ABNEGAZIONE. - Disposizione a sacrificarsi per altri, disinteresse che si attua nella rinunzia al vantaggio personale.
1. Il termine non esiste nelle lingue classiche; nel latino decadente abnegatio presso i retori e grammatici (Arnobio, Prisciano) significa negazione. Nel latino ecclesiastico abnegatio sui (s. Girolamo) è il rinnegare se stesso, «idea sconosciuta ai Romani e intraducibile in latino classico» (H. Goelzer, Nouveau dictionnaire latin-fr., 5a ed. Parigi s. a., p. 9).
Voce e concetto etico esclusivamente cristiano, l'a. si fonda sulla ben nota frase del Salvatore (Mt. 16, 24; Mc. 8, 34; Lc. 9, 23): «Si quis vult venire post me, abneget semetipsum et tollat crucem suam cotidie». 'Ἀναφενεσθαι ἐαυτόν ἐὰ la sintesi, in forma di paradosso, della conversione o μετάνοια, il cui fine (dedizione a Dio) è sommamente positivo.
Su questo testo s. Giovanni Crisostomo osserva che il cristiano, piuttosto che rinnegare la sua fede, deve esser pronto a subire il martirio, a seguire Gesù Cristo fino alla morte. S. Gregorio Magno insiste sulla mortificazione spirituale sotto triplice forma: rinunzia al peccato, rinunzia a tutto ciò che allontana dalla perfezione della carità, configurazione spirituale a Cristo crocifisso per la salvezza delle anime. S. Tommaso nel suo commento a Mt. 16, 24, dimostra che queste varie accezioni del termine derivano dal suo senso primordiale. L'a. non è precisamente una virtù speciale; non la si trova nella enumerazione delle virtù studiate da s. Tommaso (Sum. Theol., 2a-2a). È però una disposizione generale a praticare varie virtù per combattere l'amor proprio, l'egoismo, e per giungere al perfetto amor di Dio e del prossimo. Gli atti di a. procedono quindi dalla carità che impera e ispira tutti gli atti di umiltà, di mitezza, di penitenza, di pazienza, che comportino un sacrificio dei nostri interessi per la gloria di Dio.
2. Fondamento. Creatura essenzialmente subordinata a Dio e al piano della sua provvidenza, l'uomo non deve farsi centro, ma deve stimarsi mezzo per il conseguimento del bene comune, subordinandosi totalmente agli interessi del tutto. (S. Tommaso, Sum. Theol., 2a-2a, q. 26, a. 3; cf. 1, q. 60, a. 5; cf. P. Rousselot, Pour l'histoire du problème de l'amour, Münster 1908, p. 23; S. G. Garrigou-Lagrange, L'amour de Dieu et la croix de Jésus, I, Juvisy 1930, p. 111 sgg.; J. de Guibert, s. V. in DSP, I, col. 103).
D'altronde, amando davvero la parte superiore di se stesso, l'uomo ama più ancora il suo Creatore, e cessare di volere la propria perfezione equivarrebbe a distogliersi da Dio.
Questo fondamento della a. ne fissa altresì i limiti; ciò che non hanno visto i quietisti, i quali da un lato rassicuravano ogni mortificazione e dall'altro parlavano di sacrificio della PURISMO (v.) pienamente disinteressato. Non possiamo sacrificare la nostra salvezza, né i mezzi necessari per raggiungerla, poiché ciò significherebbe sacrificare non soltanto la speranza, ma anche la stessa carità che tende a glorificare Dio eternamente. Ne consegue anzi che ogni sacrificio compiuto per un motivo proporzionato, per amor di Dio, sarà compensato dalle grazie di santificazione che Dio concederà.
3. Necessità. Occorre distinguere l'a., che è necessaria ad ogni cristiano per evitare il peccato mortale e per diminuire il numero dei peccati veniali, da quella necessaria per allontanare le imperfezioni volontarie e per tendere efficacemente alla perfezione della carità, data l'elevatezza del precetto supremo dell'amore di Dio cui ogni cristiano deve aspirare secondo la condizione propria.
A. e mortificazione sono dunque entrambe necessarie a causa degli effetti del peccato originale, delle conseguenze dei nostri peccati personali, della infinita altezza del fine soprannaturale che è Dio stesso da possedersi eternamente, del dovere infine di imitare Gesù crocifisso per cooperare con lui alla salvezza delle anime. Per raggiungere la per-
ida M. Hurlimann, I'Inde)
Abluzione - Immersione di Indù nel sacro Gange.
fazione bisogna possedere, se non la pratica, almeno lo spirito dei tre consigli evangelici cioè lo spirito di distacco. Occorre soprattutto la mortificazione del vizio dominante.
L'a. è quindi un frutto dell'amor di Dio già abbastanza forte per imporci tali sacrifici, e la sua pratica generosa è indispensabile per giungere all'amore eroico, alla vera santità, impossibile senza l'olocausto. Lo dimostra in particolare s. Giovanni della Croce, benché veda il sacrificio meno sotto l'aspetto negativo di distruzione che sotto quello di liberazione che conduce all'amore perfetto.
