TAOISMO. - Con tale denominazione vengono designate le dottrine a carattere filosofico e mistico esposte nelle opere di Lao Tzu, di Chuang Tzu e di Lieh Tzu (la cui compilazione viene comunemente fatta risalire ai secc. IV-III a. C.), e la religione taoista, ritenuta come una posteriore degenerazione delle prime, la cui costituzione come Chiesa organizzata viene ordinariamente attribuita a Chang Tao-ling
(n. nel 34 d. C. - m. nel 156 d. C. ca.). In cinese i pensatori sono designati come Tao Chia e la religione come Tao Chiao (la dottrina del Tao), ma i due termini vengono spesso confusi l'un con l'altro ed ordinariamente è il secondo; che ha la prevalenza. In verità la religione taoista da alcuni è ritenuta contemporanea e addirittura precedente ai tre « filosofi » i quali rappresentarono, probabilmente, una corrente più colta nell'ambito delle credenze religiose. Tao poi è un termine assai vago: significa « strada, via, principio, metodo ecc... », e così numerose sono le traduzioni proposte dagli autori occidentali che può apparire opportuno considerarlo intraducibile, tanto più che dagli stessi taoisti è definito come « innominabile ».
Il punto di partenza del pensiero taoista è lo scopo della preservazione della vita e di evitare ogni ingiuria alla propria persona: è, quindi, una concezione individualistica ed egoistica che fin dalle epoche più antiche si manifestò sotto forma di « fughe dal mondo » da parte di individui che nella vita eremitica ricercavano la pace e la salute. Verso la seconda metà del sec. IV a. C. fu forse compilato il Tao Te Ching, opera che è ordinariamente attribuita a Lao Tzu, personaggio di cui assai poco si conosce.
Sembra che egli portasse il nome di Erh, il soprannome Tan e il cognome Li: Lao Tzu significa letteralmente « vecchio filosofo ». La tradizione lo dice custode degli archivi reali di Chou ed in tal qualità egli avrebbe ricevuto una visita di Confucio, più giovane di lui, il quale sarebbe rimasto stupito della sua saggezza. Con ogni probabilità, però, tale episodio è da ascriversi a quelle numerose invenzioni dei taoisti i quali tendevano ad innalzare la loro religione a scapito soprattutto del confucianesimo.
Nel Tao Te Ching vengono esposti, sotto forma di brevi paragrafi, sovente di interpretazione assai oscura, i principi della prudenza, dell'umiltà, del contentarsi del poco. Il libro appare come aurea esposizione del principio del « viver nascosto », dell'inaxione, intesa quest'ultima nel senso di far poco, di non strafare (sui-sui). L'uomo dovrebbe svolgere le sue attività in maniera naturale e spontanea e restringere solo allo stretto necessario, riducendo i propri desideri. Solo così potrà evitare l'insuccesso. La semplicità e l'innocenza del bambino (che ha poca cultura e scarsi desideri) sono caratteristiche che ogni uomo dovrebbe avere: mentre però, per il bambino o per il popolo umile tale semplicità è dono di natura, per il saggio è una conquista dello spirito, è la conseguenza di un cosciente processo di autoeducazione.
Applicando tali principi alla politica ne deriva che il governante saggio è quello che governa poco e lascia che il popolo faccia quel che può e quel che vuole; che emana poche leggi, stabilisce pochi divieti, non incoraggia gli studi, bandisce dal suo regno l'intelligenza e l'abilità. Nel cap. 3° del Tao Te Ching ciò è detto in maniera assai chiara: « Il saggio governa il popolo vuotandone la mente ed empiendone la pancia; indebolendone l'intelligenza e rafforzandone la ossa. Egli si sforza di renderlo senza cultura e senza desideri ». I problemi di questo mondo nascono dal fatto che si agisce troppo, si vogliono fare troppe cose. Lao Tzu, invece, sostiene il paradosso: « Non far nulla e nulla vi sarà che non sarà fatto ». In un'epoca di terrore e di disordini quale quella dei sec. IV e III a. C., quando i regni feudali erano in lotta tra loro, le dottrine di Lao Tzu si oppongono con il loro scetticismo all'ottimismo ed al moralismo insito nell'insegnamento confuciano. Mentre secondo questo vi è sulle azioni umane una immanenza del Cielo che ricompensa la virtù e punisce le cattive azioni, per Lao Tzu l'universo non si cura delle cose umane ed è compito dell'uomo e del governante di

Tali concetti di Lao Tzu sono esposti in forma letteraria magnifica nelle opere attribuite a Chuang Tzu e a Lieh Tzu. Tuttavia in questi testi, accanto alla esposizione di tale morale pratica e di parti a carattere filosofico, sono numerosi i passi dai quali affiora il più largo substrato delle credenze religiose. L'evoluzione del t. ed il progressivo inaridirsi delle meravigliose capacità creative dei primi scrittori han portato con il tempo ad un crescente sopravvento della parte religiosa a scapito del valore letterario e filosofico dei testi. Soprattutto durante la dinastia Han (206 a. C.-220 d. C.) la religione taoista ci appare nel suo maggiore sviluppo. Essa si propone lo scopo di condurre i fedeli alla vita eterna. Considerando però l'uomo come composto di materia, ne deriva che tale vita eterna non viene intesa come immortalità spirituale dell'anima, ma come immortalità materiale del corpo da raggiungersi in questa vita mediante pratiche tendenti a sostituire progressivamente gli organi mortali con organi immortali, sì che ad un certo punto tutto il corpo mortale venga sostituito da un corpo immortale in cui le ossa e la carne siano d'oro e di giada. A questo punto il fedele, divenuto immortale, sale in cielo, ordinariamente in pieno giorno e dalla cima di una montagna, oppure, ed è il caso più frequente, muore. Ma la sua è una finta morte detta « liberazione del cadavere »: ciò che viene seppellito è una spada o un bastone che ha assunto temporaneamente la forma di un cadavere mentre il corpo immortale si è già allontanato per andar a vivere con gli altri immortali. Naturalmente era necessaria da parte del fedele l'osservanza di determinate pratiche per trasformare il corpo mortale in uno immortale. Tali pratiche potevano esser corporali e spirituali. Le prime consistevano in pratiche respiratorie, ginnastiche, sessuali, dietetiche, alchemiche. Queste ultime, le più complicate e destinate con il tempo a cader in disuso, erano dirette alla preparazione di una pillola detta dell'immortalità a base di cinabro, la quale solamente poteva rendere immortale per direttissima o, come dicono i testi, « immortale volante ». In realtà chi la prendeva cadeva, talvolta, fulminato dal veleno a meno che non avesse assuefatto precedentemente il suo organismo prendendone piccole dosi. Le altre pratiche erano molto più interdipendenti tra loro: quelle respiratorie consistevano in difficili esercizi di ispirazione e di espirazione durante i quali il fedele doveva cercare di trattenere il più a lungo possibile l'aria inspirata e di condurla a circolare per tutte le parti del corpo. Appositi esercizi ginnastici servivano a scioglier meglio le giunture ed a render più facile il passaggio dell'aria inspirata attraverso il corpo. Le pratiche dietetiche, infine, consistevano nell'eliminare dalla alimentazione i cereali ed anche la carne: l'ideale era di poter arrivare a nutrirsi di sola

(per cortesia di G. Bertuccioli)
Verso il sec. II della nostra èra, Chang Tao-ling cominciò a predicare nella provincia dello Szechwan una dottrina (secondo alcuni forse influenzata da idee religiose provenienti dalla Persia) che egli ed i suoi seguaci seppero ben inserire nella corrente religiosa del t. La leggenda dice che egli, ottenuta la ricetta per divenire immortale, salì al cielo all'età di oltre centoventi anni. Dato che i suoi sacerdoti pretendevano la tassa-obolo di 5 tou (misura di capacità) di riso all'anno, il suo culto veniva chiamato «la religione dei cinque tou di riso». Il movimento, sotto l'aspetto religioso, celava un substrato di idee socialistiche e rivoluzionarie e sfociò in una grande ribellione che minacciò di diffondersi per tutta la Cina e di abbattere l'Impero ma, successivamente, venne circoscritta e domata.
Sotto l'influenza del buddhismo il t. prese ad organizzarsi come religione conventuale. Gli studiosi del Tao, detti Tao-shih, si riunirono in abitazioni comuni dette Kuan (termine che ancora adesso designa i conventi
taoisti), in un primo tempo con le loro donne, poi, facendosi sentire più forte l'influenza buddhista, soli finché il celibato divenne la regola, se pur non sempre rispettata in pratica. Anche oggi i monaci taoisti son detti Tao-shih. Si costituirono anche comunità di donne le quali, però, con il tempo vennero soppresse. Ordinariamente i conventi sorsero nelle grandi città ed in cima ai monti: in questi ultimi si conservarono più a lungo le tradizioni antiche.
In questa sua trasformazione il t. venne favorito dagli stessi governanti desiderosi di contrapporlo, come religione «indigena», al buddhismo straniero. Soprattutto durante la dinastia T'ang (618-907) vi furono imperatori taoisti. Ad imitazione del buddhismo il t. creò un pantheon in cui le divinità erano stelle, pianeti, antichi eroi, spiriti preposti a varie attività umane, animali, piante. Sopra a tutti presiedeva una suprema triade composta dell'Imperatore di Giada (Yü Huang Shang Ti), di Lao Tzu e di Tao Chih. Sempre ad imitazione dei buddhisti, i taoisti provvidero a raccogliere tutti i loro scritti nella monumentale collezione nota sotto il nome di Tao-tsang, mentre la dottrina religiosa si andò concentrando intorno al principio del conteggio delle ricompense per ogni beneficio compiuto e delle pene per ogni peccato commesso, conteggio che una divinità annotava durante la vita dell'uomo per decidere del suo invio dopo morto al paradiso o all'inferno. Tale snaturamento della antica natura del t. e la tendenza d'altro canto di accogliere da una religione straniera gli elementi che potevano tornare più utili non evitò peraltro lotte religiose e rivalità tra t. e buddhismo, rivalità che nei secoli più vicini a noi si andarono lentamente spegnendo.
Accanto ai religiosi conventuali si trovano i taoisti che vivono da soli e che costituiscono la parte più bassa del clero taoista. Possono aver famiglia e praticano il mestiere di indovini, di incantatori, di esorcisti, Feng Shui (v.), di guaritori ecc. Essi soprattutto son dipesi, in maniera un po' vaga invero, dal T'ien-shih (Maestro del Cielo) da alcuni autori occidentali chiamato, assai impropriamente, «papa» o «ponteffee supremo del t.». Esso risiedeva sul monte Lung-hu nella provincia del Kiangsi, dedito a pratiche di bassa stregoneria; alla vendita di scongiuri, di amuleti; alla concessione, dietro pagamento, di diplomi di iniziazione. La dignità di T'ien-shih venne conferita nel 424 d. C. ca. al taoista K'ou Ch'ien-chih. Successivamente, durante la dinastia T'ang, si ebbe nel 748 un riconoscimento ufficiale del titolo che venne attribuito ai discendenti di Chang Tao-ling. L'imperatore T'ai Tsu (1368-98) della dinastia Ming avrebbe abolito tale titolo considerandolo irrispettoso per il cielo e sostituendo ad esso quello di Chen-jen (vero uomo). Il titolo antico tuttavia rimase, se pur non ufficialmente riconosciuto. La posizione del T'ien-shih andò sempre più decadendo: nel sec. XIX egli perse il diritto di esser chiamato ad udienza a Corte e questo fu uno dei più gravi colpi apportati al suo prestigio. Tutto il t. era però ormai in decadenza. La Repubblica non riconobbe nessun privilegio al T'ien-shih ed anzi confiscò i suoi beni espellendo nel 1927 dai suoi possessi nel Kiangsi colui che si considerava come il 63° successore di Chang Tao-ling. Da allora questo poco degno personaggio visse in un modesto tempio taoista di Shanghai.
Nei confronti della religione taoista, considerata superstiziosa e corrotta, il governo repubblicano dal 1911 in poi non ha avuto un atteggiamento ufficiale troppo favorevole. I templi taoisti soprattutto nelle città, seguendo in ciò la sorte di molti templi buddhisti, sono stati requisiti assai sovente per esser adibiti a scuole e a caserme. I grandi conventi sui monti «sacri», meta di pellegrinaggi, come il Mao Shan nella provincia del Kiangsu, il T'ai Shan nella provincia dello Shantung, il Hua Shan nella provincia dello Shensi, hanno potuto conservarsi sia perché lontani dai centri abitati, sia perché ricchi di vaste estensioni di terreni. In questi ultimi anni non si è verificato alcun serio tentativo di rinnovamento tra le varie, numerose sette taoiste. Inferiore come numero di monaci al buddhismo, il t. è stato anche inferiore nei tentativi di riforma, nelle opere di propaganda e di proselitismo. Se i templi sulla cima dei monti han potuto costituire ancora
un richiamo di fede per qualche spirito colto, il t. delle città si è ridotto a rappresentare la superazione delle classi più basse e più ignoranti della popolazione. L'attuale governo comunista ha accelerato infine tale processo di decadenza confiscando le proprietà terriere ancora rimaste ai conventi nella Cina continentale.