INDIFFERENTISMO

INDIFFERENTISMO. - Etimologicamente significa il non fare alcun conto tra una cosa e il suo contrario, non determinarsi né per una parte né per l'altra. Ma qui viene considerato in modo speciale nel campo teologico, sotto l'aspetto religioso, ed è l'atteggiamento psicologico di chi non pone differenza fra diverse alternative concernenti la religione.

SOMMARIO: I. Nozioni. - II. I. assoluto. - III. I. relativo. - IV. I. dello Stato.

I. Nozioni

L'ir. religioso si distingue innanzi tutto in pratico e in teorico o speculativo. L'ir. pratico è quello di chi conosce la verità della religione, ma non ne osserva i doveri; è l'atteggiamento di chi ha la fede e apprezza i valori spirituali, ma orienta la propria vita unicamente verso il benessere materiale, come se fede e valori spirituali non esistessero. C'è in questo i. la credenza nella divinità del cattolicesimo, ma tra questa credenza e la condotta pratica della vita esiste una deplorevole contraddizione, che può essere spiegata, ma non giustificata, dalla seduzione del piacere, dal tumulto degli affari, dalla irriflessione, dal rispetto umano e da altre cause. Ognuno facilmente comprende quanto sia illogica, incoerente ed empia questa forma di i. L'ir. teorico o speculativo designa, in generale, tanto l'opinione di chi ritiene indifferente avere o non avere una religione, quanto l'opinione di chi ritiene necessario avere una religione, ma pensa essere indifferente praticare questa o quella. Leone XIII nell'encic.
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INDICE DEI LIBRI PROIBITI - Frontespizio dell'Index librorum prohibitorum, Venezia 1575 - Roma, esemplare della Biblioteca Casanatense.

Libertas (20 giugno 1888) lo ha con brevità e chiarezza definito «il sistema dottrinale che insegna essere libero ciascuno di professare la religione che gli piace ed anche di non professarne alcuna». Si hanno quindi, come risulta dalla definizione, due specie di i. speculativo, l'assoluto e il relativo.

II.

I. ASSOLUTO

Nega la necessità di qualsiasi religione non solo positiva, ma anche naturale, e pretende perciò che sia indifferente avere o non avere una religione.

È l'errore di coloro, che pur ammettendo l'esistenza di Dio, si arrogano il diritto di non rendergli alcun omaggio. Dio non si cura del mondo e degli uomini, affermano i fautori di questo sistema, e non ha bisogno dei loro omaggi. La religione perciò è cosa indifferente e inutile; è piuttosto un fiore che sboccia dalla fervida ed esuberante immaginazione dell'uomo che non un frutto solo e stagionato della ragione umana. Benché la religione sia stata un tempo necessaria per l'uomo e ancora oggi sia per alcuni, più sentimentali, un elemento utile e uno stimolo nella vita, tuttavia in se stessa si oppone al progresso scientifico. Può solo servire quando, guidata dalla scienza, si presenta come una concezione simbolica dell'Assoluto, di cui è impossibile dimostrare l'esistenza; serve anche come un lusso e un ornamento per certe anime inclinate al misticismo.

L'ir. assoluto è praticamente irreligioso e spinge con facilità alla lotta contro la religione. Perciò i suoi seguaci prendono spesso i nomi di atei, di increduli, di irregi, di liberi pensatori. La sua falsità è un corollario diretto della necessità religione (v.). Ammessa infatti l'esistenza di Dio, si deduce con tutta chiarezza che è cosa mostruosa il ricusare ogni riconoscenza alla sua immensa bontà, ogni omaggio alla sua infinita maestà, ogni glorificazione e ogni amore alla sua suprema amabilità, tanto più che, essendo Dio l'Essere eterno, infinito, principio dell'uomo, è necesse.

sariamente anche il suo fine supremo e la sua unica beatitudine. L'ì, assoluto trova la sua condanna nella 3a proposizione del Sillabo di Pio IX (Denz-U, 1703).

III.

I. RELATIVO

Detto anche «latitudinarismo»; riconosce la necessità della religione, il diritto di Dio ad essere onorato, ma sostiene che tutte le religioni sono buone, perché sono tutte fasi diverse di un movimento progressivo di spiritualizzazione nel seno dell'umanità, e che tutte onorano ugualmente Dio e possono rendere l'uomo felice quaggiù e procurargli la salvezza eterna.

Ciascun individuo quindi ha piena libertà di seguire qualsiasi religione, la religione del suo paese e dei suoi antenati, la religione che sia più conforme ai suoi gusti. Dio tradisce gli omaggi da qualsiasi parte essi vengono. L'essenziale è di onorare Dio, beneficare il prossimo e praticare la morale. Questo sistema non è indifferente riguardo alla religione, ma lo è riguardo alle diverse forme di religione, e si dice perciò relativo.

Nel modo d'interpretare questo sistema conviene notare una certa graduatoria, che dà luogo a una triplice categoria di aderenti ad esso.

1. Coloro che riconoscono soltanto la religione naturale (Jules Simon) ed escludono ogni religione positiva. Non sono tuttavia d'accordo nello stabilire i doveri essenziali della religione naturale, se debba, p. es., ammetterli l'utilità dell'orazione e la pratica del culto esterno.

2. Coloro che riconoscono le religioni positive, ma tra esse, p. es., tra il cristianesimo, l'islamismo e il buddhismo, affermano essere lecito a ciascuno scegliere quella che meglio corrisponde alle sue aspirazioni. Teniamo poi in vario modo di giustificare questa asserzione. I modernisti infatti sostengono, più o meno apertamente, che ogni religione è vera in base al sentimento religioso, in cui essi ripongono la religione, il quale è sostanzialmente identico e comune in tutte le religioni. Altri invece si appoggiano sopra la supposizione che la verità è relativa e quindi mobile, e concludono pertanto che ogni religione è buona, perché corrisponde allo stato di una determinata epoca e alle condizioni di un determinato popolo. Altri infine concedono che le religioni, oggettivamente considerate, non sono tutte ugualmente vere e che una religione falsa non deve essere assimilata alla religione vera e che non merita la stessa adesione e la stessa stima; ma pensano che praticamente la loro autorità è uguale, perché nessuno può distinguere con certezza la verità dell'una e la falsità dell'altra.

3. Coloro che seguono l'a.i. cristiano. Soltanto il cristianesimo, dicono essi, è la religione vera e necessaria. Ma, esistendo parecchie Chiese cristiane, ciascuno potrà liberamente far parte di quella che preferisce e stima migliore. La Chiesa cattolica quindi ha lo stesso valore delle altre Chiese, e non è punto necessario appartenere ad essa per ottenere la salvezza eterna. Si accarezza perciò e si promuove, specialmente dalla Chiesa stabilita in Inghilterra, l'idea dell'unione di tutte le Chiese cristiane intorno ai punti sostanziali delle dottrine insegnate da Gesù Cristo.

L'ì, relativo è insostenibile in qualsiasi sua ramificazione, sotto qualsiasi punto di vista. Dio ha manifestato all'uomo una religione, con l'obbligo per l'uomo di riceverla e di praticarla mediante determinati omaggi di culto. Non è dunque più libero l'uomo di ricostruire questa religione venuta da Dio, per avere la soddisfazione di inventarne un'altra a suo capriccio, e di onorarlo con altri omaggi. Gesù Cristo ha fondato una Chiesa, con unità di dottrina e di costituzione, una Chiesa infallibile, che non può transigere sopra un solo punto del suo insegnamento divino, né ammettere alcun compromesso dottrinale, e alla quale è necessario appartenere per salvarsi (v. CHIESA). Non è quindi permessa all'uomo la scelta di altre Chiese, nelle quali si trovano gravissimi disaccordi dottrinali in contrasto con la verità cattolica. Essendo impossibile ogni compromesso tra la verità e l'errore, tra il bene e il male, e trovandosi la verità religiosa integrale solo nella Chiesa cattolica, qualsiasi forma di i. relativo deve essere riprovata da ogni mente logica e da ogni cuore retto.

Il giudizio della Chiesa intorno all'ì, relativo è espresso in parecchi documenti pontifici. Pio IX lo condannò nell'enciclo. Qui pluribus (9 nov. 1846 : Denz-U, nn. 1634-1635); nell'enciclo. Singulari quidem (17 marzo 1856 : ibid., n. 1646). Similmente si trovano nel Sillabo condannate le seguenti proposizioni: «Ciascuno è libero di abbracciare e professare quella religione che con la scorta del lume della ragione avrà riportato essere vera» (prop. 15); «Gli uomini nell'esercizio di qualsivoglia religione possono trovare la via dell'eterna salute e conseguire la vita eterna» (prop. 16); «Il protestantesimo non è altro che una forma diversa della medesima religione cristiana, nella quale ugualmente che nella Chiesa cattolica si può piacere a Dio» (prop. 18; cf. ibid., nn. 1715-18).

IV.

I. DELLO STATO

È bene accennare anche alla forma di i. sociale-politico, il quale, lasciando la questione religiosa alla coscienza individuale, afferma il pieno diritto dello Stato di non tener conto di alcuna religione e il suo dovere di concedere piena libertà e uguaglianza di trattamento ad ogni specie di culto (v. LAICISMO).

Questa dottrina conduce facilmente all'atticismo di Stato, con gravissime conseguenze per la Chiesa cattolica e per i popoli. Dell'ì, di Stato si tratterà esplicitamente a proposito dei rapporti tra Chiesa e Stato (v. LIBERTÀ). Si ricorda soltanto che il culto sociale è dovuto a Dio, sia perché Dio è autore e benefattore della società civile e dell'autorità pubblica come di ciascun uomo, sia perché la società ricava i più grandi vantaggi nel prestare a Dio i dovuti omaggi.

BIBL.: L. Choupin, Valeur des décisions doctrinales et disciplinaires du St-Siege, 3a ed., Parigi 1920, pp. 227-37; P. Richard, Indifférence religieuse, in DTHC, VIII, coll. 1580-94; R. Garrigou-Lagrange, De Revelazione, II, Roma 1945, cap. 15.

Andrea Oddone