CHATEAUBRIAND, FRANCOIS-RENÉ de. -
Scrittore e diplomatico. N. a St-Malo il 4 sett. 1768, da una famiglia di piccola ma antica nobiltà. Il padre, capitano di mare e armatore, fattasi una fortuna, riacquistò il castello avito di Combourg, dove il futuro autore dei Mémoires d'outre-tombe passò la sua malinconica e sognante giovinezza. Il padre volle farne un marinaio, poi, fallita la prova, un ecclesiastico secondo il costume nobiliare di allora. Nel 1788 il vescovo della città natale rilasciò al giovane le lettere di tonsura per l'ufficioione all'Ordine di Malta, che non avvenne mai. Ammesso come ufficiale nelle armate del re, fu spettatore delle prime scene della rivoluzione, che gli diedero "l'horreur des festins de cannibales» e il desiderio di espatriare. L'8 apr. 1791 s'imbarcò per Baltimora. Viaggiò per le terre del Nuovo Mondo dove si rivelò interamente la sua vocazione di scrittore, ma, letto in un vecchio giornale dell'arresto di Varennes, risolvette di tornare in Francia per mettere la propria spada al servizio del re. Sbarcò il 2 genn. 1792 a Le Havre. Il 19 maggio sposò una nobile giovinetta, Céleste Buisson de La Vigne, che dovette lasciare due mesi dopo per sottrarsi, con il fratello, nella loro qualità di aristocratici, alle ricerche dei rivoluzionari. Fuggì nel Belgio, si arruolò nell'esercito degli emigrati, rimase ferito in un'azione di guerra. Il 17 maggio 1793 passò in Inghilterra, dove visse esule durante sette anni di miseria, di studio, di lavoro. L'Essai sur les révolutions, pubblicato nel 1797, gli diede nome, ma rivelò in pari tempo la mutazione avvenuta nei suoi sentimenti religiosi. Sconvolto dal grave dispiacere che ne ebbe la madre e dalla notizia della morte di lei, pianse amaramente e tornò alla fede antica : e gli venne il pensiero di espiare il suo primo libro con un'opera religiosa. Mutate le condizioni politiche in Francia, vi tornò nel maggio 1800: visse qualche tempo nascosto, finché, per influenza di amici, riusci a pubblicare Atala nel 1801, e, un anno dopo, Génie du Cliristianisme, che lo rese di colpo celebre. Il libro usciva in un favorevole momento di ripresa di sentimento religioso dopo le negazioni degli enciclopedisti, il deismo rousseauiano e i sacrileghi orrori dei sanculotti. Napoleone, in vista del concordato, ne fu molto soddisfatto, e nominò il giovane scrittore segretario del card. Fesch all'ambasciata di Roma. Non vi rimase tuttavia a lungo. Gli fu poi dato il posto di ministro nel Vallese: rinunziò prima di occuparlo, dopo l'esecuzione del duca d'Enghien, diventando da quell'istante oppositore del Bonaparte. Per documentarsi sui luoghi dove si doveva svolgere l'azione dei personaggi di un nuovo libro che progettava, Les Martyrs (pubblicato nel 1809), parti per la Terra Santa at- traverso la Grecia e la Turchia, ritornando poi in patria per l'Egitto, la Tunisia, il Marocco, la Spagna (1806-1807). Narrò il viaggio nell' Itinéraire de Paris à Jérusalem (1811). Alla sua attività di scrittore alternava in quegli anni, con crescente impegno, la campagna politica di opposizione al Bonaparte, che gli valse qualche periodo di blando esilio. Nominato nel 18 II membro dell'Accademia francese, si rifiutò di pronunciare il discorso d'ammissione perché l'Imperatore ne aveva ritoccato il testo. Pochi giorni dopo la capitolazione di Parigi, nel 1814, diede alle stampe il celebre scritto De Buonaparte et des Bourbons, che Luigi XVIII dichiarò più giovevole alla causa borbonica che un esercito di centomila uomini. Nelle fortunose vicende della monarchia restaurata, C. fu quasi sempre all'opposizione, diventando il capo e il centro del legittimismo puro. Fu quello il periodo più ardente delle sue lotte politiche. Il favore accordato, per ragioni di politica contingente, dai sovrani ritornati sul trono a terroristi regicidi, e poi ai vecchi avanzi di Coblenz e di Gand, ne fece un oppositore della monarchia di cui aveva preparato la restaurazione e di cui anelòOEUVRES COMPLITES
DE M. LE VICONTE DECHATEAUBRIAND
Neurre de l'arabèule franclore.MÉLANGES LITTÉRAIRES.

Chateaubriand, Francois-René - Frontespizio delle Oeuvres complètes, Parigi 1836 - Roma, biblioteca dell'Istituto di archeologia e Storia dell'arte.
la definitiva rovina. La sua era una concezione di governo idealista e senza patteggiamenti, basata sulla moralità e il realismo, che i sovrani e i loro ministri, costretti a continui compromessi con la realtà creata dalla rivoluzione, non potevano seguire. A volta a volta lo scrittore appariva il più ultra dei legittimisti o il più avanzato nelle tendenze liberali. La sua penna e la sua oratoria combattevano via via i governi di Luigi XVIII e di Carlo X e facevano tremare la monarchia. Il potere in mani pure; la Carta a gente onesta: tale il suo programma, che idealmente, voleva conciliare l'assolutismo con la libertà (La Monarchia selon la Charte, 1816). Ebbene, nonostante ciò, incarichi ed onori: ambasciatore in Svezia (dove non si recò), a Berlino, a Londra, a Roma; Pari e ministro di stato; rappresentante della Francia al Congresso di Verona; ministro degli Esteri. Ispirò e condusse politicamente la guerra di Spagna; influì sul conclave che elisse Pio VII; rivelando nella sua azione di governo concrete e positive qualità di statista e di diplomatico e una prescrizione infallibile dei nuovi tempi. Caduta la monarchia legittima, si dichiarò solidale con essa e oppositore dell'Orléans. Il 7 ag. 1830 alla camera dei Pari pronunciò un veemente discorso per affermare la propria fedeltà ai Borboni, che "per la terza e ultima volta si incamminavano verso l'esilio". Rinunciò a dignità e cariche, rinunciando anche in tal modo, per fedeltà di spirito alla monarchia che aveva tanto combattuto, alle sue uniche risorse.
Torna alla sua fatica di scrittore. Con le Aventures du dernier Abencérage (1826) e il Voyage en Amérique, stampato lo stesso anno, ha messo fine alle opere narrative e fantastiche. Ora scrive le Etudes historiques e pubblica De la Restauration et de la Monarchie élective, a cui seguirono negli ultimi tempi un Mémoire sur la captivité de M. me la duchesse de Berry, una traduzione del Last Paradise, un Essai sur la littérature anglaise, delle Considérations sur le génie des hommes, des temps et des révolutions. Il 16 luglio 1841 scrive le ultime righe dei Mémoires d'outre-tombe, nel 1844, la Vie de Rancé.
Vecchio e malato, ma sempre lucidissimo di spirito, assiste i suoi antichi sovrani, esiliati, di consiglio e di giudizio, specialmente nella spinosa faccenda della duchesse di Berry; li visita a Praga e, nel nov. 1843, rende omaggio a Londra "al suo re" diventato maggiormente. Il 9 febbr. 1847 gli muore la moglie con la quale nei tardi anni s'era dedicato all'opera dell'Infermiere per l'assistenza ai sacerdoti perseguitati dalla rivoluzione. La sera del 24 febbr. 1848 apprese la caduta di Luigi Filippo. Morì da quel cristiano che, nonostante le molte mancanze e le ripetute infedeltà, sempre volle affermarsi ed essere. Fu sepolto su una roccia della costa bretone in faccia all'Atlantico.
A F.-R. de C. si deve quel rinnovamento del sentire umano che, opponendosi ai morti schemi della retorica classicistica, sta all'origine della letteratura moderna. Genio di ricchezza strabocchevole, ebbe natura malinconica, fantasia senza limiti, spirito d'indipendenza, orgoglio di razza, vanità e volubilità di sentimento, coscienza del proprio valore, un certo gusto del gesto e della posa; eppure, in fondo a tutte le prove e le esperienze d'una vita colma e agitatissima, trovò sempre la noia e si sentì solo nonostante le amicizie e la devozione di cui fu sempre circondato. Il suo René ne fissa in tratti poetici la natura. La malattia morale di cui il racconto è un documento, fu chiamata in seguito le mal di sibile: sovrabbondanza di vita e, insieme, languore segreto; sfrenata immaginazione e noia di tutto. Sarebbe però errato insistere su una identità troppo aderente fra il personaggio e il suo autore, il quale ebbe fortissimo fastidio (quando i René si moltiplicarono nei decenni successivi), dell'influenza esercitata e mostrò per proprio conto, con la vita attivissima, il prodigioso studio e la fedeltà alla causa cattolica, il forte dominio imposto con la volontà alle tendenze morbose della sua natura.
Il concetto del bello ideale, di origine classicistica, che fu canone della sua opera di scrittore, si mutò in principio nuovo e fecondo di poesia per l'applicazione che egli ne fece ai sentimenti di grandi cuori, a caratteri eminenti, ad azioni magnanime ricollocati nel quadro del sentire cristiano e della storia cristiana, dal classicismo quasi ignorati. La delicatezza morale, l'erosismo delle virtù difficili, la passione dei cuori in cui splendide le fede, entrarono con lui, regalmente, come motivi e fonte di poesia, nella letteratura, e, con essi, quel sentimento della natura a cui già il Settecento s'era volto con diletto.
Quando, dopo la domanda postasi nell'Essai sur les révolutions - rifatto, negli anni di poi, con altro spirito - egli capì che soltanto la vecchia religione rispondeva alle ansie del suo cuore e del suo intelletto, si propose di ridurre gli animi alla fede con la seduzione della sua bellezza e la prova dell'opera di civiltà da essa ispirata e promossa. Volle dimostrare che la religione cristiana è, di tutte, la più umana, la più poetica, la più favorevole alla libertà, alle arti, alle lettere: che ad essa il mondo deve tutto, dall'agricoltura alle scienze astratte, dagli ospizi di carità ai grandi templi. Il Genie è l'apologia di un poeta, che si rivolge prevalentemente ai cuori dopo che le menti erano state traviate dagli eccessi inumani e sacrileghi di una ragione dedicata come uno spietato idolo. Non bisogna esigere da un'opera del genere un costante rigore dimostrativo e un'argomentazione in ogni tesi convincente, che non sono nella sua natura; tuttavia basterebbe, anche sotto questo aspetto, a darle validità l'assunto fortissimo dello scrittore che mostra, nell'analisi delle grandi opere letterarie, quanta finezza morale il cristianesimo ha introdotto nelle anime. Il Genie conclude la vecchia disputa degli antichi e dei moderni in favore di questi ultimi con la rilevazione della ricchezza poetica della religione e la riscoperta della natura.
Les Martyrs dovevano con l'esempio confermare la tesi del Genie, dimostrando come il meraviglioso cristiano possa gareggiare con il meraviglioso pagheggiante e dare anzi più risalto di verità ai caratteri e alle passioni. L'epopea in prosa, per troppa aderenza agli schemi strutturali classicistici e la figurazione esterna dell'intervento soprannaturale nei fatti degli uomini e nei sentimenti dei cuori, ha tradito in parte le intenzioni: più plastica che analitica, più storica che psicologica, esaurita quasi per intero nella magia evocatrice e descrittiva a cui non sono pari di evidenza i moti delle anime e il conflitto dei sentimenti. Tuttavia, Eudore, Cymodocée, Démodocus, Velléda, Hiersclès son tra le figure più belle e alte della letteratura di tutti i tempi, e i quadri incomparabili che si succedono nel poema, l'evocazione del passato, dei luoghi, dei riti, dei costumi, delle persecuzioni e degli eroismi cristiani del sec. III, la bellezza della prosa e la proibita dei documenti fanno dei Martyrs un'opera poetica che sta all'altezza della Gerusalemme liberata, del Paradiso perduto, di Athalie.
Tre racconti, Les Natchez, Atala, René, destinati dapprima a far parte del Genie, poi pubblicati a sé, si collocano nel quadro di natura delle regioni (in parte selvagge) del Nuovo Mondo che il poeta visitò: e lo scenario lussureggiante fa da sfondo al "male romantico" di René. Anima appassionata e folle fantasia, egli è fuggito in esilio dopo la rivelazione sconvolgente di una tenerezza quasi incestuosa, ma invano cerca oblio e consolazione nell'amore malinconico e tragico di Céluta e nella rievocazione del destino doloroso di Atala: muore ucciso da un rivale.
I Mémoires d'outre-tombe, opera tra le più esaltanti dell'ingegno umano, sono il monumento postumo che lo C. si eresse. Un'epoca storica di straordinari rivolgimenti e uno dei suoi eminenti attori vi sono evocati in una delle più belle prose che mai siano state scritte. Anche come valore storico e documentario i Mémoires sono un'opera di primo ordine, nonostante la tendenza alla prosa spesso palese nell'autore, le trasposizioni abbellitrici della memoria
poetica e le reali e volontarie deformazioni della realtà che in certi fatti si riscontrano. L'opera è divisa in quattro parti : dalla nascita al ritorno dall'esilio ( 1800 ); la carriera letteraria (fino al 1814 ); la carriera politica (fino al 1850 ); gli ultimi anni. Fu, per volere dell'autore, e come il titolo indica, pubblicata dopo la morte di lui.