TAPARELLI D'AZEGLIO, LUIGI. - Filosofo gesuita, n. a Torino il 24 nov. 1793, m. a Roma il 21 sett. 1862. Prospero (tale il nome di battesimo, mutato in Luigi entrando in noviziato), era figlio di Cesare conte di Lagnasco e marchese di Montanera, uomo d'antica fede, e di Cristina Morozzo di Bianzé; quarto di otto figli, Massimo (v.).
Compi i primi studi al Collegio Tolomei di Siena, li proseguì presso l'Ateneo torinese, conseguendo il 15 nov. 1809 il diploma in magistero. Nominato da Napoleone alunno prima della scuola militare di St-Cyr poi di St-Germain, dopo sette mesi di soggiorno a Parigi ottenne il 22 ott. 1810 d'esserne dispensato, grazie all'intervento dell'arcivescovo di Torino, Giacinto Della Torre, e poté dedicarsi agli studi sacri nel Seminario, per divenire sacerdote. Caduto l'Impero e ricostituiti gli antichi sovrani, il march. Cesare veniva destinato, dal re Vittorio Emanuele I, ministro ad interim presso la corte di Pio VII, e recava con sé a Roma i due figli Prospero e Massimo. Avveniva intanto il ristabilimento della Compagnia di Gesù con lettera apostolica Sollicitudo del 7 ag. 1814, e Prospero si offrì tra le prime reclute che inaugurarono il 12 nov. di detto anno il risorto noviziato di S. Andrea al Quirinale. Percorso l'ordinario tirocinio, fu fatto ministro del Collegio di Novara (1818-24), dove venne ordinato sacerdote dallo zio card. vescovo Morozzo il 25 marzo 1820; quindi primo rettore del collegio romano, allorquando con il breve Cum multa di Leone XII del 17 maggio 1824 venne restituito alla Compagnia; di poi preposito provinciale a Napoli (1829-33), e infine destinato al Collegio Massimo di Palermo.
A Palermo, dove visse per quindici anni consecutivi (1833-49), ebbe a disimpegnare i più svariati uffici, di operaio, di direttore spirituale, di direttore della cappella musicale, d'insegnante di francese, ed anche di professore di diritto naturale. Questa cattedra rivelò gli straordinari talenti del T., e, con un successo non ordinario nel magistero, gli procurò la meritata celebrità di maestro e restauratore del diritto naturale. Si trovava a Palermo, quando con l'esaltazione al trono di Pio IX parvero per l'Italia spuntare nuovi destini; ed egli di buon grado stese la sua mano amica ai capi del movimento moderato fra i quali contava parecchie persone carissime, i fratelli Roberto e Massimo, il cugino Cesare Balbo, l'ab. Gio-

diorum della Compagnia, la quale prescrive come testi fondamentali per i corsi di filosofia e di teologia Aristotele e s. Tommaso: e al Collegio romano sostenne la prima campagna in favore della scolastica, che proseguì a Napoli come preposto di quella provincia. L'esito non fu molto incoraggiante, ma fin da allora raccolse intorno a sé un piccolo gruppo di giovani gesuiti di belle speranza, come il Curci, il Liberatore, allora studenti, e fra gli alunni esterni Gioacchino Pecci, il futuro Leone XIII, che lo compresero e gli rimasero fedeli. Ora, alla Civiltà Cattolica il campo fu diviso tra il Liberatore e il T., riservando al primo la filosofia speculativa, al secondo la filosofia morale, politica e sociale, con successo sempre crescente, coronato infine dalla memoranda encicl. Aterni Patris di Leone XIII, che prescrive la filosofia dell'Angelico a tutte le scuole cattoliche.
Finché godé di buona vista, che si affievolì assai presto, coltivò anche la pittura e la musica. Per molti anni fu dietro all'invenzione di uno strumento musicale che, mediante un congegno meccanico, univa insieme le prerogative degli strumenti a tastiera e di quelli a corda; lavoro che fu brevettato nel 1854 con il titolo di «violino cembalo» e riscosse le lodi di Franz Liszt, che ebbe occasione di sonarlo, ma, costruiti quattro o cinque esemplari, lo strumento cadde in disuso.
Il capolavoro del T., l'opera a cui principalmente è dovuta la sua celebrità, è il Saggio teoretico di diritto naturale appoggiato sul fatto. Fu concepito e compilato come testo scolastico, e l'autore stesso informa come ciò avvenne (Carteg., cit. in bibl., p. 738). Giunto ad età matura, mai pensando di divenire professore o scrittore, anche a causa della malferma salute, si vide all'improvviso da Napoli, dov'era provinciale, balzato a Palermo ad insegnare diritto naturale, materia di cui non aveva avuto fin allora occasione di occuparsi; e si trovò in mano come testo scolastico il cattivo Burlamachi, peggiorato con note da un arrabbiato regalista. Pertanto fu consigliato da amici di compilare lui un testo. Così fece. Pigliando a punto di partenza il Grozio, il Pufendorf e quegli autori che passavano allora «per soli maestri in questa scienza», si costruì un sistema ideale a modo suo, che non mancò che andava formando misura, come pietra di paragone, al senso ortodosso del magistero ecclesiastico, s. Tommaso e i buoni dimenticati scolastici. Né tardò ad accorgersi che «questa scienza si trova già bella e fatta negli scolastici, e particolarmente in s. Tommaso, Suárez, Bellarmino, de Vitoria ecc.» (ibid., loc. cit.).
L'opera uscì in 5 voll. presso l'editore A. Muratori di Palermo dal 1840 al 1843, ed anche «nella sua forma» dice il T. «si mostra improvvisato, sembrando dapprima un solo volume, a cui per compimento si aggiunse il secondo più grosso, e questo ne partorì altri tre molto più grossi di lui, senza disegno premeditato, senza simmetria di partizioni, insomma come tutte le cose improvvisate». Comunque si presentasse questa 1a ed., in verità modestissima, pure il favore con cui fu accolta dai competenti fu tale, che essa fu in breve tempo esaurita, e le edizioni e versioni in varie lingue, vivente il T. e dopo la sua morte, si moltiplicarono. Con l'ed. romana più recente del 1949, si è all'11a ristampa, e alla 7a dalla definitiva curata dall'autore nel 1855; fortuna non tanto frequente in opere del genere.
S'ingannerebbe chi, dando un senso unilaterale alle parole «appoggiato al fatto» aggiunte al titolo, e alle altre «fatti ed illusioni», che pure frequentemente ricorrono, le pigliasse in senso puramente fisico e sperimentale. Ottimamente ciò chiarisce il Talamo: «Fatti ed illusioni, questo sovrano criterio metodico, egli dice, è la divisa costante del T., e vuol dire che, bandite le ipotesi del dominio della scienza, egli voleva far capo al fatto della coscienza e della natura umana». Così, soggiunge, «ci lasciava splendido esempio dell'unica forma di sperimentalismo che possa essere proseguita con eccellenza di risultati nel dominio delle scienze morali, e che è pregio della filosofia cristiana aver costantemente rivendicata, e contro le creazioni soggettive e fittizie dell'idealismo, e contro le supine materialità dell'empirismo. Il T. ha fornito con l'opera una sua dottrina veramente comprensiva e dialettica, la quale concilia, contempera e quindi corregge gli eccessi contrari dell'idealismo e dell'empirismo».
Il Saggio è diviso in sette dissertazioni, divise e suddivise in capitoli e paragrafi, e interpolate con numerose note, le quali sono talora veri trattatelli, come quella dell'influenza dei clero sulla civiltà (cxviii), sulla società cristiana di Kant (cxx), sulla efficacia del latino per l'universalità della scienza e della civiltà (cxxvii), sulla nazionalità (cxl). Quest'ultima può riguardarsi come la prima trattazione organica della materia, e dice luogo a discussioni e polemiche da parte di C. Balbo, V. Gioberti ed altri.
Partendo dall'esame del diritto e dell'operare individuale, il Saggio entra a trattare dell'essere sociale, dell'azione dell'individuo, sia nella formazione della società, sia nella società già formata, dei rapporti tra morale e politica, dei reciproci rapporti tra società e società.
Le ultime dissertazioni, specialmente, contengono la parte forse più personale e più originale dell'opera, «trattazione francamente tappelliana» ricca di spunti morali e sociali che potremmo dire moderni nel senso migliore della parola». (Foroni, op. cit. in bibl., p. 83). Si vuole accennare in particolare a quell'organismo internazionale, che egli denomina «entarchia». Dai rapporti reciproci fra più società tendenti al medesimo fine, il T. vede scaturire, per una incoercibile forza insita alla natura stessa di esse, l'esigenza di un ordine e di un diritto superiore, che tende a stringere in unità federativa. Altri ha veduto in questa concezione quasi un'anticipazione della defunta Società delle Nazioni e dell'odierna società delle Nazioni Unite (cf. A. Brucculeri, Un precursore italiano della Società delle Nazioni, in Civ. Catt., 1926, 1-11).
L'idea non era nuova, come lo stesso T. riconosce; da s. Agostino agli ultimi scolastici e ai giustunaristai del xvii e xviii sec., questa naturale tendenza dei popoli civili e liberi verso una superiore unione nel comune vantaggio, era stata intraveduta. Merito del T. è di avere studiato, con la maggiore concretezza e larghezza di vedute, il problema, al quale ha dedicato tutta la V dissertazione; e di averne lungeggiato i vari aspetti, sia razionali sia pratici, eliminandone ciò che altri aveva potuto inserirvi di utopistico e di falso. A detta società entarchica il T. attribuisce altissime finalità, in pro della giustizia e del progresso, della religione e della pace fra i popoli.
Al Saggio è aggiunto un Epilogo generale di tutta l'opera (stampato a parte da F. Pergolesi, Bologna 1940), che opportunamente rimaneggiato e ampliato diede origine ad un Corso elementare del natural diritto ad uso delle scuole, apparso dapprima in edizione litografica a Napoli nel 1843, e poi a stampa nel 1850. Come manuale scolastico ebbe grande voga e svariate edizioni, le più recenti delle quali sono quella in latino a cura di C. Pollando, apparsa a S. Francisco di California nel 1890, e l'altra in portoghese a cura di N. P. Rossetti a S. Paolo in Brasile nel 1945.
La seconda delle opere maggiori del T. è l'Esame critico degli ordini rappresentativi nella società moderna (2 voll., Roma 1854), una critica a fondo del dottrinarismo liberale e del moderno parlamentarismo, secondo le non felici incarnazioni che se ne videro dopo il 1848, specialmente in Piemonte. Il T. fu mosso a questa trattazione nella Civiltà Cattolica da una lettera anonima inviata al periodico; e stante i vari aspetti e gli importanti oggetti che abbraccia, essa si andò allargando assai più

Taparelli d'Azeglio, lungi - Ritoreto Roma, Collegio della Civiltà Cattolica.