CINA. - Lo stato cinese (Ta Chung Hwa Min Kuo, ossia « Grande repubblica del fiore del mezzo », con riferimento alla denominazione tradizionale « Impero del mezzo », applicata in origine alla provincia dello Ho-nan, che occupa una posizione centrale della C. in senso più ristretto), comprende, oltre le 18 province che costituiscono la C. propria (3,7 milioni di kmq.), la Manciuria (1,1 milioni di kmq.), dichiarata indipendente dal 1932 e tornata cinese dopo la sconfitta del Giappone, la Mongolia interna (1,1 milioni di kmq.), il Tibet orientale (l'occidentale, che fa capo a Lhasa un tempo anch'esso cinese è ormai autonomo), il Sinkiang, o Turchestan cinese (1,6 milioni di kmq.), nonché l'isola di Formosa, perduta anch'essa dal Giappone nel recente conflitto. I le-

I. GEOGRAFIA
La C. propria, le cui coste guardano al Pacifico, è segregata dal resto dell'Asia da elevate masse di altopiani e di montagne (ciò che dà ragione del suo lungo e perdurante isolamento) ed essa stessa suddivisa in due zone geograficamente diverse da una serie di mediocri elevazioni che, con nomi diversi (Tsin-ling, Fu-niu-shan) si continuano dal K'un-lun fin quasi al delta dello Yang-tse-kiang. La C. settentrionale, ancora percorsa da cospicui rilievi nel suo settore occidentale, s'apre ad oriente in una vasta piana alluvionale, formata dalle argille giallastre (lōs) di cui si caricano i fiumi che l'attraversano e di cui una parte finisce in mare (perciò detto Hoang-hai, o « Mare Giallo », così come Hoang-ho, o « Fiume Giallo » è detto il maggiore di quei fiumi che snoda il suo corso per 4100 km., ed ha spostato più volte la propria foce). Il clima è continentale, con inverni lunghi e rigidi (nel golfo del Pei-chih-li, alla latitudine della Sicilia, il mare si copre di ghiacci) ed estati precoci ed ardenti, con piogge non copiose, ma concentrate nella stagione calda.La C. meridionale è invece paese assai più vario, con montagne e colline inframmezzate da conche e percorse da valli lunghe e profonde. Il reticolo idrografico si organizza anche qui in un ampio bacino, quello dello Yang-tse-kiang (« fiume del reame di Yang »; non, come si continua a ripetere, « fiume azzurro »), uno dei maggiori del mondo (quasi 2 milioni di kmq.) e dei più navigabili (è risalito dalla foce ad Ichang per ca. 280 km.). Il clima, che risente l'influsso benefico del monsone marino, è più caldo e più umido.
L'economia della C. è fondata essenzialmente sulla agricoltura (80-90% della popolazione), a carattere intensivo e affidata alla piccola proprietà. I prodotti di questa attività sono svariatissimi; ma dominano su tutti il riso (sebbene la C. raccolga da sola più di 1/3 del totale mondiale, non arriva a soddisfare il fabbisogno interno), il
frumento (la C. occupa il terzo posto nel mondo, dopo U.R.S.S. e U.S.A.), il tè (primo posto nella produzione mondiale; ma l'esportazione è relativamente modesta, dato il forte consumo), ed il gelso (100 milioni di kg. di bozzoli annui). Tuttaltro che trascurabili le produzioni di mais, orzo, miglio, arachidi, canna da zucchero (la C. deve però importare più di metà del suo fabbisogno), tabacco, cotone, semi oleosi, agrumi (che hanno qui la loro patria), oppio, ecc.
Tutte le altre attività economiche sono impari alle immense possibilità, non escluso l'allevamento (quando se ne eccettuino, oltre la bachicoltura, già ricordata, i suini nella C. meridionale e gli animali da cortile), mentre l'alimentazione carnea, essen-
zialmente ittica, è garantita dalla pesca e dalla diffusione dei vivai. Le risorse minerarie sono cospicue: abbondano i combustibili fossili, il ferro, lo stagno e i metalli da lega, la cui estrazione e lavorazione venne iniziata o favorita di recente dal capitale straniero. Anche la grande industria moderna è appena agli inizi (cotonificio, setificio, lanificio, siderurgia, ecc.); assai sviluppato l'artigianato (lavori in bronzo, in latta, avorio, in porcellana, in pietre dure, in stoffe, ecc.).
Uno dei problemi più delicati della economia della C. è quello delle vie di comunicazione; la maggior parte delle strade non essendo adatta al traffico moderno. Eccellente la rete dei canali, navigabili (il Canale imperiale, costruito nel sec. VI, traversa il bassopiano per 1300 km.), connessi con lo Yang-tse ed i suoi affluenti oltre che con il Si-kiang ed il Kan-kiang, ma le ferrovie (che non eguagliano, tutte insieme, la rete italiana) sono troppo lontane, ancora, dal poter soddisfare un così esteso e popolato territorio; l'aviazione si va lentamente affermando (90 mila km. di itinerari commerciali). Quanto al commercio marittimo, esso è anzitutto in mano straniera (Stati Uniti e Gran Bretagna in primo luogo); i porti principali sono Tientsin al N., Sciangai al centro e Canton al S.
In mancanza di veri e propri censimenti, i dati relativi alla popolazione cinese, tutti desunti da calcoli, vanno accolti con prudenza. In cifre tonde si può tenere che nel dominio cinese vivono non meno di 500 milioni di ab. e nella C. propria non meno di 400. La densità media del dominio è circa la metà di quella della C. propria; ma anche quest'ultima cifra risulta da estremi piuttosto lontani. Nel bacino inferiore dello Yang-tse, su di una superficie pari a quella dell'Italia, la densità si avvicina ai 350 ab. a kmq; nella C. del N. il bassopiano ne conta almeno 250 e altrettanti il cosiddetto Bacino rosso dello Sze-chwan. Per contro, negli altopiani del S. si scende a 60 ab. a kmq. e ancora al di sotto nelle
regioni periferiche montane. La popolazione rurale rappresenta probabilmente i 4/5 della totale; quella urbana si ripartisce in più di un centinaio di grandi città (cioè con oltre 100 mila ab. ciascuna, ma 7 di queste, Sciangai, Pechino, Tientsin, Chunking, Mukden, Canton e Hongkong superano il milione), ed in almeno 500 altri centri con popolazione compresa tra i 100 e i 25 mila ab.
Lo Stato cinese, che ha conservato forma monarchica fino al 1912, ha mantenuto, dopo la proclamazione della Repubblica, una condizione di permanente instabilità, sia per il giuoco delle pressioni esterne, sia per il prevalere di tendenze particolaristiche e separatistiche all'interno. Gli avvenimenti recenti aprono un nuovo capitolo, ma la trasformazione che preannunciano presuppone, come sempre in C., un travaglio necessariamente lungo.
Survey of Cultural Influence, Londra 1931; T'ang Leang-li, Encyclopedia of Modern China, Sciangai 1932; G. B. Cressey, China's Geographic Foundations. A Survey of the Land and its People, Londra 1934; Yutang Lin, My Country and my People, Nuova York 1935; A. Hermann, Historical and Commercial Atlas of China, ivi 1936; F. C. Jones, China, ivi 1937; M. Raichman, A New Atlas of China: Land Air and Sea Routes, ivi 1941; H. T. Fei, Peasant life in China, Londra 1943; G. B. Cressey, Asia's Land and People, Nuova York 1944; O. ed E. Lattimore, The Making of Modern China, ivi 1944; H. B. Rattenburg, China, my China, ivi 1944; D. N. Rove, China among the Powers, ivi 1945; K. S. Latourette, The Chinese, ivi 1946; Y. L. Liang-N. Whysuant, China, Londra 1946.
Giuseppe Caraci
II. RELIGIONI DELLA C
Se s. Paolo, invece di prendere la via dell'ovest, avesse scelto quella dell'est, si potrebbe esser certi che dei Cinesi, più che dei Greci, avrebbe detto che erano in tutto e per tutto pii, timorati, religiosi, devoti, anche fino all'eccesso κατά πάντα ὡς δεισιδαιμονοτέρους (Act. 17, 22). Fin dalle più lontane origini di questo popolo, verso la metà del III millennio a. C., infatti, il sentimento religioso verso l'Essero Supremo e la pietà filiale e devota verso gli antenati defunti nesono la caratteristica la più spiccata. Questa nota di netta religiosità si ritrova, dove più dove meno, nel cinese di tutti i secoli, fino al nostro, quando, sotto l'influsso dell'ateismo occidentale, i giovani intellettuali, quelli specialmente educati all'estero, hanno voluto, come alcuni dei loro maestri occidentali, sbarazzarsi di ogni idea religiosa. Quindi è che può dirsi che di tutti i popoli antichi e moderni, non rischiarati dalla luce della Rivelazione, primitiva o cristiana, sarebbe difficile e forse impossibile trovarne uno più religioso del popolo cinese.
Nella storia di questo popolo si possono distinguere quattro correnti religiose, indipendenti dal cristianesimo. Durante un millennio, e forse anche più, di storia documentata, vale a dire dai secc. XIV-XIII fin verso il III sec. a. C., il popolo cinese, e non soltanto la classe dei dotti, conobbe certamente il vero Dio, sotto i nomi prima di Dominatore, poi anche di Cielo, con o senza aggettivi come supremo, augusto, immenso, ecc. e gli rese il culto che gli era dovuto. Se vogliamo attenerci ai testi più antichi e più autentici, ci è impossibile, sinologicamente parlando, negare a questo popolo di aver avuto un concetto di Dio sufficientemente completo e puro, almeno durante il primo millennio della sua storia.
Fin qui si è su terreno certo, mentre il periodo che segue è meno saldo. È probabile però che anche durante più di due altri millenni, vale a dire fino al sec. XIX, la C., pur in mezzo ad errori e superfetazioni, abbia ritenuto, almeno presso alcuni dotti, in misura sufficiente, il concetto del vero Dio.
Con l'avvento di Confucio nel VI sec. a. C., questa antica tradizione si conserva nella sua scuola, non nella sua purità primitiva, ma ancora, come si è detto, in misura sufficientemente riconoscibile, almeno fino all'arrivo del filosofo Ciusci [Chu Hsi] (1130-1200), corifeo dei razionalisti cinesi, e di quelli della sua scuola,
| Saddivisioni amministrative | Superfice in kmq. | Popolaz. (migliaia di ab.) | Densità a kmq. | Capoluoghi e relativa popolazione (in 1000) |
|---|---|---|---|---|
| 1. Anhwei | 147.600 | 22.705 | 154 | Anking 641 |
| 2. Chekiang | 93.230 | 21.776 | 234 | Hangchow 425 |
| 3. Fukien | 121.730 | 11.990 | 99 | Fuchow 408 |
| 4. Honan | 165.740 | 31.806 | 192 | Kaifeng 450 |
| 5. Hopei | 145.000 | 28.644 | 198 | Paoting 408 |
| 6. Hunan | 217.530 | 27.187 | 125 | Changsha 312 |
| 7. Hupeh | 183.870 | 24.659 | 134 | Wuchang 660 |
| 8. Kansu | 414.350 | 6.255 | 15 | Lanchow 205 |
| 9. Kiangsi | 193.150 | 13.794 | 84 | Nanchang 270 |
| 10. Kiangsu | 101.000 | 36.469 | 361 | Chinkiang 200 |
| 11. Kwangsi | 109.760 | 14.255 | 68 | Nanning 75 |
| 12. Kwangtung | 233.070 | 32.339 | 139 | Canton 1146 |
| 13. Kweichow | 186.460 | 10.487 | 56 | Kweiyang 107 |
| 14. Shansi | 170.920 | 11.601 | 68 | Taiyuan 104 |
| 15. Shantung | 150.200 | 38.100 | 254 | Tsinan 475 |
| 16. Shensi | 196.820 | 9.800 | 50 | Sian 437 |
| 17. Szechwan | 406.580 | 46.403 | 114 | Chengtu 441 |
| 18. Yunnan | 383.280 | 10.853 | 28 | Kunming 185 |
| C. propria | 3.690.290 | 399.123 | 108 | Nanking 1755 |
| 19. Taiwan (Formosa) | 35.961 | 6.084 | 169 | Taipeh 340 |
| 20. Antung | 59.285 | 3.214 | 56 | Antung 220 |
| 21. Heilungkiang | 183.802 | 2.469 | 13 | Peien 30 |
| 22. Hokiang | 131.608 | 1.298 | 10 | Kiamusze 94 |
| 23. Hsingan | 269.147 | 1.293 | 5 | Hulun 41 |
| 24. Kirin | 89.651 | 5.122 | 57 | Changchun 554 |
| 25. Liaoning | 75.625 | 12.460 | 165 | Shenyang 1136 |
| 26. Liaopeh | 104.885 | 4.030 | 39 | Szepnghai 65 |
| 27. Nunkiang | 61.830 | 2.094 | 34 | Mergen 30 |
| 28. Sungkiang | 79.518 | 4.923 | 62 | Harbin 662 |
| Manciuria | 1.055.351 | 36.903 | 35 | Hsinking 788 |
| 29. Chahar | 261.560 | 2.306 | 9 | Wanchuan 89 |
| 30. Jehol | 192.422 | 2.185 | 11 | Chengtch 510 |
| 31. Ningsia | 292.640 | 736 | 3 | Ningsia 80 |
| 32. Suiyuan | 295.230 | 2.084 | 7 | Kweisni 185 |
| Mongolia interna | 1.104.852 | 7.311 | 7 | |
| 33. Chinhai | 411.760 | 1.513 | 4 | Sining 165 |
| 34. Sikang | 347.020 | 1.756 | 5 | Tatsienlu 40 |
| Tibet orientale | 758.780 | 3.269 | 4 | |
| 35. Sinkiang | 1.160.000 | 4.360 | 3 | Tihwa 47 |
| Grande C. | 9.240.000 | 485.050 | 50 |
la scuola dei Som [Sung], dal nome della dinastia allora regnante (960-1279). La scuola confuciana confucianesimo (v.).
Vanno ancora menzionati il taoismo e il buddhismo.
Il taoismo o tao chiao (dove il lettore europeo deve notare che la a nel dittongo ao è quasi muta), nome invalso durante il II sec. a. C., è, etimologicamente la religione del tao. Il tao poi è quanto di più vago ci possa essere, e può significare secondo i contesti via, modo perfetto di governare o di ubidire, principio, assoluto, modo di concepire, metodo, maniera di essere o di fare ecc. ecc. Gli autori occidentali nelle loro traduzioni parlano di Logos, Dio, ragione, natura, via, provvidenza ecc. Per i Cinesi, taoismo (v.) è Laoze [Lao Tzu], personaggio del VI-V sec. a. C. sul quale si sono accumulate le più inverosimili leggende. La ragione
di questa attribuzione va ricercata nel fatto che egli sarebbe stato il redattore del primo scritto taoistico, il Taotéchim o Libro del Principio e della sua Attività, che qualche autore recente ha voluto datare dall'inizio o dalla metà del IV sec. a. C., ma che essendo citato da autori del V-IV sec. deve essere anche di un'epoca un po' anteriore. È questo libro che ha servito di base allo sviluppo ulteriore di tutto il sistema. Sembra invece che Laoze trovò la dottrina, già sufficientemente formolata, negli archivi della dinastia Ceu [Chou], incominciata nel 1050 a. C., secondo questa frase dell'Indice letterario dei Han: «I taoisti provemero dagli archivisti» cioè dagli annalisti e astrologi dei Ceu. I testi ne parlano come di una dottrina non cinese, allora corrente in India, diffusa improvvisamente in C. Non poteva essere dunque che un adattamento cinese del sistema indiano delle upanisad, ossia «testi di dottrina


Laoze sembra aver accettato, come Confucio, l'antica religione coi suoi sacrifici, il suo culto degli antenati e i suoi sistemi di divinazione. Quello che è certo è che egli né condannò né raccomandò queste cose. Egli si contentò di attirare l'attenzione sul tao, sperando che così l'uomo si sarebbe conformato ad esso, ed avrebbe in tal modo raggiunto la perfezione della sua vita morale.
I testi concisi ed oscuri di Laoze, uno o due secoli più tardi, furono sviluppati in una lingua magnifica da Lièze [Lieh Tzu] e da Cioamze [Chuang Tzu], che sono considerati come i maggiori esponenti del taoismo, e i più profondi pensatori della C. Le idee di Cioamze sono in genere elevate e la bellezza del suo stile fa che egli sia letto con piacere dai Cinesi di tutti i tempi. Per lui la vita è una illusione, è un continuo trasformarsi e succedersi di nuove forme. È celebre l'aneddoto della farfalla. « Una volta — dice egli — io Cioamze sognai di essere una farfalla che svolazzava contenta e non sapeva che era Cioamze. Poi mi svegliai e mi ritrovai Cioamze. Ma non sapevo più se ero Cioamze che sognava di essere farfalla o se ero una farfalla che sognava di essere Cioamze ».
Molto presto si creò un certo antagonismo tra i seguaci di Confucio e quelli di Laoze, donde lotta tra le due scuole, fino all'a. 213 a. C. quando i libri confuciani vennero bruciati e il confucianesimo entrò in un periodo di eclissi, mentre il taoismo trionfò per un certo tempo. L'imperatore Scheoamti [Shih Huang-ti], che fece l'unità della C. nel sec. III a. C., e i suoi ministri, erano taoisti, come prova la ricerca della droga dell'immortalità, tanto in voga in quei tempi. Anche verso l'era cristiana gli imperatori erano favorevoli al taoismo. Ritrovati i libri classici nel sec. II d. C., il taoismo incominciò a declinare. Sotto l'influsso di Ciam-taolim [Chang Tao-ling] (n. nel 34 d. C. e m. verso il 165), il taoismo si dedicò all'alchimia, alla magia, alla ricerca della droga dell'immortalità, agli incantesimi e ai talismani, cose tutte che permisero ai « sacerdoti » del tao o taosce di vivere lungo il corso dei secoli a spese del popolo ignorante e credulo. La rovina del taoismo fu completa con l'arrivo in C. del buddhismo al quale il primo prese continuamente in prestito molti elementi.
Si incominciarono allora a fabbricare dei templi e dei monasteri in cui i taosce fino al sec. X potevano anche prender moglie. Si parlò allora del Cielo e della Terra. S'introduisse nel culto un pantheon quasi così completo come quello del buddhismo. D'allora in poi ora l'una, ora l'altra religione era in favore alla corte, ora ambedue erano perseguitate. Questo giuoco di altalena durò fin al sec. XII, quando Ciusci gettò il discredito contro l'una e l'altra religione e vi riuscì. D'allora in poi, il taoismo e il buddhismo hanno cercato di vivere l'uno accanto all'altro, prendendo e dando in prestito idee e metodi di azione a spese del popolo.
Il taoismo popolare di oggi è un miscuglio di superstizioni grossolane, che non va disgiunto dal culto d'innumerevoli idoli, dallo studio dell'alchimia e dalla pratica dell'astrologia. Nella sua forma popolare, esso ha delle divinità per tutte le forze della natura e per tutto quello che in un modo o in un altro può essere oggetto della conoscenza dell'uomo. Ci sono deità per tutte le malattie, dall'ossessione diabolica fino al mal di denti, per tutti gli organi del corpo umano, per la nascita e la morte, per la ricchezza e la felicità, per la vecchiaia, per il commercio, per la guerra, per i monti, i fiumi, i laghi, per il cielo, per l'inferno, per il sole, la luna, le stelle, per le strade, per il tuono, insomma per ogni cosa. Molti di questi dèi possono vedersi nei templi taoisti. Oltre la custodia di questi templi, i taosce hanno l'ufficio di fare incantesimi e di scongiurare i demoni, cacciandoli dalle case o dalle strade che si suppongono infestate da essi. Essi sono pure invitati spesso alle esequie o alle processioni per ottenere la pioggia o il sereno. Queste funzioni non possono aver luogo senza grida frenetiche e grande stonatura di musica strumentale. Tutti i taosce e perfino le divinità locali dipendono dal « Maestro Celeste », titolo conferito nel 748 a Ciamtaolim e ai suoi

Il buddhismo o fu chiao è la religione di Fu, voce anticamente pronunciata Bud, quindi Buddha. Secondo una costante tradizione cinese, l'imperatore Mim [Ming] dei Han Posteriori (58-75 d. C.), avrebbe visto in sogno « un uomo d'oro », una statua, alta 16 piedi e circondata di un nimbo. Il dotto Fui [Fu Yi] gli avrebbe spiegato, allo svegliarsi, che questo tale era il Buddha. In seguito a questo sogno, l'imperatore avrebbe mandato a cercare i predicatori buddhisti, di cui due, Kāśyapa Matanga e Dharmarksa o Gobharana, avrebbero portato e tradotto il Sutra dei 42 paragrafi ed altri libri buddhistici e sarebbero arrivati a Loyang nel Honan negli aa. 65, 67 o 68 d. C. Questa leggenda fu accettata da tutti, quindi anche dai missionari cattolici degli anni intorno al 1600, i quali supposero inoltre che l'imperatore avesse mandato ambasciatori in India per riportarne la religione che allora vi predicava l'apostolo s. Tommaso, mentre essi non ne avrebbero riportato che il buddhismo. Ma nel 1910 il prof. Enrico Maspero ha dimostrato che il sogno e le tradizioni che vi si collegano sono una pia frode immaginata alla fine del sec. II d. C. (H. Maspero, Le songe et l'ambassade de l'empereur Ming. Etude critique des sources, in Bulletin de l'Ecole française d'Extrême Orient, Hanoi 1910, pp. 95-130). Si hanno buone prove che già nel sec. I a. C., o anche prima, v'erano infiltrazioni buddhistiche nel bacino inferiore del Fiume Azzurro. Forse la leggenda nacque con il fatto del riconoscimento ufficiale del buddhismo verso il 65-68 d. C.
La nuova religione, benché patrocinata dall'imperatore, non fece al principio rapidi progressi. Quasi tutti i predicatori di questa dottrina erano nei primi secoli stranieri alla C. Essi si misero con coraggio a tradurre ed adattare i libri in cinese, nel qual lavoro furono grandemente aiutati da un principe della Parthia, un certo Parthamasiris, arrivato in C. nel 148 d. C. e conosciuto dai Cinesi sotto il nome di Nganseccao [An Shih-kao]. Nel secc. IV-V incominciò per il buddhismo un'era di grande prosperità. Verso il 335 nella sola capitale vi erano 42 conventi, e nel 381 si dice che i nove decimi degli abitanti della C. del nord-ovest erano buddhisti. Alla fine del sec. IV s'inizia anche la serie degli imperatori che abbracciano essi stessi questa religione. Poi cominciano i pellegrinaggi in India intrapresi dai più pii buddhisti cinesi che ne riportano leggende, manoscritti e informazioni diverse. Il più famoso di questi pellegrini è Fascien [Fa Hsie] che partì nel 399 e ritornò nel 414. Il buddhismo in C. ebbe attraverso i secoli dei periodi di alto e basso, andando anche non di rado incontro a delle persecuzioni abbastanza forti, o vedendo d'altra parte più d'una volta tra i suoi bonzi anche qualche imperatore che aveva abdicato per menare vita più raccolta in qualche monastero. L'apogeo fu raggiunto nel secc. X e XII quando questa religione non soltanto divenne popolare ma ebbe un grande influsso letterario.
Oggi il buddhismo in C., col suo politeismo, i suoi incantesimi e le sue superstizioni, eccita ben poco entusiasmo. Le pagode sono spesso abbandonate, sporche e trascurate. I bonzi sono tenuti in ben poca stima, essendo quasi sempre ignoranti e spesso immorali e fumatori di oppio. Anche le bonzesse hanno un posto molto basso nella stima del popolo. Nel 1840 tutte le case di bonzesse
nella città di Soochow nel Kiangsu e di Foochow nel Fukien furono soppresse per immoralità.
Delle dieci scuole del buddhismo, quella della dhyāna o della contemplazione, poco nota in India e portata in C. nel sec. VI da Bodhidharma, sembra aver quasi assorbito tutte le altre. Essa si propone d'intensificare la vita interiore attraverso la calma, la meditazione e la preghiera. Ad essa hanno appartenuto nel passato parecchi pensatori cinesi, a cui non andava a genio il culto delle immagini quale viene praticato dal popolino.
Uno dei rami di questa scuola è l'amidismo dove non sono rare le anime buone che con labbra pagane pregano fervorosamente e con formole quasi cristiane: è nel seno di questa setta, che può sperarsi che il vero Dio abbia preparato delle anime di buona volontà che siano guidate dalla sua Grazia. Vi si trova un Salvatore, che però non è Redentore, e l'idea della salvezza in una « terra pura »; vi si trova una vita intensa di preghiera, lunga, umile, ardente, sincera, e, specialmente, bellissimi atti di contrizione e di amore. Ogni buon amidista deve ogni mattina per tempo, appena alzato, rivolgersi verso l'Occidente,

(fot. Istituto di archeologia e storia dell'arte)
Si giudichi da questa preghiera di un credente: «Ecco che, invocando Amida e raccomandandomi a lui, metto la mia fiducia nel suo nome. Sapendo che egli, a causa del suo voto, ha compassione di tutti quelli che soffrono, formulo in sua presenza il mio pentimento e il mio desiderio. Confesso adesso con pentimento tutte le mie ignoranze e tutte le mie ribellioni, tutti i peccati commessi in opere, in parole e in pensieri. E desidero che all'ultima ora della mia vita siano distrutti tutti gli ostacoli che si potrebbero opporre alla mia rinascita nella terra felice e alla mia visione di Amida faccia a faccia». Ed ecco un inno commovente nella sua brevità: «Salve, Amida, salvatore del mondo, gran padre delle misericordie! Con tutto il cuore e con tutta la sincerità ti domando di farmi rinascere nella terra pura. In virtù del tuo voto e a causa della tua grande misericordia, degnati liberarmi da tutti i vincoli. Degnati specchiari nel cuore che io ti apre, come la luna si specchia nell'acqua limpida».
Raramente un cinese non-cristiano, se ha sentimenti religiosi, si contenta di una soltanto di queste tre religioni; non di rado egli è confucianista e taoista, confucianista e buddhista e forse anche confucianista, buddhista e taoista, secondo la formula cara a ogni buon cinese «le tre religioni non ne fanno che una».
Ora si dirà in breve delle altre religioni rappresentate in C. (per il cristianesimo, V. più oltre). Il commercio marittimo spiega sufficientemente la presenza dei maomettani fin dalla metà del sec. XVIII in parecchie città della costa. La storia della penetrazione dell'islamismo in C. è però legata ai movimenti militari e alle deportazioni dell'epoca dei Mongoli. Solo nella seconda metà del sec. XII si vede l'islamismo fissato in numerosi porti della C. Parecchi musulmani occuparono posti importanti alla corte cinese o come scienziati. Dal sec. XIII al sec. XVII astronomi maomettani venuti dall'Arabia si occuparono del calendario cinese. La loro astronomia non fu sostituita dall'astronomia europea, rappresentata dal famoso gesuita Giovanni Adamo Schall von Bell, che nel 1634.
La prima menzione certa del manicheismo in C. arrivato dalla Persia è del 694. Per molto tempo i manichei praticamente legarono la loro sorte a quella degli Uigur, i cui principi erano favorevoli al manicheismo. Col declinare della potenza dei loro protettori anch'essi si avvisarono verso la loro fine. Fino al sec. XII se ne incontrano in piccolo numero nel Chekiang e nel Fukien sotto il nome di Mim chiao, nome che fu proibito dal primo imperatore della dinastia Mim o Ming e passò poi agli ebrei di Kaifeng.
Nessun documento cinese attesta l'arrivo degli ebrei in C. prima del 1000 d. C. Non mangiando essi i nervi degli animali in memoria di Giacobbe (Gen. 32, 24-32), i Cinesi chiamarono la loro religione «la religione di coloro che tolgono i nervi». Secondo una stele cinese eretta dagli Ebrei nel 1489, fin dal 1163 la città di Kaifeng nel Honan avrebbe avuto una sinagoga. Un'altra sinagoga sarebbe stata eretta in Hangchow nel Chekiang. Parecchie famiglie ebraiche vivevano a Kaifeng al principio del sec. XVII. Matteo Ricci (v.) ne ebbe conoscenza negli ultimi
giorni di giugno del 1605 quando uno di questi Ebrei, credendo di trovare nel Ricci un correligionario andò a fargli visita a Pechino. Il Ricci mandò nel 1607 un coadiutore temporale cinese, Antonio Leitão, a Kaifeng per avere maggiori informazioni. Questi Ebrei non saranno però ritrovati che nell'ott. 1704 dal gesuita Giovan Paolo Gozani, il quale ci informa che essi avevano conservato il Pentateuco in 13 rotoli, senza i punti masorietici, e un gran numero di altri libri del Vecchio Testamento.
III. EVANGELIZZAZIONE DELLA C
I. Prima del sec. XIII. - Lasciando da parte la leggenda, oramai criticamente inammissibile, della predicazione di s. Tommaso apostolo in C., è storicamente accertato che nel 635 il cristianesimo, sotto la forma dell'eresia nestoriana, fece la prima comparsa nella capitale del Regno di Mezzo, che si chiamava allora Changan, oggi Sian, nello Shensi. Ce lo attesta la famosissima stele di questa città, scolpita il 4 febbr. 781 e scoperta nei primi mesi del 1625, tuttora esistente.La parte superiore porta una magnifica croce con sotto questo titolo: «Lapide della propagazione in C. della religione luminosa, venuta dal Gran Zzin', vale a dire dall'Oriente mediterraneo, forse la Persia. La stele, scolpita in cinese e in siriano antico (estranghelo), contiene una parte espositiva della dottrina religiosa, una parte storica che narra le vicende del nestorianesimo in C. dal 635 al 781, e una settantina di titoli e di nomi di missionari occidentali in estranghelo.
La parte dottrinale tratta i seguenti argomenti: Dio uno e trino, immutabile, eterno, creatore, puro spirito; la creazione del mondo e dell'uomo nello stato d'innocenza; il peccato originale; l'Incarnazione del Signore da una Vergine, manifestata per mezzo di una stella; Gesù, chiamato Messia, che adempie le profezie, fonda la Chiesa, predica le otto Beatitudini, muore sopra una croce (?), sale al Cielo con i giusti e lascia il Nuovo Testamento; il Battesimo, il segno della Croce, la preghiera col volto verso oriente; finalmente i sacerdoti che portano barba e tonsura, professano la povertà, recitano l'ufficio per i vivi e per i morti, e celebrano la Messa una volta la settimana.
Accolti con grandi dimostrazioni di rispetto dalla corte, i missionari presto diffusero la «buona novella» fin nelle più remote regioni, innalzando chiese e monasteri. Essi sembrano essere stati quasi esclusivamente stranieri e monaci o monache; pochissime testimonianze alludono a dei nestoriani cinesi o ne fanno supporre la esistenza. Verso la metà del sec. IX questi nestoriani sembrano aver quasi raggiunto il migliaio.
Appena arrivati, con l'aiuto evidente degli indigeni anche se pagani, buddhisti e specialmente taoisti, essi si accinsero a tradurre o ad adattare in cinese alcuni dei 530 libri cristiani da loro portati. Parecchie di queste opere, tradotte negli aa. 635-700, non sono state ritrovate che nel 1908. Si hanno così una Vita di Gesù Messia, un Trattato sul monoteismo, il Gloria in excelsis Deo secondo la forma in uso nella Siria orientale, e una specie di Litanie dei Santi (P. M. D'Elia, Nel XIII centenario dell'arrivo dei nestoriani in C., in Civ. Catt., 1936, I, pp. 203 sg.; 304 sgg.).
Il decreto dell'845, che distrusse il buddhismo, distrusse anche il nestorianesimo. Nel 980 si annunziava che i cristiani della C. erano periti in un modo o in un altro e che le chiese erano state distrutte. Così verso il 1000 si estinse questo ramo del nestorianesimo proveniente dalla Persia. Ma nei secc. XI-XIII si assiste a un rifiorire del medesimo, proveniente questa volta dalle Chiese dell'alta Asia.
Forti nuclei di nestoriani si incontrano nelle province settentrionali della C., fra tribù non cinesi, quali gli Uigur, tribù turca della Mongolia interiore, gli Öngpüt o Tartari bianchi, altra tribù turca, i Naiman dei Monti Altai, e specialmente i Kereit, di cui ben 200.000 si sarebbero convertiti insieme con il loro capo nel 1007. Parecchie principesse cristiane di questo ramo andarono poi spese dei Khän mongoli. Dal nord questi nestoriani scesero in seguito verso il mezzogiorno. Marco Polo ne trovò nel nord, nel centro e nel sud negli aa. 1275-92. In questi ultimi anni sono state ritrovate parecchie reliquie di queste comunità cristiane, come medaglie, croci e in particolare tombe e sarcofagi cristiani, spesso con una breve iscrizione in siriaco e una o più croci scolpite. Nei secc. VII-XIII s'incontrano pure parecchie fonetizzazioni straniere, che non sono che nomi cristiani, quali Luca, Paolo, Giovanni, Giacomo, Sergio, Carlo, Zosimo, Giorgio ecc. Nel 1933 si sono ritrovati perfino gli ultimi discendenti di questi antichi cristiani nella tribù degli Erküt, che abita l'angolo sud-est dell'Ordos; oggi ancora i loro riti permettono di rintracciare il Battesimo, la Confessione, il Matrimonio e l'Estrema unzione.
2. I primi contatti e la prima missione (secc. XIII-XIV). - Nel 1206 incomincia a sorgere l'immenso Impero mongolo che a un certo momento si estende dalla Mongolia e dalla C. alla Dalmazia e all'Adriatico. Innocenzo IV concepì l'idea di entrare a contatto con i Mongoli per convertirli o almeno per averli alleati dei crociati contro i musulmani che essi avrebbero dovuto prendere alle spalle. Per questo nel 1245 egli mandò come legato pontificio alla corte mongola uno dei primi compagni di s. Francesco d'Assisi, Giovanni da Pian di Carpine, presso Perugia, che fu il primo viaggiatore a recarsi in Estremo Oriente per via di terra; fallita la sua missione, due anni dopo ritornò in Europa e scrisse la sua Historia Mongolorum. Né miglior esto ebbe la missione del domenicano francese Andrea da Longjumeau, mandato nel 1249 da s. Luigi re di Francia all'imperatore mongolo che si diceva convertito al cristianesimo; due anni dopo anche egli tornava in Europa. Anche la missione del minorita fiammingo Guglielmo da Rubruk, partito nel 1253 e tornato nel 1255, ebbe risultati molto modesti. Nessuno di questi tre era restato in C.
L'onore di aver iniziato la prima missione cattolica nel Regno di Mezzo spetta al minorita italiano Giovanni da Montecorvino, che fu il primo ad arrivare in C. per via di mare. Sbarcato probabilmente a Zaiton, cioè Chüanchow nel Fukien, dove affluivano i mercanti arabi, egli dovette arrivare a Khänbalik, « la città del re », la nostra Pechino, nei primi mesi del 1294, poco dopo la morte di Kubilai. L'anno stesso del suo arrivo ricondusse alla Chiesa cattolica dal nestorianesimo il principe Giorgio di Tendu e con lui buon numero dei suoi sudditi, e l'anno seguente battezzò un figlio di lui. Una grande e bella chiesa, fu innalzata dal principe in onore della S.ma Trinità probabilmente nella provincia del Suiyüan. Morto però il principe nel 1298, i fratelli di lui, fanatici nestoriani, ricondussero il popolo agli errori di prima.
Nei primi undici o dodici anni, Giovanni amministrò più di sei mila battesimi, e tra il 1298 e il 1318 innalzò tre chiese in Khänbalik. Una quarantina di ragazzi dai sette agli undici anni venivano formandosi allo studio del latino, del canto e della liturgia. Per essi Giovanni tradusse il Nuovo Testamento in Uigur, e copiò il salterio, il Breviario e gli inni liturgici.
Quando Clemente V, allora in Poitiers, apprese queste buone notizie, nel 1307, fece consacrare vescovi sei minoriti, affinché alla loro volta andassero a consacrare Giovanni, primo arcivescovo di Khänbalik e patriarca
dell'Estremo Oriente. Gli eletti furono quattro italiani, un tedesco e un provenzale, sostituito poi questo da un quinto italiano. Partiti nell'autunno del 1307, tre di essi morirono in India durante il viaggio mentre gli altri tre proseguirono fino a Khänbalik, dove, probabilmente nel 1313, consacrarono l'arcivescovo Giovanni. Questi si affrettò a fondare la sede episcopale di Zaiton, dove furono successivamente titolari i tre vescovi che lo avevano consacrato. Altri frati furono mandati a Hangchow nel Chekiang e a Yangchow nell'attuale Kiangsu. Sfortunatamente, nonostante quanto si suol dire in contrario, questi vescovi non ebbero mai veri successori sulle loro sedi. Tra il 1325 e il 1328 si vede in Khänbalik il b. Odoricò da Pordenone, che rientra in Italia per arruolare una cinquantina di nuovi missionari francescani; la morte però lo sorprende a Udine il 14 genn. 1331. I cinquanta Francescani partirono nondimeno con il nuovo legato, fra Giovanni de' Marignolli, il quale arrivò a Khänbalik nella prima metà dell'ag. 1342 e non vi restò che tre o quattro anni. Tornato ad Avignone nel 1352, egli raccomandò caldamente la missione ad Innocenzo VI che volentieri avrebbe voluto mandare altri vescovi in C. Ma allora lo zelo delle missioni venne a scemare, non ci furono più nuovi invii di missionari. Poi venne la grande rivoluzione nel 1368 che sostituì la dinastia mongola con quella cinese dei Mim e Ming, e allora tutta l'opera degli eroici Francescani perì.
Parecchi indizi hanno condotto un certo numero di sinologi moderni a pensare che l'elemento indigeno era molto scarso, per non dire nullo, sia tra i nestoriani che tra i primi cattolici della C. Vi erano stati nei secc. VII-IX un migliaio di monaci e monache nestoriani, ma tra loro c'erano ben pochi Cinesi. Vi erano stati sì e no, nel sec. XIV, ca. 30.000 cattolici, ma essi erano in gran parte non-cinesi. La storia dei cristiani nella C. primitiva e medievale non è la storia della C. cristiana, ma la storia dei cristiani stranieri viventi in C.; e questi cristiani stranieri sparirono con la bufera del 1368. Per due lunghi secoli, 1368-1551, la storia della Chiesa cattolica non ha praticamente niente da registrare in C. Il Regno di Mezzo si chiude sempre più in se stesso e s'isola quasi completamente dal resto dell'orbe. La C. e il mondo diventano allora nella lingua di Confucio: « Tutto quello che si trova sotto la volta celeste », le frontiere dell'uno coincidendo sufficientemente con le frontiere dell'altro.
3. Fondazione delle missioni moderne (1583-1635)
La giovane Compagnia di Gesù dà presto alla C. un propulsore di primo piano, Francesco Saverio, uno stratega e un capo eccezionale, Alessandro Valignano, un paziente precursore, Michele Ruggieri, e un intelligente e devoto esecutore, Matteo Ricci, che impianterà stabilmente la Chiesa in quell'immenso paese.Francesco Saverio, in contatto con i Giapponesi negli aa. 1549-51, vede necessario convertire il Giappone attraverso la C. Nell'ag. del 1552, eccolo nell'isola di Sanciano, a una decina di chilometri dal continente e a un po' più di cento dalla città di Canton, aspettando un'occasione propizia per sbarcare sull'altra sponda; ma la notte sul 3 dic. 1552 lo sorprende la morte e profetizza che i suoi confratelli arriveranno là dove egli non ha potuto arrivare. Questa ultima volontà del Valignano (v.), che il 6 sett. 1578 sbarca per la prima volta in Macao, dove i Gesuiti fin dal 1565 avevano una residenza con chiesa annessa, e decide di far venire dall'India qualche giovane padre italiano per applicarlo allo studio esclusivo della lingua e dei costumi cinesi.
ROUGIER, FÉLIX (v.). Si è detto di lui che egli è il precursore di Matteo Ricci, e la cosa è esatta purché non si creda che egli sia il solo o il primo precursore. Egli invece non è che l'ultimo di una serie già lunga, ma il più fortunato. Difatti nello spazio

In conseguenza di ciò, il 7 ag. 1582 Matteo Ricci (v.) sbarca a Macao e intraprende lo studio del cinese. Dopo undici mesi di studio intenso, ambedue, il 10 sett. 1583, vera data di nascita delle moderne missioni, si recano nella città di Sciaochin o Shihing, sede del vicerè della provincia del Kwangtung, e vi si stabiliscono. Nel nov. 1588, Ruggieri fu mandato dal Valignano a Roma per preparare una ambasceria pontificia all'imperatore della C. Fallita anche questa, egli si ritirò a Salerno, dove finì i suoi giorni l'11 maggio 1607. Matteo Ricci invece tra il 1583 e il 1601 fondò cinque residenze dal sud al nord, fino a Nanchino e a Pechino, dove entrò trionfalmente nel 1601 e dove restò fino alla sua morte, (11 maggio 1610). Nell'interno della C. nel 1583 egli non trovò nessun cattolico, nemmeno qualche lontano discendente di quelli battezzati dai Francescani del sec. XIV; morendo ne lasciava ca. 2500 sotto la cura di 16 missionari di cui la metà cinesi. Già il 12 nov. 1603, il Valignano scriveva: «Questa missione della C. è giunta a tal punto che sembra cosa più miracolosa che umana.
Nemmeno da qui a cento anni avremmo potuto sperare che i nostri potessero arrivare a godere di tanta stima in C.» (P. D'Elia, Fonti Riccione, II, Roma 1949, p. 264, nota 4).
Molto presto i Gesuiti si preoccuparono dell'elemento indigeno. I due primi Cinesi che si siano fatti religiosi incominciarono il noviziato presso i Gesuiti il 1º genn. 1519, quando nell'interno della C. vi erano solo ca. 80 cristiani. Ad essi, che erano macaisti, si aggiungeranno, vivente ancora il Ricci, sei altri egualmente macaisti e un sino-giapponese. Due di essi avevano studiato filosofia, tutti eccetto uno il latino, ed uno aveva ricevuto la tonsura, ciò che prova che si avviavano al sacerdozio, al quale però non arrivarono, perché dal generale dell'Ordine, per motivi di prudenza, fu loro proibito l'accesso all'altare.
Nel loro quasi impaziente desiderio di aver presto un numeroso clero indigeno, i Gesuiti, non sorretti, come noi, dall'esperienza di quasi quattro secoli, prevedendo ed anche esagerando le difficoltà che avrebbero avuto i Cinesi per imparare il latino, desiderando d'altra parte che molti letterati già intellettualmente formati potessero essere ordinati sacerdoti senza troppi studi complementari, domandarono e nel 1615 ottennero dalla S. Sede di poter sostituire il cinese letterario al latino nella celebrazione della Messa, nella recita del Breviario e nell'amministrazione dei Sacramenti. In realtà questo privilegio non fu messo mai in esecuzione, perché Roma s'impensierì dinanzi a un progetto di tale portata e praticamente si tirò indietro, nonostante le iterate insistenze dei Gesuiti che si protrassero durante tutto il sec. XVII.
Ciò che maggiormente concorse al successo dei missionari gesuiti in C. fu la correzione del calendario. Questo era per i Cinesi uno strumento politico di alto valore; i regni tributari che lo accettavano ottenevano la protezione della C., mentre quelli che lo respingevano erano considerati ribelli. Le regole scientifiche sulle quali era fondato, già da molti anni erano andate perdute, di modo che era redatto soltanto empiricamente e quindi non andava scevro di gravi errori.
Una delle ragioni per cui il Ricci poté recarsi a Pechino fu proprio la speranza che egli fosse capace di fare questa tanto desiderata correzione. Conscò però della sua impreparazione scientifica, fin dal 1595, e poi di nuovo nel 1605 e nel 1608 egli domandò ai superiori di Roma un astronomo autentico. Intanto, nel 1609, Galileo fabbrica il cannocchiale con il quale incomincia la serie delle sue sensazionali scoperte che pubblica nel marzo 1610. Tra gli amici più intimi dell'astronomo pisano si trova uno scienziato tedesco, Giovanni Schreck, latinizzato Terrettius, il quale fattosi gesuita e recatosi in C. resterà sempre ammiratore del sommo astronomo toscano. Un giovane scienziato piemontese, andato missionario in India, il p. Antonio Rubino, informato delle scoperte a sua volta ne avverte i missionari della C. Già nel 1615, ciò che rappresenta a quei tempi una rapidità singolare, il p. Emanuele Dias il giovane in un opuscolo su Questioni di Astronomia fa conoscere ai Cinesi nell'ultima pagina dell'opera il cannocchiale e le scoperte fatte con esso.
Dietro nuove e sempre più insistenti richieste di autentici astronomi fatte da Pechino a Roma, il 16 apr. 1618 s'imbarcarono a Lisbona per la C., tra gli altri, il milanese Giacomo Rho, il boemo Venesslao Pantaleone Kirwitzer convinto copernicano, l'austriaco Giovanni Alberich, e due tedeschi, Giovanni Schreck, già incontrato, Schall von Bell (v.). Con questa occasione sembra sia arrivato in C. il primo cannocchiale. Lo Schreck, preoccupato della progettata riforma del calendario, con insistenze sempre più incalzanti, fu caldi appelli a Galileo dal quale sollecita un aiuto scientifico che stima decisivo per la sospirata riforma. Dal 1616 al 1623 queste richieste si moltiplicano. Dopo una risposta nettamente negativa del Galilei, lo Schreck si rivolse quindi a Kepler che nel dic. 1627 rispose per minuto a tutti i quesiti e mandò le sue opere.
I missionari non furono ufficialmente incaricati della correzione del calendario che nel 1629, alla quale lavo-
rarono specialmente il Rho e lo Schall, che, coadiuvati da una dozzina di buoni letterati, nello spazio di quasi cinque anni pubblicarono una collezione di ca. 150 volumetti di Libri di matematica. Il 28 febbr. 1634 sarà presentato all'imperatore il primo calendario secondo i metodi occidentali. L'opera dello Schall Verbiest (v.) e da altri insigni scienziati. D'allora in poi il presidente dell'ufficio astronomico sarà sempre un Gesuita, e, dopo il 1773, un missionario, anche in tempi di persecuzione fin verso la metà del sec. XIX.
4. Progresso fuori e dentro la corte (1635-1700). — Grazie al favore imperiale goduto dai Gesuiti astronomi, la Chiesa fece meravigliosi progressi. I 2500 cattolici del 1610, già nel 1615 erano diventati 5000, poi 13.000 nel 1627 e 38.200 nel 1636. Il p. Prospero Intorcetta pensa che dal 1583 al 1650 furono amministrati 150.000 battesimi. Poco dopo la metà del sec. XVII l'annuo incremento dei cristiani era di 10.000 unità. Tra il 1651 e il 1664, ben 105.000 battesimi furono amministrati da tutti i missionari che allora lavoravano in C. Nel 1664 una trentina di missionari gesuiti erano riusciti ad aprire 42 stazioni di missione, 159 chiese e un gran numero di cappelle private. Verso il 1670 il numero totale dei cattolici era arrivato a 274.000 e nel 1700 raggiungerà i 300.000.
Ma più che il numero va considerato la qualità di questi cattolici. Parecchi di essi appartenevano all'alta società della C. del Seicento. Già al tempo del Ricci, che aveva intuito il metodo esatto, si incontrano degli uomini veramente eminenti: Paolo Siücoamcchi [Hsü Kuang-ch'i] (1562-1633), l'uomo più illustre che la Chiesa di C. abbia mai avuto, battezzato verso il 15 genn. 1603, il quale introdusse il cristianesimo nella sua nativa Sciangai nel 1608; salito ai più alti posti della vita sociale e politica, fino a diventare cancelliere dell'Impero, egli fu, al dire del Ricci, la «maggior colonna» della Chiesa di C.; Ignazio Cchiütaesu [Ch'ü T'aisu] (1549-1611), figlio del più grande letterato di quel tempo, battezzato il 25 marzo 1605, il quale, diventato entusiasmo ammiratore della scienza e della virtù del Ricci, si fece a proclamarla dappertutto e quindi ad appianargli la strada dovunque si recava; Leone Licezeo [Li Chih-tsao] (1565-1630) di Hangchow nel Chekiang, che fece rapidi progressi nello studio delle scienze occidentali da lui divulgate in C., battezzato dal Ricci nel marzo 1610, poche settimane prima della propria morte; Michele Iamttimiüm [Yang T'ing-yü] (1557-1627), parimenti di Hangchow, battezzato nel 1611. Nel 1636 vi erano tra i cattolici, 14 ufficiali superiori, 10 dottori, e più di 300 licenziati. Molti altri, tra i più grandi letterati e i membri più influenti del governo, pur non arrivando al Battesimo, simpatizzarono con i missionari e ammirarono la purità e l'elevatezza della dottrina cristiana. È certo che il Ricci ed alcuni dei suoi collaboratori e successori ebbero un influsso enorme e veramente eccezionale sulla più alta società della C. del Seicento, letterati, magistrati, prefetti, governatori di province, viceré, ministri delle due capitali, principi e personaggi che avvicinavano l'imperatore.
I Gesuiti penetrarono indirettamente anche nella corte. Nel 1626 battezzarono Achille Ppamttienescu [P'ang T'ien-shou], che poi diventerà cancelliere dell'Impero e generalissimo di tutte le forze navali e militari dell'ultimo pretendente al trono dei Mim. Per suo mezzo il cristianesimo arrivò alla corte. Nel 1636, 140 principi di casa imperiale, 40 membri della corte, e da 70 a 80 dame di palazzo avevano ricevuto il Battesimo. Più tardi, nel 1647, tanto la madre naturale, quanto la madre legale del pretendente al trono, Iomli [Yung Li], ricevettero il Battesimo sotto i nomi rispettivi di Maria
e di Elena, e con esse anche l'imperatrice Anna, e il principe ereditario a cui si volle dare il simbolico nome di Costantino. Nel 1650 Achilleo ed Elena mandarono a Roma il gesuita polacco Michele Boym, l'atore di lettere al Papa e al generale dell'Ordine, in cui si facevano istanze per avere altri missionari della Compagnia. Alessandro VII non rispose che alla fine del 1655 quando Elena era già morta da quattro anni e le risposte del generale Alessandro Gottifredi non giunsero mai a destinazione, poiché il Boym che le portava, nel 1659 morì prima di raggiungere la metà del suo viaggio.
Nel frattempo continuava l'opera dell'astronomia europea per cura di Adamo Schall e di Ferdinando Verbiest. Pur in mezzo ai lavori scientifici, ambedue non perdevano di vista l'apostolato. Schall senza dubbio avrebbe portato alla luce del Vangelo gli imperatori Ciomcem [Chung Cheng] e Seicence [Shun Chih], rispettivamente l'ultimo sovrano dei Mim e primo degli Zzim [Ts'ing], se la morte prematura di ambedue non gielo avesse impedito. Allo Schall successe nel 1666 il Verbiest che ebbe rapporti di intima amicizia con l'imperatore Camsci [K'ang Hsi], il più grande forse degli imperatori della Cina. Durante cinque mesi egli insegnò al monarca le scienze occidentali e con esse la dottrina cristiana che l'imperatore era disposto ad abbracciare.
Infatti, Camsci, soddisfatto del trattato di Ner-cinsk, negoziato dai gesuiti Francesco Gerbillon e Tommaso Pereira, per cui il 6 sett. 1689 la pace era ristabilita tra lo zar e il «figlio del cielo», il 22 marzo 1692 emanava il primo decreto di libertà religiosa: d'ora in poi tutti i suoi sudditi potevano seguire la religione cristiana e tutti i missionari potevano predicarla nei suoi vasti domini. Questo decreto coronava gli sforzi di un secolo di penetrazione cristiana.
5. Difficoltà interne ed esterne (1632-1840). — Gregorio XIII, dietro preghiera del governo portoghese, nel 1585 concesse ai Gesuiti il privilegio esclusivo della evangelizzazione della C. e del Giappone. Così si spiega perché durante gli aa. 1583-1631 non vi furono in C. altri missionari all'infuori dei Gesuiti. Nel 1600 Clemente VIII revocò questo privilegio, pur obbligando i missionari in partenza per l'Asia portoghese di far vela da Lisbona. Nel 1608, Paolo V tolse anche questa restrizione per gli Ordini mendicanti, e nel 1633 Urbano VIII la tolse per tutti i religiosi indistintamente. Finalmente nel 1673 Clemente X estese questa concessione anche al clero secolare.
Accadde così che il 2 genn. 1632 arrivarono al Fukien due domenicani italiani, Angelo Cocchi da Fiesole e Tommaso Serra di S. Maddalena. Ucciso il secondo dai corsari, il Cocchi domandò ed ottenne un altro compagno, Giovanni Battista Morales, il quale arrivò nel Fukien il 2 luglio 1633 in compagnia del francescano Antonio Caballero di S. Maria. Morto il Cocchi nel nov. 1633, l'anno seguente arrivarono un altro domenicano, il p. Francesco Diez, e un altro francescano, il p. Francesco Alameden de la Madre de Dios.
Con l'arrivo dei nuovi missionari, già nel 1634 scoppiò in pubblico la CIANRESI (v.) che doveva protrarsi fino al 1742 e non trovare la sua soluzione ultima che nel 1939. I missionari si divisero in due campi opposti: Gesuiti da una parte e Francescani e Domenicani dall'altra. Camsci, si sentì ferito, quando vide che un'autorità diversa dalla sua e straniera alla sua nazione si intrometeva negli affari della C., contro la sua propria volontà.
La difficoltà non accennò a diminuire con l'arrivo in Estremo Oriente dei primi vicari apostolici. Francesco Pallu, Pietro Maria de la Motte Lambert e poi Ignazio Cottolendi, fondatori della Società delle Missioni estere di Parigi, il 9 sett. 1659 furono nominati rispettivamente
vicari apostolici del Tonchino, della Cocincina e di Nanchino e nello stesso tempo amministratori di cinque province del sud-ovest, di quattro del sud-est e di cinque del centro, nord, e nord-est della C. I due primi arrivarono in Oriente rispettivamente nel 1664 e nel 1662, mentre il terzo morì in India nel 1662.
Così dopo l'arrivo dei primi Agostiniani nel 1680, arrivarono pure in C. nel 1684 il Pallu, nominato vicario apostolico del Fukien, e il suo successore in questa carica, Carlo Maigrot. Con Maigrot incomincia una fase più acuta della questione dei riti, che determina un nuovo esame a Roma e l'invio in C. di due legati, Carlo de Tournon e Ambrogio Mezzabarba, i quali irritarono maggiormente Camsci che non arrivò a capire come mai stranieri, ignoranti della lingua e della storia della C. pretendessero sentenziare sopra il senso di certi testi e di certi usi plurimillenari del paese.
Di là alla persecuzione mancava poco. E la persecuzione, fortemente influenzata da quella del vicino Giappone, dove più dove meno, aperta o subdola, violenta o velata, praticamente si estese dalla prima decade del sec. XVIII a ca. la metà del sec. XIX, uccidendo missionari e cristiani e distruggendo non poche chiese. A questi mali si aggiunse nel 1773 la soppressione della Compagnia di Gesù nel mondo e quindi anche in C., dove, durante poco meno di due secoli (1583-1773), avevano lavorato ben 472 Gesuiti, alcuni dei quali erano stati uomini veramente eminenti in svariati campi. A sostituire in qualche modo i Gesuiti di Pechino furono chiamati i Lazzaristi i quali arrivarono nel 1784. Ma la persecuzione inferiva tuttavia. Il numero totale dei cattolici tra il 1800 e il 1850 sembra essersi contenuto tra i 200 e i 250 mila. Durante questo tempo esistevano probabilmente nel paese meno di 40 missionari europei e ca. 80 sacerdoti cinesi. Senza una nuova svolta, la Chiesa di C. sarebbe probabilmente perita.
6. La svolta internazionale (1840-1900)
Ma la svolta occorse. Il 5 giugno 1840 il commissario imperiale di Canton, volendo a ragione sopprimere il commercio dell'oppio che era in mano degli Inglesi, gettò in mare più di 20 mila casse di questa droga. Fu il pretesto dell'immediata guerra, che, naturalmente, fu vinta dagli Inglesi. Il 29 ag. 1842 la C. dovette firmare il primo trattato internazionale dei tempi moderni, presto seguito da altri con l'America e la Francia. All'occasione del trattato con la Francia, la quale spiava il momento opportuno per sostituirsi al Portogallo come potenza protettrice delle Missioni, fu emanato un doppio decreto, l'uno nel 1844 per cui era permesso ai Cinesi di seguire la religione cattolica, e l'altro nel 1846 con il quale le antiche pene contro i cattolici venivano soppresse. La Chiesa, profittando di questo stato di cose, incomincia a vivere all'aperto.Non rimanevano in C., come s'è veduto, che alcuni Francescani, non molti Lazzaristi, pochi Domenicani, e un certo numero di membri delle Missioni Estere di Parigi. Ristabilita da Pio VII nel 1814 la Compagnia di Gesù, fin dal 1842 essa riprende il suo posto in C. e precisamente nei dintorni di Sciangai e poi di Sienhsien. Aperti con i trattati ospedali, asili e orfanotrofi, fu possibile per la prima volta anche alle religiose di prestare opera. Le prime furono le Figlie della Carità, arrivate a Macao nel 1847 e poco dopo a Ningpo. L'anno seguente arrivano a Hongkong, ceduta all'Inghilterra, anche le Suore di S. Paolo di Chartres.
L'uccisione di un missionario francese, Augusto Chapdelaine, nel 1856, e un trattamento un po' rude, fatto dai Cinesi ad alcuni marinai inglesi, fornirono alla Francia e all'Inghilterra, con il tacito consenso degli Stati Uniti e della Russia, il pretesto di mettersi contro la C. e di obbligarla nel 1858 a firmare i trattati di Tientsin, con
le quattro Potenze suddette. L'ingresso delle truppe anglo-francesi nella capitale nel 1860 obbligò la C. a firmare la convenzione di Pechino con la quale essa si vedeva forzata ad aprire le sue porte agli stranieri. Tra il 1861 e il 1869 la C. dovette firmare altri trattati con la Prussia, la Danimarca, l'Olanda, la Spagna, il Belgio, l'Italia e l'Austria. In essi restava sanzionato il principio della libertà religiosa, venivano abrogati gli editti contro i cristiani, e protezione veniva promessa ai missionari cattolici muniti di passaporto da parte del console francese. Così, con il tacito consenso delle altre potenze e specialmente della S. Sede, s'introduesse l'uso, anche se non il diritto, di vedere nella Francia la potenza protettrice delle missioni, uso che continuò indisturbato e spesso molto proficuo per la Chiesa, durante una ventina d'anni, dal 1860 al 1880. In tal modo lo stato legale della Chiesa in C. cambiò.
Ciò rese possibile l'arrivo di nuovi missionari. I primi membri della giovane Società delle Missioni estere di Milano giungono a Hongkong nel 1858. I padri di Scheut arrivano nel 1865 e presto si occupano della Mongolia. Dopo un'interruzione di più di un secolo, gli Agostiniani tornano nel Hunan nel 1879. Il seminario dei SS. Pietro e Paolo, nuovamente fondato a Roma, manda i suoi primi membri nello Shensi nel 1885. I primi padri tedeschi della Società del Verbo Divino di Steyl arrivano nel 1879 e fin dal 1882 incominciano a lavorare nello Shantung. Anche i Trappisti fondano una trappa a Yangkiaping, nell'attuale Hopenh, nel 1883. Finalmente, fatto nuovo, arrivano anche i maestri non-sacerdoti, cioè i Fratelli delle Scuole Cristiane a Hongkong nel 1870 e i fratelli Maristi a Sciangai nel 1893. Ai missionari tengono dietro le missionarie: le Canossiane in Hongkong nel 1860, le Ausiliatrici del Purgatorio a Sciangai nel 1867, le Suore della Provvidenza di Portieux a Mukden nel 1875, le Missionarie Francescane di Maria a Chefoo nel 1886 e le Domenicane nel Fukien nel 1889. Finalmente anche le Carmelitane fondano una casa a Sciangai nel 1869.
Ma non mancarono le persecuzioni tanto negli aa. 1850-69, al tempo dell'insurrezione dei Trappin [T'ai P'in], quanto durante il massacro di Tientsin nel 1870 e specialmente nel 1900, al tempo dei cosiddetti Pugili o « Boxers ».
7. La magnifica fioritura del sec. XX (1900-49). - Con i tempi nuovi, la vecchia C. è crollata per sempre. Nel 1905 è crollato l'antico sistema degli esami e con esso l'antica cultura confuciana. Le scuole sono andate moltiplicandosi, dalle elementari alle università. Nel 1911 è crollata la plurimillenaria monarchia e la C., sotto l'impulso di Sun Yat-sen, l'araldo del Triplice Demismo, si è costituita in repubblica. Nella famiglia è finita la reclusione della donna, la quale non solo studia e frequenta le università, ma non teme d'immettersi perfino nella vita politica.
Questo crollo dell'antico e questo bisogno del nuovo ha facilitato l'espansione del cattolicesimo. Innanzi tutto il numero dei cattolici aumentò rapidamente. Nel 1900 essi erano 742.000; il primo milione fu raggiunto nel 1907, il secondo nel 1921, e il terzo nel 1938; le statistiche del 1947-48 li fanno salire a 3.275.000, a cui però bisognerà aggiungere circa due centinaia di migliaia di catecumeni.
Aumentato inoltre il numero dei missionari stranieri. Nel 1900 essi erano 886 ed appartenevano a dieci istituti. Nel 1946-47 essi invece erano 3066 ed appartenevano a 37 istituti stranieri, di cui 26 avevano uno o parecchi territori esclusivamente ad essi riservati; ad essi, tutti sacerdoti, andavano aggiunti 421 fratelli laici stranieri. Aperte le scuole moderne anche alle ragazze dopo il 1905, le Suore hanno potuto lavorare non solo negli asili, gli orfanotrofi, gli ospedali, i dispensari, gli ambulatori di ogni sorte, ma anche nel campo scolastico con scuole e collegi femminili. Quindi gli istituti missionari femminili sono saliti da 10 nel 1900 a 59 nel 1946-47, con ben 2046 membri.

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canto alle occidentali accettano anche le cinesi, nel 1946-1947 erano 4735.
I tempi nuovi hanno accelerato ma non hanno creato per i cattolici il movimento dell'educazione; basti ricordare il collegio di S. Ignazio di Zikawei, presso Sciangai, fondato fin dal 1850. È certo però che durante il sec. XX scuole maschili e femminili di ogni grado si sono moltiplicate meravigliosamente. L'educazione superiore assicurata agli studenti secolari, cattolici e acattolici, in tre università: l'Università «L'Aurora» fondata in Sciangai nel 1903 e diretta dai Gesuiti francesi; l'Università Cattolica di Pechino, fondata nel 1925 dai Benedettini americani, ma passata fin dal 1933 alla Società del Verbo Divino; e l'Università di Tientsin, diretta dai Gesuiti francesi, diventata università nel 1947 ma le cui origini risalgono come istituto di studi superiori al 1922. Nel 1946-47, ca. 4500 studenti frequentavano queste tre università, di cui una cinquantina di sacerdoti e più di 400 alunne della sezione femminile de «L'Aurora» diretta dalle Religiose della Società del S. Cuore. Inoltre nel 1947-48 la C. contava 189 collegi di studi superiori o secondari con una scolaresca cattolica di 7350 alunni e acattolica di 39.698. Due mila scuole primarie erano frequentate da ca. 60 mila cattolici e da 136 mila pagani. Contando tutte le altre scuole, si aveva una popolazione scolastica di ca. 320 mila ragazzi che frequentavano quasi 4450 scuole diverse.
Ecclessisticamente, la C. dal 1946 in poi è divisa in diocesi e arcidiocesi, le prime arrivando oggi a 108 e le seconde a 20. Di esse, 21 sono in mano del clero secolare cinese, che si vede affidate le maggiori città, Pechino, Nanchino, Mukden, Sciangai e presto, senza dubbio, anche Canton. Inoltre due diocesi sono affidate ai Lazzaristi cinesi e una ai Francescani indigeni. Di più una diocesi affidata ai Gesuiti francesi ha per vescovo un gesuita cinese; una affidata ai Lazzaristi olandesi ha per vescovo un lazzarista cinese; e due diocesi affidate ai Verbi tedeschi hanno avuto finora per vescovi due Verbi cinesi. Si hanno quindi complessivamente 33 Ordinari di nazionalità cinese, di cui 28 rivestiti del carattere episcopale.
Il protettorato francese delle missioni che si affermò tra il 1860 e il 1880, con il tempo divenne piuttosto nocivo alla Chiesa e inviso alle altre potenze. Quindi sotto i colpi specialmente della Germania e dell'Italia, da parecchio tempo esso è caduto in desuetudine. Oggi la Chiesa ammette che ogni nazione ha il diritto di proteggere i propri connazionali dovunque essi si trovino, non però i soggetti di altre nazioni, ciò che annulla ogni protettorato quale era inteso durante la fine del sec. XIX. Questo protettorato della Francia aveva già parecchie volte, nel 1881, nel 1886 e nel 1918, impedito la C. di avere normali relazioni diplomatiche con la S. Sede. Ma nel 1922 Pio XI, senza domandare niente alla Francia, istituì la delegazione apostolica e nominò il primo delegato, il quale nel 1924 convocò il primo concilio plenario a Sciangai, i cui atti, approvati da Roma nel 1928, furono pubblicati nel 1929 (I. Antoniutti, Il primo sinodo cinese, in Il pensiero missionario, 1 [1929], pp. 182-94). Nel maggio del 1942 il Giappone mandava un suo rappresentante presso la S. Sede. La C., allora in guerra con il Giappone, non poteva non fare lo stesso passo. Quindi già nel febbr. del 1943 la C. mandò un suo ministro plenipotenziario al quale il Vaticano rispose nel 1946 con l'invio di un internunzio. La Francia questa volta ha taciuto.
La Chiesa di C. porta già il suggello del divino. Essa è madre finora di 62 beati, tutti martiri. Di essi, 19 sono stati beatificati da Leone XIII negli aa. 1889, 1893 e 1900, 14 da Pio X nel 1929 e 29 da Pio XII nel 1946. Tra questi beati, vi sono sei vescovi e tredici sacerdoti europei, e quattro sacerdoti cinesi, un laico europeo, sette suore europee, sette seminaristi, otto catechisti, nove cristiani, due vergini, due vedove, tutti cinesi. Essi sono stati martirizzati tra il 1648 e il 1900:
Francesco Fernandez de Capillas (m. 1648) b. 2 maggio 1909, protomartire della C.; Pietro Martire Sanz, vescovo (m. 1747) b. 14 maggio 1893; Francesco Serrano (m. 1748) b. 14 maggio 1893; Gioacchino Royo (m. 1748) b. 14 maggio 1893; Giovanni Aleobor (m. 1748) b. 14 maggio 1893; Francesco Diaz (m. 1748) b. 14 maggio 1893; Pietro U, catechista cinese (m. 1814) b. 27 maggio 1900; Giuseppe Tchang-Ta-Pong, catechista cinese (m. 1815) b. 2 maggio 1900; Gabriele Taurino Dufresse, vescovo (m. 1815) b. 27 maggio 1900; Agostino Tchao-Soung, sacerdote cinese (m. 1815) b. 27 maggio 1900; Giovanni Lantrua da Triora (m. 1816) b. 27 maggio 1900; Giuseppe Yuen-Tsai-Te, sacerdote cinese (m. 1817) b. 27 maggio 1900; Paolo Lieou-Han-Tso, sacerdote cinese (m. 1818) b. 27 maggio 1900; Francesco Regia Clet, lazzarista (m. 1820) b. 27 maggio 1900; Taddeo Lieou, sacerdote cinese (m. 1823) b. 27 maggio 1900; Pietro Lieou-Ouen-Yuen, catechista cinese (m. 1834) b. 27 maggio 1900; Gioacchino Ho-Kai-Tche, laico cinese (m. 1839) b. 27 maggio 1900; Giovanni Gabriele Perboyre, lazzarista (m. 1840) b. 10 nov. 1889; Lorenzo Pe-Man, laico cinese (m. 1856) b. 27 maggio 1900; Augusto Chapdelaine, delle Missioni Estere di Parigi (m. 1856) b. 27 maggio 1900; Agnese Tsao-Koue, vedova cinese (m. 1856) b. 27 maggio 1900; Gerolamo Lou-Tin-Mey, catechista cinese (m. 1858) b. 2 maggio 1900; Lorenzo Ouang-Ping, catechista cinese (m. 1858) b. 2 maggio 1900; Agata Lin-Tchao, vergine (m. 1858) b. 2 maggio 1900; Giuseppe Tchang-Yo-Yang, seminarista (m. 1861) b. 2 maggio 1900; Paolo Tchen-Tchang-Ping, seminarista (m. 1861) b. 2 maggio 1900; Giovanni Battista Lo, laico, cinese (m. 1861) b. 2 maggio 1900; Maria Ouang, vedova cinese (m. 1861) b. 2 maggio 1900; Giovanni Pietro Néel, delle Missioni Estere di Parigi (m. 1862) b. 2 maggio 1900; Martino Ou-Sue-Chang, catechista (m. 1862) b. 2 maggio 1900; Giovanni Tchang, laico cinese (m. 1862) b. 2 maggio 1900; Giovanni Tchen, laico cinese (m. 1862) b. 2 maggio 1900; Lucia Y, vergine cinese (m. 1862) b. 2 maggio 1900. Da aggiungere i 29 martiri, vittime della persecuzione dei Boxers, morti il 4, 7, 9 luglio 1900 e beatificati da Pio XII il 24 nov. 1946: Giovanni M. Grassi, vescovo; Francesco Fogolla, vescovo; Antonio Fantosati, vescovo; Elia Facchini; Teodorico Balat; Giuseppe M. Gambaro; Cesidio Giacomantonio; Andrea Bauer; Maria Ermina di Gesù (Tema Grivot); Maria della Pace (Marianna Giuliani); Maria Chiara (Clelia Nanetti); Maria di S. Natalia (Giovanna Maria Kerguin); Maria di S. Giusto (Anna Francesca Moreau); Maria Adolfina (Anna Caterina Dierlex); Maria Amandina (Paolina Jeuris); cinque seminaristi e nove domestici.
Oltre ad essi molti altri diedero la vita per la fede e attendono la gloria degli altari.
In particolare: T. M. Gentili, Memorie di un missionario domenicano della C., 3 voll., Roma 1887-88; H. Havret, La Stèle chrétienne de Si-ngan-fou, 3 voll., Sciangai 1895-1902; J. Tobar, Inscriptions juives de K'ai-fong-fou, ivi 1912; J. de la Servière, Histoire de la mission du Kiangnan, 2 voll., ivi 1914; A. Jann, Die katholischen Missionen in Indien, China und Japan. Ihre Organisation und das portugistische Patronat vom 15. bis ins 18. Jahrhundert, Paderborn 1915; B. Martínez, Historia de las misiones Augustinianas en China, Madrid 1918; J. Brucker, La Compagnie de Jésus. Esquisse de son Institut et de son histoire, Parigi 1919; J. M. Planchet, Documents sur les martyrs de Pékin pendant la persécution des Boxers, 2 voll., Pechino 1922-23; id., Le cimetière et les oeuvres catholiques de Chala, 1610-27, ivi 1928; O. Maas, Die Wiedereröffnung der Franziskanermission in China in der Neuzeit, Münster in W. 1926; B. M. Biermann, Die Anfänge der neueren Dominikanermission in China, ivi 1927; P. M. D'Elia, Catholic Native Episcopacy in China. Being an Online of the Formation and Growth of the Chinese Catholic clergy (1300-1926), Sciangai 1927; id., The Catholic Missions in China. A short sketch of the History of the Catholic Church in China from the earliest records to our own days, ivi 1934; id., Fonti Ricciane. Documenti originali concernenti Matteo Ricci e la storia delle prime relazioni tra l'Europa e la C. (1570-1615),
3 voll., Roma 1942-49; id., Contributo dei missionari cattolici alla scambievole conoscenza della C. e dell'Europa, in Le missioni cattoliche e la cultura dell'Oriente, ivi 1943, pp. 27-109; id., L'istituzione della gerarchia episcopale e dell'internuocatura in C., in Studia Missionaria, 2 (1946), pp. 1-31; id., La nuova C., in L'Universale, 1 (1946), pp. 1-17; id., Galileo in C. Relazioni attraverso il collegio Romano tra Galileo e i Gesuiti scienziati missionari in C. (1610-40), Roma 1947; K. S. Latourette, A History of the Christian Missions in China, Londra 1929 (con ricchissima bibliografia); A. Van den Wyngert, Sinica Franciscana, 4 voll., Quaracchi: I, 1929; II, III, IV, 1942; A. C. Moule, Christian in China before the year 1550, Londra 1930; L. Thier, Notices biographiques et bibliographiques sur les Musées de l'ancienne mission de Chine (1525-1775), 2 voll., Sciangai 1932-34; A. Väh, Johann Adam Schall von Bell S. I., Colonia 1933; H. Bernard, Aux portes de la Chine, Tientsin 1933; id., Le p. Mathieu Ricci et la société chinoise de son temps, 2 voll., ivi 1937; N. Gubbles, Trois siècles d'apostolat. Histoire du catholicisme au Hu-hwang depuis les origines 1587 jusqu'à 1870, Parigi 1934; A. B. Duvigneau, S. Thomas a-t-il porté l'Evangile jusqu'en Chine?, Pechino 1936; P. Y. Sacki, The Nestorian Documents and Relics in China, Tokio 1937; G. Messina, Cristianesimo, buddhismo, manicheismo nell'Asia antica, Roma 1947. Per le statistiche recenti: Annuaire de l'Eglise catholique en Chine, 1948; Zi-ka-wei, Sciangai 1948. Pasquale M. D'Elia
IV. ARTE
Le origini della civiltà artistica cinese sono ricercabili nell'età preistorica.Nel periodo che va fino al sec. VII d. C., detto delle sei dinastie, l'avvenimento più importante fu l'introduzione del buddhismo in C. (sec. I d. C.) entrato nell'arte verso i primi del sec. V, informò specialmente la scultura sia in decoratissime stele votive che nelle effigi dei santuari, oggi purtroppo in gran parte perdute, dove la figura è intesa con una originale stilizzazione. Fecero le prime apparizioni in quest'epoca i tipi di una pittura indigena, noti soltanto attraverso copie più recenti. Dal 648 al 906, nel periodo T'ang, l'arte della C. raggiunse il suo vertice più alto e concretò la sua più vasta diffusione oltre i limiti nazionali. Le sculture raffiguranti precipuamente le divinità (Bodhisattva, Buddha, Kouan-yin, ecc.) si sciolgono dal convenzionalismo ed assumono una nuova espressività in cui si palesa un intimo sentimento. Sono begli esempi, in Italia, di questo periodo, le sculture in pietra, di recente restaurate, già nella collezione Gualino ed oggi in quella della Banca d'Italia a Roma.
La pittura assunse grande importanza proprio durante la dinastia T'ang. Alimentata da grandi maestri come Wu Tao Tzu e Wang Wei, veri fondatori della pittura sacra e di paesaggio, ispirata per il contenuto ai grandi cicli religiosi indiani, era si fondò essenzialmente sulla linea e sul disegno, ignorando del tutto i problemi di colore e chiaroscuro vivi nell'arte cinese occidentale. Ma la più splendida produzione pittorica cinese si ebbe durante le tre epoche seguenti, delle cinque dinastie, dei Sung e dei Yan, che si raggruppano insieme per l'identità dello stile e della tecnica. La esecuzione su carta o su seta si giovò di una abilità eccezionale e l'uso larghissimo delle velature, specie nella scuola detta meridionale, contribuì a quella finezza. Fiori, uccelli, animali fantastici e architetture immaginarie furono i soggetti ricorrenti. Fra gli artisti più celebri son da ricordare Chu Hsi, Kuo Hsi, che predilesse il bianco e il nero, l'imperatore Hui Tsung e i delicati quesisti Ma Yuan e Hsia Kuei. Parallelamente alla pittura, la ceramica raggiunse in questo periodo il massimo splendore per la perfezione degli smalti, per la varietà delle soluzioni decorative, per la preziosità dei colori (azzurro, porpora, avorio, grigio perla) la cui armonia è esemplare.
Conclusa tale altissima esperienza un'era di decadenza si andò delineando per l'arte della C. Durante il lungo periodo della dinastia Ming, le forme pure del periodo T'ang si raggelarono in un manierismo sempre più invadente in cui prevalse l'esigenza di una grazia e piacevolezza esteriore. Per questo motivo il periodo Ming produsse il maggior numero di oggetti delle cosiddette arti minori, dalla lacca agli intarsi, agli avori, ai tessuti e agli smalti imitanti spesso forme già assai diffuse in Giappone. Molto si ampliò l'uso del caolino, noto insieme con il feldspato nel periodo Sung, determinando l'origine storica della famosa porcellana cinese, di cui il primo e mag-
gior centro di diffusione fu Ching-te chen. Tributaria della ceramica precedente per le forme e le decorazioni, essa attinse motivi anche dalla pittura e dall'arte tessile e fu più esuberante nei colori sempre smaglianti e vivi. La datazione degli oggetti Ming è facilitata dalle marche imperiali applicate spesso, e la catalogazione segue in genere il nome degli imperatori che fecero fiorire tale artigianato. La porcellana continuò a tenere un suo livello altissimo anche durante tutta la dinastia Ts'ing (dal 1644 fino al 1912), mentre la pittura e la scultura si ridussero a stanche ripetizioni delle forme antiche. È recente l'infiltrazione di un linguaggio occidentale nelle forme dell'arte cinese, ma i frutti non sono stati rilevanti.
Un posto a sé tiene l'architettura della C. che ha conservato immutato per tutto il corso della sua civiltà il semplice modulo costruttivo, variato soltanto da vaghe e lievi soluzioni ornamentali. Il grande uso del legno, la notevole importanza data al tetto, elemento essenziale nell'economia stilistica di ogni edificio, la leggiadria delle decorazioni e soprattutto l'ambientazione delle strutture nel quadro paesistico, formano le originali caratteristiche dell'architettura cinese. Agli stessi canoni si informò anche l'architettura religiosa con una maggiore semplificazione dei motivi, se si eccettuino alcuni edifici singolari come il tempio del Cielo a Pechino e i rari templi superstiti presso le tombe imperiali.
Giovanni Carandente
V. ARTE CRISTIANA
1. Le origini. - Il gesuita Giovanni Da Rocha (1565-1623), missionario in C., aveva composto un libro sul Rosario e desiderava renderlo popolare con opportune illustrazioni. Allora era giunta in C. qualche copia del famoso libro dei Vangeli illustrati, compilato dal p. Gerolamo Nadal, ricco di 150 belle tavole dovute in gran parte al pittore romano B. Passeri e incise ad Anversa.Il p. Da Rocha diede il libro ad un abile pittore cinese, il quale tradusse in cinese le incisioni. La traduzione non riuscì a celare il carattere europeo delle composizioni.
Si riconnettono in qualche modo a quel ciclo iconografico sei pitture su seta, scoperte da M. B. Laufer a Sain (Shensi). Sforzi analoghi furono pure fatti dal gesuita Giulio Aleni nel 1633 nella sua opera cinese Spiegazione del Vangelo per mezzo d'immagini, e dal gesuita Giovanni Adamo Schall von Bell, nel 1640, nell'opera cinese Stampe offerte all'imperatore. È molto probabile che dal movimento creato dai Gesuiti derivino due immagini della Beata Vergine dei secc. XVII-XVIII; la prima si conserva al Field Museum di Chicago e palesa la derivazione da una copia della Madonna di S. Maria Maggiore; la seconda, dai tratti più cinesi, si conserva al British Museum di Londra. Conviene pure ricordare l'attività artistica svolta dai Gesuiti alla corte di Pechino e menzionare i fratelli G. Castiglione (1688-1766), Attiret (1702-68) e il p. Sichelbarth (1708-80). Essi adottarono lo stile cinese e i loro quadri furono assai stimati e ricercati. Ma finora non si conosceva alcuna opera loro di soggetto sacro. C. Costantini ne aveva fatto inutilmente ricerca nel museo del palazzo imperiale di Pechino. Pochi anni fa, in una casa di campagna fuori Pechino, furono scoperti due quadri, non firmati, ma che per i caratteri stilistici sono certamente del Castiglione: rappresentano s. Michele Arcangelo e l'Angelo Custode. Ma l'iniziativa dei Gesuiti non ebbe seguito. Nelle campagne dove si dovevano utilizzare le maestranze locali, si ebbe solo qualche esempio di chiese in stile cinese. Ma i grandi centri credettero di dar

(fol. Fides)
2. Nuovo movimento in favore dell'arte cristiana cinese. - C. Costantini arrivato in C. come delegato apostolico nel 1922 ebbe l'impressione che l'antico mondo cinese fosse crollato con l'impero, ma che, attraverso un profondo travaglio e le intemperanze di un nazionalismo esasperato, si preparasse una C. nuova.
In questa crisi di riforma e di crescita, pensò che in un paese che possiede il decoro di un'arte grande e antica, anche l'arte cristiana doveva associarsi ai nuovi indirizzi utilizzando le forze locali e ciò anche per una ragione di metodologia missionaria. Senza dubbio l'arte cinese per il suo carattere spirituale si prestava mirabilmente a interpretare il pensiero cattolico e a soddisfare le esigenze della liturgia. D'altro canto ciò dimostrava come la religione cattolica non fosse una religione straniera. Era però necessario riavvalorare la teoria con la pratica. Nel 1925, venne in C. l'architetto benedettino D. Alberto Gresnigt. Egli si impadronì dello spirito dell'arte cinese, e diede i piani e diresse la costruzione della bella Università Cattolica di Pechino, dei seminari regionali di Hongkong e Kaifeng, della chiesa dei Discepoli del Signore di Suanhawa e attese ad
altre opere minori usando nei suoi edifici gli elementi dell'arte tradizionale cinese ma imprimendo loro un'anima nuova cristiana.
È molto interessante anche quanto è stato fatto nel campo della pittura. Nel 1929 il pittore Chen Suan-tu, che possedeva una esperta sicurezza nel disegno secondo la buona tradizione cinese e la facoltà di rendere le cose con vivo senso di spiritualità e poesia, dopo aver letto i Vangeli ed aver preso visione presso la delegazione apostolica, dove era stato invitato, di qualche opera di buoni artisti cristiani, dipinse e portò alla delegazione stessa un pannello di seta con la Vergine che adora il bambino.
Questa deliziosa immagine cinese costituisce il punto di partenza della nuova pittura cristiana cinese. Divennato cristiano e battezzato con il nome di Luca, fu nominato professore d'arte all'Università Cattolica di Pechino e creò intorno a sé una famiglia di pittori cristiani, in cui splende il candore dei primitivi. L'arte cinese ha offerto al soggetto sacro una forma piena di delicata spiritualità e il soggetto sacro ha offerto agli artisti cinesi un tema nuovo, elevato, luminoso, possente, tale da creare un vero rinnovamento dell'antica arte cinese. La scuola di pittura dell'Università di Pechino divenne subito un focolare di nuove idee e di nuove attività. Si fecero esposizioni a Sciangai e a Pechino, che ottennero lusinghieri successi. Accanto al nome di Luca Chen si deve ricordare quello di due noti pittori, il principe francese Pu Chin e Chang-wan-tzu, che pure trattarono soggetti sacri. Tra gli scolari di Luca Chen si possono segnalare Wangsuta, Lu Hung-Nien, Ming-yuan e Hsu Chi-hua; quest'ultimo è morto nel fiore degli anni nel 1937. Né deve sorprendere se la pittura cristiana cinese appare, d'un tratto, adulta: gli artisti cinesi erano padroni di un linguaggio pittorico già affinato dal senso poetico delle cose e dall'abito di interpretare i soggetti religiosi; la loro pittura era in qualche modo già pronta al battesimo cristiano. L'arte tradizionale cinese, agitata dal contatto con le correnti naturalistiche provenienti dall'Occidente, ritrova nel soggetto sacro facilmente se stessa e si rifugia con gioia nelle forme iconografiche dell'antica arte religiosa.
Si è ancora ai primi esperimenti di una auspicissima rinascita, ma questi primi fiori sono bastevoli per farci guardare con sicura fiducia a una primavera d'arte cristiana sorgente nei lontani orizzonti dell'Estremo Oriente. - Vedi Tavv. CVII-CVIII.