INDIFFERENZA

INDIFFERENZA. — In senso ascetico, è l'abituale disposizione della volontà, per la quale essa non preferisce una cosa ad un'altra, finché non sa quale sia la volontà di Dio. L'ì, si radica nell'apprezzamento che spiritualmente, relativamente al proprio perfezionamento, tutto è nulla, se non corrisponde alle disposizioni del divino volere a proprio riguardo.

L'ì, non ha luogo dove già si conosce la volontà divina, giacché in tale ipotesi all'ì, deve sottrarre la prontezza e dedizione nell'abbracciare ed eseguire la divina volontà manifestata. Così, p. es., non si può essere indifferenti rispetto alle cose comandate o proibite da Dio nel Decalogo od imposte dai doveri del proprio stato. L'ì, si esercita infatti in quelle cose che, oggettivamente considerate, non hanno necessaria connessione con il fine ultimo.

L'ì, è necessaria per chiunque aspira a vita perfetta. Porta l'anima ad una grande libertà di spirito. Ancorché una cosa le piaccia o no, secondo il sentimento, essa non si lascia dirigere nell'orientamento della sua vita da queste impressioni, ma unicamente dall'amore di Dio, che domina sull'amore delle creature. Amando le creature soltanto in Dio e per Iddio, recide le propensioni disordinate e gli attacchi irragionevoli a cose, persone, luoghi, uffici, vedendoli tutti unicamente dal lato del loro valore per la vita eterna e preparandosi a sceglierli sotto questo aspetto. Perciò l'ì, vien lodata dagli asceti (v. PATARIA), come segno di cuore magnanimo, pronto a servirsi delle creature soltanto in quanto conducono all'ultimo fine, mentre la mancanza d'ì, passione (v.), cui sono attribuite tutte le deviazioni morali.

L'ì, così intesa è un elemento della conformità alla volontà di Dio, all'esecuzione della quale dispone perfettamente l'anima, ABBANDONO (v.); e suppone acquistate ABNEGAZIONE (v.) e della mortificazione. È virtù caratteristica dell'ascetica ignaziana: «Opus est ut simus indifferentes ad omnia creata, quoad concessum est libertati nostrae et non prohibitum» (Ignazio di L., Exercitia spir., a cura di F. Cervós, [Monumenta historica S. I., 2a serie], Madrid 1919, p. 253; cf. p. 1230).

L'ì, fu falsamente interpretata, specialmente nel sec. quietismo (v.). Innocenzo XI condannò tra gli errori di Molinos la concezione di una donazione del libero arbitrio a Dio, per cui l'anima «non deve più curarsi di alcuna cosa, né dell'Inferno, né del Paradiso; né deve aver desiderio della propria perfezione, né delle virtù, né della propria santità, né della propria salvezza, di cui deve purgare la speranza» (Denz-U, 1233 sgg.), ed Innocenzo XII condannò con il breve Cum alias del 12 marzo 1699 la dottrina secondo cui, chi è nello stato della santa, non dovrebbe più avere desideri volontari e deliberati di proprio interesse (Denz-U, 1330). È erroneo supporre che la genuina è richiesta che l'anima non voglia più la propria salute, come salute propria, come liberazione eterna, come mercede dei suoi meriti, come suo interesse (Denz-U, 1332).

Bibl.: G. Druzbicki, Tractatus de brevissima ad perfectionem via, hoc est, de perenni divinae voluntatis intentione, executione, apprehensione, Ingolstadt 1732; F. V. HUMMELA UER, FRANZ, Die Exer- cition des hl. Ignatius, Friburgo in Br. 1900, pp. 85-91; J. Calveras, Tecnicismo explanados. II. Es menester hacernos indiferentes, in Manresa, 6 (1930), pp. 195-201, 303-13; 7 (1931), pp. 3-10; J. Rovira, La indiferencia, ibid., 8 (1932), pp. 327-32; O. Zimmermann, Aszetik, 2a ed., Friburgo in Br. 1932, § 32; L. Brunet, Necesidad de la indiferencia, in Manresa, 11 (1935), pp. 31-34; F. S. Calcagno, Ascetica ignaziana, I, II, Torino 1936; I. Casanova, Comentario y explanación de los Ejercicios de s. Ignacio de Loyola, Barcelona 1945-47.