LAICISMO

LAICISMO. - Mentalità di opposizione sistematica a ogni influsso sugli uomini di una gerarchia religiosa e particolarmente della Chiesa cattolica. La parola divenne di moda nel sec. XIX, quando alla parola «laico» si diede un senso polemico che anticamente non aveva. La distinzione tra clero e popolo (chierici e laici nella concezione cristiana) non esclude l'armonia e il reciproco aiuto, e ne è CATTOLICITÀ (v.).

Il protestantesimo aboli quella distinzione e imputò ad abuso di potere la superiorità che la gerarchia aveva sin allora esercitato sul popolo cristiano. Così preparò la via all'illuminismo (v.), che prevalse nelle nazioni più colte d'Europa nel sec. XVIII. Ciò fece leva specialmente su un preteso contrasto d'interessi tra la classe degli ecclesiastici e il resto del popolo cristiano (i laici), prendendo di mira i privilegi che nel medioevo erano stati riconosciuti al clero. Effettivamente la società medievale si teneva obbligata al clero per la salvezza della civiltà, da esso operata nel periodo delle invasioni barbariche e della lunga crisi che ne seguì. In questo tempo la cultura rimase concentrata quasi totalmente presso gli ecclesiastici (chierico e uomo istruito erano sinonimi); di qui la posizione preminente del clero non solo nella Chiesa, ma nella società civile, che considerò quella preminenza un beneficio, come di fatto era. Più tardi, con il diffondersi, per

opera della Chiesa, della cultura tra i laici, anche questi poterono partecipare con competenza alla direzione della vita pubblica e adire quegli uffici che per un certo tempo erano sembrati un monopolio degli ecclesiastici. Il laicato venne così a crescere d'importanza nel mondo; ma tale sua ascensione non ebbe alcun carattere antireligioso, né fu ostacolata dalla Chiesa, che sentiva anzi il grave pericolo di mondanità, a cui erano esposti gli ecclesiastici nella posizione in cui le circostanze storiche li avevano messi durante la prima metà del medioevo. VIZI (v.) mirava a difendere la Chiesa da quel pericolo, e fu sostenuta dal laicato che combatté, insieme al Papa, non gli ecclesiastici per sé, ma gli ecclesiastici mondani, fautori delle pretese degli imperatori. Al principio dell'evo moderno il laicato è in pieno possesso dell'amministrazione del potere civile negli Stati che si sono venuti formando con il dissolvimento dell'idea imperiale. In Germania e in genere nei paesi nordici i signori approfittano del movimento protestante per occupare i beni della Chiesa. Ciò serve a rendere stabile il protestantesimo in quei paesi, e quindi a dilatarne l'influsso sul pensiero europeo, e a preparare una mentalità, che abbraccia tutta la concezione della vita, qual'è appunto l'illuminismo. I rimasugli di privilegio rimasti al clero sino alla Rivoluzione Francese non furono che l'occasione per una lotta che mirava a togliere in genere a ogni religione positiva, ma più specialmente e più direttamente alla Chiesa cattolica, ogni influsso sulla società. Si predicò un concetto della vita basato sull'esclusione di ogni Rivoluzione soprannaturale, e quindi di carattere prettamente razionalistico, con ideali di libertà, uguaglianza e fraternità puramente mondani, con l'esaltazione degli istinti della natura, considerata alla maniera di Rousseau essenzialmente buona, con la promessa di una infallibile e prossima felicità mondiale come frutto del progresso umano (identificato con il progresso scientifico), con una morale «sociale», cioè sollecita solo di ciò che conserva e favorisce la convivenza esteriore, con principi di amicizia e benevolenza tra gli uomini, non però sanciti da una legge assoluta superiore agli uomini stessi, con una vaga «religione dell'umanità» che tende a sostituirsi al vero culto della Divinità, lasciando in ogni caso la religione alle coscienze dei singoli, come affare al tutto privato. In pratica non solo si avverrà ogni fede positiva, ma gradatamente si venne a guardare con sospetto ogni forma di religiosità; e con ragione, perché questa tende necessariamente a sbocciare in quella. Si parlò molto, specialmente nell'Ottocento, di Stato «laico», di scuola «laica», di cultura «laica», in quanto ispirati a tali concetti. E si scelse la parola «laico» quasi a chiamare i laici a formare un'organizzazione simile a quella del clero, che si voleva combattere. Il 1. ebbe le sue manifestazioni più clamorose in Francia, nell'ultimo trentennio dell'Ottocento e nel decennio che precedette la prima guerra mondiale (1914-18), arrivando sino all'espulsione degli Ordini religiosi insegnanti e alla rottura del Concordato.

Anche in altri paesi il 1. fu proclamato l'espressione più alta della civiltà moderna, e fu favorito dai governi che si dicevano liberali, specialmente dove la massoneria ebbe più potenti influssi. Con la prima guerra mondiale cominciò a declinare, ma il suo spirito permane in coloro che, sia pur appartenendo a partiti e a correnti di pensiero in altri punti diversissime, concordano nell'aver dello Stato un concetto troppo assoluto. Essi cioè non ammettono il principio che la società civile, e quindi lo Stato, pur possedendo una sua propria autonomia, tuttavia ha, nell'essenza stessa dei suoi poteri e nell'esercizio di essi, dei limiti. Tra questi vi sono le esigenze della persona umana, supreme e inviolabili, quelle della umanità (indice di una naturale società di tutti gli uomini) e infine, in un paese cristiano specialmente, le esigenze della società spirituale soprannaturale, la Chiesa. Lo Stato quindi non è mai qualche cosa di assoluto, tanto da poter pretendere di essere la fonte

di ogni diritto e di ogni potere. Anche se si dichiara non confessionale, gli rimane l'obbligo di tener conto della coscienza religiosa dei cittadini, che è una delle esigenze supreme della persona umana; nella sua legislazione e nei suoi provvedimenti di governo è tenuto a regolarsi in modo da soddisfare a quell'esigenza. In pratica, se i cittadini sono cattolici, lo Stato deve riconoscere l'esistenza e i diritti della Chiesa cattolica, che con ciascuno di essi è una cosa sola. Il modo ordinariamente più opportuno a ciò consiste nel concludere con la Chiesa ragionevoli convenzioni che salvaguardino i diritti di ambedue i contraenti, e che l'esperienza dimostra effettuabili. Il 1. come stato d'animo, cioè come diffidenza verso la azione in genere del clero e della gerarchia, può esser favorito da circostanze storiche contingenti, come fu la questione romana in Italia prima della conciliazione del 1929. I pregiudizi che sorgono in questi casi cadono per l'opera illuminata delle anime sincere da ambe le parti.

Giuseppe Borzetti

L'INSEGNAMENTO DELLA CHIESA. - Nell'ambiguità del nome e nella varietà delle insidie che usa, il 1. nasconde molti errori e comporta interpretazioni e applicazioni pratiche assai diverse. Effettivamente si tratta di un indirizzo di pensiero o di azione politica e sociale che ha molti punti di contatto e viene spesso a intrecciarsi, a confondersi o a identificarsi con il liberalismo, con il socialismo, con il comunismo, con il modernismo, con il naturalismo, con il materialismo, con l'indifferentismo religioso, con l'ateismo, ecc. Perciò le varie condanne della Chiesa contro tutti questi errori suona implicitamente anche riprovazione dei principi e della prassi del 1.

Qui giova ricordare che questo sistema è capace di realizzarsi in diverse forme, le quali si possono ridurre a tre principali. Alcuni, anche cattolici, pur senza arrivare alla negazione dell'origine divina e di certi diritti della Chiesa, sostengono tuttavia l'assoluta indipendenza dello Stato, al quale anzi dovrebbe sottostare l'autorità ecclesiastica. Altri, più logici, giungono quasi alle stesse conclusioni negando l'origine divina e l'istituzione divina della Chiesa, nonché la divinità del suo fondatore, Gesù Cristo. La riprovazione di questi errori è contenuta nella condanna delle seguenti proposizioni da parte di Pio IX nel Sillabo: «La Chiesa non può esercitare la sua autorità senza il permesso e il consenso del governo civile» (Denz-U, 1720), «Lo Stato, come quello che è origine e fonte di tutti i diritti, gode di un tal diritto che non è circoscritto da limiti di sorta» (ibid., 1739, cf. 1719). Inoltre il can. 21 dello schema proposto ai Padri del Concilio Vaticano, per una formulazione moderna e completa della dottrina sulla Chiesa, così si esprime: «Se qualcuno dirà che le leggi della Chiesa non hanno valore se non sono sancite dal potere civile; o che al potere civile compete giudicare e comandare nelle cause di religione: sia scomunicato» (Acta et decreta SS. Conciliorum recentiorum. Appendix. Collatio Lacensis, Friburgo in Br. 1890, col. 578).

Il 1. prende una terza forma più rigida e assolutista: si rigetta ogni religione e si nega l'esistenza stessa di Dio, così che viene eliminata ogni distinzione fra cattolici, protestanti, giudei, musulmani, deisti, atei, ecc. Lo Stato nei suoi sudditi non vede che esseri umani, lo Stato italiano non riconosce che cittadini italiani. Né si tratta qui di pura e semplice neutralità, bensì di reale e ostinata opposizione: Stato laico è sinonimo di Stato areligioso, irreligioso, ateo. Già E. Lavisse (m. nel 1922) dichiarava espressamente: «Essere laico significa rifiutare alle religioni che passano il diritto di governare l'Umanità che dura» (L. Capéran, L'invasion laïque, Parigi 1935, p. 149). Contro queste aberrazioni dottrinali il magistero ecclesiastico è intervenuto più d'una volta e con estrema energia. Basti ricordare le encicliche di Gregorio XVI, Mivari, 15 ag. 1832 (Denz-U, 1613 sgg.); di Pio IX,

Singulari quadam, 9 dic. 1854 (ibid., 1642-43); di Leone XIII, Quod apostolici muneris, 28 dic. 1878 (ibid., 1849-50), Diuturnum illud, 29 giugno 1881 (ibid., 1857-58), Immortale Dei, 1 nov. 1885 (ibid., 1866-88), Libertas praestautissimum, 20 giugno 1888 (ibid., 1931-32); di Pio XI, Ubi arcano, 20 dic. 1922 (ibid., 2190). Degna di speciale rilievo è l'enciclica di Pio IX Quanta cura, 8 dic. 1864, nella quale si lamenta l'applicazione estesa al campo sociale dell'empio e assurdo principio del naturalismo, in forza del quale si osa affermare che la società umana deve costituirsi e governarsi senza tenere nel minimo conto la religione, od almeno senza ammettere distinzione alcuna tra la vera e le false religioni (ibid., 1869). È bene infine ricordare, oltre l'enciclica di Pio X Pascendi Dominici gregis, 8 sett. 1907 (ibid., 2091-93), quella di Pio XI Quas primas, 11 dic. 1925, in cui si parla espressamente del l. nei termini seguenti: « La peste dell'età nostra è il cosiddetto l., con i suoi errori e con i suoi pessimi incentivi... Invero si incominciò a negare l'impero di Cristo su tutte le genti; si negò alla Chiesa il diritto che scaturisce dal diritto di Gesù Cristo, di ammaestrare cioè le genti, di dar leggi, di governare i popoli per condurli alla eterna felicità. È a poco a poco la religione cristiana fu uguagliata con le altre false e indecorosamente abbassata al livello di queste; quindi la si sottomise alla potestà civile e fu lasciata quasi all'arbitrio dei principi e dei magistrati; s'andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale. Né mancarono Stati i quali opinarono di poter fare a meno di Dio e riposero la loro religione nell'irreligione e nel disprezzo di Dio stesso » (ibid., 2197).

BIBL.: B. Gaudeau, L'Eglise et l'Etat laïque, Parigi 1905; L. Magnin, Laïcisme et laïcité, ivi 1930; B. Edmonet, Laïcisme, in DFC, II, coll. 1767-1810; J. Bricout, Laïcisme, in Dictionnaire pratique de connaissances religieuses, IV, coll. 246-50; L. Capéran, L'invasion laïque, Parigi 1935; id., Foi laïque et foi chrétienne. La question du surnaturel, ivi 1937; G. Combès, Le retour offensif du paganisme, ivi 1938, pp. 92-121. Emanuele Chietini
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“LAICISMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 504. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/laicismo.