ABBANDONO

ABBANDONO. -

I. Ascetica

I. Nozioni

L'a. (virtù, spirito, atto di a.) è un atteggiamento di vita spirituale d'alta perfezione, la cui natura, gradi, esercizi e deviazioni sono oggetto di studio soprattutto dal sec. XVI. L'a. in senso attivo vien definito: «completa conformità al beneficato di Dio in tutto, sorganate da amore e dedizione».

Gli antichi parlavano di resignatio (Inut. Christi III, 15. 17. 37; IV, 8), cioè il rimettere (quasi restituire nelle mani) la propria volontà a Dio.

La natura dell'a. nei suoi caratteri specifici si rivela nel confronto col concetto proprio delle virtù vicine o affini di rassegnazione, accettazione, acquiescenza, conformità, indifferenza, dalle quali differisce per delicate, ma essenziali sfumature. La rassegnazione dice accettazione «conseguente» di condizioni o eventi che si subiscono, mentre l'a. è atteggiamento spontaneo di accettazione «antecedente». È però qualcosa di più che semplice accettazione, la quale inferisce una posizione di parte quasi contraente e quindi un certo senso di parità e non di subordinazione. L'acquisizione implica una previa leggera discussione interiore, che non è invece nell'a., mentre la conformità significa uno «stato» che sembra però supporre precedentemente una sorta di aggiustamento piuttosto laborioso. L'indifferenza al contrario è disposizione preliminare all'a., preparando l'anima a ricevere tutti i divini ordinamenti, non opponendo resistenza, ma non rende il concetto di a. che dice donazione positiva di sé, piena e ineffabile a Dio ed alla sua volontà appresa come l'unica totalmente buona (C. Gay, De la vie et des vertus chrétiennes, II, Parigi 1883, pp. 372 sg.). Tuttavia s. Francesco di Sales identifica l'a. con l'indifferenza perfetta.

Alla base della virtù dell'a., è la dottrina del duplice principio causale della perfezione cristiana, ossia delle due volontà, di Dio e dell'uomo (cf. Conc. Cartagin. XVI, cann. 3-5: Denz. U. 103-105; Conc. d'Orange II: Denz. U. 176-80; Conc. Trid. sess. 6, can. 4: Denz. U. 814, e cap. 7: Denz. U. 799). La divina volontà infinitamente santa, identificata con l'infinita sapienza, ha l'iniziativa e la parte principale nell'opera della santificazione della creatura; questa nulla può far di meglio che aderire completamente a quanto da questa altissima volontà è desiderato o disposto. Bene osserva s. Vincenzo de' Paoli: «La perfezione consiste nell'unire talmente la nostra volontà a quella di Dio che la sua e la nostra non siano più che uno stesso volere e non volere; e chi eccellere di più in questo punto, sarà il più perfetto» (Entretiens, ed. Coste, t. IX, p. 318).

Oggetto dell'a. sono tutti i voleri divini, espressi sia dalla voluntas beneplaciti sia dalla voluntas signi, pur con un accento speciale su quelli del divino beneplacito. La volontà divina di beneplacito è quella per cui Dio vuole in una maniera assoluta che siano le cose che veramente saranno. In questo senso tutti gli avvenimenti cadono sotto la sua volontà, non escluso il peccato, il quale pur essendo proibito e disapprovato da Dio, vien lasciato materialmente come evento possibile, per i beni che ne conseguiranno (s. Agostino, De libero arbitr. III, 5: PL 32, 1276). La volontà di Dio significata è invece quella per cui Iddio prescrive tutto ciò che manifesta la sua volontà, anche se non ne consegua l'esecuzione, come i comandamenti, precetti, consigli, ispirazioni.

L'a. si esercita soprattutto circa le disposizioni divine nascoste passate, presenti e future; la conformità ai segni manifesti del volere divino merita piuttosto il nome di obbedienza (Lehodey, I, 4). Gli oggetti dell'indifferenza proposti da s. Ignazio di Loyola «desolazione e consolazione, malattia e sanità, povertà e ricchezza, disprezzo e onore, vita breve e vita lunga» (Exer. Spir., Principium) sono anche oggetti propri per l'esercizio dell'a. in Dio.

I fondamenti teologici di questa virtù sono nell'insegnamento e negli esempi di Gesù Cristo, il quale la raccomando per le cose temporali e spirituali (Mt. 6, 25-34; Lc. 11, 9; 12, 31; 22, 42; Mt. 26, 39, ecc.) e la esercitò in tutta l'esistenza mortale, che volle chiudere con le incomparabili parole: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc. 23, 46). Anche s. Pietro e s. Paolo inculcano la stessa dottrina (I Pet. 5, 7-8; Rom. 8, 28). Essa si fonda sul dogma della Provvidenza di Dio con i due punti essenziali, che nulla avviene in questo mondo se non per sovrana volontà di Dio, secondo la frase di s. Agostino: «Non ergo fiat aliquid nisi Omnipotens fieri velit, vel sinendo ut fiat vel ipse faciendo», e che tale volontà è infinitamente buona e benefica sicché compie i suoi disegni benefici anche attraverso i mali della vita e le volontà stesse cattive degli uomini malvagi.

2. Pratica

La pratica perfetta dell'a. è certo una sintesi di tutte le virtù teologali e cardinali (Bernies, Anour et abandon, Parigi 1912, pp. 136 e 162). Bossuet vi trova in un solo atto l'unione «della fede più perfetta, della speranza più alta e della carità più pura e fedele» (Instruct. sur les états d'oraison, tr. I, IX, n. 18). A. Piny sostiene che l'a. rappresenta la più perfetta pratica del puro amore di Dio, perché abbraccia la rinunzia ed il distacco totale da sé per affidarsi in amore e corpo completamente a Dio (Le plus parfait, capp. 7-19). Perciò s. Francesco di Sales chiama l'a. «virtù delle virtù: crisma della carità, odore dell'umiltà, merito della pazienza e fiat della perseveranza» (Entretiens II). Tutti i Maestri di spiritualità lo

mettono tra i punti di perfezione che conducono le anime ad una grande santità (Surin, Catéchisme spirituel, I, p. 4, col. 8). I suoi frutti principali sono libertà, gioia, e pace di spirito.

L'esercizio dell'a. nel senso di far accettare all'anima tutto ciò che Dio vuole, come lo vuole e perché lo vuole, è da inculcarsi a tutti i cristiani. Tale pratica ha gradi sempre più perfetti a misura della donazione di sé. Si presuppone negli stati mistici più alti. Come stato abituale non si raggiunge che da pochi, non perché Dio non vi chiami le anime, ma perché poche corrispondono a tale grazia. Nella storia letteraria della spiritualità sono note varie formole e preghiere che esprimono lo spirito di a. (cf. J. B. Saint-Jure, Connaissance et amour de J. C., III, 1, cap. 8, § 9; J. P. Caussade, L'abandon à la Divine Providence; ecc.).

3. Deviazioni

Il falso a. è l'esagerazione consistere nel lasciare a Dio la cura di quanto concerne l'uomo sia nell'ambito temporale sia nello spirituale. Nella gestione degli interessi materiali, l'imprevedenza porta subito le sue conseguenze sensibili che servono a dissipare l'illusione. Ma ben più pericolose sono le deviazioni nell'ordine spirituale. La Chiesa ha condannato le dottrine che insinuano l'assoluta passività ed inerzia nell'orazione o nel combattimento spirituale. Così non si possono accettare i propri peccati prima dell'evento, né la propria dannazione. Falso a. è pure l'indifferenza circa le virtù e la propria perfezione, Bernières (v.) condannato nel 1689, oppure il pretendere d'avvertire in sé la mozione divina prima di agire (v. QUIETISMO). Pericolo di tali errori si trova in tutte le mistiche di cattiva legge, che esagerano la passività dell'anima (cf. Pio XII, enc. Mediator Dei).

Storicamente il falso a. si è manifestato, in Occidente, nei begardi eterodossi e nei Fratelli del libero spirito del sec. XIV, alumbrados (v.) di Spagna del sec. XVI influenzati remotamente dalle dottrine panteistico-predeterministiche della tradizione arabo-islamica (Corano XXXV, 9; XXXVII, 94). Falso a. si trova nella dottrina luterana della fiducia nell'imputazione dei meriti di Cristo, e nella dottrina sull'orazione e vita spirituale dei quietisti e semiquietisti particolarmente spagnoli (Molinos), italiani (Falconi, Petrucci), francesi (Lacombe). È celebre a proposito di esagerato a. la controversia (v. AMORE PURO) tra Bossuet, Fénelon e M. le Guyon, terminata con la condanna dell'opera di Fénelon Maximes des Saints (1699). Contro il quietismo, e MOLINISMO (v.) lottarono in Italia i pp. Paolo Segneri, Giuseppe Agnelli e Gottardo Belluomo. Per l'Oriente cristiano, V. ESICASMO; PALAMAS.

RBL.: Bened. de Canfeld, Regula perfectionis compendiosa redacta ad unicum punctum voluntatis divinae. Colonna 1610 (la versione italiana per via del quietismo fu messa all'Indice nel 1689); K. Druzbicki, Tractatus de brevissima ad perfectionem via, hoc est, de perenni divinae voluntatis intentione, executione, apprehensione, Opera I, Poznan 1686; J. E. Nierenberg, Vida divina y camino real de la perfección, Madrid 1633; P. de Lagny O. Cap., Le chemin abrégé de la perfection chrétienne dans l'exercice de la volonté de Dieu, Parigi 1662; A. Piny, Le plus parfait, ou des voies intérieures la plus glorifiante pour Dieu et la plus sanctifiante pour l'âme, Parigi 1683 (nuova ed. di E. P. Noël, IV 1918; trad. II. di S. G. Nivoli, Torino 1923); id., Etat du pur amour, ou conduite pour bientôt arriver à la perfection par le seul « Fiat », Lione 1676; S. Francesco di Sales, Il Teotimo, II, V. IX; S. Alfonso de' Liguori, Uniformità alla volontà di Dio (1761); id., La vera Sposa di Gesù Cristo o la religiosa santificata, cap. 71; Luis de Granada, De oratione 1, 2; id., De Devotione (Opus 253); N. Grou, Le don de soi-même à Dieu, Londra 1796; M. Viller, Abandon, in DSP, fasc. I, coll. 2-25; P. Pourrat, Le faux abandon, ivi, cap. 25-49; V. LEHODEY, VITAL, Le saint abandon, Parigi 1919; J. Schrijvers, Le don de soi, Bruxelles 1923; J. Bremond, Le courant mystique au XVII siècle, L'abandon dans les lettres du P. Milley, Parigi 1943; T. Graf, Si, Padre (tr. it.), Brescia 1938; A. Tanqueray, Précis de théologie ascétique et mystique, 5° édiz., Parigi-Tournai 1925, n. 479; O. Zimmermann, Lehrbuch der Ärztetik, Friburgo in Br. 1932, §§ 12, 68. Arnaldo M. Lanz

II. Diritto

È, in senso stretto, il negozio giuridico unilaterale mediante cui taluno si distacca da una cosa con l'animo di rinunciare definitivamente al proprio dominio su di essa. Come la derelictio del diritto romano, ha per effetto principale la perdita della proprietà; onde la cosa abbandonata diventa res nullius ed è suscettibile di acquisto per occupazione.

Non è questo però il solo significato della parola a.; la quale viene usata altresì come sinonimo di rinuncia, desistenza, abdicazione, recesso, a seconda della natura dell'oggetto cui si riferisce.

Nel diritto statale hanno particolare importanza le figure giuridiche dell'a. di fondo, di nave o aeromobile, di coniuge, di domicilio domestico, nonché i reati di a. d'infante, di persone minori od incapaci, di animali, di pubblico ufficio, di posto.

Nel diritto canonico meritano di essere menzionati: 1) l'a. della residenza, che viene considerato per legge (CIC, can. 188, n. 8) come tacita rinuncia all'ufficio da parte del chierico, ed assume in determinante condizioni (cf. can. 2381) il carattere di vero e proprio delitto (v. RESIDENZA); 2) l'a. dell'abito eccle- siastico (v. ABITO ECCLESIASTICO); 3) l'a. dell'ufficio, per il quale è prevista (can. 2399) la pena della sospensione a divinis per un tempo da determinarsi di volta in volta dall'ordinario, in rapporto alla gravità del caso; 4) l'a. di istanza, che si verifica a norma del can. 1736 allorché per un biennio, nel giudizio di primo grado, o per un anno, nel giudizio di appello, le parti in causa non pongono in essere alcun atto processuale. Ferruccio Liuzzi