INCOSTANZA. - Dal latino inconstantia, non costanza, volubilità, è vizio opposto alla prudenza, in quanto per esso si è portati a mutare giudizio senza motivo. Il movente iniziale di tale mutamento è nell'appetito che spinge ad allontanarsi dal primo buon proposito, in vista di qualche cosa che si ama disordinatamente: ma la causa vera di esso è nel difetto della ragione che ripudia ciò che prima aveva accettato, per debolezza nel resistere all'impulso della passione, alla quale potrebbe e dovrebbe resistere.
Ne consegue che l'i. è difetto di ragione che vien meno nel comandare ciò che è già stato consigliato e giudicato. L'i. adunque è vizio contrario alla prudenza per difetto, e più propriamente a quella attività della prudenza (imperio) con la quale l'intelletto propone alla volontà il suo giudizio, come quello che deve essere eseguito (Sum. Theol., 2a-2ac, q. 47, a. 8; q. 53, a. 5).
L'i. è anche un vizio interno che procede dalla lussuria, in quanto l'uomo, spinto dalla concupiscenza e dall'amore delle cose lubriche, viene impedito di eseguire ciò che aveva deciso di fare; ad es., di allontanarsi dalla occasione prossima di peccato. È il vizio di quel tale che invano prometteva di allontanarsi dalla persona pericolosa, e al quale Terenzio (Eun. 67-9) ripeteva in tono di rimprovero: Haec verba una... falsa lacrimula... restinguet (cf. Sum. Theol., 2a-2ac, q. 153, a. 5).
Summa theologiae moralis, II, 5a ed., Parigi 1947, nn. 37 e 38, 929; W. Iankélévitch, Traité des vertus, ivi 1949, pp. 608-20. Andrea Gennaro