INCREDULITÀ. - Termine usato in teologia per indicare l'assenza o il ripudio della virtù soprannaturale della fede: è quindi una forma di infedeltà. Se la mancanza di fede dipende da assoluta impossibilità oppure da ignoranza invincibile si ha l'ì, impropriamente detta, chiamata anche negativa, che si riscontra, p. es., nei bambini prima del Battesimo e negli adulti pagani, ai quali il Vangelo non è stato ancora annunziato. Questa i. è involontaria e quindi esente da ogni colpa (Rom. 10, 14). Perciò Pio V il 1 ott. 1567 ha condannato la seguente proposizione di Baio: «l'infedeltà puramente negativa è un peccato in coloro ai quali Cristo non è stato predicato» (Denz-U, 1068). Al contrario l'ì, propriamente detta, o i. positiva, siccome è dovuta ad ignoranza volontaria o alla cosciente negazione della fede, è gravemente colpevole (cf. Io. 15, 22; Rom. 11, 20; II Thess. 1, 8-10). Qui si tratta soltanto dell'ì positiva, la quale può effettuarsi in diverse maniere:
a) Anzitutto con la negazione volontaria dei motivi di credibilità, negazione la quale, sopprimendo i preamboli della fede, rende impossibile ogni credenza. Pertanto è incredulo chiunque fa professione di ateismo, perché negando l'esistenza del testimonio, che è Dio, toglie alla fede ogni fondamento. Lo stesso deve dirsi della cosciente negazione o del dubbio positivo sul fatto della Rivelazione.
b) L'ì, si ha pure rigettando il motivo formale e specifico d'ogni atto di fede, vale a dire l'autorità di Dio, il diritto del testimonio divino ad essere creduto, quando attesta una verità o un dogma. Conseguentemente, chi negasse o dubitasse positivamente dell'omissione di Dio o della sua veracità si metterebbe nella condizione di non poter credere, perché verrebbe a negare o a dubitare della verità della sua testimonianza.
c) L'ì può risultare inoltre dalla negazione o dal dubbio positivo sull'oggetto materiale della fede. Considerata sotto questo aspetto, l'ì è completa se comporta la negazione di tutto il contenuto della Rivelazione cristiana, come si verifica nel fedele che abbandona la Chiesa per aderire ad una religione falsa, p. es. al dubbismo; è parziale se implica il ripudio di alcune od anche di una sola verità rivelata, come si avvera nel credente che rinnega la fede cattolica per dare il suo nome ad una scelta erotica, p. es., al calvinismo.
d) Finalmente si arriva all'ì, impugnando la norma stessa della credenza, che è l'autorità del magistero ecclesiastico: il rifiuto cosciente e pertinace di sottomettersi alle sue definizioni infallibili in materia di fede costituisce il peccato di eresia.
L'ì è considerata generalmente dagli autori come il massimo peccato, dopo l'odio formale contro Dio. Infatti il peccato consiste essenzialmente nell'allontanarsi da Dio e di conseguenza sarà tanto più grave, quanto più separa da Dio. Ora l'ì, allontana da Dio al massimo grado possibile (cf. Sum. Theol., 2a-2a°, q. 10, 1, 3), soprattutto perché, rigettando la fede, distrugge il principio della salvezza, il fondamento e la radice della giustificazione (cf. Denz-U, 80). La malizia poi dell'ì può variare secondo gli aspetti diversi sotto cui si riguarda. Così quanto all'estensione, ossia al numero delle verità negative o degli errori professati, l'ì del pagano è maggiore (più vasta) di quella dell'ebreo, l'ì dell'ebreo maggiore di quella dell'eretico. Invece quanto all'intensità, cioè alla risoluzione volontaria e deliberata di rinnegare la fede, la graduatoria segue l'ordine inverso. Effettivamente nel pagano che non ha avuto nessuna notizia del Vangelo, oppure solo una notizia insufficiente ed inesatta, la fede è semplice, mentre assente: è una deficienza, non una colpa,
e quindi la sua è una i. puramente negativa. Nel
giudeo invece è positiva, colpevole e quindi peggiore
dell’i. del pagano, perché il giudeo conosce tutta la
rivelazione del Vecchio Testamento, che ha corrotto
con le sue false interpretazioni. Ma ben più grave
è l’i. dell’eretico, il quale, ripudiando pertinacemente
il dogma divino, viene a distruggere la virtù della
fede che già esisteva nella sua anima, in virtù del sa-
cramento del Battesimo. Per questa ragione s. Tomma-
so afferma che, considerata in se stessa, «l’i. dell’ere-
tico è pessima» (Sum. Theol., 2a-2a, q. 10, a. 3).
La ragione intima dell’i. risiede nella natura
stessa della fede, la quale non solo è un atto libero,
ma anche difficile a compiersi, perché esige l’assenso
circa verità delle quali non ci è data dimostrazione
interna, assenso non solo teoretico ma anche pratico,
per il quale tutto l’uomo deve interiormente riforma-
masi in maniera che la fede diventi la norma di tutta
la vita mediante l’osservanza di precetti gravosi e
ripugnanti alla natura corrotta. È chiaro allora che la
fede non può essere unanime, e che, di conseguenza,
si verifica il fatto dell’i. dovuto alle resistenze del-
l’orgoglio (Io. 6, 44), dell’attaccamento disordinato
ai beni terreni (Eph. 4, 17; I Tim. 6, 10), del lusso,
dell’avarizia (Lc. 16, 27-31) e delle altre passioni.
L’i. positiva ha sempre la sua causa nelle opere cat-
tive (Io. 3, 19) e perciò il Concilio Vaticano ha di-
chiarato che il cattolico non può mai abbandonare
la sua fede senza peccato (Denz-U, 1797).
L’i. non va riguardata come un fenomeno raro, straor-
dinario, ma come un fatto permanente, continuo, che si
è prodotto sempre e sempre si rinnova, tutte le volte che
Dio si rivela all’uomo sia direttamente sia indirettamente
per il tramite di altri (Is. 53, 1; Rom. 10, 16). La vita
e la storia sono impostate su questa grande scelta: Dio-non
Dio, fede-i. Sino alla fine del mondo la predicazione del
Vangelo arriverà sempre allo stesso risultato, che ebbe
l’apostolato di s. Paolo tra i Giudei residenti a Roma,
dei quali «alcuni credettero alle cose dette, altri invece
non credettero» (Act. 28, 30). Tuttavia, se l’i. è un fatto
persistente che si incardina misteriosamente nella vita
dell’umanità, non presenta sempre la medesima fisionomia:
tanto nelle sue cause come nelle sue ragioni si commisura
alle modalità del tempo e dipende più o meno dalle vi-
cende della storia. Così all’inizio della predicazione evan-
gelica, oltre il giudaismo affiorano altre molte forme di
i., quali lo gnosticismo, il marcionismo, il montanismo,
ecc., cui fecero seguito le eresie cristologiche e trinitarie
dei secc. IV, V e VI. Grande diffusione ebbe il manicheismo,
il quale, avversato energicamente e battuto in breccia
da s. Agostino, riapparve forte e minaccioso nella forma
rinnovata dell’eresia degli albigesi. Altre sette eretici
vennero ad aggiungersi alle precedenti nei secoli succes-
sivi. Ma è con la riforma protestante e specialmente con
l’illuminismo del Settecento che l’i. cessa di essere par-
ziale e diviene completa, in quanto non si limita al ri-
pudio di una sola o di alcune verità definite dalla Chiesa,
ma rigetta in blocco tutto il deposito della Rivelazione
e nega perfino la possibilità dell’ordine soprannaturale.
Si arriva così al naturalismo e al razionalismo, che nei
secc. XVIII e XIX finiscono per concentrarsi unicamente
sulla ragione applicata allo studio dei fenomeni e delle
loro leggi, vale a dire sulla scienza.
Tra le principali forme d’i. tuttora vive e operanti
nell’ordine intellettuale, morale, politico e sociale, vanno
ricordate il comunismo, l’esistenzialismo di Heidegger
e di Sartre, l’idealismo di G. Gentile e di B. Croce, il
razionalismo puro di P. L. Couchoud, il laicismo, l’in-
differentismo. L’i. è anche implicita nel modernismo
(Denz-U, 2109).
trad. it., Torino 1937; G. Baroni, È possibile perdere la fede
senza peccato? Dottrina dei teologi dei secc. XVII-XVIII, Roma
1937; G. Combès, Le retour ofensif du paganisme, Parigi 1938;
B. Guzzetti, La perdita della fede nei cattolici, Vincenzo 1940;
L. Febvre, Le problème de l’incroyance au XVIe siècle. La religion
de Rabelais, Parigi 1942; A. Dal Covolo, La psicologia dell’in-
cendio alla luce del quarto Evangelio, Milano 1945; M. F. Sciacca,
La filosofia oggi, Verona 1945; E. Borne, L’incroyance, in Apologè-
tique, 2a ed., Mayence 1948, pp. 352-73; M. J. Guitton, Difficultés
croire, Parigi 1948. Per una più ampia e completa bibliografia
de Borne, op. cit., p. 873.