TASSE ECCLESIASTICHE

TASSE ECCLESIASTICHE. – Sono, accanto alle contribuzioni spontanee – donazioni, disposizioni di ultima volontà, OBBLIGAZIONE (v.) –, una delle fonti del reddito della Chiesa, la quale ha il diritto di esigere dai fedeli, indipendentemente dall’autorità civile, i mezzi necessari al culto divino e al sostenimento dei chierici (cf. can. 1496 CIC).

Anche nel sistema tributario della Chiesa esiste la distinzione tra imposte, prelievi coattivi di ricchezza effettuati per sopperire al soddisfacimento di bisogni collettivi, e t., dovute quale corrispettivo di servizi prestati da uffici ecclesiastici. Vanno DECIMA (v.) e i tributi vescovili in genere: tra questi alcuni sono ordinari, cattedratico (v.) seminario (v.); altri – straordinari – possono essere imposti, in misura moderata (can. 1505), su tutti i beneficiari scolari o religiosi per sopperire a qualche particolare necessità della diocesi.

I vescovi possono, inoltre, imporre un tributo sulle chiese, benefici ed istituti ecclesiastici all’atto della fondazione o della consacrazione (can. 1506), come anche pensioni temporanee gravanti sul titolare di un beneficio (can. 1429).

Tra le t. vanno ricordate quelle per il conferimento dei benefici, per la concessione del pallio e quelle di cancelleria e giudiziarie dovute alla S. Sede (v. TASSE DI CURIA); quelle di cancelleria, per dispense e giudiziarie

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(1st. Alinarti
Tasso, Torquato - Ritratto, Dipinto di A. Allori (forse nel 1290). Firenze, Galleria degli Uffizi.

zione e leggere i Discorsi dell'arte poetica e presentare le cinquanta Conclusioni d'amore, sviluppate quei due fondamentali motivi della sua vita che si enucleano intorno alla Corte e all'Accademia, intese come complessi luoghi d'incontro di cultura e di civiltà. Al seguito del cardinale, nel 1570-71 si dirigeva alla volta di Parigi, di dove rivolgeva ad Ercole de' Contrari una lettera-trattato, tutta penetrata da un saporoso gusto geografico, sulle cose di Francia. Nel '72 era di nuovo a Ferrara, al servizio ormai del duca Alfonso II. È questa per il T. una felice stagione di poesia; continua la produzione lirica, di sonetti canzoni e madrigali, d'amore (per Laura Peperara e per Eleonora Sanvitale) e d'encomio (per Lucrezia ed Eleonora, le sorelle del Duca); nella primavera del 1573 compone l'Aminta, favola pastorale in cinque atti; quindi dà inizio al Galealto re di Norvegia, primo tentativo di una tragedia che, col mutato titolo di Re Torrismondo, compirà nel 1586-87; e finalmente nell'aprile del '75 «il poema di Goffredo», cui si dedicava da alcuni anni con entusiasmo di fantasia e assiduità di lavoro, è compiuto. Ma già sul finire di quell'anno i primi sintomi di squilibrio vengono a turbare l'integrità del suo corpo logorato dalla fatica e della sua mente sottoposta ad una eccessiva tensione. Al lungo travaglio creativo seguiva l'estenuante lavoro di revisione del poema, un lavoro avvelenato sia dalla frenesia che investe il poeta ansioso del successo sia dalla delusione per le critiche al poema che gli giungono da ogni parte, da Scipione Gonzaga, da Sperone Speroni, da Silvio Antoniano, da Flaminio de' Nobili, da Pier Angelo Bargeo al giudizio dei quali egli stesso aveva affidato la sua opera. I dubbi artistici, complicati da scrupoli religiosi e da vaghi timori che vanno prendendo forma di mania di persecuzione, rendono via via più tormentoso il dialogo con questi revisori. Ne rimane la suggestiva e dolente testimonianza in un folto fascicolo di lettere e nella stessa Allegoria della Liberata (1576), nella quale il poeta si affanna a escogitare un riposo significato morale al poema. L'esame, a cui volontariamente si sottopone, dell'inquisitore (a Bologna nel 1575 e due anni dopo a Ferrara), con la relativa assoluzione, non vale a liberarlo dalla morbosa inquietudine. Ma la manifestazione più clamorosa del male si ebbe una sera del giugno 1577, quando, credendosi spinto durante un colloquio con la principessa Lucrezia, scagliò un coltello contro un servo. Segregato per la sua frenesia pericolosa, evade in circostanze romanzesche, e inizia quel doloroso peregrinare che immette una nota così irrequieta e tormentosa e allucinata nella sua biografia: da Ferrara a Sorrento, a Roma, e di nuovo a Ferrara per qualche mese, con nuova partenza per Mantova, Padova, Venezia, Pesaro, Urbino; e poi ancora a Ferrara, Mantova, Vercelli, Torino. Nel febbr. 1579 è di ritorno a Ferrara, mentre a corte tutti sono occupati nei preparativi per le terze nozze del Duca con Margherita Gonzaga; sicché trascurato e deluso, in un accesso del suo male, la sera dell'11 marzo prorompe in violente invettive contro l'antico protettore. Rinchiuso e incatenato come frenetico nell'ospedale di S. Anna, vi trascorrerà ben sette anni, trattato, secondo dettavano le consuetudini mediche del tempo, come un prigioniero piuttosto che come un malato, sebbene in seguito molto si attenuasse il primitivo rigore. In S. Anna il poeta, nelle lunghe parentesi di lucidità, riprendeva le occupazioni letterarie e la conversazione con gli amici, e intanto cercava di difendersi dall'accusa di follia e di riacquistare la libertà: dell'esistenza dolente e ansiosa, fervorosa e febbrile, di questo periodo sono documente le lettere, di cui alcune umanissime, certo fra le più suggestive dell'epistolario. A questi anni risalgono, con molte lettere, un buon numero di liriche, i Dialoghi e l'Apologia della Liberata. Ed è di questi anni di prigionia l'inizio delle vicende editoriali del capolavoro tassiano. Pubblicato all'insaputa e a danno dell'autore da Celio Malespini nel 1580 a Venezia con il titolo di Goffredo in edizione scorrettissima e incompleta, ripubblicato completo, per riparare alla prima disastrosa edizione, l'anno seguente da Angelo Ingegneri a Padova e a Casalmaggiore col titolo destinato a rimanere di Gerusalemme Liberata, apparve finalmente nello stesso anno 1581 a Ferrara per cura di Febo Bonnà con il consenso, poi rinnegato, del T. Intanto nel luglio 1586 il Duca concedeva a Vincenzo Gonzaga di condurre con sé il T. a Mantova, dove il poeta portava a termine il Torrismondo e pensava al rifacimento della Gerusalemme. Ma nell'ott. 1587 egli lasciava improvvisamente Mantova, spinto dalla smania di continui spostamenti: Bergano, Genova, Loreto, Roma. Da Roma passava, con l'intento di ricuperare i beni materni, a Napoli, dove, per compiacere ai suoi ospiti, i monaci olivetani, dava inizio al Monte Oliveto, poemetto rimasto interrotto all'ottava 102 del primo canto. Sul finire del 1588 era di nuovo a Roma, presso il card. Scipione Gonzaga; nel 1590 a Firenze; nel 1592 a Mantova, dove scriveva in onore del duca Vincenzo la Genealogia di casa Gonzaga (119 ottave); nel 1592 a Napoli presso il principe di Conca prima, e poi presso il marchese G. B. Manso, che sarà uno dei suoi primi biografi (e qui intraprendeva Le sette giornate del mondo creato, in endecasillabi sciolti, compiute a Roma nel 1594). Nel 1593 dava alle stampe il poema rifatto, la Gerusalemme Conquistata, con dedica al card. Cinzio Aldobrandini, nipote di papa Clemente VIII, che a Roma negli ultimi anni gli fu largo di ospitalità, e componeva Le lagrime di Maria Vergine e Le lagrime di Gesù Cristo (rispettivamente in 25 e 20 ottave). Nel 1594, per l'ultima volta a Napoli, intraprendeva La vita di S. Benedetto (un frammento di 8 stanze). Decretatagli dal Papa una pensione, mentre già si pensava di onorarlo della laurea di poeta in Campidoglio, ai primi di apr. 1595, lasciato il Vaticano, veniva accolto, in gravi condizioni di salute, nel monastero di S. Onofrio sul Gianicolo. Di qui, in un presentimento pacato della fine, scriveva ad Antonio Costantini la celebre lettera con cui si chiude l'epistolario: «Mi sono fatto condurre in questo ministero [...] quasi per cominciare da questo luogo eminente, e con la conversazione di questi divoti padri, la mia conversazione in cielo». E qui moriva il 25 apr.

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1595. La corona poetica gli fu posta sulla bara. La tomba, una nuda pietra che solo nel 1857 fu sostituita da un modesto monumento, è in S. Onofrio.

Tracce abbastanza fitte delle sue esteriori vicende e un'immagine viva della sua intimità ha lasciato il T. nelle Lettere (ca. millesettecento), che vanno tuttavia interpretate con molta discrezione, senza scambiare quella che è la loro verità ideale con quella che è la verità particolare in senso storico archivistico. In esse, sotto un dignitoso sigillo letterario sempre altamente controllato e responsabile, il poeta ha consegnato, attraverso tutta una serie di dati psicologici diretti o indiretti, le voci suggessive della sua anima suscitata dagli interiori ed esterni avvenimenti. Ed è la voce che risuona e si plasma nella corte, in quella corte che è realtà fisica e morale, estetica e culturale, che regola ed orna la sua scrittura, e giustifica il suo concettismo, e sostiene e indirizza la sua supplica insistente e penosa. Ma proprio questa supplica, che allude alla condizione sofferta di perpetuo bisogno di iniquità ricerca del poeta, è tra le note più frequenti e dolorose. Spesso i sentimenti del dolore, della malinconia e della morte sfiorano queste pagine, mentre sospiri e ventate ansiosi di godimento e di benessere talora vi si mescolano e alternano. Sovente è la presenza della stessa persona fisica del poeta, che si presenta in qualche atteggiamento più spontaneo; ed è quella delle ore più singolari della sua giornata; o quella, ancora, tutta eccezionale di un'esperienza nuovissima, che lievita in zone di allucinazione e di mistero. Concesso con il motivo del dolore e della morte è il motivo della esperienza religiosa, che il T. confessa in termini di indubbia sincerità, ma, bisogna pur riconoscere, piuttosto poveri di genialità contemplativa e spogli di ansia ascetica. Più vivi e originari sono i temi che impegnano l'intelligenza delle cose profane, come avviene in alcune lettere che hanno carattere di oggettiva dissertazione, in modo esemplare in quella sulle cose di Francia, e nell'altra a Ercole l'uso sul matrimonio. Ma soprattutto intese sono le note che toccano la coscienza critica del poeta e dello studioso, la quale si esercita vigile e cavillosa costringendo ad un lavoro di assiduo controllo sul poema, di cui appunto è rimasta la traccia nel folto gruppo di lettere che accompagna il vasto processo elaborativo del passaggio della Liberata alla Conquistata.