guadagnano al credo cristiano.

investiti nelle dinastie germaniche, ebbero il compito di elaborare una coscienza europea che doveva considerare in comune accordo l'unità religiosa con l'unità terziaria e politica d'E. La conquista islamica sposta i vecchi centri dell'unità mediterranea. Ma è ancora l'idea cattolica l'elemento conservatore dell'E., che essa difende con la protezione della fede tradizionale.
La grande lotta sognata come battaglia del Signore e proelium Domini, si spezzò in singoli episodi, per- dette il suo originario carattere di fronte unico al cosetto di Dio per la causa di Cristo, il cui tempio si era profanato sulle strade di Terra Santa; tuttavia anche gli impulsi personali locali si composero ad unità per virtù di quel- l’anima religiosa che vi stava dentro e che dava a tutti un significato comune: assicurare l’esistenza e la libertà di una E. cristiana e romana, nella cerchia sacra dei suoi confini.
Pertanto, le Crociate, opera di cavalieri, di pellegrini, di principi, di nobili e di popolo, venuti da tutti i punti del vecchio continente, elaborano una coscienza europea nel quadro della comune religiosità. La iniziativa di una impresa mondiale da parte del papa, fu coronata dalla sorprendente risposta dell’E. all’appello di Urbano II, espressa dal grido poderoso: «Dio lo vuole» e dalla par- tenza di ca. 200 mila verso il lontano Oriente, dove non arrivarono più di 50 mila. Se non vi è ancora in questo sacrificio un chiaro sentimento unitario, vi è però la consapevolezza di un pericolo che sovrastava a tutti il suo stesso momento, e la espressione concreta di una vol- lontà comune di resistenza.
Dal dissolversi delle unità imperiali del medioevo, uscirono le grandi nazioni, ampliamenti dei primi regni barbarici, ed elemento operante sulle prime linee della storia moderna. La loro indipendenza fu solo adombrata da una vaga tutela imperiale che andò via via scolorendo ed esautorandosi. Forze di allacciamento furono la cultura ecclesiastica, la prima colonizzazione delle Repubbliche mariane d’Italia, le Crociate, e, come conseguenze, gli scambi commerciali, le prestazioni bancarie che allar- garono in vastità l’orizzonte e l’attività cittadine avvi- cinando il Mediterraneo romano e quello baltrico. Pe- ruzzi di Firenze giunsero con i loro presbiteri bancari fino alla corte di Londra; il Banco di S. Giorgio fino a Madrid sul versante occidentale, ai porti del Mar Nero sul fronte asiatico. Così l’unità europea si rinsaldava con un’economia e una cooperazione europea.
III. NEL’ETÀ MODERNA
L’unità europea espressa dalla teocrazia medievale subisce ora vio- lenti strappi.Costantinopoli — il secondo occhio dell’E. — passò in mani turche, complicando la situazione balcanica sui destini d’E. e riducendo il dominio dell’idea cri- stiana. Una parte dell’E. viene allacciata all’Asia come durante la crisi della civiltà greca. Ma la caduta di Costantinopoli provoca pure un risveglio di comba- tività religiosa contro il dilagare del pericolo turco, nell’Ungheria, nella Transilvania, nei paesi danu- biani, nella Polonia, che divengono baluardi della unità europea sotto il segno della Croce di Cristo.
L’E., fatta molteplice per la varietà delle mo- narchie nazionali, rimane una per la fondamentale solidarietà che nasce dalla religione comune e dal- l’odio verso gli infedeli. Lo spirito combattivo della vecchia Crociata prosegue sotto l’insegna di Cristo e la guida del papato che rinnova fino alla battaglia di Lepanto il tentativo di salvare all’E. i Luoghi Santi. Ultimo crociato Cristoforo Colombo, che in- consciamente apre al vecchio continente nuovi com- piti di lavoro e di ricchezza, e alla Chiesa nuove terre da convertire.
La riforma luterana infligge un duro colpo: è una reazione alla politica unificatrice del papato a cui il grande nemico di Roma ha opposto la forza dis- solvente dell’individualismo religioso e dell’indivi- dualismo germanico. È una prima esplosione del sen- timento nazionalista in contrasto con lo spirito euro- peo nella sua forma di teocrazia quale aveva elabo- rato il medioevo. L’individualismo nazionale diventa individualismo religioso. Si chiude infatti col 1520 la gloriosa epoca che ovunque riconosceva uno stesso potere spirituale.
Ma l’Umanesimo, che si afferma come amore dell’antico, ma innestato nella Fede medievale, ac- cetta la battaglia, nel duello fra Erasmo e Lutero si riassume il contrasto fra la concezione unitaria della cultura latina, rinsaldata dall’unità della Fede, e il nuovo ideale della Chiesa nazionale e della cul- tura fondata sopra una tradizione germanica.
L’Umanesimo, pure movendo dall’Italia come sua patria di origine, si afferma nel suo successivo sviluppo come fenomeno europeo, si che un’altra volta, chi si

imbatte con l'Umanesimo sopra il suolo d'E., incentrata l'Italia. La Chiesa aveva unificato; il Rinascimento, che ha nei pontefici i suoi mecenati e promotori, continua l'opera unificatrice. Il senso di equilibrio armonico e di saggia concordia, la volontà di conciliazione, la furiosa concordia discors, sono l'anima vitale dell'Umanesimo perché l'umanesimo è soprattutto cristiano di fronte ai misteri dell'assoluto, alle creazioni dell'arte, alle più belle figurazioni pittoriche, nell'esaltazione della natura, nello sforzo di realizzare con metodi nuovi, non scostati o medievali, l'unità di Fede e sapere, di teologia e filosofia; così incontro ai valori estetici, viene data importanza ai valori morali e religiosi, e rinascenza viene a significare rigenerazione, esaltazione dell'uomo nell'esaltazione di Dio. L'Umanesimo impone alle arti e al processo dello spirito uno stile uniforme: a Roma, a Firenze, a Parigi, a Londra, a Madrid, a Bruxelles, la concezione del mondo si presenta rinnovata in uno stesso modo. L'Umanesimo è l'E., tutta l'E., in una ritrovata armonia fra la dignità dell'uomo e la sublimità di Dio.
Nello stralcio che provoca la rottura dell'unità religiosa, l'arte classica offre tutto il suo conforto di luci e di colori, di realismo e di naturalismo per arricchire di bellezza e di sovvita gli aspetti del credo cristiano, mentre l'umanista vede l'E. come l'insieme dei dotti che amano i testi classici e l'arte in questa forma rinata a vita nuova.
A poco a poco anche un Umanesimo germanico ricostruisce il ponte che Lutero ha spezzato, e la cultura latina rimane l'elemento coesivo della civiltà europea. Con le scoperte portoghesi, l'E. si pone al centro della storia mondiale ed è contemplata nel suo insieme.

europea. Con le scoperte portoghesi, l'E. si pone al centro della storia mondiale ed è contemplata nel suo insieme.
L'era della christianitas non è chiusa. Il Concilio di Trento le ridà un ampio respiro nel mondo; al di là degli oceani la Chiesa rinnovata svolge un'altra storia conquista. Il nuovo Impero di Carlo V sorge per investitura pontificia e l'Asburgo condanna il luteranesimo. Il periodo rinascimentale ci dà pure la chiara concezione dell'E. avente una sua personalità politica, morale e tradizionale.
E Machiavelli che la giudica un'entità inconfondibile rispetto agli altri continenti. Nei suoi discorsi sulla guerra si propone di non superare i termini d'E., e di non rendere ragione di quello che si è costumato in Asia; perché egli scorge una profonda diversità fra Asia ed E.; quella, schiava della forma dispotica, questa, sempre intesa a difendere i benefici della libertà e talora anche della virtù repubblicana. Cristoforo Colombo non ha piccola parte nel rinnovare il mondo delle opinioni e degli interessi. La scoperta dell'America è la conoscenza di paesi popolati da selvaggi, mentre definisce meglio il vecchio continente, aiuta l'europeo a distinguersi ancora più luminosamente come complesso civile superiore di fronte ad altri popoli. Non par vero ai dotti umanisti, che si gloriano di essere gli eredi della grandezza antica, d'aver trovato altre genti a cui dare l'epiteto di barbari per meglio nobilitare la propria cultura e tutta la civiltà europea che da essa dipende.
E poiché la lotta contro il pericolo islamico non è stata chiusa dalle Crociate, l'idea di E. si precisa anche per una seconda volta, contrapponendosi al cancerto di Turchi, Mori, Infedeli. Perciò nel Risanamento il nome di E. si accompagna alla consapevolezza della necessità della guerra santa contro l'Infedele. L'anti-E. in quel momento è impersonata nel Turco. Allora il Tasso prende per argomento «lo sforzo d'E.» che si è volto concorde ad una azione di Fede cristiana (Gerusalemme liberata, I, 24), e invita il suo principe a tale impresa perché «in pace.... il buon popolo di Cristo.... si veda». Anche l'Ariosto abbandonando il fare burlevole, sospira seriamente sullo stato di E. che, dilaniata da interne ostilità, ritarda il combattere per la libertà dei Luoghi Santi. La visione europea permane nell'ambiente della concezione medievale della «christianitas».
una o di altra fra le potenze maggiori per attuare in conquista dell'Italia, condizione del prevalere su tutto, si ripete più volte ed è la caratteristica dell'E. moderna. Ma la reazione si attua con uguale insistenza per ristabilire l'equilibrio, ossia una certa costanza nel rapporto delle forze che compongono il sistema continuato. È un equilibrio dinamico, non statico, raggiunto con vantaggi generali, tutti o quasi, a spese dell'Italia.
Il primo sforzo per un'egemonia europea è impiegato dalla Francia, per opera di Carlo VIII e poi di Luigi XI. Il secondo è quello suborlino con Carlo V e Filippo I, la Spagna e l'Impero, contrastati dalla Francia con Francesco I e poi con Enrico II. E n'è pieno di questa guerra tutto il secc. XVI. L'Italia cade in servitù. Ma c'è molta passività anche per chi esce vincitore.
La Spagna fallisce nel suo audace intento di dominare Francia e Inghilterra, e dalle rovine della sua effimera grandezza nascerà una nuova potenza: le Province Unite d'Olanda.
Nel secolo seguente Ferdinando II, facendosi ampiamente della crociata contro l'arsenia, mira a soggiogare i paesi germanici che si erano saccati dalla Chiesa di Roma, e apre la guerra dei Trent'anni, ma con esito infelice.
L'alleanza della Francia di Richilde con i principi protestanti, conferma la libertà di coscienza dei loro paesi; la pace di Westfalia rinforza territorialmente e politicamente il vecchio Brandeburgo, nucleo centrale della futura Prussia, destinata a divenire, dopo l'attività di Federico II, l'antitesi dell'Austria sul piano delle ambizioni di primato europeo.
Ma con Luigi XIV, il Re Sole, la Francia ritorna all'offensiva sui Paesi Bassi e sul Reno, poi sull'Italia e sulla Spagna, con il proposito di sostituire la propria egemonia a quella asburgica. La gara fra Parigi, Madrid, Vienna, riempie tre secoli di vita europea. In queste vicende continentali l'Inghilterra, abbandonate le sue ispirazioni sulla Francia dopo l'esito negativo della guerra dei Cento anni, prende un interesse sempre più vivo al destino d'E., ed ottiene la separazione delle due corone, di Francia e di Spagna, con un'occasione progressivamente più chiara della necessità che essa impedisca il formarsi di qualunque egemonia, per non avere temibili concorrenti nella propria espansione oceánica. Da questo momento Londra si considera l'ago della bilancia d'E. Ma in questo gioco si alternano Francia e Inghilterra. Anzi, ambedue arrivano a intravedere l'interesse comune a tutta l'E., che scompaia la servitù d'Italia per sottrarre alle ambizioni europee ciò che è l'elemento di discordia e la causa principale delle ripetute guerre di preponderanza in E.
Questa nuovissima idea comincia ad affiorare dalle laboriose discussioni dei Congressi di Utrecht e di Rastadt, e poi dalle paci che seguono alle guerre di successione polacca e austriaca, in cui l'Italia era sempre stata oggetto di rimaneggiamenti territoriali.

Quando poi sorge nel '600 e nel '700 il motivo antieuropeo che si alimenta dell'esaltazione dei selvaggi come esseri non inquieti dai mali della civiltà, anch'esso aiuta, per un gioco di contrapposti, a meglio studiare l'europeo, quindi a meglio conoscerlo, come si vede nel Montesquieu che tiene questo procedimento per definire che cos'è l'europeo europeo.
Così nel bilancio totale, l'età moderna, nonostante fattori inizialmente passivi, valorizza poi l'entità europea globalmente presa, riuscendo a lusingare gli ideali nazionali e le tendenze unitariamente europee.
Ma l'idea di nazione agisce pure con forze proprie, che si palesano soprattutto nella ricerca di un'egemonia europea, dopo l'acquisto di una indipendenza nazionale; il che viene a contrastare la formazione di una coscienza europea che può coesistere solamente su basi di parità e di rispetto reciproco pur nella disparità delle forze. Nazione contro nazione, volontà di preponderanza sull'intera E., ecco i primi grandi atti di guerra dell'età moderna. Ma il principio dell'equilibrio, inteso ad impedire che uno Stato divenga territorialmente più forte dell'altro per non creare pericoli all'indipendenza dei singoli, è la norma direttiva della nuova politica europea. Essa determina il formarsi di leghe e controleghe, di piccole e grandi alleanze che sono una scuola preparatoria al concetto della unità e di federazione europea quale unica garanzia di pace generale.
Dal sec. XVI al sec. XVIII il corso della storia continua ad oscillare fra i due poli dell'egemonia e dell'equilibrio. Il tentativo di
fa un pubblico riconoscimento di quella unità culturale che egli ravvisava nell'E. del suo tempo, e mostra di avere un chiaro concetto di E. Ma esso è ancora tutto e strettamente unito di pendente, dal cristianesimo. La civiltà europea per Vico, è la civiltà dell'E. cristiana, in forza della cristiana religione. Egli scrive: «L'E. cristiana sfogora di tanta umanità, che vi si abbonda di tutti i beni che possono felicitarne l'umana virtù non meno per gli agi del corpo che per i piaceri così della mente come dell'anima». Ma questa constatazione vichiana di un primato civile dell'E., globalmente concepita, esclude l'idea di primati particolari, di egemonie nazionali, che il Vico considera offesa all'unità spirituale. Egli biasima la boria delle nazioni e con fondamento, tutte essendo ugualmente debitrici del loro patrimonio civile verso un unico principio generatore, il cristianesimo. E l'idea fece cammino. Uno svizzero, Gian Giorgio Zimmermann, nel 1758, pubblicò una opera di molto grido: "Non Nationaliste" («Della superbia nazionale»): quivi in condanna ogni presunzione di primato, negatrice di fratellanza umana. In uno stesso clima umanitaristico nascono i progetti di Kant, di Rousseau, di Saint-Pierre, dell'abate Scippione Piattoli, per porre tutta l'E. al riparo da guerre.
Frattanto l'enciclopedismo lavora ad abbattere l'antico regime in tutto il suo contenuto tradizionale di massime e di credenze.
Ma il mito settecentesco di una ragione naturale sovrana del mondo, di una bontà naturale dell'uomo e di un nuovo mondo tutto libero e felice per i lumi della «raison raisonnante», prepara anche la fiducia nelle possibilità di organizzare l'E. entro forme personali di una pacifica e benemerita solidarietà internazionale, e stacca l'idea di E. dalla concezione della «respubblica christiana» e dei suoi fondamenti religiosi.
Ed è la Francia che presume nel sec. XVIII di poter rappresentare l'E. ed essere tutta l'E. con la sua cultura, i suoi libri, il suo genio volgarizzatore, ed anche con le sue leggi.
Nel 1783 Rivarol scrive: «Le temps semble être venu, de dire le monde français, comme autre fois le monde romain». Era il tempo dei grandi inventori dello spirito europeo e dell'esprit de société, di un'E. associata culturalmente e civilmente, immensa repubblica delle lettere e delle arti: da Voltaire all'abate Galiani, dal Verri al Beccaria, dal principe di Ligne a Goethe, da Montesquieu a Fonte.

Un anticipo a questa grande idea, che porterà una rivoluzione nella diplomazia europea, sono gli esperimenti dottrinali, per una sistemazione dell'Italia: da quello di Enrico IV e di Sully formulato nel 1601 a quello posteriore di ca. un secolo e mezzo del marchese d'Argençon. Frattanto la famiglia europea si arricchisce di due nuovi membri: la Prussia e la Russia, destinate ad entrare nel nuovo delle grandi potenze. Ciò è il prodotto di una lenta evoluzione, forzata dall'intervento di forti personalità, specie in Russia che, per la sua maggior distanza, incontra più fatica ad entrare nell'orbita della vita accidentale. Federico I. e Pietro il Grande sono i maggiori artefici della grandezza europea di Prussia e di Russia. Caterina II, proseguendo l'opera di Pietro, apre alla Russia il cammino verso il Mar-diterraneo, con la Tauride, Sebastopoli ed Odesa: il suo occhio guarda ancor più oltre, a Bisanzio. Trieste compensa la scomparsa della Polonia e la cacciata della Svezia dal golfo di Finlandia.
Il personaggio politico dell'E. è quasi interamente formato nel suo carattere plurinazionale. Manca ancora l'Italia, come stato indipendente. Vi è unità di costumi nella varietà delle forme politiche. Unità di cui la Francia, con la diffusione del suo idioma, dà aspetto di unità linguistica. E già si nota un movimento di idee verso una più consapevole unità.
Affine alla teoria dell'equilibrio, che suppone uguaglianza di forze, è la lotta contro ogni idea di primato che qua è la emerge in alcuni scrittori del Settente, idea che è una pregiudiziale ostile ad una federazione europea.
Quando il Vico dedica la sua prima Scienza nuova «alle Accademie di E.»,
ordinamento dell'E., ma uscendo dagli schemi della democrazia francese, di cui diffidava come pericolosa alla disciplina del popolo e alla libera attività dei governi di polizia.
IV. NELL'ETÀ CONTEMPORANEA
Questi precedenti, tolti un po' dalla nebulosa dell'utopismo (il Campanella è un vecchio precursore), non vanno perduti. Il Congresso di Vienna fu ritenuto il più turpe mercato di territori, sotto apparenze di giustizia, e lo strazio più delittuoso di ogni ragionevole aspirazione nazionale dei popoli. Ma la Santa Alleanza, che non ha nulla di comune con il trattato del 1815, è stata sì come la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, rispetto alla Rivoluzione Francese, nuove da un concetto fondamentale buono e progressivo: è una specie di credo internazionale, che riconosce il bisogno di una istituzione permanente e normale come arbitrato nei conflitti interni di ogni Stato d'E., e rivela la sensazione di una responsabilità di ordine europeo, avvertita da alcuni diplomatici, e il proposito di creare fra le potenze una volontà comune di agire validamente contro il rinnovarsi di disordini.Coscienza europea di carattere conservatore, informata ai principi dell'antico regime, non figlia di un concetto unitario dell'E. quale si era venuto evolvendo negli ultimi cinquant'anni di storia. Lo zar Alessandro, curioso incontro di despota, di mistico e di liberale, sognava di riunire tutto le potenze d'E. in un'unica lega, di porre il nuovo assetto europeo sotto l'immediata ed alta sovranità di Gesù Cristo, considerandosi il fondatore della federazione europea.
Madame de Staël notava allora che si cominciava a pensare in europeo. E pensava così, ma con i principi dell'8g, Henri de Saint-Simon quando auspicava il formarsi di un nuovo sentimento di patria, e le patriotisme europeo; e nelle calde pagine De la réorganisation de la société européenne (Parigi 1814), scritto in collaborazione con Augustin Thierry, salutava in Carlomagno il primo e vero organizzatore della società europea già matura, dopo tanti secoli di funeste guerre, per costituire un solo corpo politico con piena indipendenza delle varie nazioni; al concetto di alleanza politica fra più Stati, proponeva di sostituire la nozione di «Società degli Stati europei» avente un parlamento europeo, incaricato di

EUROPA - Romania. Chiesa di Demus (fine del sec. XIII).
nelle, un forte manipolo di pensatori percorre le vie d'E. portando ovunque l'esaltazione dell'uomo europeo, come essere attivo, progressivo, socievole, industrioso, maestro di scienza e di arte.
È queste premesse, che rendono di già l'E. una realtà psicologica e la Francia una mediatrice del sapere, per l'udono al cruciale 1789. Ma quando la Rivoluzione Francese, sentendo le sue massime di libertà e tornando alle tradizioni di politica estera di Luigi XIV, diviene il napoleonismo, con illimita e aspirazioni di conquiste, l'E. gli si contrappone con la forza di sette coalizioni, organizzate e alimentate dall'Inghilterra. Ancora una collettività europea n-sorge per difendere la libertà dei singoli da sopraffazioni cessate, ancora una volta si ritorna all'idolatria dell'equilibrio.
Napoleone, pur nel suo delirio di monarchia universale, volle far credere ai posteri di avere custodito nel suo animo un vasto disegno di pace: la confederazione dei popoli, la creazione di un nuovo sistema europeo «un unico codice, una corte europea di Cassazione, le medesime leggi, la stessa moneta, le stesse misure e un congresso federale come quello americano.
Il Corso attingeva dalle ideologie del secolo illuminista e cosmopolita. Era un po' anche l'ideale della Rivoluzione questa unità di vita, con la sua fissazione dell'uguaglianza e della fraternità. Ma Napoleone andava pur oltre. Giudicando l'E. una topaia, con la fantasia valicava gli Urali i disperdeva i suoi sogni nell'immensa spaziosità dell'Asia. Anche il Meiternich guardava al di là delle frontiere asburgiche, pensava un
EUROPA - Svezia. Castello di Vadsena. Disegno a penna.
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risolvere soprattutto i problemi del lavoro, favorendoli con l'espansione coloniale. E solo in tal modo Saint-Simon vedeva la possibilità di conservare all'É. l'egemonia sul mondo, quella che essa ha realmente perduto ostinandosi nei conflitti egemonici interni.
Ora l'idea assumeva un grande sviluppo. L'amore della pace si orientava in quella direzione, pure in Italia, ove la guerra con la straniero era attesa e si veniva preparando. Luigi Andren Mazzini nell'opera De l'Italie duis ses rapports avec la liberté et la civilisation moderne (Parigi 1847), sostiene che una spinta di natura associativa viene quasi spontaneamente dalla stessa civiltà europea quale frutto di cooperazione generale e forza coesiva per se stessa. Esclude tuttavia dal nuovo sistema politico in Russia, che egli considera estranea al liberalismo occidentale base dell'associazionismo.
G. Mazzini, che il Morandi definisce il più italiano tra gli spiriti europei e il più europeo degli Italiani, nel 1864, del 1834 costituisce simbolicamente la Giovane E. a Berna, alla presenza di 18 giovani di nazioni diverse: «per bene dell'umanità le nazioni si uniscono in un patto di difesa, di soccorso, di fratellanza». Anche Mazzini come Saint-Simon unisce il motivo politico a quello sociale, per una compiuta riforma della vita europea. Carlo Cattaneo ribadisce il concetto nel 1848: «Avremo pace solo quando avremo gli Stati Uniti d'E.».
Gli fanno eco in Germania il Fleck, il Blum, il Voghi; in Francia, Victor Hugo nella seduta inaugurale del Congresso per la pace (ag. del 1849), con parole che ebbero una risonanza europea.
L'idea, entrata nei congressi, trova in questi il mezzo più agevole di popolarità. Un secondo Congresso di Ginevra nel 1867, con la partecipazione di Garibaldi, inaugura la formula «Stati Uniti d'E.». «Chiede la creazione di un arbitrato internazionale. Poco dopo, nel 1868, vi si parla di «Federazione di popoli d'E.». In omaggio alla Svizzera. Poi grande numero di congressi pacifisti ci era studiato il modo di conciliare la sovranità dei singoli Stati con l'unione europea; e a quando a quando ondate di pacifismo, ma in una forma puramente lirica, che irradiavano dalle sedute della Conferenza dell'Aja, promosse dalla Russia di Nicola II, avviatasi verso le grandi riforme sociali e umanitarie, dopo l'affrancamento dei servi decretato nel 1861 da Alessandro II.
E Congresso del 1867 che dà vita a un giornale Les Etats Unis d'Europe, però con scarsa tiratura. Ma azione benefica, continua, è quella di Ginevra. Per dare a questa nefasta coscienza europea manifestazioni concorde nell'ordine istituzionale assisterziale, la Svizzera, collocata nel mezzo di quattro grandi nazioni, e privilegiata di un carattere politico, non solo badi a salvare la propria neutralità, ma ad essere il tratto d'unione fra i diversi Stati dell'E., con il diritto d'asilo tanto vantaggioso ai proscritti politici, con la tenace lotta di pensiero contro i mali della guerra, e con la creazione di numerosi uffici internazionali per la pace e convenzioni internazionali dello stesso tenore. Notevole quello a favore dei feriti di guerra (29 ag. 1864) e più tardi ancora più notevole l'Ufficio internazionale del lavoro (1901) composto dai delegati delle diverse nazioni.
Ma la grande idea ha un curioso destino, imposto dalle circostanze politiche d'E.: si risveglia ad ogni fase di guerra, si assospisce nelle parentesi di pace. Ai primi inizi del cancellerato di Bismarck (1862), la sua politica, che egli dichiara avversa a sentimentalismi, desta gravi preoccupazioni, il movimento della pace si fa intenso. Gli si contrappone Napoleone III, il politico sentimentale destinato ad essere la più grande vittima di Bismarck: nel 1863 egli propone la convocazione di un congresso europeo per creare la basi delle pace perpetua. Utopia anti-storica, mentre l'Italia lavorava ad ottenere la propria unità e indipendenza sperando sopra un conflitto europeo. Tuttavia l'idea fa cammino e culmina nel 1870 negli appelli di Renan, che sembrava il pianto dei Francesi levatosi sui disastri di quell'anno. Poi, la pace armata fino al 1914 è crescere vertiginoso degli armamenti. Chi non doveva rovinarsi con la guerra si rovinava nel

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**Fig. 1:** Cartoon depicting the political and social changes in Europe during the 19th century.
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**Fig. 256:** Cartoon depicting the political and
europea cedette all'idea dell'equilibrio settecentesco. Si continuò a credere nel mito delle forze armate, e dopo Guglielmo II comparve Hitler a rientrare di imporre con quel mezzo l'egemonia tedesca sull'E. E allora dopo le rovine della guerra, non più solo terrestre ma aerea, si riparò di Federazione europea e di Stati Uniti d'E. nei convegni d'E., nelle riviste mondiali, negli incontri diplomatici. Prese varie forme di alta coltura e di cultura popolare, da l'espirit internazionale, ove Carlo Sforza svolse un'attività notevole nel suo volontario esilio, alle pagine sugose dell'E. Quest'ultima è un'accurate rassegna politica diretta da Pier Fausto Palumbo; è l'organo più attivo del problema. La rivista esce a Roma ed è la voce che rappresenta l'Italia nel movimento europeo. Ma da Roma si sviluppa l'azione del Vaticano - e i frequenti messaggi del Pontefice ne sono l'incontro fondibile suggello - che nel nome di Cristo accoglie le nuove forme di solidarietà umana. Manifestazioni pubblicitarie non sono mancate in questi ultimi anni, per ottenere una più intensa azione europea convalida da propri organi educativi e culturali. Il primo congresso dell'Unione europea, che si è tenuto a Roma il 27 e il 30 ag. 1947, si chiude con la proposta di istituire un "Centro Federale di educazione e di cultura" a Ginevra. L'anno successivo, alla Conferenza dell'Aja da cui doveva nascere il "Movimento europeo" affermata la stessa necessità di cui si precisava il nome: "Centro europeo di cultura". Ma solo nel 1949, Lussana, dall'8 al 12 dic. l'idea ebbe una espressione più concreta nel Congresso di Lussana con un preciso questionario, meditare relazioni e commissioni di lavoro suddivise in varie sezioni, ognuna con precisi intenti, ma in un campo sempre ideologico e un po' atto, seminate di buone intenzioni che non hanno dinanzi a sé vere fondate speranze di tradursi in forze politiche effettuati. Il Vangelo invoca gli uomini di buono volontà, a quest'ultimi fanno ancora difetto quando l'uomo prende una veste politica.
Una recente difficoltà, di non piccolo peso, è data dalla concezione di una Russia che non è E. ma Asia. Essa è sorta in seguito alla Rivoluzione Russa, in senso comunista, e al successivo isolarsi del suo regime, tanto diverso da quello della restante E. Rinasce una vecchia denominazione, l'Occidente, come sinonimo di E., poiché soltanto la parte occidentale è ritenuta come la vera E., quella ancora strettamente legata alla storia di tanti eclettici. Tale restringersi dell'idea d'E., ed il crescente differenziarsi dei due versanti, Occidente e Oriente, determinano una crisi di non poco momento e gravi dubbi nella solidità della civiltà occidentale minacciata dal taglio di un'altra civiltà che non è europea.
Una coscienza europea, per uscire dalla sfera della poesia ed entrare in quella della realtà, presuppone una precisa conoscenza delle insopprimibili necessità dei vari popoli, e la disposizione non di comprimere la di soddisfare razionalmente a pacificamente.
V. IL PENSIERO DEMOCRITIANO
Questo presuppone, praticamente, che, al chiudersi di un conflitto armato, non segua una pace imposta con una mentalità di guerra, destinata a lasciare nel cuore dei vinti motivi di provocazione e desideri di rivincita, ma conclusa con uno spirito di pace, atto a prevenire nuove cause di attrito. Pertanto è necessario che l'umanità richiami a principi universali di giustizia. Vi è una tradizione di pensiero cristiano anche rispetto al problema dell'unità europea; e in questo pensiero soltanto sono contenuti quei principi.Lo si trova espresso soprattutto da Antonio Rosmini, da Vincenzo Gioberti, dai pontefici del sec. XIX, in forma più concreta dall'opera e dagli scritti di Benedetto XV.
L'idea di E. è sempre viva nei due grandi filosofi che fecero propria, con l'amore di Dio, la passione del Risorgimento; ed il sogno dell'indipendenza italiana è accompagnato dall'espiazione verso l'unità europea, come questa è veduta in funzione di quella.
Per il Rosmini l'unità europea già esiste come unità di civiltà di storia, da quando il cristianesimo raggiunse l'anima dei barbari; ma ogni tentativo di sostituire una nuova legge a quella di Cristo, donde è nata la «respublica christiana», è fallito: sia la formola di una egemonia, che quella ispirata ad una politica di equilibrio. Una buona regola di convivenza fra gli Stati d'E. non può essere basata sul diritto, segregato dalla religione; e questa intesa, secondo Rosmini, come fatto interiore, esplicante nella moralità e giustizia delle azioni come dei rapporti internazionali.
Anche il Gioberti trae il concetto di unità europea dalla comunanza di civiltà e di storia, dedotta dalle tradizioni di Roma e dal cristianesimo, ma entro il quadro dell'indipendenza di ogni nazione. Egli vuole libera l'Italia perché possa esplicitare la sua missione di monarchia cristiana universale, movendo dall'E. e abbracciando qui l'intera umanità nel compito di affrettare i popoli sotto l'arbitrato del pontefice, lume e guida di persuasione evangelica, giudice supremo delle nazioni.
«L'E. - dice il Gioberti - ha bisogno che la sua politica diventi una religione»: che al diritto internazionale sostituisca il diritto cristiano; che al pontefice sia conferita il potere di pacificazione concordando i fini che ogni nazione deve perseguire, intorno ad un fine di generale armonia che superi l'interesse di ogni singolo Stato con l'interesse medesimo della fraternità dell'esistenza pacifica.
Durante la prima e la seconda guerra mondiale, queste missione vennero non solo ripetute ma tradotte in realtà di vita internazionale dall'opera dei pontefici, dalle loro encicliche, dai frequenti appelli ai popoli e ai governi di E., dalle numerose iniziative per alleviare i dolori della guerra. Basti ricordare l'encic. Paem Delf mums del 23 maggio 1920. - Vedi tavv. LII-LV.
