ABLUZIONE (LAT. AB-LUO, GR. ἈΠΟ-ΛΟΊΩ « PORTO VIA LAVANDO »)

ABLUZIONE (lat. ab-luo, gr. ἀπο-λοίω « porto via lavando »). - L'a. è un rito diretto a mettere un individuo o un gruppo in stato di purità rituale nei riguardi della divinità o di una persona, di un oggetto, di un luogo investiti di sacralità. Prima del contatto con ciò che è sacro l'a. serve ad asportare l'immondizia accumulata nella persona; dopo serve a liquidare il contatto con il « sacro » e a riportare l'individuo nella condizione normale. AZIONE (v.) che vuole detergere un miasma fisico o morale, e dalla lustrazione che ha carattere espiatorio collettivo.

1. NELLE RELIGIONI NON CRISTIANE

L'a. si fa specialmente con l'acqua o per immersione o per infusione com'è documentato dal rituale di tutte le religioni. L'acqua corrente, specialmente dei fiumi, è quanto mai opportuna ad asportare le impurità. Di qui le frequentissime a. degli Indù nel Gange e la loro preoccupazione di morire nelle sue onde o sulle sue rive o almeno con il pensiero volto al fiume sacro; nello shintoismo il lavaggio delle mani e della bocca prima di entrare nel tempio a pregare; nell'islamismo le a. prima della preghiera, della lettura del Corano, o prima di toccare una copia di esso, per liberarsi da impurità sorte dal normale funzionamento del corpo. Ma non sono esclusi altri mezzi, come la sabbia del deserto per i musulmani, che sono lontani da una fonte (Corano 4, 46; 5, 9), l'orina di bue per gli antichi Persiani e per i moderni Indù.

L'a., dunque, come rito religioso non ha uno scopo igienico nel senso moderno; essa è diretta a detergere la sporcizia, in quanto questa quasi deteriora e sciupa la condizione della persona o della cosa, che dal lavacro esce rigenerata a nuova vita, ed è considerata possibile ricettacolo di miasmi che importa allontanare; come si vede dall'uso dei Greci (Eschilo, Coeph. 95) di volgere indietro gli occhi nel gittare il recipiente delle immondizie e dall'uso delle vestali romane di gittare dal clivo capitolino (Varrone, De lingua lat., VI, 32) o nel Tevere la spazzatura del tempio di Vesta (Ovidio, Fast., VI, 228. 713).

BIRL.: Van den Leeuw, Einführung in die Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, p. 320 seg. Nicola Turchi

2. ETNOLOGIA

A. a sfondo religioso, o almeno rituale, si trovano presso i primitivi e presso popoli progrediti in diverse forme, con diverse materie, e sotto diversi significati. È raro però rinvenirne tra i popoli culturalmente più antichi, alcuni dei quali recitano al mattino le loro preghiere al Creatore lavandosi il volto: in questo caso l'a. non ha carattere religioso, ma costituisce solo una preparazione alla preghiera. Un certo aspetto rituale hanno, invece, le lavande che altri popoli dello stesso livello culturale praticano al primo manifestarsi della pubertà e si accompagnano con insegnamenti etici, spesso uniti a richiami alla volontà del Creatore; e però siamo qui in presenza di un substrato religioso.

In culture più recenti, sempre presso i popoli primitivi, appaiono a. religiose, o almeno rituali, con diversi significati. A., certo rituali, nel mare o nei fiumi, si notano in quasi tutte le cerimonie di iniziazione della gioventù; ma oscuro ne resta lo scopo. Un tipo particolare di a. è quello che si manifesta quasi esclusivamente nell'iniziazione della gioventù femminile, allorquando la madre versa birra (Africa) o «chicha» (America) sul corpo della figliuola, come augurio di ogni felicità e, forse anche, di numerosa prole.

Altre a. si fanno con medicine o con sangue al fine di guarire malattie, o di difendersi da ogni sorta di funesti influssi. Lo stesso scopo ci si sforza di raggiungere con unzioni, aspersioni e simili. Ci sono, finalmente, a. volte a rimuovere impurità sia materiali, sia morali, sia immaginarie, spontaneamente provenienti da stati o fasi importanti dell'esistenza, come pubertà, matrimonio, parto, vedovanza, passaggio a nuove nozze ecc., ovvero contratte da contatto con cose impure (cadaveri), o derivanti da forze occulte cattive, o da responsabilità morali.

BIRL.: P. D. Chantepie de la Saussaye, Lehrbuch der Religionsgeschichte, 4ª ed., Tubinga 1925; R. H. Codrington, The Me-

lanesians, Oxford 1891; J. A. Dubois, Mœurs, institutions et cérémonies des Peuples de l'Inde, nuova ed., Pondichéry 1921; H. A. Junod, The Life of a South-African Tribe, 2ª ed., Londra 1927; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidee, 6 voll., Münster 1926-40; L. von Schroeder, Arische Religion, Lipsia 1923; G. Wobbermin, Das Wesen der Religion, Lipsia 1925. Per la presa di posizione della Chiesa di fronte alle a. superstiziose in India cf. il decreto di Benedetto XIV del 12 sett. 1744, Dubio 14, in Collectanea S. Congreg. de Propaganda Fide, Roma 1907.

Michele Schulien

3. NELLA LITURGIA

In molte regioni dell'Occidente era uso, nel medioevo, di lavarsi la testa durante la funzione della domenica delle Palme (Capitilavium), forse come ultimo residuo del bagno che i catecumeni facevano prima del battesimo nella Settimana santa. Secondo l'esempio dei pagani e dei giudei, anche i primi cristiani, prima di entrare in chiesa, si lavavano le mani nella fontana (cantharus) posta nell'atrio, perché dovevano ricevere in mano l'Eucaristia per comunicarsi poi da se stessi. Così facevano pure i sacerdoti. Ultimo vestigio di quest'uso è rimasto l'a. delle mani o delle dita, che i sacerdoti fanno, recitando una preghiera adatta, prima di indossare i paramenti sacri, e per i fedeli l'acqua benedetta all'ingresso del tempio. Un'altra lavanda delle mani, nella Messa, era, all'Offertorio, dovuta al bisogno del sacerdote di lavarsi le mani dopo aver ricevuta dai fedeli l'offerta del pane e del vino, o anche perché nel licenziare i catecumeni aveva loro imposto le mani.

Nella odierna liturgia è rimasta l'a. delle dita del celebrante all'Offertorio, mentre recita il salmo Lavabo. Dopo la Comunione, per rispetto al Sacramento che ha toccato (e così sempre quando ha avuto contatto immediato con l'Eucaristia), già dal sec. x il celebrante usa purificare il calice che è servito per

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(fot. Sassanini)
ABLUZIONE — Cantaro per a. (sec. XII) — Roma, Chiostro della basilica dei SS. Quattro Coronati.

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ABLUZIONE - Immersione di Indù nel sacro Gange.
i santi misteri, prima col solo vino, che consuma come una purificazione del calice e della bocca, poi con vino ed acqua, purificando insieme le dita che hanno toccato la santa ostia, e dicendo i due antichi Postcommunio Quod ore sumpsimus e Corpus tuum. Anticamente con questa a. terminava la Messa, benché nel rito antico romano l'a. si ripetesse dopo la Messa in sacrestia, come avviene ancor oggi nei riti mozambico e greco-bizantino.

Fino al sec. XVI il modo di praticare l'a. variava secondo i luoghi ed i tempi. Generalmente il calice veniva purificato una volta con solo vino; le dita invece, con solo vino o con sola acqua. Con l'andare del tempo finalmente si affermò l'uso di fare l'a. prima col vino e poi con vino ed acqua. Questi liquidi venivano quindi gettati nella piscina o in altro luogo decente; talvolta però erano chiesti con gran devozione dai fedeli, per usarli o per berli come una specie di sacramentale, da cui si ripromettevano favori celesti per il corpo e per l'anima. La seconda a., dove era in uso, si faceva non all'altare, ma in sacrestia o presso la piscina. In molti luoghi l'a. non era accompagnata da preghiere; in altri da una, da due o anche da tre. Il rito odierno venne stabilito da Pio V nel 1570. I vescovi, gli abati e quanti hanno il privilegio dei pontificali, si lavano le mani anche dopo l'a. del calice e delle dita, come nel sec. XI erano soliti fare tutti i sacerdoti.

BIBL.: E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, I, Anversa 1763, p. 142; P. Le Brun, Explication de la Messe, Liegi 1781; I. C. Wichmannhausen, De lotione manuum, in Thesaurus commentationum, Lipsia 1847. Filippo Oppenheim
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“ABLUZIONE (LAT. AB-LUO, GR. ἈΠΟ-ΛΟΊΩ « PORTO VIA LAVANDO »).” Enciclopedia Cattolica, vol. I (1948), p. 82. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/abluzione-lat-ab-luo-gr-apo-loio-porto-via-lavando.