CATTOLICITÀ. - È la terza proprietà della Chiesa, in base al Simbolo di Nicea-Costantinopoli: «Io credo nella Chiesa cattolica». Questo epiteto di cattolica serve, fin dalle origini - esso appare già in s. Ignazio d'Antiochia, morto nel 107 (*Ad Smirnenes*, 8, 2) - a designare la società religiosa gerarchica fondata da Gesù Cristo per condurre gli uomini alla salvezza, la Chiesa cristiana, la vera Chiesa diffusa in ogni luogo, per opposizione alle sette locali, che si sono scise da essa.
È un fatto che, ai nostri giorni, come un tempo, come sempre, l'epiteto di «cattolica» è restato il nome proprio della Chiesa che riconosce come capo visibile il vescovo di Roma, successore dell'apostolo s. Pietro. La Chiesa cattolica non è altro che la Chiesa romana, cioè la Chiesa che ubbidisce al papa. Gli altri gruppi cristiani rivendicano senza dubbio, anch'essi, il titolo di cattolico, ma lo fanno fiaccamente e senza grande convinzione, e nessuno di essi è riuscito ad accaparrare per se stesso questa denominazione. La «Chiesa cattolica» resta sempre, nella lingua comune a tutti i popoli, la Chiesa che ha il suo capo visibile supremo a Roma. Ciascuna delle Chiese dissidenti è generalmente designata con un vocabolo particolarista. Si dice: «la Chiesa orientale ortodossa, la Chiesa greca, la Chiesa russa, la Chiesa copta, la Chiesa armena, la Chiesa nestoriana, la Chiesa anglicana» ecc. Si vede quindi l'importanza della c. come proprietà della vera Chiesa. La difficoltà sta nel definire in modo preciso in che cosa essa consista. I teologi, e specialmente gli apologisti, hanno distinto tutte le specie di c.: c. del tempo, dello spazio, della dottrina; c. assoluta e c. relativa; c. simultanea e c. successiva; c. materiale e c. formale; c. quantitativa e c. qualitativa o attitudinale; c. di diritto e c. di fatto; c. fisica e c. morale. Lo spirito si perde in tutte queste distinzioni e ci manca lo spazio per spiegarle singolarmente. Ci contenteremo di dare una nozione generale della c. e di considerarla: 1° come proprietà essenziale della Chiesa; 2° come nota o segno distintivo della vera Chiesa.
I. NOZIONE GENERALE DELLA C
L'aggettivo «cattolico» è una parola greca (= καθολικό), che deriva dall'avverbio καθολουν = in generale, in totale), che significa «generale, universale». La Chiesa cattolica è dunque la Chiesa universale. Quando si dice che questa società religiosa, la Chiesa, è universale si vuol significare che essa si rivolge a tutti gli uomini senza distinzione di condizioni, di razza, di nazione, di cultura; che essa è aperta a tutti ed ha la pretesa di riunirli tutti sotto la sua autorità, che essa intende realizzare l'impero universale dal punto di vista religioso. Ciò indica che essa lavora per realizzare il suo programma, la sua destinazione, mediante il proselitismo, mediante ciò che si chiama oggi «lo spirito missionario»; poiché non si concepisce che una società che miri all'universalità non cerchi di incorporarsi l'umanità intera. Questo può significare infine che in realtà questa società è già universale in qualche modo, perché è diffusa in ogni luogo; che ha dappertutto dei fedeli in numero più o meno considerevole. Questa università di fatto, per quanto sia relativa, è già una prova che le pretese della Chiesa all'universalità sono fondate; che essa possiede la capacità di realizzare, poiché già uomini di ogni ordine, di ogni paese, di ogni razza, di ogni cultura, le obbediscono e la riconoscono per loro madre spirituale. Ecco dunque.que tre significati della parola «cattolico» intimamente legati tra loro: la Chiesa è cattolica per il suo scopo e la sua destinazione; lo è per la sua attività, capace di realizzare questo scopo; lo è anche, almeno allo stato iniziale, per il risultato di questa attività, cioè per la diffusione più o meno densa su tutta la superficie della terra. Ecco le nozioni che desta a prima vista l'idea di universalità o di c., applicata ad una società religiosa.
Storicamente parlando, la terza di queste nozioni, cioè l'espansione in ogni luogo, è stata messa in rilievo per prima, fin dai primi secoli, dai Padri della Chiesa. Nessun dubbio che questo sia il significato diretto e storico della parola «cattolico» nel Simbolo di Nicea-Costantinopoli, sebbene gli altri significati non siano esclusi. Si vede infatti nel IV sec., s. Cirillo di Gerusalemme distinguere parecchi specie di c., di cui la prima è la c. geografica (Catechisis XVIII: PG 33, 1044). Questo si comprende facilmente, perché la diffusione nello spazio è cosa visibile e facile a constatarsi. Essa forniva ai Padri un argomento a portata di mano per convincere di falsità gli scimmi, le slette locali, le novità ecretiche, mediante l'appello all'unione nella carità, nella fede, nella subordinazione al primato romano, della Chiesa universale, della «Catholica», come spesso la chiama s. Agostino. Ma non bisogna dimenticare che l'universalità di diffusione è lungi dall'esaurire il concetto di c. Questa espansione è piuttosto la manifestazione visibile della c. che la c. stessa. Di qui la necessità di approfondire dapprima la nozione di c. in quanto essa è una proprietà essenziale della Chiesa.
II. LA C., PROPRIETÀ ESSENZIALE DELLA CHIESA. — Che la c., l'universalità, sia una proprietà essenziale della Chiesa, è affermato chiaramente dai Libri Sacri. Il Vecchio Testamento ci descrive il regno del Messia promesso come un regno universale, che deve riunire tutte le nazioni della terra. L'universalismo è inseparabile dal messianismo. Tutte le pro-fezie messianiche portano questa impronta (veggasi, ad es., Gen. 12, 3; 18, 18; 22, 18; Ps. 2, 8; 21, 26-29; Is. 2, 2; 60, 4 sg.; Ier. 3, 17; Dan. 2, 44; Mal. 1, 15). Nel Nuovo Testamento i testi che affermano il carattere universalista della Chiesa, regno di Dio sulla terra, sono innumerevoli. Basti citare le parole stesse di Gesù Cristo, dapprima in Mt. 28, 18-19: «Data est mihi omnis potestas in coelo et in terra. Euntes ergo docete omnes gentes», poi negli Act. 1, 8: «Eritis mihi testes in Jerusalem et in omni Iudaea et Samaria et usque ad ultimum terrae». Dappertutto, negli scritti del Nuovo Testamento al particolarismo giudaico, descritto nel Vecchio Testamento, si oppone l'universalismo della nuova legge promulgata da Gesù. Gesù è il salvatore di tutti, morto per tutti. La volontà di Dio è che tutti gli uomini siano salvi ed arrivino alla conoscenza della verità (I Tim. 2, 4). Più nessuna distinzione tra l'ebreo e il pagano; lo stesso Cristo è il Signore di tutti, liberale verso tutti quelli che l'invocano (Rom. 10, 12).
La Chiesa è dunque fatta per tutti gli uomini, aperta a tutti. Se è così, Dio ha dovuto dotarla di tutti i mezzi, di tutti gli elementi necessari per realizzare questa destinazione. Questi elementi devono anche portare il segno della c., dell'universalismo. Ogni uomo deve potersi assimilarle; essi devono essere liberi da ogni particolarismo inadattabile alla massa. Questi elementi costitutivi della Chiesa, questi mezzi di realizzazione del programma universalista, sono di due specie: gli uni sono interni ed invisibili, gli altri esterni e visibili; poiché la Chiesa è nel medesimo tempo spirito e materia; essa ha un'anima e un corpo. L'anima è tutto l'apparato sovrannaturale, invisibile, che le dà vigore, la vivifica, la santifica, la unica e Dio Uno e Trino: Grazia, virtù teologali, doni infusi e carismi vari. Il corpo è ciò che appare esternamente dalla Chiesa: gerarchia (papato ed episcopato), predicazione, magistero, ministero e Sacramenti, unione visibile di tutti i fedeli nella carità, nell'ubbidienza ai pastori, nella partecipazione alle cose sacre. Si può osservare facilmente che nella Chiesa tutto questo ha l'impronta dell'universalità, è assimilabile, è appropriato all'uomo in generale, senza alcun particolarismo, come avviene nelle altre religioni. Si noti soltanto che gli elementi interni sono cattolici perché essi sono spirituali, liberi dalla materia, madre dei particolarismi: e che gli elementi esterni, tali quali noi li vediamo funzionare nella Chiesa romana, lo sono anche per la loro semplicità, la loro pieghevolenza, la loro capacità di adattamento ai particolarismi nazionali e culturali legittimi, senza nulla perdere di quanto li costituisce essenzialmente.
Cattolica per la sua destinazione, per i suoi elementi costitutivi e i suoi mezzi d'azione, la Chiesa deve esserlo anche per la sua attività, nel senso che'essa deve lavorare senza posa ad associarsi, ad incorporarsi tutta la massa umana, per realizzare, nei limiti del possibile, il regno universale di Dio sulla terra.
Questa attività voluta da Gesù Cristo, ordinata da Lui, non potrà essere sterile. Necessariamente essa produrrà ciò che si chiama «c. di fatto», la diffusione in tutte le parti della terra. Si ritrova qui la c., tale quale l'hanno intesa gli antichi Padri. La c. nello spazio è il segno, la manifestazione esteriore della c. proprietà, come è stata brevemente descritta.
III. LA C. NOTA DELLA VERA CHIESA. — Ci resta da esaminare la c. in quanto essa può essere un mezzo per riconoscere quale è la vera Chiesa fra le Chiese cristiane attualmente esistenti, poiché sta di fatto che esistono parecchie società cristiane, che pretendono di essere ciascuna la vera Chiesa, o, per lo meno, essere una parte vera dell'unica Chiesa fondata da Gesù Cristo. Questa questione della c.-nota è quella che soprattutto ha preoccupato gli apologisti ed i teologi, fin dall'apparizione del protestantesimo. Ci si è poco occupati della c.-proprietà, tale quale si è ora di definita. Gli apologisti dapprima hanno avuto di mira le sole sette protestanti, ed è stato loro relativamente facile dimostrare che ciascuna di esse presa a parte non possedeva la c. La questione si è complicata, quando si è rivolta l'attenzione sulle Chiese orientali dissidenti, specialmente sulla Chiesa grecorussa, imponente per il numero dei suoi fedeli e anche per la sua diffusione nello spazio.
Ai nostri giorni, la c. geografica, di cui poteva vantarsi la Chiesa romana, è stata alquanto oscurata, sia per il proselitismo protestante sia per la diffusione in tutti i paesi di certe sette a Chiese resa possibile per la facilità di comunicazioni tra i continenti. Ci sono anche le obiezioni di ordine storico, alle quali si è dovuto rispondere. Così gli apologisti cattolici hanno fatto sempre più fatica a dimostrare che la c. era una nota «positiva ed esclusiva» della vera Chiesa. Essi hanno dovuto rivedere le loro definizioni e moltiplicare le distinzioni alle quali si è fatto allusione. Parecchi hanno detto che la c. non era che una nota negativa. Altri hanno abbandonato la c. spaziale o quantitativa per rivolgersi alla c. qualitativa o di attitudine. Ma anche il si presentano delle serie difficoltà nei riguardi di certe Chiese dissidenti. Si può dire che gli apologisti cattolici non sono riusciti finora a dimostrare chiaramente che la c. è una nota positiva, appartenente esclusivamente alla Chiesa romana (cf. G. Thils, Les notes de l'Eglise, pp. 214-54).
Questo insuccesso, deriva forse dal fatto che è stato dimenticato che le Chiese separate, specialmente quelle che hanno conservato presso a poco tutto quanto costituisce la vera Chiesa, ad eccezione del dogma della supremazia romana non erano prive di tutti gli elementi che entrano nella definizione delle quattro proprietà della Chiesa e numerate nel Simbolo. Si può trovare presso qualcuno di esse una certa unità, una certa santità, una certa c., una
certa apostolicità. Bisogna rifare la prova mediante le quattro note, ricorrendo al metodo di paragone e di trascendenza: è la vera Chiesa quella che realizza meglio i concetti d'unità, di santità, di c., di apostolicità, in ciò che questi concetti esprimono di perfezione vera esteriormente verificabile. Per quanto riguarda la c., sono esteriormente verificabili i seguenti elementi: 1) la diffusione geografica; 2) l'attività missionaria; 3) lo scioglimento da ogni particolarismo inassimilabile da parte di certe categorie di uomini che intralcia la loro entrata nella Chiesa. Si segnalano, fra questi ostacoli, la soggezione di una Chiesa al potere civile e la sua mancanza d'indipendenza. È evidente d'altronde che la c., nel metodo di paragone, è inseparabile dall'unità. Ora, l'unità è l'elemento che maggiormente manca alle Chiese separata, non soltanto alle sette protestanti, ma anche alle Chiese autocefale d'Oriente: ad es., ciò che si chiama la Chiesa ortodossa orientale o greco-russa, non è una sola Chiesa, ma un insieme di Chiese indipendenti le une dalle altre - ce ne sono attualmente c., una trentina - che non sono nemmeno unite tra loro con il legame della comunione in sacris, alcune delle quali anatematizzano le altre. Non è difficile mostrare che la Chiesa romana la vince di molto ed egregiamente, su ciascuno dei gruppi cristiani separati per quanto riguarda ciascuno degli elementi esteriormente verificabili della c. Questi elementi, del resto, sono suscettibili di progresso. Si può dire che la c. come nota è sempre in fieri. Questo è evidente per quanto riguarda l'espansione geografica e parimenti per l'attività missionaria. La storia ci mostra anche che in certe epoche il cattolicesimo romano ha dovuto lottare per liberarsi da certi particolarismi e dal dominio di tale potenza secolare su di essa. Come ha scritto il Congr., op. cit., p. 131: «La Chiesa che per l'interno partecipa senza limite dell'essere divino, deve partecipare, per l'esterno della sua organizzazione, all'infinità propria del divenire umano. Essa deve essere sempre in lavoro di adattamento con l'umanità per incorporarsela».